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La Carta ecumenica compie vent’anni

Il 22 aprile 2021 la Carta ecumenica ha compiuto vent’anni. Si tratta di un documento importante, quanto abbastanza sconosciuto, firmato dalle Chiese d’Europa.

A Strasburgo avveniva l’Incontro Ecumenico europeo in risposta alla sollecitazione del Consiglio delle Conferenze Episcopali Europee (CCEE) e della Conferenza delle Chiese Europee (KEK), allo scopo di elaborare una riflessione comune agli albori del terzo millennio. Nella grande assise confluirono non soltanto tutti i membri della CCEE e del Comitato centrale della KEK, ma anche numerosi delegati delle Chiese di tutta Europa.

Allora fu presentata la Carta ecumenica elaborata all’interno del Comitato congiunto KEK-CCEE a Roma nel 1998 e proposta in bozza nell’ambito dello stesso Comitato in Portogallo, a Porto, nel 2001.

La Carta, in realtà, aveva avuto una gestazione più lenta, reagiva alla lettura dei segni dei tempi emersa fin dalla Prima Assemblea ecumenica Europea di Basilea, Pace nella giustizia, del 1989. A proposito degli snodi sottoposti all’attenzione delle chiese, si legge al numero 8 del documento finale di Basilea:

Ci troviamo di fronte tutta una serie di problemi collegati tra loro che mettono a repentaglio la sopravvivenza dell’umanità. Presi tutti insieme, essi rappresentano una crisi mondiale. Questi problemi possono essere considerati sotto i titoli: giustizia, pace e ambiente. Cresce la consapevolezza che si tratta di problemi urgenti e collegati. A meno che non si realizzino cambiamenti di ampio respiro, nei prossimi anni la crisi si aggraverà. Quello che paventiamo come una crisi diventerà una catastrofe vera e propria per i nostri figli e i nostri nipoti.

Ritornava all’attualità anche il documento finale della Seconda Assemblea Ecumenica Europea di Graz, in Austria, nel 1997. Dove, tra l’altro, si legge:

La difficile situazione in cui versa attualmente per varie ragioni la comunione ecumenica richiede che si prendano consapevolmente delle contromisure. Sembra necessario coltivare una cultura ecumenica del vivere e lavorare insieme e stabilire a tale scopo un fondamento vincolante.

E con questa motivazione raccomanda:

Raccomandiamo alle chiese di redigere un documento comune che contenga i diritti e i doveri ecumenici fondamentali e di dedurne una serie di direttive, regole e criteri che possano aiutare le chiese, i loro responsabili e tutti i loro membri a distinguere fra proselitismo e testimonianza cristiana, nonché fra fondamentalismo e autentica fedeltà alla fede e a configurare, infine, in spirito ecumenico le relazioni fra le chiese maggioritarie e le chiese minoritarie.

Sottoposta alla lettura del Consiglio d’Europa il 20 aprile e esaminata nei gruppi di lavoro dell’Incontro Ecumenico, il 22 la Carta è firmata dai due Presidenti della CCEE e della KEK, il cardinale Miloslav Vlk e il metropolita Jérémie Kaligiorgis, e diventa un documento ufficiale comune alle Chiese d’Europa.

Di poco successiva alla dichiarazione congiunta luterano-cattolica sulla giustificazione1, incastonata fra il tema della riconciliazione dell’assemblea di Graz e quello del rinnovamento2 della successiva assemblea ecumenica di Sibiu, la Carta si configura, da un lato, come l’esito di una presa di coscienza comune, dall’altro come un vero e proprio programma di vita.

Farsi carico delle situazioni concrete di vita di uomini e donne che in questo tempo soggiornano sul suolo europeo diventa soggetto di una comune assunzione di responsabilità.

Il programma di vita si qualifica come piano di lavoro per testimoniare con i fatti la fede professata e per corrispondere alla propria vocazione in spirito di unità, almeno per quanto possibile. È una sorta di vocabolario minimo, accessibile a chiunque e utile a nutrire la comune speranza fondata in Cristo.

In realtà ancora oggi si dibatte tanto sulla consistenza dell’Europa come soggetto comunitario dotato o meno di uno spessore politico comune, pertanto possiamo riconoscere nella Carta uno spirito profetico.

Non si presenta come trattato elaborato e complesso, preferisce la strada dell’essenzialità e della concretezza, proprio per godere dell’agilità che raggiunge un obiettivo bene individuato. In questo caso, questa finalità è riconducibile semplicemente all’unità.

La puntualità del suo messaggio acquista maggior valore, se paragonato al panorama umano mutato e in costante mutamento per l’arrivo in Europa di consistenti flussi migratori, che favoriscono l’incontro fra le religioni: in questo consesso con quale coesione si presentano i cristiani?

La testimonianza di un cristianesimo coeso manifesta di per sé, e anche all’interno del cristianesimo stesso, una forte eloquenza, specie in un tempo in cui la comunicazione della fede non è più tanto scontata come lo era alcuni decenni or sono.

Nella sua voluta essenzialità la Carta prende sul serio la lettura della situazione scaturita da Graz e cerca di relazionarsi al volto di un mondo europeo in preda all’incertezza e alla difficoltà, dettate da un cambiamento epocale, del quale ancora oggi si fatica a definire i contorni. Una delle piaghe individuate dalla Seconda Assemblea Ecumenica riguarda la mancanza di una cultura della condivisione. Dunque, le indicazioni ecumeniche del 2001 si prefiggono di tornare a insegnare i fondamenti stessi del vivere civile e della messa in comune di luoghi e di momenti in uno spirito capace di rispecchiare il vangelo.

Vuole essere anche un argine a possibili degenerazioni nei confronti del diversamente religioso: un aiuto a scrivere la relazione più delicata nell’incontro fra credenti per evitare che la buona intenzione della testimonianza non si appropri dell’abito del proselitismo, che la snatura. La Carta predispone il terreno, affinché questioni più specifiche trovino una grammatica in grado di articolare un linguaggio condiviso.

La pedagogia sottintesa è quella del facendo s’impara, lascia spazio all’azione, richiama a possibili forme di impegno comune da intraprendere nell’orizzonte della responsabilità e della attenzione reciproca, mantenendo la vista focalizzata sulle emergenze locali.

Il retroterra spirituale del documento è molto ampio, è un respiro aperto all’universalità e alla condivisione. Non appare fuori luogo trovare un’analogia con lo spirito di Assisi del 1986, quando, su invito di papa Giovanni Paolo II, i leader delle religioni mondiali si trovarono a pregare nello stesso luogo e nel rispetto delle reciproche differenze.

Le comunità firmatarie si contenevano nell’ambito della cristianità, trovando in ciò l’importante comune denominatore della fede. Non a caso, infatti, la Carta vede la luce nel 2001, anno nel quale la Pasqua ricorreva il 15 aprile per tutti i cristiani, e nell’ottava di Pasqua. La cornice di origine e di approdo è quella della testimonianza comune della fede in Cristo morto e risorto. Può essere letta come segno pasquale, di morte e risurrezione, e profezia di unità dei cristiani.

Inoltre, il giorno in cui è stata apposta la firma, è stato preceduto da due giornate a carattere biblico, in cui la scena è stata dominata, tra l’altro, dall’immagine di Gesù in cammino con i discepoli di Emmaus (Lc 24, 13-35).

Nei resoconti delle giornate preparatorie i gruppi di lavoro sono stati i veri protagonisti grazie al clima assembleare che ha partorito la Carta. Dalle sintesi di alcuni portavoce è interessante ricavare come ritorni il termine cultura, che era presente nell’analisi di Graz con il suo peso di negatività, che ritorna a Strasburgo carico di speranza. La Carta è figlia della cultura del dialogo che spirava allora in quel contesto e resta efficace nella misura in cui ne trovi di simili ovunque in Europa.

Cristiani, teologia e pandemia

Come tutti gli anniversari anche questo favorisce la rilettura del documento, un bilancio degli impegni assunti allora. Stavolta, però, c’è qualcosa in più. Il ventesimo anniversario cade in un tempo particolare, tragico e significativo al tempo stesso. E’ tragico, perché non soltanto l’Europa, ma l’intero pianeta è sottoposto al giogo del nemico invisibile “ribattezzato” Covid 19. E’ significativo, perché le teologie non possono esimersi dall’elaborare un senso, capace di evidenziare il nesso costitutivo fra finito e infinito, storia e metafisica, umano e divino.

Molti impegni caratterizzanti la Carta riguardano l’ambiente in senso ampio. Oggi nessun discorso simile potrebbe ignorare la pandemia e i suoi effetti a ogni livello, culturale, economico, politico. Le chiese potrebbero concentrarsi particolarmente sugli approfondimenti teologici connessi all’attualità. Se oggi firmassero un’appendice alla Carta ecumenica, che cosa potrebbero aggiungere per arrecare senso e consolazione ai cristiani, o in generale all’umanità, provata dalla temperie più volte paragonata a una guerra?

Sub contraria specie

Il paradosso è una grande lente alla luce della quale le fonti, a partire dalla Scrittura, e gli interpreti leggono l’agire di Dio, che si rivela, rimanendo nascosto e che agisce proprio lì dove i semplici mezzi logici umani potrebbero denunciarne la totale assenza. La croce è in tal senso la dimensione onnicomprensiva di tutto l’agire salvifico e della vita del cristiano, non è riducibile a un singolo momento e non è separabile dalla luce della risurrezione, per il fatto stesso di qualificare l’azione divina. Se l’apostolo Paolo è l’autore che più si dedica all’approfondimento di questo segno, svelandone totalmente il paradosso, Lutero è attento e qualificato lettore della sua teologia. Una formula a cui ricorre spesso è sub contraria specie (sotto contraria sembianza), con riferimento al modus operandi di Dio, nascosto perché in ultima analisi sempre oltre e inafferrabile, misterioso, nascosto anche perché all’opera laddove l’apparenza della realtà non lo manifesta. La scelta di diventare uomo ne è un esempio. Esempio ancora più eloquente è l’assumere la morte sulla croce. Si potrebbe mai cercare Dio sotto le sembianze di un uomo? Chi fiuterebbe la vita in un morto?

Questo agire paradossale che vede Dio rivelarsi nel nascondimento e nascondersi nella rivelazione staglia dinanzi una pista ermeneutica di grande concretezza, molto feconda di sviluppi esistenziali, antropologici. Si propone quale chiave di lettura dell’uomo non meno di quanto si proponga di conoscere Dio. E conduce ad esiti paradossali: è proprio la fragilità a consegnare colui che è la fonte della forza.

In particolare ogni condizione di particolare precarietà e debolezza diventa luogo pregnante della rivelazione di Dio, opportunità per accogliere a più livelli la dimensione onnicomprensiva della croce, percorrendola personalmente. A questo punto rintracciare Dio, seguirne le orme, intuirne la presenza esige un capovolgimento dei più comuni schemi del ragionamento umano. Esige una conversione non ristretta all’ambito morale, agli atteggiamenti, alle azioni, ma ben più ampia, capace di rimettere regolarmente in questione le categorie del pensiero. Si tratta di una sorta di rivoluzione copernicana, una critica kantiana ante litteram. Nei punti in cui la linearità e una pretesa coerenza umana s’inceppino, allora ci sono buone probabilità di entrare in una più autentica comunione con Dio. E’ come scovarlo ad ogni inciampo, mentre saremmo portati a pensare che sia meglio un cammino sicuro e privo di passi falsi. Dove s’intravede l’interruzione dei nostri schemi, inizia la realtà più autentica, quella in cui Dio e uomo s’incontrano nella croce pulsante del Cristo. In questo modo la sapienza tutta umana è sconvolta, tanto quanto ogni religiosità statica e centrata sulla pratica di se stessa.

La formula teologica sub contraria specie costituisce anche un’originalissima espressione della trascendenza di Dio: il totalmente Altro agisce in modo sostanzialmente differente da quello creaturale più comune, assume parametri diversi. Il suo stile, però, è essenzialmente comunicativo, entra in relazione e induce costantemente al dinamismo, alla conversione.

Ciò non toglie che resti arduo questo incontro, chiama ad altezze sempre superiori, sia l’intelligenza sia la spiritualità. Dov’è Dio? Dove non immagineresti. E’ come dire, dove non vorresti. Riconoscere Dio nella morte, concretamente in una persona morta, ad esempio, implica il dover attraversare in qualche modo quella morte. E chi lo vorrebbe? Chi lo andrebbe a cercare lì?

Inoltre, è da mettere in conto la tendenza diffusa e vecchia, probabilmente quanto il mondo, che porta a recriminare sul male subito, a chiedersi perché?, perché a me?

E poi c’è l’abitudine a chiudere ogni esperienza nella gabbia di un giudizio univoco. Questi abiti mentali precludono l’accesso alle circostanze, in cui Dio, malgrado le apparenze contrarie, si rivela. In quest’ottica persino il peccato è opportunità e lo è in vista della santità, non certamente perché la creatura vi resti impantanata o se ne lasci vincere o ne sia umiliata. Tutta l’azione di Dio è sempre finalizzata al bene delle creature, come è affermato nelle Scritture e come è attestato dalla croce. La vita intera diventa così pratica di un’ascesi, che, di giorno in giorno, conforma al Cristo, crocifigge il vecchio e lascia emergere il nuovo.

Questo andamento si mostra simile al nascondino. Elude l’eccesso di logica e razionalità, stimola al movimento e all’abbattimento di sé, allo svuotamento di sé. L’espressione comune mettersi in gioco riferisce fedelmente l’impegno richiesto. Nella non evidenza si allena la fede.

Distanza, frammentazione e riconciliazione

Tornando alla circostanza del momento storico attuale, quale lettura è possibile alla luce del criterio della sembianza contraria? Il distanziamento imposto da diversi mesi di confinamento, che perdura tuttora, apparentemente parla di isolamento, di lontananza interpersonale, di frammentazione. La sensazione prevalente è quella della vita bloccata. Un accresciuto bisogno spirituale si accompagna allo smarrimento dovuto alla sospensione delle abituali pratiche di culto. Anche in questa circostanze possiamo applicare il criterio sub contraria specie?

Se Dio si rivela contrariamente alle nostre aspettative, possiamo riconoscere che la pandemia, le sue modalità, gli sconvolgimenti che comporta, è senz’altro quanto di meno potesse aspettarsi questo nostro mondo globale, autosufficiente, avvezzo a rivendicare le proprie libertà.

Ciò pone un campo difficoltoso quanto promettente alla riflessione teologica. Se affrontato coralmente, ecumenicamente, può riservare risultati ancora più efficaci.

Il punto di forza più evidente della Carta ecumenica siglata a Strasburgo vent’anni orsono è il noi, soggetto corale sempre presente e compatto, in se stesso superamento di ogni distanza e di ogni barriera. Il noi si qualifica nello slancio alla comune testimonianza della fede e all’impegno zelante a servizio del mondo, a partire dalle urgenze manifestate dall’Europa e dai cambiamenti che la interessano. Il tempo della pandemia può rappresentare l’occasione giusta perché questo noi si configuri con maggiore incisività rispetto alla storia e dimostri con i fatti il proprio impegno a conformarsi al Cristo sofferente e vittorioso sulla morte. Anche l’isolamento è una forma di morte. Possiamo riconoscervi debolezza, povertà, ma anche il terreno fertile a un desiderio rinvigorito di vicinanza, che, tradotto in termini di dialogo, può diventare riconciliazione.

Una riconciliazione riguarda direttamente lo stesso documento, che, pur citato spesso dagli esperti del settore, rimane abbastanza ignoto e pressoché assente nei processi di ricezione delle singole chiese.

Quanti cristiani, quali chiese, nel momento in cui analizzano e predispongono strategie pastorali tengono presenti dentro di sé e nelle opere che promuovono la presenza degli altri cristiani come propri collaboratori a servizio dello stesso unico spazio e tempo? Anche questa è frammentazione, ma forse prima non lo sapevamo abbastanza. Anche questo è isolamento, ma nessun ostacolo ne impedisce il superamento.

Prima di ogni chiave interpretativa teologica, il vangelo propone con assoluta chiarezza il modello del servo, incarnato da Gesù in maniera esemplare e proposto ai cristiani: chi si esalta sarà abbassato; chi invece si abbassa sarà innalzato (Lc 18, 14). Il dialogo fra le confessioni cristiane è già maturo, al punto da trasferirlo nella pratica quotidiana così che sia arricchita dalla sostanza ecumenica?

La pandemia ci ha ricacciati indubbiamente nella nostra insufficienza e nella carenza che l’umanità presenta a tanti livelli. L’ottica della riconciliazione può ricondurci ai propositi di collaborazione, che, lungi dal restringersi a un campo meramente pragmatico, ci schiude un modo nuovo di approcciare al reale, riconoscendo nella debolezza anche del peccato della separazione la grande opportunità d’incontrare Dio che si rivela e che chiama a un modo più profondo, a un modo rinnovato di essere cristiani, conformi al Cristo morto e risorto.

Questo ventesimo anniversario ci ripropone la lettura veloce e snella della Carta, mentre di fronte abbiamo una condizione umana che mette in crisi la capacità di resistere al male, di non lasciarcene abbattere. Malgrado le apparenze, possiamo rintracciare in ciò una sorprendente rivelazione di Dio, che chiama i cristiani all’unità e li chiama a superare modelli stantii e autocentrati.

Quello che saremo esattamente non lo sappiamo, ma possiamo passare oltre, arrivare là dove egli ci attende, rafforzati dai presupposti e dagli impegni, che i cristiani, diversi per sensibilità, fratelli in Cristo, hanno scelto e sottoscritto, senza che molti se ne accorgessero.

E’ un segno umile, piccolo, passa inosservato. Alla luce del principio del paradosso e della sembianza contraria, merita molta attenzione da parte di tutti. Può nutrire fattivamente la speranza, che tanto oggi anela a diventare corpo, che tanto necessita dell’apporto di tutti per farsi concreta, per farsi incontro e qualificarsi come crisi, in cui il Dio nascosto si rivela oltre i limiti dell’immaginazione umana.

Ada Prisco

1 È stata firmata in Germania, ad Augsburg, il 31 ottobre, festa della Riforma, 1999. Cfr. Il consenso cattolico-luterano sulla dottrina della giustificazione, a cura di F. Ferrario-P. Ricca, Claudiana, Torino 1999.

2 La Terza Assemblea Ecumenica svoltasi in Romania nel 2007 aveva come titolo proprio La luce di Cristo illumina tutti. Speranza di rinnovamento e di unità in Europa.

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