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Nient’altro che un gigantesco Giobbe…

In questi mesi difficili, in cui la pandemia da Covid-19 ci sta conducendo alla graduale perdita del controllo sulle vite personali, come pure circa la previsione delle tendenze globali, tante menti illuminate, attraverso i canali della comunicazione, parlano di cambiamento e di opportunità. Da più parti s’invoca un rinnovato senso di fraternità, non è solo papa Francesco a parlarne, ma anche il filosofo e sociologo Edgar Morin (1921), tanti altri invocano una rivisitazione degli Stati nazionali, una nuova percezione delle convergenze planetarie, dei contributi che possono ricavarsi da spiritualità e culture. Il pastore della Chiesa Evangelica Luterana Islandese, Grétar Halldór Gunnarsson, ha progettato e pubblicato in rete la piattaforma Amen.is per andare incontro all’esigenza di preghiera approfondita dall’attuale tempo di angoscia e di incertezza. Questo pastore aveva notato l’abbondanza di risorse per la meditazione in stile orientale, la carenza di aiuti per chi vorrebbe pregare attingendo alla spiritualità cristiana, ma non sa come fare o non immagina di poterlo fare anche così.

Un dato analogo è risultato da un’indagine condotta nel Regno Unito commissionata dall’applicazione per lo studio della Bibbia Wordgo (il suo indirizzo internet è wordgo.org) e condotta dalla società di consulenza di mercato Savanta ComRes. I risultati sono estremamente interessanti e offrono molti spunti di approfondimento e di impegno, aprendo uno spazio davvero ampio per chiunque si occupi di religioni, specialmente per chi abbia competenze bibliche o svolga un ministero pastorale. Il 63% degli intervistati fra praticanti inglesi e irlandesi ha dichiarato che la Bibbia è stata di fondamentale supporto durante i periodi di confinamento imposto dalle politiche di contenimento dell’espansione del virus. Il 74% di loro ritiene che la Bibbia sia importante nella cura di una relazione personale con Dio.

Soltanto a novembre del 2019 la Bible Society aveva promosso un sondaggio simile. Allora soltanto il 18% dei fedeli d’Inghilterra e Galles si reputava personalmente interpellato e supportato dalla Bibbia.

Questi dati da soli non bastano a parlare di una decisa inversione di tendenza, che potrebbe essere temporanea, parziale, favorita da fattori esterni, quali la maggiore quantità di tempo a disposizione. Qualcosa, però, questi dati indicano. Qualunque siano le motivazioni, qualunque la loro durata, la Bibbia esercita un’attrattiva ed è riconosciuta come scialuppa di salvataggio da una quota significativa di persone adulte. Sarebbe interessante sapere a quali contenuti si rivolgano più facilmente, se ai vangeli, ai salmi, se ad alcune pagine note o ad altre scelte a caso.

L’angoscia e l’incertezza diffuse più che mai nell’emergenza ormai sempre più tendente al prolungamento ci avvicinano all’intuizione di tanti scrittori di fantascienza, utopia e distopia, che avevano già provato a immaginare scenari di trasformazione dell’ordine costituito, di recupero inatteso di tracce del passato. I giornali e i servizi televisivi ripropongono da mesi, di tanto in tanto, le epidemie del passato, le ondate di peste, la spagnola, il colera, ecc. Le condizioni di ambiente umano, però, fanno dell’epoca attuale un inedito, paradossalmente dovuto anche al progresso, al tentativo di controllo e questo stride tragicamente con l’ingovernabilità di una condizione al momento ancora abbastanza indisponibile alla piena comprensione e alla gestione efficiente di tutti i suoi aspetti. L’evidente fallimento delle navigazioni a vista, capaci del raggio di una pozzanghera, induce indirettamente a rivolgersi a ben altre ampiezze, quelle che hanno segnato la storia del pensiero e soprattutto l’eterna sapienza del sacro.

Stimoli antichi e sempre validi

La filosofia greca più antica, precedente a Socrate, si era lasciata suggestionare parecchio dalla dialettica fra il pluralismo della realtà dei fenomeni e dall’unità dell’essere. Parmenide affermava che l’essere è, non può non essere, non può essere generato dal nulla, non può finire nel nulla. La realtà fenomenica presenta molteplici aspetti, perché illusoria. Oltre il velo dell’apparenza c’è l’essere. E i suoi contemporanei hanno cercato di salvaguardare questo principio, ma alcuni hanno tentato anche di interpretare la pluralità dei fenomeni in chiave più positiva. E così Eraclito, richiamato da Morin in una sua recente intervista, ma anche Anassimandro, Anassimene, Empedocle, hanno immaginato che il molteplice sia frutto di forze aggreganti e disgreganti che vi agiscono, imprimendo una forza che determina il movimento. Queste forze opposte sono state identificate con amore e odio, amicizia e discordia, pace e guerra. Il movimento è il prodursi dell’affermazione di una rispetto all’altra secondo un ciclo continuo.

L’India, in epoca anche più antica, aveva già dato vita a una speculazione attratta da questi stessi temi. La sacra triade, la trimurti, rende ragione dei cambiamenti che avvengono a qualunque livello. Il principio della distruzione, che consente l’instaurazione di un ordine soggettivo, è associato al dio Visnu, la creazione a Brahma, la conservazione a Shiva.

La prevalenza della forza disgregante infonde la percezione del caos, mentre i canoni culturali prevalenti associano la buona riuscita di qualunque impresa al cosmo, cioè all’ordine. Il disordine, al contrario, si accompagna alla confusione, all’incertezza, infonde paura perché non manifesta un volto ben delineato, è come mascherato, non si lascia identificare con chiarezza. Soffia angoscia sull’umanità. Partecipa, però, a pieno titolo alla generazione e alla continua ri-generazione del cosmo, per quanto dolorosa essa sia. Guardato da un’altra angolatura, il caos è come una pasta ancora informe, che rappresenta la condizione più flessibile per la creatività.

Per creare, però, sono indispensabili una buona ispirazione e forse anche una motivazione e una finalità. Forse i praticanti inglesi e irlandesi l’hanno cercata e magari trovata nella Bibbia. In questo moto planetario, che molti definiscono di cambiamento, percepiamo spesso di procedere non dal caos al cosmo, come desidererebbe la dimensione più razionale e lineare di noi, bensì, come nel bel mezzo delle acque alte di un oceano, ci sentiamo sballottati dal cosmo, che avevamo imparato a conoscere e a studiare, al caos ancora ignoto.

Le coppie di opposti proposte dai filosofi presocratici sono abbastanza visibili e rappresentano anche una scelta per ogni tipo di soggetto. Non a caso tanti spaccati della cronaca di queste settimane ci mostrano espressioni parossistiche orientate, ora nella direzione dell’amore, della concordia, della pace, ora, al contrario, rivolte all’odio, alla discordia, alla guerra. E ciascuno nel suo piccolo deve scegliere, per quello che può, da quale forza lasciarsi più volentieri incoraggiare per contribuire al cosmo, che, prima o poi, si disegnerà, per chi lo vedrà perché avrà tempo e sarà in possesso degli strumenti per riconoscerlo e interpretarlo.

Suggestioni bibliche

Giobbe è un riferimento naturale, volendo coniugare sofferenza e fede. Per la sua popolarità e complessità incute timore in chi voglia avvicinarvisi. Nessuna sua lettura lascia il sapore della completezza, è troppo ricco per lasciarsi carpire tutti i segreti. D’altro canto, è una figura familiare, è disponibile per chiunque, è lì, nella Bibbia, nel Corano, sembra attendere il prossimo che si cimenti, come lui, fra disperazione e sacro.

Giobbe è un personaggio singolo, ma nulla vieta di intenderlo come un intero popolo, come emblema dell’umanità, e specialmente come emblema dell’umanità nella temperie del presente. Quali punti di contatto si possono ravvisare?

La sua condizione iniziale è di benessere affettivo, materiale, spirituale. L’opzione fondamentale della sua vita consiste nell’accogliere il bene e nel rifiutare il male. L’orizzonte della sua vita è pieno di Dio.

L’umanità del XXI secolo manifesta molti squilibri, vistose disparità. Non di tutta l’umanità si può affermare che goda del benessere. Ci sono pochi molto ricchi e molti molto poveri. E’ innegabile, però, che uomini e donne oggi si muovano e si alimentino, sebbene spesso inconsapevolmente, di culture millenarie, che hanno prodotto un inestimabile patrimonio umano e spirituale. Strumenti raffinati sono disponibili per cambiare la storia e assicurarle un volto più giusto e più umano. Il senso del sacro, tante volte sottovalutato, disprezzato, dato per disperso, o considerato del tutto estinto, non se n’è mai andato. Anzi, di epoca in epoca, piuttosto che invecchiare dimostra di saper ringiovanire, presentandosi con una nuova linfa.

Un po’ come nell’interpretazione dei filosofi antichi, la vicenda di Giobbe assume presto le fattezze di un dramma, in cui, stando alla cornice narrativa, le fila sono mosse da un principio d’amore, aggregante, e da un principio di morte, disgregante, Dio e Satana. Il primo è più potente, infatti stabilisce la condizione fondamentale: che la vita di Giobbe non sia toccata (cf. Gb 1, 12; 2, 6).

Gli eventi avvengono all’interno di una cornice di fiducia, il male è presentato come una prova per saggiare la fedeltà di Giobbe a Dio. E il consenso di Dio alle tentazioni di Satana lascia supporre la piena fiducia che ogni prova sarà superata. Per quanto appare semplice e lineare l’inizio del libro biblico, tanto complessa è la sua conclusione. E, leggendo dall’inizio alla fine, si riceve l’impressione che non vi sia un solo Giobbe, ma innumerevoli, tanti quanti i suoi stati d’animo, che, nell’incalzare degli avvenimenti, lo dominano, alternandosi.

Giobbe prima maniera è proprio quello che, nel linguaggio comune, è immancabilmente associato alla pazienza. Quando gli comunicano che ha perso buoi, asini, greggi, pastori, cammelli, uomini, figli e figlie, Giobbe proferisce parole compiute degne di un santo:

21‘Nudo sono venuto al mondo e nudo ne uscirò; il Signore dà, il Signore toglie, il Signore sia benedetto’.22Nonostante tutto, Giobbe non peccò, non se la prese con Dio (Gb 1, 21-22).

Si dispone ad accogliere l’avversità con naturalezza, fa in modo da non smarrirsi, rimane coerente con se stesso. Sebbene tutto intorno a lui sia mutato, lui rimane fermo sulle sue posizioni, sembra che nulla lo sconvolga.

Nella prima fase della pandemia gli slogan positivi si rincorrevano, le iniziative per rendere più fruttuoso il confinamento anche, si notava una certa disponibilità a discernere il lato positivo, nella tacita convinzione che tutto sarebbe finito presto, rispettando le indicazioni, cogliendo l’opportunità del fermarsi, moltiplicando l’offerta formativa per tutte le età, un po’ in tutti i campi.

Satana continua, però, a insinuare il dubbio che il motivo della sua serenità non sia la fedeltà a Dio, bensì il suo egoismo. Tutto e tutti intorno a Giobbe erano stati annientati, ma lui direttamente non era stato sfiorato. Così anche per lui l’esperienza del male diventa diretta. Analogamente nella nostra situazione, all’inizio sentivamo parlare del virus, guardavamo le immagini di Wuhan in televisione. Sembrava un discorso lontano. Ora, nel migliore dei casi, gran parte della gente che conosciamo (se non anche noi stessi in prima persona) si è contagiata o è finita in quarantena. E i tempi si allungano.

L’inizio del racconto

Dal capitolo tre del libro biblico conosciamo un altro Giobbe, perché è proprio in questo punto che egli smette di ripetere le parole sante, che aveva imparate, e inizia a sfogarsi, qui ha inizio la sua narrazione. Il racconto che egli fa di se stesso è la condizione per incontrarlo. E il suo racconto parte davvero da lontano, dal momento in cui era stato concepito (cf. Gb 3, 3). Non impreca contro Dio, ma maledire il giorno in cui è venuto al mondo non è poi molto diverso. La sua riflessione si amplia, dal piano personale considera la condizione umana in sé: all’uomo viene nascosta la via da percorrere, perché Dio lo assedia da tutte le parti (Gb 3, 23). E più avanti: I giorni dell’uomo sono un tormento (Gb 7, 1): la percezione del dolore diventa universale. Anche l’esperienza di Dio muta, inizia a essere percepito come un nemico.

Gli amici

Gli amici vanno a trovare Giobbe, cercano delle parole in grado di dare senso. Si rivolgono alla tradizione, anche loro, come il primo Giobbe in fondo, ripetono le lezioni del passato, cercano di rendere tutto plausibile, di contenere il dolore nella evidenza stringente della logica. Se ricevi del male, è perché lo hai fatto tu o magari i tuoi figli, affidati a Dio, abbi fede. In altre parole, lo invitano alla rassegnazione. Pretendono di fornirgli indicazioni, espongono la loro sapienza religiosa, immaginiamo che siano in buona fede. Realmente vorrebbero recare sollievo a Giobbe, ma le loro parole suonano inutili oppure persino dannose, come sale sulle sue ferite. La loro sapienza è insufficiente, imprecisa, parla per sentito dire, dà l’impressione di sapere, ma in realtà non intende nulla della sofferenza di Giobbe. Così questi si ritrova profondamente immerso nella solitudine.

La solitudine caratterizza fortemente il pianeta terra del XXI secolo. The lonely century (Il secolo della solitudine), lo ha definito l’economista inglese Noreena Hertz. Il mondo globale è il mondo più esperto in solitudine che la storia abbia conosciuto. In questo punto Giobbe risulta più vicino e attuale che mai. E questa pandemia, con le distanze preventive, di cautela, non fa che rafforzare questa malattia di fondo.

E quanti amici, simili a quelli di Giobbe, possiamo incontrare in questo momento… tutti virologi, epidemiologi, infettivologi, politologi e governanti pieni di sapere e di parole e di speranze, più o meno belle, che si smarriscono e si recuperano, a seconda dei picchi in salita o in lieve calo delle cifre, che quotidianamente incombono su di noi circa i contagiati, i ricoverati, i deceduti. Se ci esponessimo con lo stesso ritmo e la stessa intensità e attenzione ai versetti dei libri sacri, ne riceveremmo molto di più in termini di difese immunitarie dello spirito.

Anche rispetto agli amici Giobbe ha qualche spunto interessante da presentarci. Respinge le loro analisi, rifiuta le loro parole, non sa che farsene di parole prese in prestito da lezioni, per quanto belle, del passato. E’ la sua vita ad andare in frantumi. Pretende di parlare con Dio: Parla per primo e io risponderò, oppure parlerò io e tu mi risponderai (Gb 13, 22).La sua iniziale riverenza ha ceduto il posto a un trattamento da pari a pari. Si avvicina alla sensibilità postmoderna insofferente alle autorità costituite. Con il piglio ribelle che i suoi amici classificano come una bestemmia (cf. Gb 15, 13) vuole arrivare al cuore. In sostanza la sua fedeltà non è mai venuta meno, ma si è trasformata con la vita, ha conosciuto direttamente la disperazione, il dubbio, la guerra dentro e fuori di sé, e, non vedendo più quel Dio rassicurante che tante immagini ritraggono e incorniciano, ha incominciato a tastare ovunque e a gridare per chiamarlo a sé.

Questo è il Giobbe della fase del caos, per dirla con la terminologia dei presocratici, quello creativo, che prelude alla novità, che nessuno conosce.

I suoi amici vorrebbero far credere il contrario, le loro parole assomigliano alle tante consolazioni formali che si odono e ripetono tutti i giorni. Giobbe in questa fase conserva ancora una certa considerazione della propria sapienza, anche lui in parte fa propria la logica degli amici, si ritiene innocente e colpito ingiustamente.

Rimane fermo all’idea che la sofferenza scaturisca da una colpa. I suoi perché rimangono orfani di risposte. Negli sprazzi di luce proietta oltre la sua riabilitazione (cf. Gb 20, 25). E poi si rivolge con nostalgia al passato, quando tutto andava bene perché Dio mi proteggeva (Gb 29, 2). Sui 42 capitoli del libro, 37 raccolgono la voce di Giobbe, che interloquisce con il suo dolore e con gli amici.

Al capitolo 38 Dio finalmente interviene. Dal capitolo 40 Giobbe risponde al Signore, questa è la sua terza fase. Parla solo per dire che non parlerà più: mi tappo la bocca (Gb 40, 4).

La sofferenza non cambia, Giobbe sì

La sofferenza rimane con il suo insondabile mistero, impossessandosi dell’uomo, inducendolo a essere ora logorroico ora ammutolito. Ciò che cambia è l’esperienza: allora ti conoscevo solo per sentito dire, ora invece ti ho visto con i miei occhi (Gb 42, 5).

E’ significativo che la conclusione elogi Giobbe, condanni gli amici. Se Giobbe si fosse rassegnato, accontentandosi delle lezioni di catechismo imparate a memoria, sarebbe morto nella miseria spirituale. Invece la sua ribellione non lascia assopire il bisogno di Dio e pretende d’incontrarlo lì dove gli serve, più in profondità di prima, di quando tutto sembrava sereno e sembrava per sempre.

Una risposta a quei perché non è data, a essere sinceri, è tutta la cornice dell’incontro fra essere umano e Dio a cambiare. La storia di Giobbe dimostra che, se a Israele, prima dei comandamenti è chiesto di ascoltare, anche Dio, in quello che appare come un silenzio, ascolta le grida di Giobbe.

Come per i filosofi antichi, anche per Giobbe il caos si rivela creativo e lo accompagna alla quarta versione di sé, quella nuovamente benedetta e pacificata. Questo, però, è meno importante della trasformazione che non avviene automaticamente per via delle tragedie che gli capitano. La creatività rimane viva unitamente allo spirito critico, che non teme il dubbio, ma lo percorre, perché pretende di incontrare Dio, e, trovando lui, trova anche il resto.

Che nel caos che attraversiamo, qualunque sia il numero e la durata delle nostre trasformazioni, sappiamo anche noi mantenere sveglia la coscienza critica, che non si lascia assopire dai consigli saccenti, non si lascia avviluppare dal timore di esplorare, ma pretende invece d’incontrare Dio.

Ada Prisco

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