web analytics

Continua l’emergenza umanitaria in Tigray: senza fine la sofferenza dell’Etiopia

L’emergenza umanitaria nel Tigray spinge finalmente le grandi potenze a qualche timido passo. La notizia, diffusa dal New York Times, comunica che per ben due volte in una settimana in febbraio il nuovo segretario di stato USA Antony J. Blinken ha esercitato pressioni sul governo federale dell’Etiopia affinché metta fine alle ostilità in Tigray, puntando il dito sulle violenze e le atrocità commesse a danno dei civili nello stato federato. Ha inoltre chiesto di ritirare dal Tigray le forze straniere, vale a dire i militari eritrei che combattono a fianco delle forze regolari etiopiche. Mr. Blinken ha anche chiesto al primo ministro Abiy di prendere misure concrete per alleviare quella che ha definito una gravissima crisi umanitaria.

Più di un milione di persone coinvolte fra profughi in Sudan, costrette ad abbandonare i loro villaggi rasi al suolo, una regione ridotta alla fame e distrutta o gravemente danneggiata, incluse città di inestimabile valore culturale e storico come l’antica capitale Axum (Amnesty International), che conserverebbe addirittura l’Arca dell’Alleanza, mentre le organizzazioni umanitarie riportano di stupri ed altre numerose violazioni dei diritti umani, non può essere definita in altro modo. Migliaia di persone sono morte e c’è carenza di cibo, acqua, e farmaci in una regione di più di cinque milioni di abitanti. Infine il segretario di stato ha domandato di consentire una inchiesta indipendente internazionale.

La risposta di Abiy, attraverso il proprio portavoce, non si è fatta attendere, definendo la richiesta americana come un deplorevole tentativo di intervenire negli affari interni dell’Etiopia.

Il primo ministro etiope Abiy

L’elezione nel 2018 del primo ministro Abiy Ahmed aveva sollevato speranze ed attese che sono andate interamente deluse. Sembrava che potesse riportare la democrazia in Etiopia ma, dopo aver ricevuto il premio Nobel per la pace a seguito di un accordo con l’Eritrea che metteva fine ad oltre venti anni di conflitto armato (un accordo peraltro oscuro, di cui non è noto il contenuto e che non è stato mai sottoposto all’approvazione del parlamento etiope), ha dovuto fronteggiare una grave crisi politica con il partito che aveva governato l’Etiopia fino alla sua elezione, il TPLF (Fronte di liberazione del Tigray) e ha deciso di risolverla nel modo peggiore possibile. Usando l’epidemia di COVID come motivazione, ha deciso di rinviare le elezioni previste per l’agosto 2020. Il governo dello stato federato del Tigray, in cui si sono concentrati i più importanti dirigenti dello sconfitto TPLF, ha ritenuto il rinvio ingiustificato ed ha indetto comunque le elezioni nella regione vincendole. Abiy ha pertanto deciso di utilizzare una accusa ad oggi ancora non dimostrata (l’attacco ad alcune postazioni militari federali da parte dei tigrini), per mandare, il 4 novembre 2020, le truppe federali a rimettere a posto le cose, scatenando la guerra civile, allargando così i conflitti etnici in tutta l’Etiopia (che, non lo si dimentichi, ospita più di ottanta differenti etnie) e rischiando di portare lo stato federale dell’Etiopia alla disgregazione. Se a ciò si aggiungono i problemi economici che si sono aggravati, e la crescente crisi con il vicino Sudan e con l’Egitto a causa della diga che l’Etiopia ha costruito sul Nilo Blu, possiamo dire che la delusione è completa.

Ho definito le pressioni americane su Abiy come un timido passo, perché una maggiore pressione potrebbe compromettere gli interessi USA non solo in Etiopia ma nell’intero Corno d’Africa e nell’Arabia Saudita. Purtroppo la politica estera richiede spesso di tutelare gli interessi del proprio Paese prima anche dei diritti umani.

Intanto le fonti religiose più accreditate, fra cui le pubblicazioni della Chiesa Cattolica di Roma, fra le poche in Italia a dare notizie regolari sull’Africa, lanciano l’allarme per i cristiani d’Etiopia e per i tesori d’arte che le loro chiese custodiscono. Il conflitto non ha risparmiato un patrimonio culturale e religioso dell’umanità tutelato in parte dall’Unesco.

L’Etiopia è stato il primo paese cristiano dell’Africa sub sahariana. I missionari, secondo la tradizione tre santi, la raggiunsero alla fine del terzo secolo dopo Cristo e riuscirono a convertire i sovrani di Axum. Con i sovrani, si convertì l’intero popolo e da allora la Chiesa ortodossa di rito copto è stata la religione nazionale del Paese. L’Etiopia è riuscita anche, dopo le invasioni islamiche della metà del ‘500 che quasi distrussero il cristianesimo e l’intervento dell’esercito portoghese che lo salvò, a mantenere la pace religiosa fino ad ora, in una coabitazione fra Islam e cristianesimo che vede chiese cristiane e moschee costruite le une accanto alle altre.

Adesso non è una guerra religiosa che distrugge i tesori di antichità e d’arte e con essi le radici stesse della storia e della cultura etiopi, ma soldati e bande armate a caccia di denaro. La testata Avvenire riferisce che “Diverse testimonianze, le ultime raccolte dall’emittente Usa Cnn, confermano massacri di preti copti ortodossi, suore e fedeli nei luoghi sacri. Mentre chiese e monasteri anche dei primi secoli della cristianità sono stati colpiti, rasi al suolo e saccheggiati e testi sacri millenari trafugati o bruciati. L’allarme è stato lanciato da decine di studiosi e accademici di tutto il mondo che, in collaborazione con gli studiosi locali, costituiscono la comunità di ricerca che da anni cataloga e preserva antichissimi edifici religiosi, manoscritti millenari e rarissimi arredi liturgici e che già a gennaio hanno sottoscritto un allarme partito dall’università tedesca di Amburgo.

Rapporti di fonti internazionali riferiscono che gli scontri tra le milizie regionali del Tplf da una parte e dall’altra l’esercito federale etiopico e i suoi alleati, le milizie amhara e soprattutto le truppe eritree (la cui presenza viene ripetutamente smentita dalle autorità asmarine ed etiopi, ma è confermata da tutti i testimoni e dalle autorità locali) sono avvenuti vicino a siti religiosi antichi. Fra essi le rovine del tempuio di Yhea, nel nord del Tigray, risalente al 700 a.C., i monasteri di Debra Abbay Debra Damo, inaccessibile per le donne e raggiungibile anche dagli uomini solo arrampicandosi per una quindicina di metri su una corda che viene calata dai monaci, e che custodisce una preziosissima biblioteca di tomi antichi, la chiesa scavata nella roccia di Maryam Dengelat e l’importantissima cattedrale di Axum che secondo i monaci etiopi e un’antica leggenda conserverebbe l’Arca dell’Alleanza con le tavole della legge che Dio consegnò a Mosè. Di certo è una chiesa moderna, ma ricca di preziosi reperti antichi.

Gli studiosi, appartenenti a 55 università del pianeta sia religiose che laiche, fra i quali accademici italiani delle università di Napoli, Cà Foscari, Padova, La Sapienza e della Biblioteca Vaticana, si appellano a tutte le parti in conflitto «per rispettare questo patrimonio». Il primo passo potrebbe essere rispettare le aree sacre intorno a chiese e monasteri, di solito recintate da un basso muretto e ricche di alberi, a differenza del resto del paesaggio, all’interno delle quali, per antica tradizione che fin’ora nessun etiope avrebbe mai violato, spesso si deve camminare senza scarpe, e le si attraversa solo per raggiungere la chiesa.

La distruzione di un tale patrimonio colpisce le radici e l’identità del cristianesimo africano nel Corno d’Africa, crocevia con l’Oriente islamico, e non solo. Nessun popolo può ritrovarsi, ritrovare pace e unità e ricostruire la propria civiltà dopo una tragedia collettiva (che sia la distruzione di una guerra, la decimazione dovuta a carestie e pandemie, o un devastante conflitto etnico), senza far riferimento al proprio passato e alla propria storia. La cancellazione delle testimonianze di quel passato è perciò il crimine più grave contro quel popolo e contro l’umanità intera, la cui cultura si arricchisce nella conoscenza e l’amicizia fra i popoli.

Come cristiani non possiamo e non dobbiamo ignorarlo né sottovalutarlo. La nostra fede ci impone prima di tutto la solidarietà e il riconoscimento della diversità, nell’unità dell’amore divino. Perciò pensiamo che i massacri di cristiani, laici e religiosi, non debbano spingerci ad un atteggiamento di rivalsa, rancore e divisione, ma al contrario, denunciando e condannando fermamente la violenza, all’impegno di singoli, stati e organizzazioni come le Nazioni Unite, per recuperare alla civiltà e al rispetto tutti coloro che la esercitano, a cominciare da chi, capi di stato e di governo, la favorisce e la incita. Ciò purtroppo non avviene: ci sono rumors non confermati che fosse pronta una bozza di risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU che condannava il primo ministro etiope Abyi Ahmed, mai presentata ufficialmente a causa dell’opposizione della Cina, che gode del diritto di veto e che è noto avere cospicui interessi economici e militari in Etiopia.

In questo quadro dobbiamo anche sottolineare, come già rilevato altre volte su Voce Evangelica, la totale assenza della politica estera e della diplomazia italiana nel Corno d’Africa, a fronte invece dei nostri doveri e responsabilità verso paesi che abbiamo colonizzato e/o occupato in passato.

Marta Torcini

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *