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Dante. La teologia della pace

Tutti hanno letto, molti hanno scritto, eppure Dante (1265-1321) resta più che un classico un prodigio. La sua opera è un’architettura mirabile tenuta insieme da preziosi fili di seta capaci di riflettere la luce senza pretendere di aggiungere niente al suo splendore. E’ umile e sublime al tempo stesso. La Commedia si porge tanto pregnante in sostanza umana, quanto slanciata nel divino. E nella folla di personaggi incontrati, più o meno loquaci, è possibile di ciascuno individuare volto, accento e storia. Se può essere descritta medievale la presenza palpabile di Dio, dello spirito come realtà, è senz’altro orgogliosamente rinascimentale il primo piano riservato ai tanti quadretti messi in mostra lungo il tragitto, che attingono alle cronache, restituendole nella cornice delle passioni, più o meno concordi con la volontà del Sommo Fattore.
Pur essendo un poeta, Dante può trovare molte altre definizioni. La sua opera attinge a piene mani dalla storia, dalla letteratura. E’ un faro apripista nella scelta linguistica. Contiene e rimanda riflessi infiniti di un fecondo sostrato biblico. Nel Convivio (II, I, 1-9) disserta anche a proposito dei sensi della scrittura, dell’interpretazione letterale e di quella allegorica, di quella morale e quella anagogica. Pertanto i suoi versi si possono considerare a pieno titolo anche un’esposizione non sistematica, ma straordinariamente coerente, di teologia cristiana. Lo scopo immediato della sua scrittura non è quello di insegnare la saggezza della fede. Nel diletto del capolavoro letterario, però, la restituisce totalmente integra attraverso la sua esperienza di pellegrino credente.
In occasione dell’anno settecentenario dalla sua morte, culminato nel Dantedì del 25 marzo 2021, Dante è stato celebrato e ancora lo sarà per tutto il 2021, in molti modi. Papa Francesco, inserendosi nel solco di molti suoi predecessori, ha dedicato alla ricorrenza la lettera apostolica Candor lucis aeternae. Scorrendo la lettera di Dante a Cangrande della Scala (specialmente XIII, 39 [15]), apprezziamo la Commedia anche quale ideale cammino di liberazione, quasi un esodo pasquale:

Il fine di tutta l’opera … potrebbe essere anche molteplice, cioè vicino e lontano; ma tralasciata una ricerca così sottile, si può dire in breve che il fine di tutta l’opera … consiste nell’allontanare quelli che vivono questa vita dallo stato di miseria e condurli a uno stato di felicità.

La sostanza teologica della sua opera offre l’occasione giusta alle scienze teologiche per rileggersi alla luce di alcuni suoi paradigmi fondamentali, quali l’escatologia, la profezia, l’ascesi, il viaggio, la relazione, l’etica, la pace.

Molti temi potrebbero essere enucleati e indicati nella loro sensibilità e secondo il profilo religioso. Stupisce che risultino tasselli ordinati, posti in sequenza lungo un filo che conduce con straordinaria chiarezza da un preciso punto di partenza, l’essere umano, a un preciso punto di approdo, Dio.

Escatologia e Commedia
Se l’escatologia nelle teologie cristiane appare da sempre come un cantiere aperto e spesso alla ricerca di una sua precisa identità, se tende a essere affrontato nelle predicazioni o poco e malvolentieri o troppo con o senza pertinenza, in Dante tutto appare armonico.
Gli incontri, in cui Dante s’imbatte con le sue guide, Virgilio, Beatrice e San Bernardo, descrivono l’istantanea del destino ultraterreno di uomini e donne. Di ognuno egli mostra come è andata a finire e, con maggiore o minore dovizia di particolari, ricorda da dove era partito. L’esistenza terrena appare in continuità armonica con il destino successivo alla morte. La riforma d’occidente non aveva ancora avuto luogo, per cui l’impianto speculativo tiene opere e meriti in particolare considerazione.
L’escatologia è intrecciata profondamente con la soteriologia. E il discorso salvifico, nelle cantiche di apertura e chiusura, vale a dire inferno e paradiso, è chiuso. Resta in divenire per coloro che ambiscono a progredire verso le altezze celestiali, ma ancora necessitano di purificarsi. Questi sono gli abitanti del purgatorio, altra categoria teologica molto discussa e non recepita dalla Riforma fin dall’epoca di Lutero e Calvino.
Le condizioni dei dannati, dei purganti e dei beati non si esaurisce nella ampia collocazione interna alla cantica. Un complesso sistema, simile a una cosmologia parallela, che riflette gli evidenti influssi aristotelici, tolemaici e tomistici, disegna il regno dell’oltre, circoscrivendo in aree significative le anime raggruppate per somiglianza. Il minimo comune denominatore è offerto dal peccato e dalla virtù. Nell’intricata impalcatura niente è sprovvisto del suo opposto, tutto s’inchina con riverenza alla legge aristotelica del contrappasso. Questa determina la pena, disegna la condizione. Configura pertanto un aldilà, che, per la gran parte, è diretta conseguenza dell’aldiquà.

Fra gli studenti e fra i lettori in genere è inattaccabile la preferenza per l’Inferno a scapito delle altre due cantiche. Perché? E’ il regno in cui le passioni umane si mantengono dominanti e appaiono ben conservate, ma sono pure palpitanti di vita, trasudanti ribellione, centrate più sull’io che in Dio. Accondiscendere completamente alle passioni ha consegnato i dannati all’inferno.
Poco importa che il poeta ne sveli la natura profonda, mentre giungono al loro esito ultimo, la condanna, la dannazione, l’asservimento della persona a quella data passione. Chi legga o ascolti quei versi vi si immedesima con maggiore facilità e si commuove più che dinanzi alle virtù. La cornice complessiva dell’opera, però, non perde mai di vista il suo fine ultimo, rintracciato nella comunione in Dio. E i dannati mancano vistosamente l’obiettivo. Consegnano così alla letteratura il prestigio del sentimento irrazionale e isolato dal progetto di vita finalizzato, che, invece, è additato nell’adesione a Dio. Nella sua esaltazione del peccato, che pure, al tempo stesso, è una condanna, l’inferno ammicca con più simpatia e vivacità.
Guardando scorrere le pagine in lingua volgare, accessibile ai più, si ha l’impressione che il noto adagio latino, faber est sui quisque fortunae, cioè ciascuno è artefice del proprio destino, trovi piena attuazione. Gli atti umani hanno un peso e possono mostrare in eterno le proprie conseguenze. La vita umana non finisce quaggiù, è carica di un respiro eterno, che si volga al bene e a Dio o al male e agli idoli. Ciascun uomo contiene in sé una fabbrica di idoli, che emergono dalla sua scala di valori, dalle sue scelte, dal suo modo di sentire. Ogni essere vivente serba il potenziale della santità, che si manifesta come piena adesione a Dio, realizzazione del suo progetto d’amore, emancipazione dal dominio delle passioni terrene. Non si più parlare di cielo, senza far menzione della terra, non si può arrivare a rivelare il divino, dimenticando le creature di questo mondo.

La profezia
A Dante è giustamente riservata una collocazione unica nel mondo delle arti. L’aura, che lo avvolge, ha un che di sacrale. E’ riconosciuto, tra l’altro, come padre della lingua italiana, perché all’aulico latino, preferì una parlata più vicina al popolo e perciò detta volgare, misto di dialetto fiorentino contaminato da altri apporti. Non ha temuto di correre un rischio, ha intuito, colto e preparato il futuro. E’ partito dall’intenzione di rivolgere a tutti la parola. A cominciare da questa scelta di fondo ha caricato e circondato il suo messaggio di una valenza sacra, capace di guardare dritto in volto all’essere umano, prima di dirigersi spedito verso Dio. Ha saputo farsi antropologo e teologo. Portando alla luce in forma piena e maestosa il compimento del destino dell’uomo, della donna, dei popoli, Dante pronuncia una profezia. Questo compito coincide spesso con la missione affidata da Dio agli uomini ispirati, che parlano al popolo in sua vece. Guardano alla storia, ne analizzano l’andamento e portano a conoscenza di tutti come quegli eventi evolveranno. Lo sguardo e l’azione di Dio sulla storia diventano il contenuto dell’annunzio dei profeti. Dante ammanta una comunicazione simile sotto le spoglie di finzione letteraria.

L’inferno dantesco disegnato da Sandro Botticelli

Denuncia che il corso degli eventi umani non è dominato dal caso, ma fluisce anch’esso fra due punti ben individuabili, l’essere umano e Dio. Quanto contano le passioni nella loro autonomia, quanto Dio riesce a manifestare la sua unicità e trascendenza, questi elementi confluiscono nel risultato definitivo. La storia, dunque, ha un fine e anche una fine. Il tempo è un protagonista importante, potremmo legittimamente riconoscere nel pensiero dantesco anche una filosofia del tempo. Non appare disegnato in circolo, ma può diventarlo. Il destino eterno dei dannati e dei beati, infatti, si muove circolarmente, proprio perché è ormai chiuso, non conosce più il tempo, lo ha superato. L’unico stadio ultraterreno che ancora ne reca traccia è il purgatorio. In questo luogo, analogamente a quanto avviene durante l’esistenza terrena, anche il tempo è rivestito di un significato precipuo, la salvezza. Questo è lo scopo dello scorrere di quelli che la convenzione umana definisce giorni. La cronologia dovrebbe servire quanto il cronometro agli atleti, per conquistare i risultati ambiti, per migliorare le proprie prestazioni, per proseguire slanciati lungo la corsa il cui traguardo è Cristo, come afferma l’apostolo Paolo (cf. Fil 3, 12).
Lo diciamo anche oggi, la vita è tutta una corsa! Soltanto che oggi spesso sembra essersi smarrito quell’enorme orizzonte di riferimento, che nella Commedia non manca mai, e cioè Dio e la relazione continua con lui, che inizia dall’intimo per concretizzarsi in ogni manifestazione dell’umano. Anche la storia nel suo insieme è leggibile come profezia, perché è disseminata qua e là di segnali, che lasciano capire se si proceda nella direzione sperata.
Eh già, la speranza! E’ un’altra indiscussa protagonista dell’opera. Coniugata al tempo, appartiene in forma eminente alle anime purganti, anche se rappresenta a pieno titolo un filo conduttore tematico. I dannati l’hanno persa, i beati l’hanno superata. E noi, così simili ai purganti, che ancora ci muoviamo su questa terra nella lettura della Commedia la accogliamo insieme al tempo e alla profezia. Orientarsi a un fine ben individuato fa riconoscere proprio la virtù citata come sostanza per quanto invisibile, ricalcando a grandi linee la descrizione della lettera agli ebrei (cf. Eb 11,1), cui anche il poeta si rifà (cf. Paradiso XXIV, 64).
La profezia cammina a braccetto tanto con la predestinazione quanto con la libera impresa dello spirito. Mostra il volto di un Dio benevolo, che desidera la comunione piena con tutte le sue creature, tutte ugualmente destinate alla salvezza realizzata dal Padre per mezzo di Cristo e della sua Pasqua nello Spirito Santo. Parallelamente, però, questa volontà d’amore non interviene, asservendo le singole volontà, dotate di una loro speciale autonomia. Questa può arrivare a far coincidere il progetto di una vita con quello di Dio e risplendere in paradiso. Può anche cercare la propria realizzazione per altri sentieri, prediligere forme di schiavitù, inchinarsi ad altre passioni. E’ il canto sedicesimo del Purgatorio (specialmente vv. 52-81), per bocca del penitente Marco Lombardo, ad affrontare il tema del libero arbitrio.
La profezia pronuncia parole buone e parole terribili, ma tutte guardano al disegno, che si rispecchia nel profilo degli eventi, ma che, accogliendo il fattore imprevedibile della libertà, può apparire anche del tutto deformato rispetto all’originale, che sarebbe potuto coincidere con l’esito finale.

L’ascesi
L’essere umano non è a una sola dimensione. In qualunque caso emerge un ritratto, che lo osserva in proiezione, orientato verso un piano diverso. Questo movimento coinvolge direttamente l’Autore, che racconta il suo cammino come un’esperienza mistica analoga a quella dell’apostolo Paolo rapito al terzo cielo (cf. 2Cor 12, 2; cf. pure il testo apocrifo Visio Pauli; Dante vi si riferisce in Inferno II, 32).
Dante è ancora in vita, mentre narra, quindi, in parte, è voce narrante. In parte, svolge una funzione del tutto simile a quella dei predicatori: il contenuto che annunzia non gli è estraneo, dal momento che direttamente vede, ascolta, riferisce, pone domande, tira conclusioni, assume una missione al suo ritorno dal viaggio. Anche i lettori, nel rispetto di tale inquadramento narrativo, sono coinvolti nello stesso movimento, poiché appaiono proprio come i destinatari di quell’annunzio, che si porge come contenuto veritiero. Il confine fra verità esistenziale e finzione letteraria praticamente svanisce. Confluiscono, però, nell’indicare che gli esseri umani appaiono tutti protesi verso l’altro, sono un dinamismo in divenire. E questa prerogativa, nei termini della spiritualità, si può definire ascesi.
Dante rappresenta anche il prototipo dell’essere umano, che, attratto dal mistero della vita dopo la morte e della vita in senso pieno, asseconda lo slancio verso l’altro, che, agevolandogli il contatto con Dio, lo realizza compiutamente, facendo sì che egli raggiunga realmente il traguardo della prestazione atletica lungo quanto la vita stessa. In tanti casi le creature investono l’energia ascetica non verso l’alto, ma verso il basso. Non si tratta di una discesa salvifica, come quella compassionevole, che la tradizione e la professione di fede cristiana attribuiscono al Cristo. Delinea, invece, una svolta che, invece di connetterlo a Dio, lo lega alle sue stesse passioni. Se volessero, però, gli esseri umani potrebbero rivolgersi a Dio e salvarsi.

Canto XXI dell’Inferno: Dante, Virgilio e i diavoli Malebranche
nella visione di Gustave Dorè

Il viaggio
Nella sua struttura fondamentale la Commedia è un itinerario. Dante è homo viator: compie un viaggio, intrapreso idealmente nella data dedicata all’annuncio dell’angelo alla Vergine. Il cammino del poeta è avviato in coincidenza con l’inizio del cammino umano del Verbo, che diventa uomo nel grembo di Maria. Tutta l’opera è paradigma di avvicinamento fra uomo e Dio.
Visto che la sostanza del rapimento estatico è religiosa, potremmo anche dire che sintetizza bene l’esempio del pellegrino. Il suo sguardo, però, più che adorante, è curioso, domanda, annota, riferisce. Nei suoi tratti essenziali questo tragitto assomiglia anche alla vita di quaggiù. La differenza più importante risiede nel fatto che, nel corso della vita terrena, i giochi rimangono sempre aperti. Si può sempre scegliere a chi dedicarsi. L’idea del viaggio si collega a quella della varietà. Esistono tanti tipi di natura, tanti tipi di cultura nel panorama umano.
Soltanto Dio è e si manifesta in assoluta semplicità. I tipi umani sono numerosi e ognuno di loro ha qualcosa da dire. La compassione della parola rimane inalterata. Sebbene condannati, anche gli ospiti infernali parlano e possono insegnare molto. Quindi il viaggio non si esaurisce nemmeno a livello fisico, in quanto percorso dall’inferno verso il paradiso. Assume i tratti del viaggio interiore, perché registra i cambiamenti che avvengono anche in Dante e che si rivelano attraverso le sue emozioni. E’ un viaggio a pieno titolo interiore, perché instaura una conoscenza della dimensione interiore dei personaggi. E manifesta un aspetto straordinariamente attuale in questo mondo. E’ figura della vita in sé, che per tutti conosce zone infernali, ambienti pacificati, processi di cambiamento profondo e sprazzi di felicità beata.

Visione dell’empireo celeste e di Dio disegnato da Gustave Dorè e descritto da Dante stesso con l’ultimo verso della Commedia: l’amor che move il sole e l’altre stelle

Relazione ed etica
L’Autore imposta una sorta di percorso teologico. E’ appurato che le esistenze tutte trovano in Dio la propria radice e, al tempo, stesso il proprio fine. Quanto è nel mezzo fra i due estremi nasce per effetto di una relazione e si apre a una serie di innumerevoli relazioni, a loro volta veicolo di altrettanti significati. Ogni singolo canto celebra le relazioni importanti, che i protagonisti confidano di aver avuto in vita. Sono i rapporti, le conoscenze, spesso a identificarli. Il tipo di contatti interpersonali esperiti e i valori, che hanno accolto e riflesso, rappresentano gran parte del motivo, che ha decretato la salvezza o la condanna degli esseri umani. La base degli intrecci interlocutori, il criterio principale dei valori assegnati o mancanti nelle azioni umane, è la relazione con Dio. Il comportamento e le ispirazioni, che ha dato prova di seguire, sono la grande lente capace di narrare il rapporto di ogni singolo essere umano con Dio e poi di trasferire il significato, ricevuto o mancato, di quella relazione fondamentale.

La pace
Una protagonista indiscussa delle tre cantiche è la pace. Trova nome soltanto in qualche esternazione, ma fa parte della struttura portante.
Nei nostri tempi così frammentati, è spesso invocata come condizione personale, è messa a dura prova dallo stress, è ricercata attraverso meditazioni, corsi di mindfulness, è raccomandata con i vicini, è proposta da prediche di ogni tipo. La pace trova nella Commedia le fattezze dell’essenzialità. E’ figlia della visione religiosa della vita. La dannazione la mostra in negativo, per la sua assenza.
Rivela anche sottotraccia che spesso l’asservimento agli idoli, la consegna smodata e acritica alle passioni, cela il desiderio di trovare lei, la pace vera, per non lasciarla più. Ma il tentativo può non andare a buon fine!
Chi, al contrario, gode in eterno della pace? Proprio quei beati che al lettore, specie al più giovane, appaiono così noiosi:

E ‘n la sua volontade è nostra pace (Paradiso III, 85)…

Anche la pace lascia emergere un contenuto teologico: è il nome proprio della volontà divina accolta nella propria vita. Quando si raggiunge il livello profondo di comunione, lo stesso invocato dalla preghiera del Padre nostro, sia fatta la tua volontà, allora la pace giunge e si fa concreta. Sono le nozze con Dio a generarla. Anche la pace entra così nelle variabili feconde della relazione e si pone sul podio, al gradino più elevato. In fondo pace è un altro possibile nome di Dio, come insegnano i musulmani.
Tante volte nei mesi di pandemia, nei tempi di crisi, si evocano immagini e lessico di guerra. Il lessico della beatitudine, invece, sa di pace, è in perfetto equilibrio di relazione, conquista la condivisione, agevola la circolarità dell’amore. Potremmo magari ritenere questo suggerimento da quest’opera maestosa e poliedrica.
La naturale inclinazione dell’intimo dell’essere umano, malgrado non ignori l’esistenza di un inferno turbolento, aggredito da insoddisfazioni di ogni genere, è orientata non alla noia, ma alla vivacità dell’amore, che s’incontra nella diversità uomo e Dio, diventa esodo da sé, arrivo alla meta della libertà, che si sostanzia nel rispetto dell’armonia impressa nel creato.

Ada Prisco

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