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Guerra civile e violazione dei diritti umani nel Tigray (Etiopia)

ADDIS ABEBA (ETIOPIA) – Non c’è pace nel Tigray. Le roboanti dichiarazioni del primo ministro Abiy Ahmed sono state smentite proprio nei giorni scorsi, quando le forze del TPLF (Tigray People Liberation Front) hanno rioccupato Mekele (Macallè), la capitale del Tigray e la più grande città dello stato, con circa 350mila abitanti, compresi l’aeroporto e i centri di telecomunicazione, in mezzo ai festeggiamenti della popolazione. Le forze dell’esercito regolare etiope, dopo essersi ritirate da Mekele avrebbero proclamato un cessate il fuoco, non si sa quanto rispettato.

Secondo quanto riferisce la BBC, circa dieci giorni fa il TPLF avrebbe scatenato una offensiva contro le forze regolari, mentre si stavano contando le schede delle elezioni politiche svoltesi il 21 giugno scorso. Le forze regolari etiopi avrebbero risposto con un raid aereo che ha colpito il villaggio di Edaga Selus, nel quale si stava svolgendo il mercato, causando 80 vittime civili e 43 feriti. L’esercito etiope attraverso i propri portavoce avrebbe negato la responsabilità della strage di civili, affermando peraltro che gli attacchi aerei fanno parte della tattica di guerra “ma non colpiscono i civili”; fonti locali tuttavia avevano confermato di non aver visto ma di aver sentito gli aerei e l’esplosione delle bombe. L’Associated Press (AP) è riuscita ad intervistare personale medico dell’ospedale di Mekele, che ha dichiarato di non poter dire quante persone siano rimaste uccise o ferite, ma che gli operatori sanitari sul posto hanno parlato di più di 80 morti.

La tragedia che sta opprimendo questa terra bellissima è aggravata dalle distruzioni che sistematicamente sono state effettuate dall’esercito etiope, affiancato dai militari eritrei, chiamati appositamente dal primo ministro etiopico Abiy Ahmed, nelle terre coltivate: i raccolti vengono distrutti, la terra avvelenata e resa non più coltivabile con sostanze chimiche, gli aiuti umanitari dall’esterno fermati. Il governo etiope di fatto sta affamando la propria popolazione che, in larga misura, non ha altra alternativa che supportare il TPLF.

In Italia purtroppo pochi parlano di questa guerra che tormenta un popolo a noi molto vicino. Tanti sono gli etiopi e i tigrini residenti in Italia che negli ultimi mesi hanno organizzato manifestazioni di protesta per chiedere alle potenze internazionali di intervenire per fermare questo fratricidio, ma le risposte non sono arrivate o sono arrivate solo superficiali rassicurazioni, che non rassicurano affatto. Solo successivamente all’ultimo episodio di strage di civili gli Stati Uniti hanno emanato una nota diplomatica condannando l’intervento aereo, chiedendo una indagine urgente e indipendente per individuare i responsabili e insistendo per un cessate il fuoco. E’ però evidente che finché le grandi potenze che hanno interessi nell’area si limiteranno alle note diplomatiche, senza prendere provvedimenti concreti (ad esempio un embargo sulla vendita delle armi all’Etiopia e all’Eritrea), i risultati saranno assai scarsi.

Intanto in Tigray si continua a morire per la guerra e per la fame; secondo l’Organizzazione Mondiale per le Migrazioni i profughi sarebbero complessivamente 1,7 milioni in gran parte sfollati in Sudan, nei territori al confine con il Tigray, circa 350mila persone si confrontano ogni giorno con la carestia, mentre altri 5 milioni dipendono per la loro sopravvivenza dagli aiuti umanitari. In pratica quasi l’intera popolazione del Tigray. Sono riportati anche stupri sulle donne tigrine, uccisioni di bambini, e violenze di ogni genere, in violazione dei più elementari diritti umani da tutelarsi anche in tempo di guerra. La scorsa settimana sono stati ritrovati i corpi di tre operatori sanitari di Medici Senza Frontiere, uccisi nel luogo in cui svolgevano la loro missione umanitaria.

La situazione sembra evolvere verso una disintegrazione dello stato federale etiope. Fonti della diaspora tigrina in Italia fanno sapere che l’obiettivo primario del TPLF è liberare tutto il territorio del Tigray dalle forze di occupazione eritree e dell’esercito regolare etiope e, successivamente, la mossa sarà di indire un referendum per decidere la scissione dall’Etiopia e la formazione di uno stato autonomo.
Non è un’idea peregrina, anche perché le violenze sono tali che la popolazione locale non ha altra scelta che appoggiare le forze ribelli, mentre i governanti federali avrebbero dovuto sapere bene che il TPLF, che trent’anni fa con lo stesso metodo della guerriglia combatté il governo centrale e si impadronì del potere, che ha tenuto fino all’avvento, nel 2018, di Ahmed, ha una grande capacità di controllo di un territorio montuoso, in cui le truppe del TPLF sono a casa loro.

La scissione inoltre potrebbe interessare anche altri stati della federazione etiopica, portando ad uno sfaldamento simile a quello che ha travolto la ex Jugoslavia. Abiy Ahmed, il primo ministro della federazione, ha tentato con la forza e con direttive dettate dall’alto, di trasformare la federazione in uno stato unitario a partito unico, di fatto una dittatura. Ma in Etiopia ci sono più di ottanta etnie, di cui la tigrina, la amhara e la oromo (quella di Ahmed), sono solo le tre più grandi, e circa un centinaio di differenti linguaggi locali. Non si può imporre l’unità dall’alto ad uno stato così, e Ahmed avrebbe dovuto saperlo.

Come cristiani, fautori e sostenitori della pace, preghiamo per questo tormentato paese, ma chiediamo anche a voce ben alta che le potenze internazionali, a cominciare dagli USA per proseguire con l’Unione Europea, l’ONU e la diplomazia italiana mettano da parte meschini interessi politici, militari ed economici e si impegnino attivamente e concretamente per il ristabilimento della pace e della vera democrazia, nel rispetto delle scelte dei popoli.

Marta Torcini

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