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L’Etiopia e i giorni della memoria

Anche l’Etiopia ha il suo giorno, o meglio, i suoi giorni della “memoria”, e ricorrono proprio ora: il 19, 20 e 21 febbraio 1937 soldati e squadracce di fascisti italiani massacrarono ferocemente circa trentamila persone, fra cui donne, bambini e persino mendicanti, per ritorsione dopo l’attentato al maresciallo Graziani, nominato viceré dal governo Mussolini, e ad altri gerarchi del regime. Li massacrarono per strada, nelle loro case, bruciandoli vivi, fucilandoli di fronte alle famiglie, ammazzati di botte, impiccati.

L’attentato era stato compiuto da partigiani etiopi contro l’occupante italiano, che per la seconda volta in circa 50 anni cercava di impadronirsi del loro Paese, occupandolo con le armi. Ricordo di aver visto, in un quotidiano di Addis Abeba, la foto di un giovane ufficiale italiano sorridente, alle cui spalle correva un basso muretto con sopra le teste di sei uomini etiopi, esibite come trofei.

Vittime etiopi accatastate con soldati e camicie nere italiane

Alle violenze presero parte anche civili e persone comuni che, in un contesto di totale impunità, commisero atrocità inaudite: bruciavano tucul, gettavano bombe a mano su chi cercava di sfuggire al fuoco, moltissimi furono arrestati e torturati senza alcuna prova che avessero anche lontanamente partecipato all’attentato. Molti furono anche gli intellettuali, le persone di cultura che vennero massacrate, decapitando così la classe dirigente del Paese, operazione che certamente influì anche sulla sua crescita e sviluppo, rallentandola di almeno una generazione. Fu massacrata anche la comunità cristiana copta del monastero di Debre Libanos, preti inermi che avevano dedicato la loro vita alla preghiera e vivevano in pace.

Gli etiopi oggi, così come celebrano con festa nazionale la data della battaglia di Adua, allo stesso modo ricordano quei terribili tre giorni. Gli italiani in quella occasione non si comportarono diversamente dai nazisti dopo l’8 settembre 1943 in Italia.

Le guerre che lo stato fascista, così come precedentemente lo stato liberale italiano, ha condotto nel Corno d’Africa, erano guerre coloniali e di aggressione, nelle quali sia Graziani che Badoglio usarono in modo generalizzato e indiscriminato anche i gas vietati dalle convenzioni internazionali: in nome di una supposta superiorità razziale e di una cieca volontà di dominio, gli italiani non si comportarono quindi diversamente da qualunque esercito colonialista.

L’aspetto che più lascia perplessi è che molti dei nostri giovani studenti di scuola media o di liceo, di tutto questo spesso non hanno mai sentito neppure parlare. Ci raccontano sì che siamo andati in Libia, in Somalia, in Eritrea e in Etiopia ma, tranne alcune lodevoli eccezioni, gli insegnanti non parlano mai delle violenze commesse dagli italiani, al punto che ci siamo creati quell’immagine di “italiani brava gente”, ancora difficile da sradicare. Si tende fin troppo spesso a coprire le cattive azioni con frasi del tipo “si però abbiamo fatto anche qualcosa di buono, le strade, i ponti, gli ospedali”. Tutto vero. Ma dovremmo deciderci una buona volta a fare i conti con la nostra storia. Il maresciallo Rodolfo Graziani, militare di carriera, ma distintosi piuttosto per tutte le crudeltà e le violenze commesse e non solo in Etiopia, ma anche in Libia (dove per riportare la colonia sotto il controllo del governo italiano usò metodi come il trasferimento forzato della popolazione, l’abbattimento del bestiame per ridurre donne, uomini, vecchi e bambini alla fame), alla fine della guerra fu inserito al primo posto della lista dei criminali di guerra italiani.

Il monumento al generale Graziani ad Affile (Roma),
segno che l’Italia non ha ancora fatto i conti con il fascismo

Ma come dicevo, noi non abbiamo fatto i conti con la nostra storia, non abbiamo avuto una Norimberga italiana: dopo la guerra, processato per crimini di guerra, fu condannato a 19 anni di carcere, diciassette dei quali quasi subito condonati. Scontò solo due anni e nel 1953 divenne presidente onorario del Movimento Sociale Italiano. Agli altri numerosi responsabili nulla fu imputato.

Affermando che non abbiamo fatto i conti con la nostra storia non mi riferisco però solo al processo a Graziani, ma anche al legame che molti italiani, che mi piacerebbe credere inconsapevoli delle atrocità commesse, mantengono con un personaggio come Graziani. Il comune di Affile, nell’agosto del 2012 gli ha dedicato un sacrario, assai frequentato e che pare essere l’orgoglio di quella località.

Gli Etiopi però distinguono e non dimenticano. Distinguono, perché alla guerra di liberazione partigiana in Italia hanno partecipato anche partigiani etiopi, compresa una donna, che si unirono alla banda “Mario”. I loro nomi sono riportati nel libro Partigiani d’oltremare, dello storico Matteo Petracci ed erano: Mohamed Raghè, Thur Nur, Macamud Abbasimbo, Bulgiù Abbabuscen, Cassa Albite, l’unica donna chiamata Gemma fu Elmi (probabilmente figlia di un italiano), e Carlo Abbamagal. Quest’ultimo, portato in Italia nel 1940 per essere esibito in costume tradizionale alla Mostra d’Oltremare, che doveva illustrare le conquiste mussoliniane, nel 1943 fu trasferito come prigioniero in provincia di Macerata. Fuggito, si unì ai partigiani e morì in uno scontro con i nazisti nel novembre dello stesso anno. Morì, giovanissimo, per la nostra libertà.

Non dimenticano, perché la costruzione del sacrario ebbe eco anche internazionali e le comunità etiopiche in Italia hanno protestato. La polemica è ancora aperta con strascichi giudiziari, ma il sacrario è ancora lì e lo Stato democratico nato dalla Resistenza non ha avuto ancora la forza di farlo demolire.

Il monastero di Debre Libanos nel 1934

Questa storia, come molte altre purtroppo (per esempio sappiamo cosa gli italiani fecero durante la guerra alla Grecia? Crediamo davvero che furono più rispettosi anche delle popolazioni civili inermi?), dovrebbe essere narrata agli studenti delle scuole medie e superiori, non per sollecitare sensi di colpa che non avrebbero oggi alcun senso, soprattutto per i più giovani, ma perché dimenticare e seppellire il passato non può che favorire la commissione degli stessi errori, magari in forme diverse. Cosa sono infatti i respingimenti dei migranti, la loro reclusione nei campi profughi in condizioni disumane, la loro restituzione alle torture e alla morte nei campi dei mercanti di persone libici, se non il risultato di ignoranza e orrori analoghi a quelli del passato commessi informa diversa?

Noi cristiani in particolare, che consideriamo tutti nostri fratelli, abbiamo il dovere di far conoscere il passato, bello o brutto, per educare le giovani generazioni al rispetto per gli altri: bianchi, neri, gialli o di qualsiasi altro colore, cultura, lingua o religione siano.

A Firenze c’è una strada ancora intestata a Reginaldo Giuliani. Scommetto che molti fiorentini, soprattutto giovani, non sanno chi era. Ma Reginaldo Giuliani non merita l’intestazione di una strada. Viene definito “religioso, militare, predicatore e saggista”; era il cappellano militare delle camicie nere, si unì agli squadristi cattolici delle Fiamme Bianche per l’occupazione di Fiume, combatté nella guerra d’Etiopia e ricevette ben quattro medaglie, d’oro, d’argento e di bronzo al valor militare. Nella guerra (d’aggressione) d’Etiopia ci andò come volontario a 48 anni e prese concretamente le armi contro il popolo aggredito. Morì in battaglia nel 1936 e, grazie anche alla propaganda fascista, entrò di diritto nel pantheon dei caduti della rivoluzione fascista (A. Del Boca).

Un comitato cittadino ha ormai chiesto da tempo il cambio di nome della strada, ma il Comune pare sordo. A quando una società davvero democratica e rispettosa degli altri popoli?

Marta Torcini

Un pensiero su “L’Etiopia e i giorni della memoria

  • 24 Febbraio 2021 in 00:21
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    Ho letto con interesse l’articolo di Marta Torcini. Non so molto della storia recente dell’Africa ma mi basta leggere le cronache dei respingimenti, degli annegamenti, dei barconi, della politica di sfruttamento del territorio e negazione dei diritti elementari verso i popoli africani da parte di regimi che si reggono con le armi dell’Occidente.
    Ieri ho visto il film ” Hotel Rwanda” che spiega perfettamente l’Africa post coloniale. E lo fa coinvolgendoci nella tragedia, che purtroppo è anche la nostra, di un popolo vittima di ignoranza e povertà. È anche la nostra perchè ormai il mondo è invaso da una pandemia che ci costringe a chiederci se stare in una fortezza può bastare a salvarsi.
    No non basta.
    Decidiamoci a rendere effettivi i diritti di uguaglianza fra tutti gli uomini.
    Diamo efficacia vera a queste norme universali.
    Andiamo oltre l’accoglienza, cerchiamo di attuare la fratellanza.

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