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Anno di grazia

Misurare il tempo è una convenzione. Esistono perciò diversi modi di calcolarlo, eventi diversi da cui farlo partire, avvenimenti riconosciuti tanto importanti da farcirlo di significato. E’ uno di quei concetti astratti, che tanto ha affascinato e affascina alcuni filosofi. Allo stesso modo è così concreto da coincidere con la vita stessa, che nasce, avviene, si esaurisce nel tempo. La storia di ognuno è ricostruita attraverso date, talvolta anniversari, svolte. E queste rappresentano pure il desiderio nascosto di trattenere o di trascinare dalla propria parte questo flusso inarrestabile, ingovernabile. Quando termina, non c’è niente che possa riportarlo indietro. E quando inizia? Quando inizia, arriva e basta. Circa il come accoglierlo, è possibile ragionare e scegliere qualcosa.

Per collocare nel tempo gli eventi, i manuali, i libri, i documenti in genere, a cui siamo più abituati, ricorrono alla scansione fondamentale della nascita di Gesù e li catalogano come avvenuti a.C. o d.C., avanti Cristo o dopo Cristo. Talvolta, onde evitare l’esplicito riferimento al Cristo, conservando il computo, si ricorre ad altre espressioni, quali era volgare oppure era comune, specialmente nei paesi anglofoni. Fino a un paio di secoli fa si assisteva al tentativo opposto, cioè all’insistenza sul significato teologico della numerazione cristiana degli anni e si ricorreva perciò alle espressioni anno reparatae salutis, cioè nell’anno della salvezza compiuta, oppure anno salutis humanae, cioè nell’anno della salvezza umana, o ancora anno nostrae salutis, cioè nell’anno della nostra salvezza, o, più semplicemente anno salutis, cioè nell’anno della salvezza, tradotto più spesso in italiano nell’anno di grazia. L’espressione compendia una esplicitazione cristologica: presenta il Cristo come la salvezza, come la grazia.

Ciò a sua volta si fonda nella rivelazione biblica. Basti pensare al passo contenuto nella lettera di Paolo a Tito (2,11):

11Dio infatti ha manifestato per tutti gli uomini la sua grazia che salva. 

Questa manifestazione, anche qualificabile come epifania, avviene nell’incarnazione del verbo, è Gesù. Quindi, anno di grazia è un’espressione equivalente a anno del Signore Gesù.

Per quanto questa denominazione sia in disuso, il suo suono echeggi epoche lontane o magari sembri appartenere a un registro aulico del linguaggio, contiene dei significati che mantengono intatta la loro validità, anche oltre i confini del campo strettamente teologico.

Grazia e tempo

Il sostantivo greco reso con l’italiano grazia è charis. Pur non essendo imparentato direttamente, presenta un’assonanza con un’altra parola chiave, molto densa nel linguaggio teologico e particolarmente in quello neotestamentario, kairòs, traducibile come tempo opportuno.

Ogni circostanza colta come occasione di conversione è esperita come tempo opportuno: Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza! (2Cor 6, 2).

In Gesù i due concetti s’incontrano e si compiono, infatti se egli manifesta pienamente la grazia di Dio, di lui è scritto anche che venne nella pienezza del tempo (cf. Gal 4,4). La manifestazione della grazia realizza il carattere propizio del tempo, gli infonde un senso tale da diventare favorevole. E’ come se anche il tempo si umanizzasse e si rendesse percepibile per quello che è, charis, grazia, dono gratuito, non regalo che si può contraccambiare, ma offerta in sé e per sé. E noi tuttora viviamo nell’apertura alla possibilità di questa esperienza. Spesso parliamo degli anni che trascorrono inesorabilmente, dell’invecchiamento che condiziona qualità di vita, possibilità e scelte. Ci affidiamo talvolta agli eventi anche in maniera fatalistica, più o meno includendo Dio nel discorso. Quanto davvero è trasmesso alla nostra quotidianità dal fatto di ricevere con il tempo stesso della nostra vita la grazia di Dio, non soltanto nell’evento storico della nascita di Gesù, ma ogni giorno, ogni ora, ogni istante?

Necessariamente e giustamente misuriamo il tempo, ormai moltissimi dispongono di strumenti raffinati che sanno contare nel tempo battiti del cuore, passi e calorie. Quanto sappiamo analizzarlo in termini di favori, di occasioni, di possibilità che si rendono accessibili senza alcun merito da parte nostra?

Il tempo declinato come favore, occasione, opportunità, distoglie l’attenzione dal calcolo dei giorni, che conserva intatta la sua necessità, completandola attraverso l’intuizione secondo cui, oltre la quantità, il fluire conduce una qualità. I credenti dispongono di un prezioso e fondamentale strumento in più, perché nella visione di fede il tempo opportuno è un altro modo per dire rivelazione, cioè il modo, il tempo, il luogo, la sostanza in cui divino e umano s’incontrano. E sanno anche che questo incontro è per sempre, poiché il divino supera il tempo nell’eternità. Per l’umano si può rinnovare, a patto che non sia smarrito il sentore dell’opportunità e che la visione della realtà sia assunta con spirito vigile a fiutare il senso della storia. E se il senso di ogni storia può trovare molte parole in cui riversarsi e lasciarsi decifrare, tenendo sempre un po’ per sé ulteriori, probabili significati, il primo e insostituibile, suscettibile persino di rimanere unico è porto sul piatto d’argento proprio dalla parola grazia.

Alla ricerca del filo perduto

Il pensiero del ‘900 nel nostro angolo di mondo ha insegnato soprattutto a calarsi nel dramma del frammento, dello smarrimento, dell’isolamento. A essere onesti, non avevamo affatto bisogno della pandemia per conoscere il significato della distanza: la letteratura e le filosofie del XX secolo ci avevano abituati abbastanza a scandagliarla dentro e fuori noi stessi. L’individuo e la sua solitudine, la sua amara esperienza di isola persa spesso nel non senso, anche interno, sono stati centrali e problematici. Più volte la sensibilità artistica del tempo ha invocato il bisogno di centro, andato smarrito.

Per quanto la religione in sé si proponga come collegamento, come ricerca e costruzione di senso in molti modi, attraverso linguaggi diversi, nello stesso periodo in cui gli esistenzialismi occidentali mettevano radici, andava riscoprendo il credente come soggetto autonomo, titolare di scelte, volontà, combinazioni libere e potenzialmente infinite. Il centro spesso è apparso effettivamente smarrito, non evidentemente nelle teologie, ma nel modo di vivere la fede.

Ora paradossalmente la tendenza appare in qualche modo invertita. Qua e là si ritorna a parlare di comunità, si riscopre il senso dell’insieme, se ne manifesta la necessità. Le religioni sono sempre lì, ciascuna con le proprie proposte che edificano l’insieme, lo fondano sulla teologia, lo predicano attraverso delle indicazioni di comportamento, lo celebrano nelle liturgie, rafforzano continuamente legami in orizzontale e in verticale attraverso la celebrazione dei riti, lo esplicitano nella interpretazione e attualizzazione di testi e miti. Si è introdotto, però, qualcosa di diverso, che, a suo modo, rappresenta una sorta di terremoto esistenziale a livello globale.

Non sono stati i cambiamenti climatici a provocarlo e neppure i lodevoli sforzi dei venerdì dedicati all’ambiente, Fridays for future, sotto la scorta della mobilitazione ingaggiata dalla giovane svedese Greta e incoraggiata da molti giovani, e meno giovani, del pianeta.

Strano a dirsi ma a riportarci, anzi a forzarci verso una visione d’insieme è la pandemia, perché è l’esperienza più recente e trasversale che ci ha ricacciati nella fragilità, da cui l’onnipotenza postmoderna ci illudeva di ripararci. Inquadrata in questa prospettiva, la situazione preannuncia cambiamenti notevoli, a meno che la crisi economica, cui il pianeta dovrà fare fronte, e i flussi migratori destinati a incrementarsi, non faranno prevalere l’individualismo, l’egoismo, lo squilibrio ingiusto, che fa credere agli esseri umani di poter trovare riparo nella ricchezza e nel solco che scava fra simili.

Ti basta la mia grazia

I due argomenti principali di questo discorso, la grazia e la fragilità, potrebbero sembrare estranei fra loro, ma in effetti non lo sono, anzi nella concretezza umana si accompagnano producendo frutto abbondante. E’ la Bibbia a consegnare questo binomio attraverso la vicenda dell’apostolo Paolo, che, come fa spesso, trae sostanza teologica e la traduce in insegnamento universale da quello che gli capita. E nella seconda lettera ai corinzi (12, 9-10) fra l’altro scrive:

9 … [Il Signore] mi ha risposto: ‘Ti basta la mia grazia. La mia potenza si manifesta in tutta la sua forza proprio quando uno è debole’. È per questo che io mi vanto volentieri della mia debolezza, perché la potenza di Cristo agisca in me. 10Perciò io mi rallegro della debolezza, degli insulti, delle difficoltà, delle persecuzioni e delle angosce che io sopporto a causa di Cristo, perché quando sono debole, allora sono veramente forte.

La fragilità è la condizione potenzialmente più recettiva in assoluto della grazia. La debolezza rende capaci di grazia. Ciò non vuol dire che per farne esperienza sia necessario cercare o peggio compiacersi del dolore, del male. Non vuol dire nemmeno che questi elementi si combinino tra loro portando a questo risultato, non c’è nessun automatismo, nulla è scontato, molto è affidato alla disponibilità del soggetto umano di afferrare un senso, di rimanere nel tempo che vive catturandone il favore, assimilandolo come opportunità, momento propizio. Charis e kairòs si avvalgono volentieri di una sorta di mediatore familiare individuato nella asthenèia, cioè nella debolezza.

L’amore di Dio, quello che Paolo nel luogo citato indica come diunamis, potenza, rappresenta per la teologia cristiana nella fattispecie il sostrato autentico di ogni visione e comprensione. Perché gli esseri umani se ne rendano conto, però, necessita di penetrare il loro vissuto, toccandoli sul vivo. E sotto i nostri occhi possiamo constatare come ciò stia avvenendo e proprio ora. Dal punto di vista della fede costituisce il tempo opportuno nel quale Dio è avvertito come più vicino. Parallelamente la debolezza umana ritrova la ribalta che sembrava messa in discussione. Uomini e donne, di ogni condizione, sono ricacciati di fronte alla loro impotenza, mentre la potenza non li aveva mai abbandonati, poiché proviene non da loro, ma da Dio. Questa si dimostra essere la stessa esperienza di Paolo: non c’è bisogno di nient’altro, se non di Dio solo.

Roccia della teologia

Parola gentile, idea affascinante, ma in gran parte refrattaria alle definizioni, la grazia rappresenta una pietra miliare della teologia e ha occupato uno spazio ampio e importante nel dibattito teologico cristiano. Non a caso si è trovata a fronteggiare il valore da attribuire ai meriti derivanti dalle opere. Sola gratia è uno dei capisaldi della teologia luterana. E se il dialogo ecumenico fra le confessioni cristiane ha condotto a un ridimensionamento delle incomprensioni, la storia rimane a documentare che l’effetto della grazia è la creazione e ciò non si può predicare di nient’altro, dal momento che, oltre a mostrare gli effetti di Dio, la grazia ne manifesta il volto e ha accolto un corpo in Gesù. Roccia della teologia, scoglio per le speculazioni teologiche, la grazia si rende ben decifrabile attraverso altre parole che la declinano in latino e nei suoi derivati. Prima fra tutte la accompagna la gratuità.

Proprio perché è da Dio ed è Dio la grazia è incommensurabile, non potrebbe trovare un corrispettivo. E’ un dono che si offre liberamente e continuamente perché è nell’eternità. Per gli esseri umani rappresenta, invece, il tempo favorevole della rivelazione e del contatto con Dio. L’incontro con il divino può avvenire in molti modi. Tanti raccontano che sia avvenuto come estasi. Chi può escluderlo? Indubbiamente il contatto con il divino, tantopiù nella forma religiosa in cui questo ha scelto la strada dell’incarnazione, non può non portare a un contatto diverso, più profondo con se stessi e con l’altro. Lo esprime bene il saggio Simeone: Con i miei occhi ho visto il Salvatore (Lc 2, 30).

E’ detto con altre parole nell’incipit della prima lettera di Giovanni (1, 1-4) come contemplazione e testimonianza:

1La Parola che dà la vita esisteva fin dal principio: noi l’abbiamo udita, l’abbiamo vista con i nostri occhi, l’abbiamo contemplata, l’abbiamo toccata con le nostre mani. 2La vita si è manifestata e noi l’abbiamo veduta. Siamo i suoi testimoni e perciò ve ne parliamo. Vi annunziamo la vita eterna che era accanto a Dio Padre, e che il Padre ci ha fatto conoscere. 3Perciò parliamo anche a voi di ciò che abbiamo visto e udito; così sarete uniti a noi nella comunione che abbiamo con il Padre e con Gesù Cristo suo Figlio. 4Vi scriviamo tutto questo, perché la nostra gioia sia perfetta.

Essere raggiunti dalla grazia si qualifica attraverso alcuni risvolti fondamentali:

  • Consapevolezza più chiara e matura dell’azione di Dio nella storia
  • Ridimensionamento dell’azione umana
  • Conoscenza del significato del dono e delle sue ripercussioni nel quotidiano

La libertà del povero

Attraversare il tempo, riconoscendolo non come puro e semplice conteggio, ma in base alla sua qualità, è un po’ come accoglierlo in quanto creatura fra le creature, sforzandosi di vederlo finalizzato come tavola imbandita regolarmente, con un posto disponibile a favorire la ricezione del dono. Non a caso la prima lettera di Giovanni connette la ricezione della Parola alla messa in circolo della sua esperienza. Qual è l’impulso che muove alla comunione? Verosimilmente è la grazia, che entra nella storia offrendosi liberamente e gratuitamente. La libertà del dono instilla libertà in chi riceve: la libertà si radica nella consapevolezza di essere poveri e nella necessità di rendersi disponibili a quel dono, da cui provengono non attributi accessori, ma la vita stessa. Chi sa davvero di essere povero sa anche lasciarsi arricchire, mentre il ricco tende a serrarsi in un’autosufficienza beffarda. L’esperienza del dono carica, al contempo, la coscienza umana della consapevolezza di tale incommensurabilità e la induce a raccontare il bene ricevuto, a investire in testimonianza capace di comunione.

La particolare fragilità di questi mesi ha acuito la percezione dell’impotenza umana, ha fatto sapere a tutti, ancora una volta, se mai fosse necessario, che in fondo in fondo siamo povera gente. Il tempo nuovo, che per convenzione si fa partire dal primo gennaio di ogni anno, infonde tacitamente la fiducia in una possibilità ulteriore, in un cambiamento che si spera verso il miglioramento. In termini teologici induce a concentrarsi sul kairòs, sul tempo opportuno in cui Dio si rivela come salvezza. Su questa terra la salvezza non può che essere esperibile nel tempo. La debolezza può fungere da canale, che, di per sé arido, può riscoprirsi riempito dall’acqua sorgiva, che promana gratuitamente da Dio, e che tende a espandersi, a comunicarsi per trasmettere vita in abbondanza in tutte le possibili direzioni.

Una coscienza più sensibile al dono e alla gratuità comporta delle opzioni di base, a sfavore, ad esempio della logica commerciale, a vantaggio del primato della dignità umana, a svantaggio degli squilibri, per il bene dell’integrità della casa comune.

Un anno davvero di grazia, cioè realmente conosciuto come tale, dovrebbe orientare a un’esperienza molto simile a quella di Paolo, ad accogliere la propria insufficienza e la totale sufficienza di Dio e a ricevere il tempo in sé come creatura di Dio, che provvede come può al nostro mantenimento. Dio non ha bisogno di niente, com’è naturale che sia, ma agli esseri umani resta la possibilità di migliorare la qualità del tempo accolto come dono, in questo e in ogni anno di grazia che verrà, se Dio vorrà.

Ada Prisco

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