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Qoelet. L’inventiva non perde il filo

Vanità, vanità, tutto è vanità, questo motivo ricorrente è contenuto nell’esordio del libro di Qoelet. Quest’anno coincide con la traccia scelta per il 17 gennaio 2021, giornata di dialogo fra cattolici ed ebrei.

Sarebbe davvero più ricco il significato della giornata se vi partecipassero attivamente tutte le voci ebraiche e tutte le componenti cristiane, non riducendosi ai cattolici e agli ebrei ortodossi rappresentati dall’UCEI.

In ogni caso Qoelet, detto anche Ecclesiaste, offre sempre e a tutti stimoli di grande pregio. Una particolare affinità attraeva il grande Giacomo Leopardi verso questo libro, che, in poche pagine, lascia l’impressione di aver detto tutto quello che conta, le esperienze più comuni a tutti gli esseri umani ovunque e sempre.

Il rischio di Qoelet

E’ talmente semplice il modo in cui il saggio espone le sue considerazioni, che può far scivolare nell’errore di equiparare le sue affermazioni al diffuso relativismo, imbevuto di un certo pessimismo, tipico delle conversazioni più quotidiane e sbrigative. Possiamo, invece, accogliere Qoelet cercando di raggiungere una profondità maggiore, nel respiro ampio del suo quadro generale. In questo percorso la guida più affidabile è la tradizione ebraica, con la ricchezza dei suoi commenti.

Accontentandosi della visione relativistica della vita, considerata come un fine in se stessa, il saggio corre il rischio di apparire come il giocatore destinato a rimanere in panchina, già rassegnato all’incapacità di qualunque risultato di arrecare un effetto realmente positivo o negativo. Guadagnando un ulteriore approfondimento, il saggio siede anche in panchina, non perché è rassegnato all’inanità della partita, ma per tattica, perché sa valorizzarlo come osservatorio privilegiato, che, se all’occhio distratto può sembrare una sconfitta o una perdita di tempo, si qualifica, al contrario come il modo migliore per investire il tempo di cui si dispone. Restituisce tutto al proprio spazio, al tempo proprio.

E’ particolarmente opportuno, dunque, leggere con calma i capitoli di questo libro sintetico, che non va a caccia di popolarità, per scovare come in una caccia al tesoro le spie luminose, che, di pagina in pagina, richiamano il lettore all’interno della narrazione ispirata per offrirgli un respiro in più. Quella sosta in panchina è tattica e rientra nel cuore della preparazione atletica.

Quale essere umano

L’essere umano descritto implicitamente nell’opera è tutt’uno con l’ambiente descritto. Da questa prospettiva Qoelet anticipa l’insistenza contemporanea sull’ecosistema, sull’equilibrio planetario nell’integrazione di ogni singolo elemento. Anche questo è un modo per restituire a un certo spazio, a un certo tempo, ogni singola vita. Potrebbe sembrare fatalismo, potrebbe sembrare relativismo, ma a ben vedere è la chiara indicazione dei punti di forza su cui fare leva: il libro ne è disseminato.

I punti di forza

Cerchiamo di estrapolare qua e là alcune considerazioni, che, in una cornice letteraria tendente a riproporre alcuni motivi con insistenza, primo fra tutti quello citato sulla vanità, rischiano di passare inosservate.

Eppure gli occhi non si stancano di vedere né gli orecchi di ascoltare (Qo 1, 8).

Nel bel mezzo di un discorso incentrato sulla continua, regolare ripetizione degli eventi, come un ciclo inesorabile, che non risparmia nessuno, il saggio inserisce una frase come questa, che cambia tutta la sostanza del discorso. E avviene immediatamente, nel primo capitolo del libro. Potrebbe essere interpretato come una forma di illusione che qualcosa cambi. Assai più probabilmente, nella logica d’insieme, significa che nell’incessante succedersi di avvenimenti analoghi la novità c’è, è più forte, perché rappresenta l’esperienza immediata dell’essere umano, non portato a subire, ma a ricercare. Animato da una sorta di avidità positiva continua a relazionarsi con il mondo attraverso gli strumenti di cui dispone, a partire dai sensi, canali di conoscenza, facilitatori di bagagli di esperienza. Sembra tutto uguale, ma non lo è mai, in quanto la differenza è nella persona, in chiunque, persino nel bambino piccolo, che si volge al mondo con curiosità. Le circostanze possono essere simili, ma l’impulso a raggiungerle, a ottenere con le stesse una relazione, è immancabilmente sempre nuovo.

Ho soddisfatto ogni mio desiderio; non ho rinunziato a nessun piacere. Sono riuscito a godere delle mie attività; questa è stata la ricompensa per tutte le mie fatiche (Qo 2, 10). Unica gioia per l’uomo è mangiare e bere e godere i frutti del suo lavoro. Ma ho capito che anche questo è un dono di Dio (Qo 2, 24). Anche mangiare e bere e godersi i frutti del proprio lavoro è un dono di Dio (Qo 3, 13). Ho concluso che la cosa migliore per noi è goderci i frutti del nostro lavoro (Qo 3, 22). … chi lavora dorme tranquillo (Qo 5, 11). Dio permette a un uomo di possedere grandi ricchezze e di usarle, di prendersi la sua parte e di godere il frutto del suo lavoro: tutto questo è un dono di Dio. Perché non pensi troppo che la vita è breve Dio gli fa provare queste soddisfazioni (Qo 5, 18-19). Se non è felice di quello che ha … che valore ha la sua lunga vita? (Qo 6, 3). Meglio godere di ciò che si ha piuttosto che vivere di sogni e speranze (Qo 6, 9).

L’opera è disseminata di numerosi riferimenti all’attività e alla gratificazione che produce. Tante volte il saggio insiste sul fatto che tutto tende a essere dimenticato, il destino finale della morte accomuna tutti, buoni e cattivi, saggi e stolti, alacri lavoratori e parassiti, dunque. Eppure non si limita a focalizzare i poli estremi del discorso. In diversi punti ama soffermarsi, compiendo quasi dei saggi, come gli archeologi concentrati su di un restauro. Sono proprio i punti, in cui scende in profondità. Sembra tutto uguale, in quanto tutti nascono, tutti muoiono. All’essere umano, però, è concessa una felicità particolare, che Qoelet presenta più volte come dono di Dio, e che consiste nel godimento del frutto delle proprie fatiche o comunque delle attività in se stesse. In questo e in altri passaggi si può ammettere che, se c’è un atteggiamento che scoraggia decisamente, è la pigrizia, con la sua inattività, ma proprio in quanto preclude alle gioie che Dio concede attraverso l’attività. In fondo in questi passi viene descritto un modello di felicità che si accompagna al piacere, passando attraverso il lavoro in senso ampio. Anche la ricchezza, per quanto effimera, è un segno della benevolenza di Dio. L’essere umano può in questo modo godere concretamente del proprio orticello di felicità, non serve a evitargli disgrazie, morte, a fargli conoscere il futuro, nemmeno necessariamente a farlo diventare un modello di santità, ma è di per sé cosa buona, in quanto rappresenta il modo concreto in cui l’uomo, la donna, possono entrare in contatto con la propria serenità, e magari felicità. Cambiato tutto quanto è da cambiare nelle trasposizioni, ricorda il carpe diem di Orazio. Concentrarsi troppo o esclusivamente su privazioni e morte produce l’unico effetto di essere e di rendere gli altri infelici. Il libro sostiene una visione positiva della vita, in cui la saggezza è descritta sempre meglio come abilità di ricavarsi la propria felicità, sapendo godere dell’essenziale: poter mangiare e bere grazie al proprio lavoro, alle proprie capacità e riceverne gratificazioni, sentirsi benedetti da Dio.

Ho imparato a non farmi illusioni su quello che sono riuscito a guadagnare con fatica nella mia vita (Qo 2, 20).

Non illudersi: a essere onesti non è una connotazione negativa, anzi è il primo passo per guardare in faccia alla realtà e ricavarne il meglio possibile. Inoltre è significativo che questo sia presentato come un apprendimento, non come un dato acquisito naturalmente come conseguenza di un’intima infusione o di un’ispirazione. Quegli avvenimenti che ripetutamente si ripropongono, facendo sembrare tutti i giorni uguali, sono come una sorta di macina o di frantoio, possono servire a produrre il frutto più utile, la sapienza. E una delle sue espressioni è proprio il non lasciarsi incantare dalle apparenze, il ridimensionarsi e la capacità nel ridimensionare anche i propri successi, per quanto possano essere meritati. L’essere umano non è padrone del suo destino né conosce il suo futuro, ma sa che certamente tutto è destinato a passare. Questa consapevolezza getta una luce splendente su tutto quanto precede.

Nella vita dell’uomo per ogni cosa c’è il suo momento, per tutto c’è un’occasione opportuna (Qo 3, 1). Tanto il mattino che la sera è tempo buono per seminare. Ma tu non sai se tutti i semi nasceranno (Qo 11, 6).

Se le tenebre, le circostanze difficili, sono esposte da Qoelet senza pietà, con altrettanta onestà non manca il loro contrario. E soprattutto emerge una concezione della storia come di una concatenazione di momenti. La sofferenza, la disgrazia sono destinate a cedere il passo a un tempo diverso, esattamente come ogni momento di benessere. Affermare che si tratti di occasioni è un po’ come redigere un breve compendio di filosofia del tempo: non è un fluire anonimo, ma un terreno, che, in certi casi, in certe stagioni, si lascia coltivare.

Dio ha dato un senso a tutto, ha messo ogni cosa al suo posto. Negli uomini Dio ha messo il desiderio di conoscere il mistero del mondo. Ma non sono capaci di capire tutto quel che Dio ha fatto, dalla prima all’ultima cosa (Qo 3, 11). Chi può scoprire il senso vero di tutte le cose passate? Per noi sono troppo oscure e profonde (Qo 7, 24).

Qoelet 3,11 rappresenta il picco dell’antropologia spirituale dell’opera, cioè di come concepisca la spiritualità dell’essere umano. E’ strabiliante come una sostanza di tale valore sia detta in modo talmente succinto e compendioso, da essere comprensibile ed esperibile da parte di chiunque dall’età della ragione in avanti. Più o meno tutti passiamo la vita a porci moltissimi perché ai quali puntualmente non troviamo alcuna risposta soddisfacente, ciò non toglie che continuiamo a farci le stesse domande, nel bene e nel male, come se poi raggiungere il traguardo di una spiegazione cambiasse le cose. Forse ci rifugiamo nella nostra razionalità, che ci fa illudere di poter controllare tutto. Così non è, tuona Qoelet. Egli, però, collega il discorso alla dimensione più profonda della persona, alla sua spiritualità, al desiderio di comprendere Dio, di contenerlo dentro di sé. E l’unica rivelazione aggiuntiva, che riceviamo dal saggio, è nel riconoscere che Dio stesso instilla nell’uomo questa propensione, che poi in fondo è declinabile come amorosa attrazione verso Dio, e, contemporaneamente, un lasciarsi sedurre continuamente da lui.

Anche questo ho capito: tutto ciò che Dio fa durerà per sempre … Tutto passa, ma a Dio non sfugge niente (Qo 3, 14-15).

Questo e altri versetti dello stesso tenore sono il punto fermo del libro di Qoelet. La sicurezza non va cercata, né può essere trovata nell’essere umano o in ciò che lo riguarda, lo spazio, il tempo, la storia. Risiede unicamente in Dio, totalmente altro, in quanto non soggetto alle stesse restrizioni. Ancora una volta fa capolino una precisa concezione della storia come concatenazione di eventi non lasciati a se stessi, ma sottoposti alla custodia di Dio.

Invidio quelli che sono morti … Anzi, più fortunati ancora quelli che non sono mai nati, quelli che non hanno mai visto le ingiustizie di questo mondo (Qo 4, 2-3).

Questa espressione suggestionò parecchio Leopardi, che la riprese nella sua opera. Anche la morte, come tutto, trova il proprio riscatto. E’ particolare la cornice in cui avviene, che guarda dritto a una sensibilità tutta umana, la commozione rispetto al dolore per i propri simili. Constatare, infatti, l’ingiustizia perpetrata anche ai danni del vicino, non soltanto verso se stessi e i propri familiari, racchiude in sé una prerogativa specifica, ma è anche una fonte di dolore.

Vale di più godersi un po’ di riposo, accontentandosi di poco, che lavorare tanto per niente! (Qo 4, 6).

Da qualche anno, in qualche paese europeo, è comparsa la proposta di ridurre il monte orario della settimana lavorativa media, portandola persino a quattro giornate lavorative, non soltanto per far lavorare più persone, ma anche per migliorare la qualità della vita, non appiattendola sul lavoro. Potremmo dire che Qoelet è in anticipo sui tempi. Il lavoro, l’attività in genere, come si è visto da altre espressioni, sono decantati come fonte di soddisfazione, che produce il necessario per vivere, ma non va confuso con una sostanza, non deve diventare un idolo, deve lasciare posto al riposo. E’ la saggezza, la santità propria del settimo giorno.

Meglio essere in due che da solo (Qo 4, 9).

Qui il saggio ripropone con parole diverse un insegnamento della creazione, non è bene che l’uomo sia solo (Gen 2,18). Gli esempi, che seguono, asseriscono, più ancora del discorso specifico della coppia, il valore della solidarietà, della complicità, della protezione reciproca.

Pensa bene a quello che fai quando vai nella casa di Dio … gli stolti … non s’accorgono nemmeno quando fanno il male (Qo 4, 17). Quando preghi, pensa bene a quello che dici e non parlare a vanvera. … rispetta sinceramente il Signore (Qo 5, 1. 6). Osserva tutto quel che Dio ha fatto (Qo 7, 13). Chi ha fiducia in Dio riesce bene in tutto (Qo 7, 18). … una sola cosa è importante: Credi in Dio e osserva i suoi comandamenti (Qo 12, 13).

Diversi riferimenti alludono al rapporto fra l’essere umano e Dio, indicato in se stesso quale unico punto di riferimento, unico a non sottostare all’eterno movimento che tutto muta, decretando una fine per ogni inizio. Il libro biblico non ha pertanto nulla a che spartire con relativismi e nichilismi di sorta. Tutto ciò che esiste è fondato in Dio e a Dio deve rivolgersi per continuare nella direzione giusta. E’ particolarmente importante rilevare la capacità di Dio attribuita all’essere umano, allo stesso che non trova mai senso pieno a quanto vive, che passa come vento e che facilmente corre dietro a sogni e illusioni. Proprio questo essere è capace di mantenere con Dio una relazione. Pure in questo caso Qoelet raggiunge il nucleo del discorso: conta essere sinceri e non cercare di nascondersi o di darsi un tono attraverso grandi discorsi. Nel continuo avvicendarsi di giorni e stagioni l’essere umano è invitato a non perdere di vista Dio, a mantenersi vigile circa il suo operato: ciò vuol dire che l’uomo, la donna sono perfettamente in grado di saggiarne la presenza e l’operato. E’ curioso pure che in 7,18 affermi che tutto riesce bene a chi crede, assunto smentito poco dopo:

ho visto delinquenti morire in pace … invece quelli che avevano fatto del bene … andarsene dalla città … dimenticati da tutti … è assurdo … si dice: “Tutto riuscirà a chi ubbidisce a Dio … ma questo non è vero (Qo 8, 10. 12. 14).

Per trovare poi una conclusione pacificante in 9,1:

le azioni dei giusti e dei saggi sono nelle mani di Dio (Qo 9, 1).

Raccogliendo i punti in cui l’autore biblico si sofferma sulla sofferenza, si constata che suona più marcata l’insistenza sul piacere. E le due fasi si accompagnano volentieri, se concordiamo con l’idea che

Insegna più la sofferenza che l’allegria (Qo 7, 3).

Il dolore nelle sue tante sfumature non consegna proprio un senso capace di dimorare entro una cornice propriamente razionale, ma sul piano esistenziale può servire per raggiungere una versione più matura di se stessi, che diventa man mano più capace anche di conquistare serenità, di stare meglio. Bellissima, a questo proposito, è la certezza che il saggio affida:

mangia serenamente il tuo pane e bevi con gioia il tuo vino, perché DIO È GIÀ CONTENTO DI TE. Porta … i vestiti delle feste, il profumo non manchi … godi la vita con la donna che ami … questa è la tua parte di soddisfazione (Qo 9, 7-9).

Con buona pace della spiritualità sorella di ogni mortificazione e devota di un Dio giudice e sempre sul punto di piangere, Qoelet, il libro famoso per il suo pessimismo, redige la certezza più confortante di tutte: Dio è contento di te, perciò puoi vivere felice, continuare ad andare avanti anche in mezzo alle assurdità, al non senso, alle mancate corrispondenze. Non è un incoraggiamento al vivere sfrenato, infatti poco dopo ammonisce:

Sii felice … segui i desideri del tuo cuore. Ma non dimenticare che Dio ti chiederà conto di tutto (Qo 11, 9).

Non manca di raccomandare uno stato di benessere, quasi che dipendesse da una scelta insita nell’essere umano e possiamo legittimamente ipotizzare che, in parte, sia così. Non compare un destino già scritto, se non quello che genericamente fa iniziare la vita con la nascita e la conclude con la morte. All’impegno dell’uomo, anche alla sua astuzia pratica, è riconosciuto un valore considerevole:

Cerca di compiere con molto impegno quel che riesci a fare quaggiù (Qo 9, 10).

Dividi i tuoi investimenti in tante parti, perché non sai quali disgrazie ti possono capitare (Qo 11, 2).

L’alibi dell’attesa non convince questa guida spirituale:

Se aspetti il vento favorevole, non semini più (Qo 11, 4).

Anche perché la sua sensibilità così forte rispetto alla transitorietà lo induce a rammentare che l’uomo non può esercitare alcun controllo sugli eventi. Con la stessa forza insiste affinché compia la sua parte di strada senza indugi, senza alibi.

Anche rispetto all’autorità costituita dice qualcosa di assai importante:

Non aver troppa fretta di allontanarti dal re, ma non restare alla sua presenza quando le cose si mettono male (Qo 8, 3).

Il re va rispettato e non va sottovalutato il suo potere. Non bisogna, però, seguirlo su di una strada sbagliata, né verso l’insuccesso: neppure l’ombra di un’obbedienza cieca e acritica all’autorità.

Il giudizio torna utile specialmente rispetto ai luoghi comuni. Ogni cultura ha i propri. Qoelet tira in ballo i preconcetti negativi circa le donne e il loro potere ammaliatore. Al tempo stesso mette in guardia:

prima di poter dare un giudizio, bisogna confrontare bene le cose (Qo 7, 27).

Nel prezioso gioiello di questo libretto riecheggia la sapienza veterotestamentaria. Un ruolo precipuo, per quanto mai dichiarato espressamente, è connesso alla spiritualità della creazione e alla creatività come dote, che, di conseguenza, appartiene all’essere umano e lo collega a Dio e al suo potere.

C’è un’esclamazione verso la fine, che da sola basterebbe ogni mattino come preghiera di lode:

Dolce è la luce! Ci rallegriamo alla vista del sole (Qo 11, 7).

Poi a pensarci bene il continuo adattamento richiesto dalla vita e dalla sua refrattarietà alla facilità della logica, al rigore della razionalità, corre in aiuto dell’essere umano uno strumento di gran lunga più efficace nella complessiva della vita, la creatività, l’inventiva, quella che lo porta a concentrarsi sulle possibilità, sulle novità dentro e fuori di sé, sulla capacità di inventare quello che non c’è o che non si riesce a trovare. La creatività trova quel filo che tanto spesso si perde o si rivela troppo corto per cucire e ricucire tutte le toppe necessarie a una vita qualunque.

Alla fine anche con la morte si fa la pace e non perché, in fondo in fondo, è meno esigente della vita, ma perché lo spirito ritorna al suo fattore:

il tuo spirito vitale ritornerà a Dio che te l’ha dato (Qo 12, 7).

Chiodo scaccia chiodo

Qoelet ci conduce lungo un percorso binario, che ama sostare presso gli estremi, senza timore di smascherare l’assolutezza di ciascuno come una pretesa vana e illusoria. In parte sembra una veste letteraria, in parte una sorta di tentativo di scardinare un eccesso non per dogma ma attraverso il suo polo opposto, una sorta di chiodo scaccia chiodo. In realtà c’è di più, qui si cela un insegnamento fondamentale del libro: il rifiuto di ogni realtà come assoluto in sostanza non è altro che vigilanza rispetto all’idolatria, alla sua capacità di presentarsi in maniera silente, plausibile, attraverso dei miti che la cultura è abile a perfezionare. Pensiamo al mito della sofferenza, a quello del sacrificio, della dedizione, dell’isolamento ascetico. Tutti comportamenti che possono rappresentare passaggi di una vita santa, ma anche ignara di essere scivolata nell’idolatria, addirittura nel fondamentalismo, nel momento in cui smettano di essere fasi, strumenti, mezzi, per piazzarsi al posto del fine autentico, Dio solo.

Scrive molto bene Rav Giuseppe Momigliano nel commento al sussidio preparato per la giornata di dialogo (p. 35): Qohelet … intende … dimostrare l’assurdità di ogni scelta di vita e di principi posti come valori assoluti, in questa logica infatti, anche gli elementi di per sé importanti e necessari, se proposti in forma totalitaria, finiscono col divenire una sorta di idolatria…

Creati all’interno di un progetto costitutivamente vario e plurale quando per semplificarci la vita e ridurre la complessità del reale scegliamo di ridurci al suono di una corda sola, rischiamo che il filo si spezzi e che il fondamento della vita sia sostituito da un altro, senza che ciò faccia rumore, magari all’interno di una vita dedicata apparentemente a Dio in forma totale. L’esercizio della creatività ci ridimensiona, ci fa scoprire e riscoprire la nostra piccolezza e ci coinvolge nella vita come in un gioco, allietato da quella sana distanza che prende il nome di ironia.

Ada Prisco

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