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Benedizioni sì, benedizioni no

Il 15 marzo 2021 la Congregazione per la dottrina della fede è intervenuta con un articolo di commento circa il dubbio se possano essere impartite benedizioni alle unioni di persone dello stesso sesso. La risposta acclude alcuni importanti riferimenti a considerazioni contenute nei documenti magisteriali, che insistono sull’importanza dell’accompagnamento e dell’accoglienza delle persone omosessuali, ma si conclude negativamente. Non è possibile benedire le unioni omosessuali.

La nota ripercorre con linearità le motivazioni, seguendo il filo del solco già tracciato dalla tradizione cattolica, non diversa dalle posizioni in merito di altre religioni storiche. Lascia emergere la scelta di un registro, che nella sostanza squadra persone, situazioni, tipo di unione. E addita un modello giudicato in linea con la volontà di Dio, considerandolo al tempo stesso escludente gli eventuali altri percorsi. Si ricordano tra l’altro le parole del Catechismo della Chiesa Cattolica, che al n. 2358 raccomanda che le persone omosessuali non abbiano a patire forme di discriminazione:

Un numero non trascurabile di uomini e di donne presenta tendenze omosessuali profondamente radicate. Questa inclinazione, oggettivamente disordinata, costituisce per la maggior parte di loro una prova. Perciò devono essere accolti con rispetto, compassione, delicatezza. A loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione. Tali persone sono chiamate a realizzare la volontà di Dio nella loro vita, e, se sono cristiane, a unire al sacrificio della croce del Signore le difficoltà che possono incontrare in conseguenza della loro condizione.

Nell’indicare ai fedeli cattolici come tradurre in vita vissuta l’insegnamento del sesto comandamento, in questa sezione del catechismo il magistero espone la propria lettura dell’omosessualità da sperimentare fondamentalmente come una prova e da vivere in castità. E’ scritto, infatti, al numero successivo, 2359:

Le persone omosessuali sono chiamate alla castità. Attraverso le virtù della padronanza di sé, educatrici della libertà interiore, mediante il sostegno, talvolta, di un’amicizia disinteressata, con la preghiera e la grazia sacramentale, possono e devono, gradatamente e risolutamente, avvicinarsi alla perfezione cristiana.

Qual è la motivazione di un simile inquadramento? E’ spiegato nel numero di apertura del paragrafo intitolato Castità e omosessualità (2357):

Appoggiandosi sulla Sacra Scrittura, che presenta le relazioni omosessuali come gravi depravazioni,(Cf Gn 19,1-29; Rm 1,24-27; 1 Cor 6,9-10; 1 Tm 1,10) la Tradizione ha sempre dichiarato che «gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati » (Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede, Dich. Persona humana, 8). Sono contrari alla legge naturale. Precludono all’atto sessuale il dono della vita. Non sono il frutto di una vera complementarità affettiva e sessuale. In nessun caso possono essere approvati.

Anche altri documenti si sono occupati di omosessualità e di pastorale delle persone omosessuali. La stessa Congregazione per la dottrina della fede era intervenuta il 1° ottobre 1986 con una Lettera ai vescovi della chiesa cattolica sulla cura pastorale delle persone omosessuali, a firma del cardinale Joseph Ratzinger.

In questo luogo, come già nel catechismo, e, più di recente, nell’articolo di risposta, sono ripercorsi e interpretati alcuni luoghi della Scrittura e della tradizione, che si rifanno in ultima analisi alla creazione e a quanto si ritiene essere volontà di Dio sull’uomo e sulla sessualità, che comunque rimane consegnata a una complessità difficile da squadrare. Altra categoria su cui si riflette è quella della complementarietà:

L’attività omosessuale non esprime un’unione complementare, capace di trasmettere la vita, e pertanto contraddice la vocazione a un’esistenza vissuta in quella forma di auto-donazione che, secondo il Vangelo, è l’essenza stessa della vita cristiana (Lettera ai Vescovi … n. 7).

Come avviene nella recente risposta al dubbio circa le benedizioni, anche la Lettera si preoccupa di porsi in continuità con le precedenti posizioni. Accenna alla necessità di valutare i singoli casi e si confronta in alcuni punti sulla questione della responsabilità morale, esito della relazione, anch’essa soggetta a valutazione secondo il documento, fra libertà di scelta e colpa. Tale nesso e tale prospettiva valgono non soltanto per i fedeli omosessuali, ma per tutti i fedeli cattolici, la cui attività sessuale, nella lettura magisteriale, è riservata al matrimonio accolto come sacramento e giudicato alla luce di specifiche proprietà, quali l’unicità, la indissolubilità e la disponibilità alla prole.

La castità è l’altra strada, quella a cui sono chiamati i cattolici che non hanno celebrato il sacramento del matrimonio, eterosessuali, omosessuali, di qualunque altra identificazione, provenienti da qualunque genere di scelta e/o condizione. Non è superfluo ricordare che la castità, nell’ambito di codesta visione religiosa, è considerata non soltanto come pura astensione dall’esercizio della sessualità, ma come adesione sincera a quello che si ritiene essere uno specifico progetto di vita. La stessa unione matrimoniale è definita casta e feconda. La castità è accolta in tale ottica come una fedeltà continua e finalizzata.

Questo stile, fatto di definizioni, che stabilisce che cosa è peccato che cosa non lo è, che cosa è nel piano di Dio che cosa no, che cosa è morale che cosa non lo è, probabilmente è un’esigenza di certa teologia, specialmente quando scaturisce da una tradizione, che si riconosce da molto tempo in posizioni rigorose su di un dato tema e che si è assestata nell’abitudine di scandagliare una dimensione della vita, quale quella sessuale. Questo stile ritorna insistentemente anche per quanto attiene alla vita della coppia eterosessuale.

Più originale è l’approccio scelto dai vescovi degli Stati Uniti nel loro Messaggio pastorale ai genitori con figli omosessuali, dal titolo Always our children (Sempre nostri figli), del settembre 1997. In questo caso il registro si converte dal legalismo alla relazione e tenta di porsi dalla prospettiva del familiare, delle impellenze affettive che lo motivano e delle emozioni che lo animano.

Dai confini ai ponti

Il linguaggio della teologia concentrata sui sentimenti e sulle relazioni è senz’altro più comprensibile e confortevole di quello attento alle definizioni, ai confini, alle separazioni, alle leggi di liceità e al loro contrario, anche se il quadro di riferimento generale non cambia, i riferimenti sono gli stessi.

Tornando all’ultimo responso cattolico sull’argomento, è inevitabile che colpisca di più, perché successivo a considerazioni di papa Francesco, espresse a braccio, e che tanto avevano fatto parlare. Rimane nella storia e colpisce per la sua essenziale semplicità la frase che pronunciò il 28 luglio 2013, durante il volo di ritorno da Rio de Janeiro, a una domanda sulla cosiddetta lobby gay, rispose, tra l’altro: Se una persona è gay e cerca il Signore e ha buona volontà, ma chi sono io per giudicarla? 

Il 16 settembre 2020 Francesco ha incontrato una quarantina di genitori con figli LGBT dell’associazione La tenda di Gionata, che gli hanno portato in dono un volume, Genitori fortunati, contenente le loro esperienze critiche nell’ambiente ecclesiale. Anche in quel caso la comunicazione ha percorso la tonalità dei sentimenti, sia da parte del papa (Il papa ama i vostri figli così come sono perché sono figli di Dio), sia da parte dei genitori (gli hanno donato una maglietta con il versetto biblico ispirato a 1Gv 4, 18: Nell’amore non c’è timore).

Queste e altre considerazioni hanno portato alla luce la preferenza del papa per un’ottica non escludente circa la dottrina e situazioni di vita oltre i margini delle sue stringenti indicazioni.

In ogni apertura ciascuno è portato ad aspettarsi il cambiamento che vorrebbe. I cambiamenti veri e propri fino a ora, per quanto attiene alle posizioni cattoliche magisteriali, non sono codificati, si annunciano in un atteggiamento dotato di maggiore sensibilità, in una migliore sottolineatura della qualità dei rapporti, del rispetto di ciascuno, ma non mutano nella sostanza le posizioni ufficiali. Questo si riscontra circa l’omosessualità, circa le persone divorziate e risposate o conviventi, e anche in ambiti diversi. Avendo imboccato nei secoli un sentiero costellato di riferimenti alle norme, si continua a percorrerlo.

La benedizione

La benedizione, come ammette l’intervento della Congregazione per la dottrina della fede del 15 marzo, è cosa diversa dal matrimonio, anche continuando con il registro delle definizioni, delle sostanze, della classificazione dei riti. Secondo i garanti della dottrina, il concederla alle coppie omosessuali condurrebbe a facili confusioni a proposito della liceità delle unioni omosessuali in sé.

Dalla testimonianza dei genitori de La tenda di Gionata, dal tono prescelto nel 1997 dai vescovi statunitensi, potremmo ricavare un suggerimento da accogliere nella teologia “ufficiale”, che consista in un’angolatura diversa da cui guardare alle persone che tanto sono a cuore della cura pastorale delle chiese e delle religioni.

E potremmo magari anche recuperare il senso originario e insostituibile della benedizione, che è l’articolazione a parole del bene, ma anche l’augurio in vista di un bene maggiore nel futuro, il riconoscimento non di una norma o di una regolarità in riferimento alla stessa, ma del volto della creazione di Dio, che tutto fa tendere al bene (cf. Rom 8, 28).

Il ricco Benedizionale cattolico per quasi tutto contiene una benedizione e instilla così l’idea della costante presenza di Dio, che sempre e tutto accompagna con amore e in vista dell’amore. E’ bello ed è bene che la benedizione parli il linguaggio dell’esclusione?

Personalmente preferirei la tonalità dell’augurio di bene associato alla benedizione, che oltretutto ha spesso un carattere comunitario e porta le singole persone al centro, ricordando che il bene di uno o di due è contemporaneamente bene di tutti, per tutti e per la comunione.

Mi piacerebbe che la motivazione a questa disponibilità non sentisse la necessità di scaturire da una regolarità, nella quale nessuno, a essere onesti, può riconoscersi, se il profeta Isaia, al cospetto di Dio, arriva a dire (Is 6,5):

… un uomo dalle labbra impure io sonoe in mezzo a un popolodalle labbra impure io abito.

e se nella liturgia eucaristica, prima di partecipare al banchetto, ogni fedele cattolico afferma:

O Signore, non sono degno …

Sogno una chiesa in cui di fronte a ogni vita, a ogni creatura, riconosca sempre e comunque la fecondità inscritta in lui o in lei, parte dal principio del disegno di Dio. Si tratta di una fecondità ad ampio raggio, che per tanti si manifesta anche nella generazione dei figli. Ogni presenza contiene in potenza dei germogli capaci di portare frutti e di arricchire ogni ambiente, compreso quello della comunità di fede.

La benedizione è memoria di quella promessa primordiale di Dio e il rinnovo della stessa sotto forma di augurio, stavolta a voce non di Dio solo, ma della famiglia che egli ha voluto per sé e per le creature nella casa comune.

La benedizione per i credenti è anche occasione di lode a Dio, di rendimento di grazie. Dio creatore compie immediatamente l’opera di benedire attraverso la parola che custodisce, si diffonde sotto forma di protezione e comunica vita, a sua volta. Non a caso nella tradizione cattolica l’atto benedicente si accompagna spesso all’aspersione dell’acqua, simbolo di vita, memoria del patto, necessità di purificazione continua, veicolo di generosità e di dono.

La benedizione tecnicamente, come ricordato anche dal responsum, è un sacramentale. Essenzialmente è una preghiera. C’è situazione di vita che sia esclusa dalla preghiera?

Preferisco pensare a una comunità di fede, in cui ci si incoraggi gli uni gli altri a riferirsi a Dio in ogni circostanza, così come si è. Il contatto con Dio, la pratica della preghiera, l’esercizio allo sguardo sapienziale non possono che avvicinare a lui, anche in vista di una migliore lettura dei segni dei tempi, della sua volontà, del piano di salvezza, che è sempre al di là delle nostre definizioni e della formule imperfette e relative provenienti dalle teologie.

La Congregazione per la dottrina della fede distingue fra il benedire le persone e il benedire le unioni: dal momento che non tutte le unioni sono lecite, nemmeno le benedizioni potrebbero esserlo. Liberandosi dal registro definitorio e normativo, immagino che in ogni progetto di unione, come in ogni persona, vi siano dei semi d’amore, poiché siamo stati rigenerati non da un seme corruttibile ma incorruttibile, per mezzo della parola di Dio viva ed eterna (1Pt 1, 23). E questo seme non torna indietro al Seminatore.

La preghiera benedicente è come un innaffiatoio invisibile, che si occupa costantemente e con occhio di predilezione, proprio di quei germogli, per portarli alla fioritura che Dio attende da essi. E probabilmente da tutta la comunità di fede attende una continua conversione di atteggiamento, capace innanzitutto di guardare a ciascuno, e, in secondo luogo, in grado di riconoscere in ciascuno la fecondità che Dio vi ha inscritto, dotata di un suo sviluppo singolare e irripetibile, ma sempre prezioso come un tesoro per tutta la comunità. Che non si sprechi questa opportunità mai!

All’inizio degli anni 80 del XX secolo Susannah Heschel, figlia del grande rabbino e studioso ebreo, Abraham Joshua Heschel, spiegò la sua scelta di aggiungere un’arancia al piatto simbolico del Seder, cena di esordio della Pasqua ebraica, per sottolineare l’inclusione e il contributo attivo alla vita ebraica da parte di lesbiche e gay.

Accogliendo lo spirito dell’iniziativa, ciascun fedele che lo desideri, anche il fedele cattolico, può includere nelle proprie preghiere un maggior numero di benedizioni, arrivando ad accogliere ogni creatura nell’augurio che nelle liturgie cattoliche si rilegge ogni anno, a capodanno:

24 Il Signore ti benedica e vegli su di te!25 Il Signore ti sorrida con bontàe ti conceda i suoi doni.26 Il Signore posi su di te il suo sguardoe ti dia pace e felicità. (Numeri 6, 24-26)

Ada Prisco

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