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Saydnaya

Al Napoli Teatro Festival il 23 settembre 2020 è andato in scena uno spettacolo insolito, con protagonista la martoriata Siria, cui talvolta concediamo apparentemente tanta attenzione, da questa parte del mondo, talaltra dimentichiamo anche che esista. L’indifferenza è una causa, ma non l’unica. A essere onesti è difficile farsi un’idea precisa della situazione politica che ha provocato danni sempre maggiori a quella terra straordinaria e al suo popolo, e tanto più difficile è sapere che cosa stiano vivendo oggi. Ammesso poi di farsene un’idea, chi può essere certo che corrisponda alla realtà? Perciò è tanto più interessante ascoltare la voce/testimonianza dell’attore siriano in collegamento, da cui la rappresentazione prende le mosse. Abita ancora in Siria, un paese dal quale l’Europa respinge l’accesso, quindi la sua presenza in scena è da remoto, come tanti eventi in tempi di pandemia.

Ramzi, l’attore siriano, la cui voce dà inizio allo spettacolo, e la voce dell’amico Jamal, incaricato di raccontare dal vivo la sua storia, sono soltanto il punto, su cui insiste l’immaginario compasso, che finisce col disegnare un cerchio molto più ampio, dedicato all’incrocio fra culture, al senso di sradicamento, a chi nasce in un paese diverso da quello dei suoi genitori, a chi vive sentendosi lontano da casa. Non è soltanto storia siriana, è storia di tanti, storia di sempre.

Saydnaya è la prigione, trenta chilometri a nord di Damasco, in cui scoppiò una terribile rivolta il 27 marzo del 2008. La maggior parte dei prigionieri di questo carcere sono detenuti politici, appartenenti a correnti laiche di opposizione. Fra le sue mura sono rinchiuse oltre 1300 persone, è praticamente un paese stipato in se stesso, che cova rabbia e che si è trovato in guerra aperta al momento della rivolta, partita da un detenuto, che staccò il filo della corrente in corridoio, lasciando al buio l’intera struttura. Per sedare la rivolta, all’inizio del mese di luglio del 2008 fu chiesto l’intervento dei militari, che giunsero in numero superiore ai carcerati e che furono fatti entrare nelle celle. I detenuti riuscirono comunque a prendere in ostaggio 200 soldati e 4 ufficiali. Le ali della prigione erano sotto il loro controllo.

Il prigioniero politico

Quanti sono incarcerati in Siria per motivi politici perdono i diritti civili, diventano simili a ombre. Aver sfilato a una manifestazione pacifista può essere ritenuto un motivo politico sufficiente a condannare al carcere, alle torture, a chissà a cos’altro.

I prigionieri non possono parlare di se stessi, delle proprie passioni nemmeno tra loro, devono farsi trovare dalle guardie con le mani sugli occhi, perché non è loro permesso neppure di guardare. Anche se ne escono vivi, è difficile che qualcuno vada loro incontro, s’interessi a loro, abbia relazioni di qualunque genere con loro, perché rischierebbe in prima persona di essere interrogato e di subire delle conseguenze nocive. Dalla segregazione carceraria questi prigionieri possono passare a quella domestica, molti non riescono a conservare l’equilibrio mentale, qualcuno preferisce il suicidio.

Può bastare una battuta di spirito sull’accento del Presidente a far finire in una delle prigioni più dure della Siria. L’ironia è messa al bando, perché è considerato vilipendio ridere di un comportamento qualunque di chi detiene l’autorità. Questo è quanto è successo a Rami, fratello di un attore di Damasco, che si racconta attraverso il palco.

E poi c’è la musicista, che riesce a uscire dalla prigione, mentre suo marito resta dentro. Per nove anni non può nemmeno fargli visita. Poi finalmente ottiene il permesso per dodici minuti da lontano.

Ogni diversità rispetto alla maggioranza si sente in pericolo, oltre a convincersi di essere espressione di una malattia.

L’unica medicina è dentro di te, Gesù ti ama come sei: queste parole sono l’unico annuncio sensato che un prete riesce ancora a pronunciare rivolto all’angoscia di un giovane omosessuale. Qualcuno si decide a inventare una finta confessione, sperando così di fornire ai torturatori quello che volevano e di ottenerne un beneficio, ma le violenze continuano, tutto è immerso nell’assurdo. Causa ed effetto cessano di mostrare un nesso. Quant’è sottile l’intelligenza di una fidanzata, che inizia lo sciopero della fame, è torturata dagli agenti, che continuano a percuoterla. Lei si accorge del loro piacere sadico nel procurarle dolore. Così avverte dentro di sé un potere enorme: sottrarre loro la fonte di quel piacere, cioè se stessa. Decide di lasciarsi morire e, per vendicarsi in maniera più completa, inizia a sorridere, come non faceva da tempo. Esprime con questo linguaggio la sua libertà rispetto alla violenza che subisce.

Altri, invece, riescono a far crescere il desiderio di vita nel buio e nello squallore della cella e coltivano tenacemente il senso dell’umano, che le tenebre pretendono di occultare. La compassione non si lascia annientare, l’aspirazione alla condivisione, l’ascolto delle pene altrui, che giungono sotto forma di suoni inarticolati, gemiti e urla di dolore: da una cella all’altra si consolida la certezza della somiglianza, della appartenenza, della misericordia per il dolore dell’altro e per l’ingiustizia che subisce.

Da un lato è straziante per il fidanzato udire nella cella accanto le torture della fidanzata, dall’altro tanti ricordi belli affiorano alla memoria, senza chiedere il permesso. E’ la traccia che ha lasciato il tragitto percorso insieme, gli incroci, gli stimoli, che ciascuno ha riversato nella vita dell’altro. E’ come un guardarsi indietro, con distacco e commozione insieme, e riconoscere quanta strada si era riusciti a percorrere. E’ quanto basta a lui per convincere lei a non lasciarsi morire. Siccome, però, la vita è beffarda, lui è condannato a morte e poi all’ergastolo e lei, dopo alcuni anni, ha il permesso di uscire. La loro ultima mezz’ora insieme è straziante. Concedono loro un letto, sul quale restano seduti vicini, lei gli consegna le lettere d’amore, che lui le ha scritto e che non le sarebbe concesso di far uscire dal carcere. E gli lascia il gilet a maglia che aveva confezionato per lui.

La Siria vanta una tradizione culturale e religiosa da fare invidia, è carica di storia pregiata come gemme. Damasco pullulava di luoghi dove la cultura si elaborava, ne era un artigianato a cielo aperto.

Dove si arriva, quando la disumanizzazione è perseguita giorno dopo giorno, quando si smarrisce la capacità di ricercare le cause degli eventi e si inizia a raccontare assurdità, spacciandole per vere, soltanto perché a esporle è chi detiene il comando oppure lo rappresenta?

Fra fatti e parole si consuma la scissione. Lo stesso avviene fra coscienza e azione. Questo è il caos più spaventoso che esista. La distanza domina dentro e fuori di sé. L’unico miracolo è in chi riesce ancora a piangere, si commuove, quando trova un familiare o si rende conto che la famiglia è riuscito a trovarlo, non ha voluto dimenticarlo.

Il conto dei giorni si perde e anche la percezione dei cambiamenti sui lineamenti del viso, specialmente per chi è posto al buio in isolamento prolungato.

Non aver paura

La frase più ripetuta nei dialoghi è Non aver paura, lo dicono i familiari in visita, lo dice la fidanzata che voleva suicidarsi al suo lui, lo si ripete, dando e dandosi coraggio, raccogliendo quel fiato ridotto al filo, che ancora resiste e mantiene in vita, sorprendentemente, a dispetto di tutto e di tutti. La forza è dentro di te, ma proviene anche dall’esterno, da quel che resta delle voci amiche.

Uccidere è un modo per impossessarsi della vita di un altro, ma anche il mantenerlo sospeso lo è. E le vite a Saydnaya sono bloccate, sospese nel vuoto, senza rete di protezione. E di protezioni non ne esistono in generale, si finisce in prigione con la stessa facilità con cui in altri contesti si va in vacanza o si cambia il programma di una serata. Pensiero critico e opposizione politica non sono contemplati, così finiscono nello stesso calderone atei, comunisti, fratelli musulmani, ecc. ecc. Non sono gli unici casi di cui si parla.

La prigione può diventare l’unico rifugio assurdo per le donne violentate in famiglia e non sposate, se si accusano di incesto sono accolte dietro le sbarre. Proprio lì la curatrice del bordello improvvisato per gli ufficiali convince una prostituta a sposare il suo protettore, così da violentata diventa moglie, che concede al marito la licenza di considerarla una prostituta e trovarla un po’ a casa, un po’ di nuovo in carcere.

Queste voci degli attori, persone ormai fuori dal carcere, eppure, per certi versi, ancora voci di dentro, non dimenticano i nomi, sia i propri, sia quelli delle persone amate, dei benefattori che hanno saputo fare la differenza. In alcuni casi, come in quello del giovane omosessuale, René, i nomi cambiano a seconda della fase della vita, per lui c’è il nome con cui era stato chiamato alla nascita dalla madre ebrea e dal padre cristiano; quando questi, però, lascia sua moglie e sposa una musulmana, abbraccia l’islam e pretende che René diventi Muhammad, tanto per indispettire la sua prima moglie. René diventa davvero adulto quando incontra l’amore della sua vita, un ragazzo curdo, e decide che stavolta sarà lui a scegliere come chiamarsi, Shevan, un nome curdo. Quando ottiene il visto per i Paesi Bassi e si naturalizza olandese, desidera cancellare la sua prima identità, non vuole più essere René, ma soltanto Shevan. La sua vicina di casa, però, quella con cui parlava, che lo aiutava, che gli aveva insegnato a scaricare le tensioni correndo nel parco, lo implora di non lasciare del tutto il suo primo nome, per evitare un trauma alle sue bambine, abituate a chiamarlo René. Così il giovane sceglie il suo nome completo: René-Shevan Van der Lugt, il cognome è quello del gesuita olandese, finito ammazzato nel quartiere dei siriani che aiutava, che lo aveva incoraggiato a ritrovare se stesso e ad accettarsi per quello che era.

Emergono tante strategie di sopravvivenza da questi personaggi sbattuti dalle onde della violenza assurda, inumana. Il palco resta quasi sempre in penombra, ma non manca la musica, sono citati Mozart, Bellini, e altri. Si danza, si canta quella sofferenza, il desiderio di riscatto, il conflitto di chi è diviso fra la voglia di ricostruirsi una vita altrove e il dovere di restare per assistere la propria famiglia, per vigilare sulla propria terra devastata.

Qualcuno non ce la fa a conservare l’integrità psicologica, i ricordi sono troppo pressanti e ostacolano anche la vita fuori dal carcere. Riyadh, quando incontra il fratello, che gli fa visita in carcere dopo tanti anni che non lo vedeva, ha una percezione diversa e improvvisa del tempo trascorso ed è pervaso da un senso di meraviglia, nemmeno lui sa come ha fatto a sopportare tanto, a tirar fuori tanta pazienza.

Segreti per sopravvivere

Assistendo a questa rappresentazione, si ricava la sensazione che gli esseri umani tirino avanti comunque con quello che resta, inglobando il vuoto spaventoso che fagocita tutto. Ognuno investe in questa lotta qualcosa di proprio.

Riyadh riesce a non farsi strappare quel senso di umanità, che lo condurrà a offrire parte del suo letto al medico. E sarà la sorella di questi a fare in modo che esca finalmente dal carcere e ritorni in Turchia.

René-Shevan rimane spontaneo, non si lascia strappare la tenerezza da fanciullo, che lo fodera dall’interno, e non smette di affilare i suoi strumenti più affilati, l’ironia e l’autoironia.

E se Rami non ce la fa a riprendersi dalla prigione, perché la sua mente ne è uscita sconvolta o, in parte non ne è uscita affatto e ha frammentato la sua identità, fino a farlo sentire perseguitato sempre, fino a fargli perdere il contatto con la realtà, a diventare violento anche con le persone più care, allora suo fratello corre in suo aiuto. Lo fa aiutandolo a ricostruirsi il ritmo della quotidianità: gli regala una mucca, così Rami è impegnato ogni giorno a mungerla, a ricavare formaggio e yogurt. Il contatto con la terra diventa il modo più semplice e diretto per non subire il logorio e la fatica del sopravvivere.

Alcuni ottengono un visto per emigrare, chi in Germania, altri in Francia, oppure in Svizzera o in Olanda, ma non tutti riescono ad ambientarsi. Allo smembramento interiore si aggiunge talvolta l’estraneità sperimentata in un ambiente molto diverso, con organizzazioni di vita lontane dalle proprie.

E poi, non è detto esplicitamente, ma chi se ne va non sempre riesce a godere della situazione diventata ormai oggettivamente serena, perché, insieme ai ricordi, reca con sé una sorta di senso di colpa rispetto a quanti e a quanto si è lasciato indietro.

Così alcuni finiscono con il tornare sui propri passi. La famiglia rimane il richiamo fondamentale, perché per i prigionieri rimane, se rimane, come l’ultimo baluardo, il porto in cui trovare pace e soprattutto la certezza che nel mondo fuori ci sia qualcuno che aspetta il ritorno di una vita divenuta altrimenti anonima, cancellata, come succede a Riyadh depennato dall’anagrafe, come se fosse morto, come succede a René chiamato con un numero dai suoi aguzzini, che lo accusano di essere un agente segreto del Mossad.

Sarà la madre oltre il confine turco a far ritornare Riyadh bambino, a farlo sentire dopo tanto tempo di nuovo al sicuro nel suo abbraccio. Sarà il padre di René a pagare per il suo rilascio.

E’ il fratello a ricollocare Rami sui binari di una normalità accettabile, quando tutto il suo mondo rischia di andare in pezzi. E la famiglia spesso rimane in Siria: come voltarle le spalle o come non avere l’impressione di averlo fatto?

A un certo momento la scena s’illumina, gli ex detenuti sono intorno al tavolo, mangiano, ridono, scherzano, si raccontano a vicenda. E al culmine dei loro discorsi chiedono a uno di loro di suonare e dicono: Vogliamo ballare!

Cantano e danzano sulle note della sofferenza, che non li abbandona, ma comunque si animano e animano la scena. Siria è desolante devastazione, ha trasformato in carnefici disumani molti giovani finiti a fare i secondini torturatori solo perché avevano bisogno di un lavoro.

Siria è anche questo attaccamento alla vita, che spinge comunque a ballare, anche se i segni delle torture non guariscono del tutto, anche se le fidanzate hanno sposato qualcun altro, anche se la Germania si è rivelata una terra troppo ostica da sentire come propria.

Comunque si balla e così ci si sente vivi.

Dio dov’è?

Ad ascoltare i racconti di questi prigionieri, commuovendosi con loro, scivolando nelle crepe di quelle ossa spezzate, si deduce che l’uomo, il senso di umanità, sono assenti, non rispondono all’appello. Le tenebre fanno sfoggio di sé mostrando ogni possibile sfumatura. Gli occhi, che si abituano al buio, imparano a distinguere diverse tonalità di nero. E Dio? Lui dov’è? La domanda non è nuova.

Pensano tra sé gl’incoscienti: ‘Ma dov’è Dio ?’. … 2 Ma il Signore dal cielo guarda sulla terra
per vedere se qualcuno è saggio, se c’è un uomo che cerca Dio.
Recita il Salmo 14, 1-2.

Nei dialoghi il nome di Dio è citato soltanto una volta, attraverso una maledizione, una bestemmia. Per il resto è presente nella testimonianza di padre Frans Van der Lugt, al quale René racconta di essersi rivolto, angosciato dalla propria omosessualità. Si staglia soltanto dai racconti, ma è senz’altro una figura positiva di riferimento, visto che il giovane decide di assumerne il cognome, riconoscendosi implicitamente come rinato grazie al suo aiuto, suo figlio spirituale.

E poi ancora, dov’è Dio? Si nominano più volte le religioni, il cristianesimo, l’islam, l’ebraismo, ma non si parla di fede. Quando tutto è smarrito, Dio sembra smarrirsi a sua volta… secondo la logica umana vorremmo fosse il contrario, che diventasse più evidente che mai.

Si ha la sensazione che Dio sia diventato l’illustre assente dai discorsi comuni, persino quelli che si avvicinano terribilmente al cuore nevralgico del vivere e del morire.

E’ lui che se ne è allontanato o i credenti perdono progressivamente la capacità di inglobarlo nelle domande di senso e nelle esclamazioni di non senso del quotidiano?

Se così fosse, sarebbe davvero grave la nostra perdita, Signore, da chi andremo? Tu solo hai parole che danno la vita eterna (Gv 6, 68).

Ad ascoltare i racconti dei prigionieri, la loro resistenza, la voce che si mantiene salda per narrare, per cantare, i volti che riescono ancora a commuoversi e a emozionare, viene da pensare che Dio sia lì, senza farsi notare, ben nascosto in quella strana, forte voglia di ballare.

Ada Prisco

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