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Un giorno di ordinaria preghiera. Sulla pentecoste.

Leggendo il racconto più noto della Pentecoste cristiana, contenuto negli Atti degli apostoli al capitolo due (vv. 1-13), apprendiamo che la discesa dello Spirito avviene quando i credenti erano riuniti tutti insieme nello stesso luogo (v. 1), quindi verosimilmente in un giorno di ordinaria preghiera. Non è molto chiaro quello che avviene, visto che alcuni lo considerano una meraviglia, mentre secondo il parere di altri manifesta i postumi di un’ubriacatura. E sullo sfondo resta una domanda: Che significato avrà tutto questo? (v. 12).

E’ stata formulata la risposta?

In parte evidentemente sì, le teologie cristiane affrontano il tema dal suo sorgere. In parte è un tema sempre nuovo, come ogni anno la Pentecoste si ripresenta, sebbene decisamente sottotono rispetto alla Pasqua, al Natale.

Il libro degli Atti raccoglie diverse narrazioni della venuta dello Spirito, tanto da consentire di parlare di un vero e proprio ciclo dello Spirito. E poi c’è Paolo, che, invece, guarda all’argomento da tutt’altra prospettiva, decisamente più personale, intrecciata con gli effetti specifici dello Spirito, che, in questa maniera, edifica la chiesa, soggetto centrale delle pentecosti lucane.

Come altri aspetti della fede cristiana, anche questo non manca di riflettere un paradosso. Lo Spirito vivificatore è per eccellenza la forza che trasforma, crea e ricrea, suscita e invia. Eppure può passare inosservato. La sua azione può essere confusa addirittura con quella dell’alcol. E comunque rimane sempre attuale la domanda, che chiude il brano, e rimanda alla necessità di cogliere un senso dall’incontro con lo Spirito a partire dagli effetti che produce e che si lasciano apprezzare nelle relazioni, così ben esemplate dalle lingue diverse, eppure comprensibili nella reciprocità.

Dopo i passaggi difficili, dolorosi, umanamente inaccettabili del distacco di Gesù all’indomani della crocifissione e poi dell’ascensione, la distanza è colmata dallo Spirito, che immediatamente abilita alla comunicazione. Sembra proprio un’applicazione letterale del salmo (118, 17):

Non morirò, ma resterò in vita e annuncerò le opere del Signore.

La morte di Gesù diventa esperienza di morte anche per quel primo gruppo di cristiani, ancora alla ricerca di un’identità. Poteva coincidere con la loro dispersione e, quindi, con la loro fine. Invece diventa un inizio. Grazie al dono dello Spirito, in parte già penetrano nell’esperienza della risurrezione, che coincide con un’imbastitura, simile a un ricamo, fatto di contatti e relazioni, altrimenti detto missione.

Un nuovo inizio

Lo Spirito è come il vento, è libero, va dove vuole, quando vuole, nei modi che vuole. Quindi, un nuovo inizio è sempre possibile.

E’ innegabile, però, come questa frase in questo periodo, in questi mesi, sia diventata una categoria. In tanti parlano di nuovo inizio, pur senza effettuare alcun collegamento con l’effusione della Terza Persona della Trinità. Per i cristiani questo collegamento esiste da sempre, per sempre. Ma qual è il suo significato oggi?

L’identità

Il brano di Atti 2 lascia emergere una filigrana di intrecci, che innescano delle dinamiche a cascata evidenti sulle persone e sul loro modo di presentare se stesse. Innanzitutto la forza, che si fa loro incontro, descritta attraverso la similitudine con il vento e poi con il fuoco, appare come vigore che produce cambiamento, ma non s’impone, prova ne sia che chiunque può pensarne ciò che crede. Prende dimora presso il gruppo riunito e si offre come possibilità. Schiude una prospettiva di miglioramento. E’ curioso, ad esempio, che l’autore sacro non esponga affatto il contenuto di questo linguaggio profetico, ma si soffermi sulla forma. La capacità di parlare e di farsi capire è considerata più importante di ciò che viene detto.

Si possono ricavare un paio di considerazioni: lo Spirito non rimane estraneo, ma cambia dall’interno. L’identità delle persone che ne sono abitate viene trasformata e ciò appare con evidenza anche all’esterno. Quanti assistono, infatti, operano un paragone fra la loro provenienza e il loro attuale modo di esprimersi. Nel canto XXIII (vv. 11-12) dell’Inferno il conte Ugolino ammette di non conoscere Dante, ma non confonde il suo accento fiorentino:

Io non so chi tu se’ né per che modo 
venuto se’ qua giù; ma fiorentino 
mi sembri veramente quand’io t’odo.

Questi uomini che parlano non sono tutti Galilei? (At 2, 7). Compare una discontinuità rispetto al passato, un’appartenenza più forte di quella geografica, di quella storica, di quella spazio-temporale. Negli uomini, che parlano, si palesa un processo di santificazione, in qualche modo manifestano la propria somiglianza a Dio, in virtù dell’appartenenza a lui, precedente rispetto a ogni altra e più vigorosa.

L’identità è un tema sensibile in ogni tempo, ma tanto più sfumato è diventato nel mondo globale e continua a esserlo nel mondo pandemico, considerato che i flussi migratori non si sono arrestati, gli atti di violenza a sfondo etnico e religioso hanno conosciuto una recrudescenza. Se da un lato si continua a dire, a scrivere e a predicare che l’emergenza da coronavirus facilita la percezione della comunanza, acuisce la consapevolezza che non ci si salva da soli e che si naviga bene o male tutti sulla stessa barca, dall’altro si rafforzano le frontiere, s’ispessiscono i confini, aumentano le differenze di trattamento in base alle tante forme di origine documentabile.

Il nuovo inizio dei credenti avviene attraverso la vita nello Spirito e continua straordinariamente nell’ordinarietà. Non è descritta come un approfondimento interiore fra le quattro mura di una torre d’avorio, che ricorderebbe tra l’altro la tristemente famosa torre di Babele, spesso letta come esatto negativo del brano della Pentecoste. I credenti del nuovo inizio rivolgono la parola, sono come bambini che imparano a esprimersi.

E’ quantomai interessante che l’evento abbia luogo mentre i credenti erano riuniti. Autorizza a supporre che stessero pregando. La preghiera fondamentale, essenziale della Bibbia è nell’adesione all’invito di Dio: Ascolta (Deuteronomio 6, 4). Impara a parlare chi sa ascoltare. Il parlare di quegli uomini non doveva essere scollegato dalla fede e dal fatto di riunirsi in quanto credenti. La loro fiducia in Dio diventa la prima essenziale indicazione che il testo fornisce circa la loro identità, mentre agli occhi degli altri essi sono galilei. E’ noto come Dio badi al cuore, più che alla localizzazione territoriale! Uomini e donne, invece, preferiscono spesso classificare in base a qualità esterne, che tendono a rimanere inalterate, si tramandano di generazione in generazione. Nella cornice del testo la fede si apre alla possibilità del nuovo che irrompe e che è Dio. Quei credenti fanno notizia in se stessi, con il loro modo di porsi, la loro testimonianza.

Una parola diversa

La comunicazione che passa attraverso i credenti doveva veicolare qualcosa di diverso dal solito rumore di sottofondo cui l’orecchio era abituato. Tanto è vero che alcuni si soffermano a sentire e ne parlano, a loro volta, con una certa sorpresa. Questo frangente del brano è difficoltoso da attuare. Oggigiorno si è sommersi più che mai da una marea di suoni, parole, abbreviazioni, neologismi, insulti, vezzeggiativi, e molte urla. Può capitare che cogliere la diversità della parola di qualità, del messaggio profetico, risulti più difficile. Spesso, però, se ne avverte l’esigenza. Il profondo, talvolta disperato bisogno di sacro, si delinea come ricerca di una parola del genere, capace di lasciarsi interpretare e di coincidere con il suo contenuto. La parola dello Spirito non è ambigua ed è come i suoi effetti, infonde vita, forza, calore, abilita alla relazione. Oggigiorno il mondo è inflazionato di parole. Forse oggi si potrebbe riscoprire la lezione preliminare della Pentecoste: quella parola è un germoglio fiorito dal terreno dell’ascolto, in cui il chicco di grano sepolto sottoterra, identificato dai cristiani con Gesù, muore per portare frutto, nel tempo necessario, nell’attesa.

Chi non vuole essere pigro ami!

Una dimensione escatologica pervade la Pentecoste, compimento della promessa di Gesù, dono della Pasqua. Evidentemente quei credenti qualcosa aspettavano, in qualcosa speravano. Dentro di sé custodivano l’apertura a un tempo alternativo, condizione che, se tinta di fiducia, può essere definita speranza.

In ciò l’ideale affresco di tanto tempo fa assomiglia al tempo corrente. Nella nostra dimensione l’attesa non appare sempre ravvivata dalla speranza, talvolta si trascina stanca o sconfina nel fatalismo. Nei mesi di pandemia si è aspettato, si è imparato probabilmente ad aspettare, ma si avverte anche molta stanchezza nel continuare a farlo per tanti versi, in assenza di una meta e di una data non ben precisate.

La differenza maggiore, però, fra quella e questa attesa risiede nel gruppo: oggi sarebbe riunito attraverso una piattaforma digitale, nel migliore dei casi. In mancanza della vicinanza fisica ci sarebbe stata Pentecoste? Lo Spirito non si lascia imbrigliare ed è creativo per definizione. Quindi, Pentecoste sarebbe avvenuta ugualmente, continua ad avvenire per i credenti, ma le modalità sono diverse. La riunione stessa può essere molto profonda e concreta, pur non verificandosi nelle stesse coordinate spazio-temporali. Eppure la contiguità fisica è di grande aiuto alla speranza.

Le chiese in questi mesi si sono equipaggiate per migliorare la propria vicinanza, pur nella distanza imposta dalle norme di confinamento. Ad esempio le chiese metodiste del Regno Unito hanno predisposto un programma vario e articolato per assicurare assistenza spirituale sia pure nella distanza fisica. Dal sito (methodist.org.uk) si accede a collegamenti dedicati, dove compare anche una linea telefonica, di particolare utilità per quanti non siano molto pratici del computer e della rete. Ciascuno può portare il proprio passo e seguire attività giornaliere, settimanali.

La discesa dello Spirito, per quanto attesa, è in grado di stravolgere e superare le aspettative e soprattutto non lascia inattivi. Calza a pennello l’espressione del poeta latino Ovidio (Amores, I, 9, 45): qui nolet fieri desidiosus amet! Ovvero, chi non vuole essere pigro, ami!

Lo Spirito è amore e spinge ad amare, attività, che , anche in base a quanto suggerito dalle intuizioni dei poeti antichi, non ha molto a che spartire con l’inerzia. L’inerzia, l’apatia, un certo scoraggiamento generale si delineano, invece, nel nostro attuale panorama. Si avverte o si desidera affrettare quello che è spesso definito come un nuovo inizio, ma, al tempo stesso, lo si vorrebbe raggiungere come i collegamenti virtuali, su cui ci siamo abituati a cliccare per accedere alle pagine web. Spesso in questi mesi la pandemia è stata paragonata a una guerra. Anche Ovidio ricorre volentieri all’immagine della guerra e la paragona all’amore. Attrae nel discorso la forza dei sentimenti, l’acume della vigilanza, l’audacia. E’ interessante come questo cantore dell’amore non lasci nulla dell’amore al caso, ma molto imputi all’impegno dell’amante. A ben vedere, più della risposta dell’amato o dell’amata a fare la differenza è la dedizione dell’amante. In fondo l’immediatezza, la docilità manifestata dai credenti del brano di Atti 2 nel porsi immediatamente a servizio dell’annuncio indulge in questa medesima direzione.

Il luogo in cui questa disponibilità affiora e si radica non è un luogo fisico, è l’interiorità. Questa, a sua volta, non appare come un deserto, come un vuoto, un’isola. E’ un intimo abitato, un ambiente vitale in cui la cura verso l’altro, verso gli altri è preparata e avviene alla luce della comunione in Dio. Nell’amore la lontananza è particolarmente sofferta, da un lato, dall’altro non esiste, perché gli amanti continuano a custodirsi vicendevolmente al di là di ogni barriera.

Pentecoste ecumenica

Nel secondo capitolo degli Atti c’è essenzialmente la descrizione di un evento. Gli effetti sono percepibili dai presenti, si prestano a interpretazioni diverse, ma la causa dell’evento non è nelle persone, è esterna rispetto a loro. Dio si manifesta e gli effetti della sua azione sono descritti dalla pagina biblica. La promessa di Gesù si compie, Dio si dona come Spirito.

La sua presenza è totalizzante ed è scevra di qualunque discriminazione: … riempì tutta la casa … e tutti furono colmati di Spirito Santo (At 2, 2. 4).

La comunione matura in Dio si compie a partire dalla sua grazia, intesa alla lettera come capacità di offrire gratuitamente, senza operare distinzioni, senza porre condizioni. Tutti e ciascuno sono nella possibilità di ricevere il dono oltre misura. Il dono infatti riflette chi lo elargisce e Dio non è a misura, non è soggetto alla quantità, si dona tutto a tutti. E’ interessante che il contesto in cui lo Spirito si manifesta a Pentecoste in questo brano lucano sia chiaramente comunitario. Il dono è dato tutto a tutti, ciascuno nel riceverlo entra nel dinamismo dell’annuncio. Si fa relazione.

La Pentecoste può essere accolta anche come celebrazione dell’uguaglianza delle creature, ben prima di qualche evento della modernità noto e importante per il suo valore di emancipazione nel campo dei diritti. Non si tratta di un dono egoistico da sfruttare in chiave di ostilità e contrapposizione. Si configurano, piuttosto, come potenziamento della comprensione reciproca in un processo vigoroso di trasformazione generale, che mira a diventare sempre più contagioso attraverso il coinvolgimento nella comunione.

E appare chiaro, a questo punto, che alcune lezioni della Pentecoste rimangono ad oggi abbastanza disattese. L’universalità del dono è imbrigliata spesso e volentieri in strutture sclerotiche e sclerotizzanti, più abili a instaurare steccati nella comunione che a comunicare il flusso dello Spirito. Di conseguenza, è fortemente tradito il valore dell’uguaglianza rispetto alla profezia.

Il trascorrere del tempo ha prodotto, fra gli altri, l’effetto non della comprensione reciproca, ma del vicendevole misconoscimento, subordinando quel messaggio iniziale a vari percorsi di legittimazione. E’ quanto si osserva nelle divisioni fra cristiani e in vari scismi più o meno riconoscibili all’interno di ciascuna confessione. La diversità nella Pentecoste è parte dell’evento e si coniuga all’armonia, la comunione amplia il ventaglio dell’inclusione. Questo programma resta una meta per la vita delle chiese e delle società, permane come monito che segnala e richiama costantemente all’altezza della chiamata (cf. Efesini 3, 17-19). E’ anche l’importante termine di paragone, che non può essere ignorato.

Nel discorso dell’altro, nell’annuncio della chiesa sorella si dovrebbe poter accogliere l’energia, che, in ultima analisi, dovrebbe riconoscersi nella sostanza dello stesso annuncio. Mai l’altro che annuncia dovrebbe essere silenziato.

Oggigiorno una particolare attenzione dovrebbe essere posta da parte di tutti i cristiani all’annuncio proveniente dall’Africa, dall’America Latina, da territori in cui l’attesa del compimento di quella promessa, sempre antica e al contempo nuova, si fa sentire con un’urgenza speciale. E proprio lì il cristianesimo è in crescita in forma libera, ma molto sensibile ai temi carismatici.

Se l’ascolto è preliminare alla preghiera, all’accoglienza degli insegnamenti, questo non si delinea in un’unica direzione, ma rimane aperto alla creatività dello Spirito, capace di provenire e di giungere ovunque, quindi, a maggior ragione, da una chiesa sorella.

A Pentecoste l’urgenza dell’annuncio, paragonabile all’urgenza che spinge gli amanti a incontrarsi, ha precedenza su tutto, non si sofferma su confini e definizioni, vive di forza e di entusiasmo.

Strategia di guarigione

I credenti sono riuniti e attendono che la promessa si compia a cinquanta giorni dalla Pasqua, dopo aver visto Gesù salire al cielo. Secondo la coordinata del tempo e quella dello spazio, sperimentano una distanza, declinabile anche come distacco, che deve aver necessariamente presentato il suo carico di difficoltà e di incertezza. Il pericolo della dispersione era notevole.

Il brano esposto nel libro degli Atti implicitamente espone una strategia di superamento della problematica, che potremmo considerare al pari di una terapia. La modalità fondamentale è rintracciabile proprio nell’unità. Rimanere gli uni accanto agli altri rende più forti, consola, offre una dimora nella dimora, in cui il cemento dovrebbe essere rappresentato dai vincoli di amicizia, di solidarietà, di aiuto reciproco. Il loro stare insieme non si limita a quanti erano presenti in quel preciso momento, nello stesso luogo risale. Risale ad Abramo e alla famiglia sterminata dei suoi discendenti. Diversamente non si spiegherebbe il collegamento con il brano veterotestamentario del profeta Gioele. La consapevolezza di queste radici profonde rafforza l’identità nuova che si prepara e che coinvolge tutti dal profondo, nello Spirito.

La loro unione non era casuale ma si era dotata di una meta, sono uniti in Dio, si riconoscono destinatari del suo impegno e si preparano a incontrarlo, a riceverlo attraverso la fede e le sue espressioni, prima fra tutte la preghiera. Questa modalità fa spazio e consente di accogliere lo Spirito, non confondendolo con un vento qualunque. Finalmente l’emancipazione compie il suo ciclo, quando i credenti diventano soggetto di annuncio, ricevutane facoltà dallo Spirito. E, a loro volta, comunicano comunione. Si esprimono attraverso le lingue, lo stesso mezzo che raccoglie la rivelazione. Tutti partecipano al suo continuo compimento secondo l’andamento libero e liberante dello Spirito, evento straordinario, proprio di ogni giorno ordinario.

Ada Prisco

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