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La storia spesso dimentica le donne. La prima donna rabbino Regina Jonas in un saggio di Ada Prisco

Non accade molto spesso che qualcuno scriva un saggio su un personaggio storico di sesso femminile. Anche adesso le donne sono considerate, non di rado, figure minori della storiografia, il cui contributo alla società, alla cultura, alle conoscenze scientifiche della contemporaneità può agevolmente essere accantonato o obliterato senza conseguenze. Un esempio lampante di questo atteggiamento mentale maschilista si ritrova persino nel caso in cui le donne abbiano rischiato o sacrificato la loro vita allo stesso modo e al fianco degli uomini, come nel caso delle partigiane che parteciparono alla Resistenza come combattenti, qualcuna persino comandante (25mila), staffette, infermiere e in tutte le attività di supporto (20mila), a cui alla liberazione ebbero la faccia tosta di chiedere di non sfilare.

E’ anche il caso di Regina Jonas, la prima donna rabbino della storia, a cui la scrittrice, teologa e docente Ada Prisco ha dedicato un saggio appassionato e appassionante (A. Prisco, Regina Jonas Una vita da rabbino, Pavia, Ed. Medea, pag. 108, € 15,00). La figura della Jonas è infatti emblematica di una lotta delle donne per il riconoscimento dei loro diritti, ma anche per la valorizzazione delle loro potenzialità, dei loro talenti che sono un dono per la donna che li riceve e per la società intera che sa riconoscerli e trarne beneficio.

Nata nella Berlino degli anni del primo ‘900, Regina Jonas viene raccontata dalla Prisco nella sua crescita culturale, nella sua vocazione religiosa e nella profonda e determinata volontà di diventare rabbino, un carisma che sentiva dentro di sé e che perseguì in mezzo ad innumerevoli ostacoli. Membro della comunità ebraica berlinese, perciò anche appartenente ad una minoranza religiosa, fermamente ortodossa nelle sue convinzioni, dopo la sua formazione di base nella scuola femminile ebraica e nel liceo superiore pubblico, dovette rivolgersi ad un seminario di ebrei riformati, più aperti e che riconoscevano la necessità e il valore di una istruzione religiosa di livello superiore anche per le donne, per la sua formazione e i suoi studi orientati al ministero rabbinico. Qui poté proseguire i suoi studi solo grazie all’aiuto di rabbini quali Max Weil, Yitzhak Isidor Bleichrode ed Eduard Baneth, già figure di spicco nel mondo ebraico tedesco.

L’Autrice ci accompagna in tutto il faticoso e difficile percorso della Jonas: dalla scelta di proporsi al seminario degli ebrei riformati (nel seminario ortodosso non l’avrebbero accolta) fino dall’esame per l’abilitazione al ministero rabbinico, con una tesi intitolata Le donne possono prestare servizio come rabbino?, tesi resa possibile solo dal fatto che nell’ambito riformato vi era un clima dialettico, anche se dell’argomento si discuteva solo in termini ipotetici e teorici. Nel suo saggio Ada Prisco spiega come nella tesi la Jonas abbia fondato la sua richiesta nella Scrittura, ripercorrendo la storia di sette profetesse, facendone emergere la libertà di iniziativa, l’impulso a coordinare la preghiera, l’intelligenza nella soluzione di problemi e situazioni complicate. Fondamentalmente cercando di far valere le ragioni del cuore, utilizzando la storia delle matriarche e delle donne eminenti della Bibbia per radicarle nella tradizione. E le ragioni del cuore di Regina Jonas erano quelle di una donna che sente che anche se nessuna donna aveva prima di lei mai ricoperto il ministero di rabbino, lei non poteva che seguire il suo spirito, quello che, era convinta, Dio le aveva dato non per restarsene ferma sulle usanze antiche ma per lottare e ristabilire l’armonia originaria del piano divino, che ricomprende anche le donne. Più tardi infatti, quando era già rabbina, la Jonas scriverà: “E’ impossibile sostenere il principio della santità se a soddisfare i suoi requisiti è soltanto una parte del popolo ebraico“. Ottanta pagine di tesi esposta con passione, ma anche con quella compostezza e fermezza che la caratterizzarono sempre. Non fu sufficiente però e dovette impegnarsi a non chiedere l’ordinazione a rabbino.

L’Autrice ci racconta anche i compromessi a cui fu costretta la Jonas, che non toccarono mai i fondamenti del suo rigore morale, ma ai quali scelse di piegarsi per raggiungere l’obiettivo, in particolare proprio l’ordinazione. Ricevette infatti l’ordinazione a rabbina in modo segreto e con la firma di un solo rabbino, cosa che fece sempre affermare ai rigoristi che la sua ordinazione non aveva valore. Ada Prisco ci spiega la scelta di questa donna straordinaria sottolineandone la consapevolezza del ruolo del popolo ebraico nella storia, riportando le parole della Jonas: “Altri popoli preferiscono diffondere arte e scienza, ma il compito del popolo ebraico nella vita è soprattutto seminare la fede in Dio in tutta l’umanità“.

Nel suo breve saggio Ada Prisco mette in luce non solo i moventi ma anche la straordinaria personalità della Jonas come rabbino, nella sua attività complessiva e in particolare di cura pastorale. La Jonas infatti non era solo una donna che aspirava ad un ruolo fino a quel momento riservato solo agli uomini, ma una ebrea che visse e lavorò sotto le persecuzioni del regime nazista. Ci viene raccontato della detenzione di Regina nel ghetto di Terezin, usato come modello di aggregazione di comunità ebraica, fiore all’occhiello del regime, da cui si poteva uscire solo per finire in campo di concentramento e alla morte. Lì la Jonas rimase due anni, occupandosi dei tanti bambini (ce n’erano circa ventimila), organizzando e partecipando ad attività artistiche e letterarie, contribuendo a quello straordinario laboratorio di creatività che fu ad un certo punto, pur nell’orrore della detenzione in condizioni disumane, Therezienstadt, dando così ragioni di speranza. Il ruolo riconosciutole nel ghetto fu quello di Seelsorger, curatrice di anime.

Quando fu trasferita ad Auschwitz, dove morì, non si perse d’animo: andava ai treni della morte che arrivavano carichi di persone destinate alle camere a gas, incoraggiando, confortando, cercando di dare la forza di affrontare una sorte tanto ingiusta e terribile.

Non viene dimenticato dall’Autrice neppure l’aspetto più personale della vita di Regina Jonas, quello dei sentimenti e dell’amore, che portano donne e uomini a formarsi una famiglia propria. Anche in questo la Jonas fu pioniera e pagò il prezzo delle sue scelte. Come viene sottolineato nel saggio, probabilmente Regina aveva messo in conto di non avere una vita sentimentale e privata, una famiglia come le altre donne. Sapeva che per lei sarebbe stato difficile trovare un compagno che accettasse con serenità il suo ruolo e le sue scelte, senza dire dell’atteggiamento, nel migliore dei casi ironico se non addirittura ostile, delle comunità ebraiche dell’epoca. Anche questo è un prezzo che molte donne pagano tuttora: siamo spesso messe davanti alla durissima scelta fra il nostro lavoro e la famiglia, una scelta che non viene imposta agli uomini. E quando la donna sceglie il lavoro, come fece Regina, viene giudicata e condannata per aver rifiutato il ruolo che invece la società, anche oggi almeno in parte, predilige per esse. L’uomo di cui si innamorò era a sua volta un rabbino, vedovo e più anziano di lei. Non si sposarono mai e alla fine delle loro vite, entrambi si trovarono contemporaneamente ad Auschwitz, dove sopravvissero per pochissimo, separati dalla violenza del campo di concentramento e dove entrambi morirono nel 1943. Un amore intenso ma breve, con pochi momenti di felicità.

Qual’è l’eredità lasciataci da una donna così straordinaria? Secondo Ada Prisco furono la combattività, il lavoro e la competenza, la fedeltà a se stessa, il servizio, il prendersi cura, lo sguardo di fede e la capacità di guardare oltre il buio dei tempi per ritrovare in Dio e nel destino del popolo ebraico una luce di speranza e coraggio. Un’eredità che fu dalla Jonas declinata nel segno della fede profonda unita all’impegno pastorale e civile. Ascoltiamola, Regina, in alcune frasi di una sua lezione tenuta a Therezienstadt, di cui la saggista riporta un brano più lungo: “Siamo servitori di Dio e in quanto tali ci muoviamo dalla dimensione terrena a quella eterna. Possa tutto il nostro lavoro, attraverso il quale abbiamo cercato di dimostrarci servitori di Dio, essere una benedizione per il futuro di Israele e per l’umanità“. Il suo pensiero era rivolto al ruolo di Israele nel mondo, come Dio lo aveva determinato, e con questo coltivava la sua speranza e infondeva speranza nei cuori dei perseguitati.

L’ultimo oltraggio per Regina Jonas, come per tante altre donne le cui storie “minori”, hanno contribuito in modo talvolta determinante a scrivere la grande storia attraverso la loro opera e la loro intelligenza e sensibilità, è stato dimenticarla, come donna e soprattutto come rabbina, persino sottraendole la primazia rabbinica, che la storia ufficiale attribuisce a Sally Priesand, ordinata rabbina negli USA nel 1972. Del resto la possibilità per le donne di ricoprire ruoli di responsabilità nelle chiese (il sacerdozio, il pastorato o il vescovato ad esempio) è tuttora controversa e spesso formalmente esclusa. Non le è stata risparmiata neppure la perdita dei suoi documenti, il suo lavoro e tutto ciò che ne portava traccia. Quando fu deportata a Terezin lasciò le sue carte a Berlino, dove a causa della divisione della città in due alla fine della guerra, rimasero sepolti negli archivi della Germania Democratica. Furono ritrovati solo dopo la caduta del muro nel 1991.

Il volume indaga il perché di una tale perdita di memoria, che impedì anche a persone che avevano conosciuto e lavorato con la Jonas di farne menzione anche dopo il 1945, concludendone che, al di là delle più o meno colpevoli omissioni, vi è un dovere di ricordare: “Avendo abusato della libertà di dimenticare, ora la memoria collettiva dovrebbe forse farsi carico della responsabilità di renderle giustizia, se non altro raccontando la sua storia“. E’ ciò che ha fatto Ada Prisco, con la sua solita notevole competenza ed una sensibilità non comune.

Marta Torcini

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