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Congo: la partita perfetta di Tshisekedi, scacco matto a Kabila

Giocare una partita politica pressoché perfetta, della durata di diversi mesi, è molto complicato soprattutto in un paese tormentato come la Repubblica Democratica del Congo e contro un avversario che risponde al nome di Joseph Kabila, presidente del suddetto paese dal 2001 al 2019. Se l’identità di chi gioca questa partita è Félix Tshisekedi, abituato a resistere sotto pressione dopo anni trascorsi in qualità di capo dell’opposizione e giunto alla presidenza proprio nel gennaio 2019, tutto può cambiare.

Entrambi vantano nobili natali: Tshisekedi è infatti figlio di Étienne Tshisekedi, per tre brevi periodi negli anni ’90 primo ministro dell’allora Zaïre sotto Mobutu Sese Seko e poi oppositore della famiglia Kabila. Il penultimo presidente della RDC è invece figlio del guerrigliero rivoluzionario Laurent-Désiré Kabila detto Mzee che, in lingua swahili, significa saggio. Presidente dal 1997 al 2001, Kabila padre è stato assassinato il 16 maggio 2001 da una sua guardia del corpo. A succedergli sullo scranno più importante del paese è stato proprio il figlio, Joseph, che diede il via ad una profonda inchiesta sull’assassinio del padre, culminata con l’arresto di 135 persone e la condanna a morte mai eseguita di Eddy Kapend, cugino dello stesso Laurent-Désiré Kabila e ritenuto la mente sia dell’uccisione sia di un tentato colpo di stato.

Félix Tshisekedi

L’attuale situazione politica ha avuto inizio al termine delle elezioni presidenziali del 30 dicembre 2018, inizialmente previste per settembre 2016 e poi dicembre 2017. I continui ritardi, ufficialmente, sono stati dovuti ai registri elettorali che, secondo la Commission électorale nationale indépendante (CENI), risultavano ancora incompleti. In realtà, l’opposizione accusava Kabila di voler mantenere la presidenza del paese sine die, dopo le rielezioni incassate nel 2006 e nel 2011. Infatti, la costituzione congolese limita a due il numero dei mandati presidenziali consecutivi. Propenso però a guidare da vicino il nuovo esecutivo come un presidente-ombra, Kabila, di concerto al Front commun pour le Congo (FCC), partito da lui stesso fondato nel 2018, propose Emmanuel Ramazani Shadary come candidato alle elezioni. Vice-primo ministro e ministro dell’Interno e della Sicurezza dal dicembre 2016 al febbraio 2018, Shadary era l’uomo perfetto al momento giusto per Kabila: docile e manipolabile.

Oltre a Shadary e allo stesso Tshisekedi, ambasciatore della Coalition Cap pour le changement, le elezioni sono state animate da altri candidati papabili per la vittoria: Martin Fayulu, capofila della Coalition Lamuka ed oppositore di Kabila; l’indipendente Charles Luntadila, giunto poi al quarto posto al termine della tornata elettorale; Jean-Pierre Bemba, oppositore sia di Mobutu sia di Kabila e la cui candidatura è stata annullata dalla CENI perché condannato dalla Corte Penale Internazionale per corruzione di testimone durante il processo che lo ha visto prosciolto in appello dalle accuse di crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Come altre personalità politiche, Bemba ha poi appoggiato la candidatura di Fayulu.

Le elezioni, tuttavia, hanno deluso le aspettative di Kabila il cui delfino ha raggiunto appena il terzo posto con il 23,84% delle preferenze su oltre diciotto milioni di voti depositati. Ufficialmente, ad uscirne vittorioso è stato Félix Tshisekedi con il 38,57%, appena quattro punti percentuali in più di Martin Fayulu. L’affluenza è stata del 47,56%. Il periodo successivo alle elezioni si è rivelato a dir poco incandescente e, come nel 2006 e nel 2011, ci sono state accuse di brogli: se sette anni prima a protestare contro il risultato elettorale era stato Étienne Tshisekedi, adesso era Martin Fayulu a fare la voce grossa. I suoi sostenitori affermavano, dopotutto, che il loro candidato avesse raccolto oltre il 60% dei voti, complice una fuga di notizie interne alla CENI avvenuta il 15 gennaio 2019. Appena tre giorni prima, Fayulu aveva già depositato un ricorso presso la Corte costituzionale e preteso un riconteggio manuale dei voti. Il ricorso fu poi respinto. Definitosi come l’unico presidente legittimo della Repubblica Democratica del Congo, Fayulu pronunciò un accorato appello, poi caduto nel vuoto, alla comunità internazionale.

A prescindere dalle accuse di brogli, Kabila doveva trovare un compromesso con Tshisekedi, proclamato come quinto presidente della RDC il 25 gennaio 2019 dopo essere stato sostanzialmente commissariato da Kabila stesso. Il punto di forza di quest’ultimo era la maggioranza assoluta ottenuta alle elezioni legislative svolte sempre il 30 dicembre 2018: il Front commun pour le Congo aveva ottenuto ben 341 seggi all’Assemblea nazionale, contro i 112 della Coalition Lamuka e gli appena 47 di Cap pour le changement. La situazione non mutò nemmeno in occasione delle elezioni senatoriali, tenutesi a scrutinio indiretto il 14 marzo 2019, per il rinnovamento del Senato con il Front che ha totalizzato 98 seggi, distanziando i 7 assegnati a Lamuka e gli appena 3 incassati dalla coalizione di Tshisekedi. Un solo seggio è stato riservato ad un senatore a vita, Kabila stesso. Quest’ultimo e Tshisekedi hanno poi formato una coalizione che ha preso il nome di FCC-Cach.

Conscio di aver mantenuto buona parte del suo potere, Kabila ha nominato alcuni suoi fedelissimi nei posti chiave del paese e diversi ufficiali a lui vicini nell’esercito, pronto poi a ricandidarsi alle elezioni del 2023. Dopo aver nominato Vital Kamerhe come primo ministro, poi condannato a vent’anni di lavori forzati per riciclaggio, appropriazione indebita e corruzione, Tshisekedi ha iniziato una lenta ma costante erosione delle fondamenta del potere di Kabila. Senza tener conto dei settecento oppositori politici liberati nel marzo 2019, un’operazione più di maquillage che altro, Tshisekedi è riuscito nell’intento di spodestare tutte le figure chiave designate da Kabila. L’unico duro colpo che Tshisekedi ha dovuto incassare è stato proprio l’arresto del suddetto Vital Kamerhe, già leader del partito Union pour la nation congolaise (UNC).

Quella che si è consumata fra dicembre 2020 e gennaio 2021 è stata una vera e propria crisi istituzionale con alla regia Félix Tshisekedi: dopo tre settimane di consultazioni tenute nel mese di novembre fra il presidente in carica, i governatori e altre personalità politiche, Tshisekedi stesso ha posto fine alla coalizione FCC-Cach, fra accuse di corruzione da parte dei fedelissimi di Kabila nei confronti dei sostenitori del presidente e la distruzione e il lancio di alcuni scranni del parlamento. Per cercare una nuova maggioranza presso l’Assemblea nazionale, Tshisekedi ha nominato l’ex ministro dell’economia Modeste Bahati Lukwebo, ex “kabilista” di ferro, come mediatore e ha creato l’Union sacrée de la nation, un’alleanza che non solo ha inglobato molti ex-sostenitori di Kabila ma ha anche cercato l’appoggio di un partito politico progressista come l’Alliance des forces démocratiques du Congo, forte di 41 deputati e 13 senatori, precedentemente alleati con Kabila. Oltre a ciò, l’Union sacrée ha incassato l’approvazione di due pesi massimi come l’Ensemble pour le changement (EPC) di Moïse Katumbi e del Mouvement de Libération du Congo (MLC) di Jean-Pierre Bemba.

Il 27 gennaio, inoltre, l’Assemblea ha votato favorevolmente una mozione di censura nei confronti del primo ministro, Sylvestre Ilunga, un fedele di Joseph Kabila poi dimessosi il giorno dopo. Il 15 febbraio è stato nominato nella stessa posizione Sama Lukonde Kyenge, ex ministro della gioventù e dello sport e pronto a dirigere il primo governo dell’Union sacrée. Soprattutto, Kyenge gode di un buon rapporto sia con quanto rimane dell’FCC sia con il partito Ensemble di Katumbi. Grazie anche all’azione di Lukwebo, che ha convinto 41 deputati ad abbracciare il progetto del presidente, l’operazione di Tshisekedi ha continuato ad avanzare: la presidenza dell’Assemblea è cambiata, con Christophe Mboso, molto vicino a Tshisekedi, che ha sostituito Jeanine Mabunda che occupava lo scranno della massima carica dell’Assemblea dall’aprile 2019. Per l’esattezza, Mboso ha ricevuto il voto favorevole di 389 deputati dell’Union sacrée su 391. Il posto di vicepresidente è stato riservato a Jean-Marc Kabund, militante dell’Union pour la Démocratie et le Progrès Social (UDPS), il partito fondato da Étienne Tshisekedi. Infine, anche l’ultimo sostenitore di Kabila, il presidente del Senato Alexis Thambwe Mwamba ha rassegnato le proprie dimissioni prima dell’inizio della procedura di destituzione minacciata dall’Ispettorato generale delle finanze che l’ha accusato di appropriazione indebita di fondi pubblici. Dulcis in fundo, Tshisekedi ha concesso la grazia a ventidue soggetti accusati dell’assassinio di Laurent-Désiré Kabila, fra cui il già citato Eddy Kapend.

L’unico che etichetta questo scontro istituzionale come un’immensa sciarada politica è Martin Fayulu, il quale si considera ancora come il presidente legittimo. Fayulu afferma, senza mezzi termini, che Kabila avesse già intenzione di farsi da parte e che questa crisi danneggi esclusivamente il popolo congolese.

A prescindere dai confronti politici, alcune pressanti sfide incombono sul nuovo governo diretto da Kyenge e sul presidente Tshisekedi, fra cui l’ennesima ricomparsa dell’ebola nel Nord Kivu, una delle province maggiormente martoriate anche dalle azioni delle Forces démocratiques alliées, una milizia ugandese che ha stabilito legami con lo Stato Islamico. Oltre a ciò, non è da sottovalutare l’insicurezza persistente a cui è sottoposta la città di Lubumbashi, la capitale dell’Alto Katanga, a causa della milizia separatista Bakata-Katanga.

Tshisekedi ha vinto una partita politica pressoché impossibile da vincere; adesso c’è da governare, con serietà, un paese ampio quasi otto volte l’Italia, con alcune zone al di fuori del controllo statale e parzialmente controllate solo dalla Mission de l’Organisation des Nations unies pour la stabilisation en République démocratique du Congo (MONUSCO).

Gabriele Sbrana

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