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Non sono solo parole. Pensando a “The dissident”

Quando il popolo d’Israele ottiene dal re Ciro il diritto di rimpatriare, l’esilio si va concludendo, ma il cammino, che resta da compiere, non è meno impegnativo di quello compiuto. Rimane l’impegno arduo, inevitabile, di confrontarsi con la propria storia passata e di proiettarsi nel futuro. Sono tutti coinvolti nell’impegno di ricostruire la propria identità. Si ricorre spesso a questa espressione, non soltanto in riferimento all’antico Israele. Ma che vuol dire in definitiva?

Scavando nella memoria, non è difficile lasciar riaffiorare i primi esercizi di avviamento alla scrittura, quadernoni e libri agili, zeppi di lettere isolate, la prima è marcata, le altre sono in trasparenza, realizzate con stili diversi. Così, seguendo quelle linee tenui, la mano si abitua a realizzare quel tratto, la mente si abitua a riconoscerlo e ad associarlo a un suono.

Ogni ridefinizione dell’identità mostra delle caratteristiche simili all’allenamento al pregrafismo. Parole fondamentali come io, famiglia, popolo, futuro, lavoro, affetti, fede, ecc., sono state spogliate del significato, che le rivestiva fino a un certo momento. Quando l’opportunità del nuovo inizio si presenta, le lettere e poi le parole sono riconsegnate a ciascuno per suo conto, perché completi il compito di tornare a tracciarle, di sceglierne lo stile, di combinarle fra loro, in modo che al suono, al tratto, all’insieme del discorso sia associato nuovamente un significato.

In tal senso costruire una vita appare davvero simile a edificare una casa, poi un quartiere, un villaggio, e, per i più fortunati e dotati, una città. Quanti lavorano con le parole, specialmente coloro che hanno ricevuto l’onore e l’onere di annunciare e far riflettere sui testi delle religioni, sono all’opera per la costruzione di vere e proprie città. Lungi dall’essere mero fiato, le parole appaiono più facilmente assimilabili a mattoni, a pietre, se si preferisce.

E’ alquanto buffo che a rendersene conto e a metterlo in risalto, probabilmente con una buona dose di inconsapevolezza, siano proprio quelli interessati alla censura. Non c’è boomerang più potente della censura, dell’intenzione di silenziare la parola. L’inizio del 2021 ha offerto come su di un piatto d’argento molte opportunità per approfondire questo snodo importante della realtà sociale, che, lungi dal riguardare soltanto i personaggi famosi, riguarda indistintamente tutti. Ciascuno nel suo piccolo è tenuto a ricomporre il lessico delle proprie parole importanti più volte nella vita, specie in corrispondenza dei grandi cambiamenti, belli o brutti, che intervengono a sparigliare le carte, a sconvolgere la composizione delle tessere del puzzle, che siamo impegnati a ordinare per tutto il tempo per cui perdura il nostro passaggio su questa terra.

The dissident

Una circostanza interessante sull’argomento proviene dal film documentario The dissident, diretto e prodotto da Bryan Fogel, rifiutato da importanti piattaforme per la distribuzione. E’ incentrato sullo scottante caso del giornalista saudita Jamal Khashoggi (1958-2018), entrato nell’ambasciata saudita di Istanbul il 2 ottobre del 2018 e mai più uscito.

In casi come questo le parole rivelano tutta la loro potenza e si dimostrano del materiale adatto a costruire e a ricostruire non semplicemente identità e storie personali, ma a progettare e a riprogettare intere città, a conferire una fisionomia al popolo, a connotare nuovamente la patria. Per l’uditorio, per la sua ampiezza, per la qualità riconosciuta dall’assiduità e dall’avidità, con cui queste parole trovano seguito e suscitano contemporaneamente timori e reazioni aggressive, si possono tranquillamente paragonare a quelle degli antichi scribi, efficaci nel forgiare il volto collettivo all’indomani di importanti sconvolgimenti.

Una significativa voce narrante del documentario proviene dal giovane Omar Abdulaziz Al-Zahrani, originario di Gedda, residente in Canada, a Montréal, come rifugiato politico. E’ lui a fornire molti dettagli del periodo che ha preceduto la fine di Khashoggi e a spiegare i motivi del suo progressivo discredito agli occhi del re saudita Muhammad Bin Salman e del suo entourage. E’ sempre lui a orchestrare la protesta attraverso i media, è lui a inventare e a realizzare uno show di satira politica sulla dinastia Saud su YouTube.

Incredibile è senz’altro il primo e più indovinato aggettivo per qualificare la vicenda per come è delineata attraverso le numerose fonti messe in campo, documenti, dichiarazioni, non soltanto provenienti dalla giovane promessa sposa di Khashoggi, Astice Cengiz, dal succitato Al-Zahrani, ma anche dalla polizia e dall’intelligence turca, dalla responsabile dei diritti umani presso le Nazioni Unite, Agnès Callamard.

Governare attraverso il consenso: questa relazione, questa formula essenziale, era presentata con spontaneità e innocenza dal giornalista scomparso. Sembra una frase scontata, ma implica molti altri processi di elaborazione, centinaia di altre parole che concorrono a forgiare il volto di un popolo non sottomesso, acritico, obbediente, ma chiamato a pronunciarsi, a decidere, a esercitare potere. Considerato il peso dell’Arabia Saudita sull’economia mondiale e nella lotta al terrorismo, non possiamo immaginare che la vicenda non riguardi anche tutto il resto del pianeta.

Colpisce anche che il giovane Abdulaziz Al-Zahrani sottolinei la gentilezza del più anziano Jamal: non perseguiva mai l’attacco, aggressivo per se stesso. Si esprimeva, non rinunciando alla gentilezza. Questo tratto è evidente anche dal suo volto, dai suoi atteggiamenti durante le conferenze, le interviste, le dichiarazioni.

Le primavere arabe non sono lontane né estranee a questo immenso processo di ridefinizione dei popoli, che i regnanti sauditi erano e sono impegnati a contrastare. Khashoggi è morto con la strozzatura della speranza che aveva infuocato quelle piazze, dalla Tunisia, al Marocco, all’Egitto, alla Giordania. Jamal portava e chiedeva rispetto per quella gente e per le istanze da loro sollevate.

Malgrado ogni forma di repressione e ogni politica mirata a soffocarla, la parola in Arabia Saudita si fa potentemente strada attraverso i social media, come Twitter, ad esempio. Se le piazze sono controllate e sanzionate, molto più veloci e agili sono le comunicazioni nella piazza virtuale. Il popolo saudita s’incontra e si ridefinisce cinguettando. Otto sauditi su dieci (contro i due su dieci degli Stati Uniti), secondo il documentario, dispongono di un account su Twitter. Un altro dissidente intervistato, Iyad El-Baghdadi, di stanza in Norvegia, lo ha definito il parlamento degli arabi. Parlare regolarmente su Twitter significa raggiungere la quasi totalità della popolazione e intervenire potentemente nella formazione del discorso e della coscienza collettiva, decidendo quali siano le parole importanti da scegliere insieme e ridefinendone il significato da applicare qui e ora. E la trasformazione di quelle masse in popoli capaci di decidere, convertendo le forme di governo da dittature in democrazie, è la chiave dei problemi in Medio Oriente, secondo Jamal Khashoggi.

Non sono in esilio, sono in viaggio, recita un Twitter del giornalista. Serve forse a chiarire il senso di altre parole, quali casa, cambiamento, lasciare, trovare, scegliere. Per la pressione subita da parte del regime sua moglie aveva divorziato da lui. Lasciando l’Arabia Saudita, Jamal aveva lasciato dietro di sé ciò che identificava con famiglia, moglie, figli, casa. Era tormentato dal dilemma, non poteva essere certo che quella fosse la scelta giusta. All’epoca aveva già quasi sessant’anni compiuti.

Seguendo il documentario, si apprezza chiaramente il momento della svolta e coincide straordinariamente con un diverso ricorso alle parole e Jamal stesso ne è perfettamente consapevole. Avviene quando egli prende la decisione di stabilirsi negli Stati Uniti, a Washington, lasciando dietro di sé il suo paese, la sua famiglia, tutti i timori che fino a quel momento avevano silenziato parte delle sue parole, legandolo alla paura di perdere le sicurezze abituali, il lavoro, gli affetti, gli amici. Lo aveva spiegato da editorialista del Washington Post. Il trasferimento, invece, è indice di una diversa audacia, che, consegnandolo al coraggio dell’apertura decisa dell’espressione, lo avvicina velocemente alla morte. Infondono tenerezza i suoi interrogativi, appartengono a un uomo maturo, che, per di più, per quasi tutta la sua vita, era stato considerato un insider della casa reale. I passaggi che attraversa sono proprio questi: insider, giornalista coraggioso, outsider, dissidente.

Twitter non è soltanto un parlamento figurato, potrebbe esserlo in condizioni di pace. Nei fatti, è anche un campo di battaglia, in cui vere e proprie squadre si affrontano a colpi di insulti mirati per affermare la propria supremazia, alzando la voce più dell’avversario. E’ così che il senso di solitudine si consolida in voci come quella del brillante Khashoggi e cerca di scoraggiarlo. Dei volontari, usando schede sim canadesi e statunitensi, diventano l’Esercito delle api,che contrasta le mosche saudite: si scontrano a colpi di propaganda. Le prime schede sim furono comprate grazie ai finanziamenti di Jamal. E la sua terribile fine è l’esito di una cyber-guerra sferrata dal controllo saudita ai danni dei dissidenti residenti in Québec. L’anello di congiunzione che porta a Jamal è il suo amico attivista Al-Zahrani, ricattato moralmente attraverso la detenzione ingiustificata e la tortura di suo fratello minore e di molti suoi amici. Le risorse saudite possono garantire al regno il software di hackeraggio più potente sul mercato. Ironia della sorte, è di fattura israeliana.

Nelle trascrizioni audio delle conversazioni avvenute all’interno dell’ambasciata saudita in Turchia Khashoggi è definito animale sacrificale. La sua offerta è consistita nella libera espressione sognata e praticata, anche attraverso la realizzazione di un nuovo canale arabo di comunicazione, un canale televisivo, Al-Arab, che seguisse i canoni del giornalismo tradizionale, scevro di liste di proscrizioni, impegnato costantemente nel superamento di ogni limite. I primi ospiti erano stati proprio dei dissidenti sciiti. L’emittente televisiva con sede nel Bahrein era durata poche ore.

Il fatto che l’80% della popolazione segue regolarmente dei canali di comunicazione meno controllati indica una profonda esigenza, manifesta una presenza, che non può essere ignorata o messa a tacere per sempre. In casi del genere i comunicatori, le voci, danno forma e diventano emblema, unificano la massa e articolano il diario della sua storia nascente. Diventano sentinelle in mezzo al popolo, per il popolo.

Alla voce progetto

Un po’ come Israele di ritorno dall’esilio, anche le genti del XXI secolo sono e saranno alle prese con una complessa e delicata elaborazione di identità collettiva, in un’era di tali trasformazioni, che possono condurre a esiti molto diversi. Non smarrendo gli esempi delle storie, antiche e nuove, ci rendiamo bene conto di quanto valgano le voci di chi si rivolge alla collettività forti di un’autorità costituita oppure carismatica, morale.

Non si avverte certamente il bisogno di voci disfattiste, fautrici di divisione, di odio, di disprezzo, di sfiducia. Possiamo legittimamente immaginare che il presupposto delle voci più positive rimangano l’ascolto e la presenza. Dei profeti del tempo del ritorno il libro biblico di Esdra (5, 2) afferma: i profeti di Dio erano con loro e li incoraggiavano.

Indubbiamente scegliere con chi stare e che cosa incoraggiare include delle scelte e può palesarsi come una scomoda testimonianza. Come l’antico Israele intuisce che la sua coesione, e, dunque, il suo benessere complessivo, risiede nella ricostruzione del tempio di Gerusalemme, emblema di Dio in mezzo al suo popolo, ma anche espressione di dedizione di uomini e donne, manifestazione della fedeltà nel patto, così mantenersi coesi, mentre si è orientati a un’opera comune essenziale, in ogni tempo garantisce armonia interiore ed esteriore. E le parole condivise sono il collante invisibile, che individua la forma dell’opera, fa’ in modo che stanchezza e pigrizia non prevalgano sulla sua realizzazione, sostengono nelle motivazioni di continuare a pensarsi come parte di un insieme, membri di una famiglia estesa, che ha origine molto prima di oggi e che continuerà anche dopo. Questo ampio respiro coincide con il palpito della speranza. E’ al contempo la garanzia che la fragilità dell’isolamento e dell’abbandono è vinta dalla forza dell’unione. Nei periodi di transizione le parole sono potenti più che mai.

Non è un caso e non si è trattato di un banale antidoto alla noia, quando nelle settimane di estremo confinamento le librerie hanno registrato un aumento delle vendite, non è un caso se si è iniziato a cercare podcast da scaricare, se gli incontri virtuali di spiritualità, le sedute di meditazione, di yoga, hanno registrato delle impennate. Sono sintomi di un profondo bisogno di superamento della morte. E le parole registrano tutto ciò che riesce a non farsi inghiottire oltre il confine della vita. Le parole sono il segnale della vita, sono come punti che ricamano l’esistenza, come i diagrammi che segnalano l’attività del cuore, del cervello, del respiro, del sangue in circolo, e della linfa che non si vede, ma che spinge tutto, lo spirito.

Parole mancanti

La parola è un mezzo strano, ambiguo, coabitata da un grande potere e da una fragilità estrema. Tante parole si dimenticano subito, altre si continuano a ripetere nella memoria o attraverso il suono per molto tempo, talvolta per tutta la vita. Le parole dei fondatori delle religioni sono il nucleo fondamentale da cui parte il processo di ricostruzione della memoria nella fase successiva, quando il gruppo assume il compito di perpetuarla verso un processo di istituzionalizzazione del carisma. E nel rito sacro la ripetizione di determinate formule, la loro decodificazione, serve, da un lato, a rafforzare la sostanza di un contenuto nucleico del credo, dall’altro, a rafforzare l’unità del gruppo, la sua identità. Le parole non bastano mai, perché accompagnano la vita giorno dopo giorno e, mentre scorre e si muove, la rendono consapevole di sé, dell’ambiente, delle presenze altre. La abituano al silenzio, perché in fondo anche silenzio è una parola! E poi ci sono tante parole, che non riusciamo a trovare, perché non bastano, perché sono insufficienti, perché talvolta serve la vena ispirata di un poeta o di un profeta per raccontare di eventi normali, di vita comune accaduta a gente comune.

Quando i cambiamenti sono profondi o si succedono a ritmo sostenuto, c’è bisogno più che mai dell’intuito di chi è veloce a sintonizzare parole, sentimenti e pensieri, ad accordarli a significati più grandi, che introducono la vita normale in una cornice speciale e la spingono con una effervescenza originale. Ed è così che siamo sempre alla ricerca di parole nuove, anche quando non lo sappiamo. A farcelo notare possono essere paradossalmente i censori, gli aggressori, i guardiani grotteschi dei pensieri e delle parole.

Perché, ad esempio, in una sera come tante dell’inverno 2021 degli sconosciuti si sono introdotti nell’appartamento in pieno centro a Parigi dello scrittore ebreo di origine polacca, Marek Halter? Non è chiaro. E’ stato ipotizzato che sia per via di alcune sue posizioni rispetto al governo francese e alla rivista satirica Charlie Hebdo. Oppure sarebbe dovuto ad alcuni suoi romanzi ispirati a figure islamiche femminili. O ancora potrebbe essere per via del suo ultimo libro, non ancora pubblicato. Qualunque sia il motivo preciso questi assalitori hanno regalato alle parole di Halter una pubblicità straordinaria. Molta più gente di prima ora vorrà sapere che cosa abbia mai detto, che cosa abbia mai scritto questo anziano signore, scampato alle persecuzioni antisemite del ghetto di Varsavia per essere disturbato in casa propria in maniera tanto anomala.

I fatti da soli non bastano: parole di segno diverso possono spiegarli o persino stravolgerli. Neppure il tempio in muratura, lo straordinario tempio di Gerusalemme bastava all’antico popolo d’Israele per riconoscersi come tale. Dopo la ricostruzione fu inviato presso di loro Esdra (cf. Esd 7-10), perché era esperto nell’insegnamento del Signore. E così poteva guidare quella gente ben disposta grazie alla sua sapienza e conoscenza. Ed egli, da persona devota e umile, imposta la sua strategia di cura pastorale: prega ringraziando Dio, osserva e ascolta il popolo, indice un tempo comunitario di digiuno e di preghiera, designa persone e doni per il servizio al tempio, poi, giunto a Gerusalemme, inizia gradualmente a tessere di nuovo il dialogo fra il popolo e Dio, Dio e il popolo. Attraverso le parole della sua fede, della sua esperienza, cerca la voce che manca per unire fra loro gli interlocutori e piano piano disegnare, attraverso le parole, una nuova fisionomia di relazione, che a tutti restituisce tratti antichi e plasma quelli nuovi.

Nel prosieguo della storia di questo popolo sofferto s’incontra Neemia, altro personaggio particolare, che viveva anch’egli come Esdra lontano da Gerusalemme. Quando viene a sapere della distruzione delle sue porte e della miseria del suo popolo (cf. Nee 1, 3), qual è la sua prima azione? … mi misi a piangere (Nee 1, 4), racconta in prima persona.

Le voci profetiche in grado di portare alla luce le parole mancanti non sono indifferenti, sentono il dolore altrui, se ne fanno carico, per questo stesso motivo, pur volendo, non potrebbero smettere di denunciare il male e di annunciare il bene, come i profeti (cf. Ger 20,20), come si dice nel documentario dello stesso Jamal Khashoggi. Le parole autentiche nascono dalla radice dell’amore e della cura, le altre sono vuote, interessate, destinate a ferire e a morire.

Il culmine del libro di Neemia, l’apice del processo di ricostruzione della identità di popolo, che procede parallela al restauro del tempio, alla riedificazione della città, è sintetizzata nella liturgia del capitolo ottavo del suo libro, quando intorno alla Torah, alla Parola per eccellenza, il popolo si riconosce radunato e unificato. E questo giorno coincide con la festa. Nessuna festa importante può trascorrere in assenza della parola per eccellenza, può passare sotto silenzio, in assenza di parole.

Il tempo presente assegna a questa generazione il compito che fu dei rapsodi, nella sapienza di rannodare esistenze, esperienze, tradizioni e fedi nell’armonia di un canto piacevole. In tutti e in ogni inquietudine si cela l’estremo bisogno di trovare parole e significati capaci di portare al di qua del confine con la morte, con l’isolamento e con il caos polemico.

Ada Prisco

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