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L’uomo che avrebbe potuto cambiare la Nigeria: Moshood Abiola


Discendente di una notabile famiglia appartenente all’etnia Egba, sottogruppo degli Yoruba, Moshood Abiola, nato il 24 agosto 1937 e di fede islamica, oltre che un politico, è stato uno studente di successo presso l’Università di Glasgow, un imprenditore di grande prestigio, che lo rese l’uomo più ricco di tutto il continente, il presidente della filiale nigeriana della ITT Corporation, un generoso filantropo e, infine, uno dei maggiori protagonisti nel panorama politico nigeriano degli anni ’90. L’attività di filantropo, nonché il finanziamento di migliaia di borse di studio destinate al nord come al sud senza distinzioni religiose, aiutò molto Abiola a vincere le elezioni del 1993.

Una Nigeria, quella di quasi tre decenni fa, ancora ferita dalla Guerra del Biafra del 1967-1970, dai colpi di stato del 1983 e del 1985 e dai più recenti scontri interreligiosi avvenuti nello stato di Kaduna nel maggio 1992 che provocarono circa 1800 morti. L’ombra di Abiola aleggia sulla Nigeria anche dopo più di vent’anni dalla sua morte: Muhammadu Buhari, attuale presidente del paese più popoloso dell’Africa, ha nominato Abiola come Gran Commendatore dell’Ordine della Repubblica Federale di Nigeria e ha spostato la celebrazione del cosiddetto Democracy Day dal 29 maggio al 12 giugno, lo stesso giorno in cui, nel 1993, si svolsero le elezioni che videro l’oppositore vittorioso; tutto ciò fermo restando che si sia trattato di un’abile mossa politica in vista delle elezioni svolte il 23 febbraio 2019. Coinvolto in politica fin dal ’56, quando entrò a far parte del National Council of Nigeria and Cameroons, Abiola sapeva che le elezioni del ’93 sarebbero state quelle che avrebbero potuto assicurargli la presidenza e il suo obiettivo era spezzare l’egemonia composta dalle etnie Hausa e Fulani che si erano contraddistinte per aver sempre controllato le alte sfere della politica dall’ottenimento dell’indipendenza in poi. Povero di risorse, a differenza del sud del paese, ricco di petrolio, il nord della Nigeria ha sempre fatto della sua forza il controllo della politica e il continuo tentativo di centralizzare il paese verso Abuja che, non a caso, divenne capitale governativa nel 1991 strappando lo scettro a Lagos. Questo perenne confronto fra nord e sud della Nigeria, unificati nel 1914, era anch’esso figlio del colonialismo, poiché una classe sociale composta da nigeriani cristiani, istruiti e anglofoni crebbe proprio grazie all’Indirect rule britannica, applicata con maggiore forza nel sud piuttosto che nel nord. Gli abitanti della Nigeria settentrionale, al contrario, poterono entrare raramente in contatto con l’istruzione di matrice europea perché Lugard permise raramente ai missionari protestanti di accedere alle zone più a nord, anche per preservare le culture locali. Questo atteggiamento politico aveva portato cinque differenti regimi militari a governare la Nigeria per ventitré degli ultimi trentatré anni, fra il 1960 e il 1993; appena due furono gli esecutivi civili, motivo per cui le elezioni del 12 giugno ’93 e il conseguente passaggio di potere del 27 agosto avrebbero dato il via alla Terza Repubblica. I tre gruppi principali, gli Hausa-Fulani del nord, gli Igbo del sud-est e gli Yoruba del sud-ovest, in un paese che comunque conta oltre 250 etnie, avevano finora messo in ombra le popolazioni della zona centrale della Nigeria che, rappresentate dal Middle Belt Forum, prima delle elezioni del ’92 e del ’93 provarono a giocare un ruolo rilevante nello scacchiere politico nigeriano, anche nella scelta dei candidati alla presidenza. L’ascesa di nuovi protagonisti come il Middle Belt Forum e la forte volontà di Abiola di fare incetta di voti negli stati settentrionali durante la campagna presidenziale misero in difficoltà il duopolio fra il nord e il sud ed organizzazioni come il Northern Elders Committee, i cui membri ebbero voce in capitolo nella scelta del candidato proveniente da nord. Il secondo scopo di Abiola era di allontanare una delusione risalente al 1979, quando perse le primarie in seno al National Party of Nigeria a favore di Shehu Shagari che poi vinse le elezioni. La sfida elettorale che si prospettava nel 1993 era fra il Social Democratic Party (SDP) e il National Republican Convention (NRC).

L’ascesa del progressista Social Democratic Party, di cui Abiola era anche fra i maggiori finanziatori, aveva trovato conferma già il 4 luglio 1992, quando riuscì ad ottenere 52 seggi al Senato e 314 alla Camera dei rappresentanti al termine delle elezioni parlamentari, a fronte dei 37 conseguiti al Senato e 275 alla Camera dal National Republican Convention, unico altro partito a cui fu concesso di partecipare alle votazioni dopo nove anni di dittatura militare. Le elezioni del 1992 non furono una prova solo per le due formazioni politiche ma anche per la National Electoral Commission (NEC), istituita per decreto nel settembre 1987 e i cui membri, come scritto nella Costituzione del 1989 (sezioni 152-158), “dovevano essere persone assolutamente integre e non coinvolte in politica”; tuttavia, essi erano comunque selezionati dal presidente. Il principale obiettivo della NEC fu limitare i costi delle elezioni perché la commissione precedente aveva speso 350 milioni di naira per organizzare le votazioni comprese fra il 1979 e il 1983. Nonostante ciò, la NEC non si limitò sulla consistenza del personale e per le elezioni del ’92 si affidò a quasi mezzo milione di persone fra scrutatori, presidenti di seggio e altri soggetti impegnatisi per il corretto svolgimento del processo elettorale . Proprio i membri della commissione, il 26 giugno, optarono per interdire quattordici candidati al Senato, di cui nove del SDP e i rimanenti del NRC, e diciannove alla Camera; anche dopo lo svolgimento delle votazioni continuarono a serpeggiare alcuni malumori, poiché le alte sfere del NRC contestarono i risultati di tre stati in cui, secondo la loro opinione, i governatori locali avevano favorito l’SDP influenzando gli elettori con metodi coercitivi. In realtà, il senso di insoddisfazione era figlio del fatto che l’SDP avesse avuto la meglio anche in alcuni stati settentrionali, come Kano e Kaduna, in cui l’NRC era dato per favorito; questa tendenza fu confermata e amplificata anche alle elezioni del 1993. Il risultato fu ritenuto così deludente che alcuni dignitari del NRC minacciarono di mettere in stato di accusa il presidente del partito, Tom Ikimi; quest’ultimo fu poi effettivamente sostituito da Hammed Kusamotu. L’esistenza e la fondazione di entrambi i partiti erano state studiate a tavolino nel 1989 dall’amministrazione del generale Ibrahim Badamasi Babangida, capo di stato nigeriano dall’agosto 1985 allo stesso mese del 1993, affinché i partiti politici non si potessero riorganizzare su linee guida di matrice etnica. Prima di delineare le fattezze del SDP e del NRC, i militari rifiutarono le candidature di cinquanta altri partiti.

Lagos, Nigeria

Essi si occuparono anche di scrivere i loro programmi, costruire migliaia di distaccamenti e nominare la dirigenza. L’affluenza del 25% non rivelò l’importanza delle elezioni del 1992 le quali, teoricamente, sarebbero dovute essere il primo passo verso la democratizzazione della Nigeria; un procedimento che sarebbe dovuto culminare con le elezioni presidenziali del 1993 e l’allontanamento dal potere di Babangida. Quest’ultimo, nel 1987, si era peritato più volte di affermare che avrebbe dato il via, nel 1990, al processo di democratizzazione, poi rimandato per tre volte, nell’ottobre 1990, ottobre 1992 e gennaio 1993. Sebbene in parte il presidente nigeriano fosse effettivamente riuscito ad evitare che la politica si ricostruisse su basi etniche, nel 1992 l’SDP e l’NRC si divisero il bacino di voti seguendo comunque delle linee guida di matrice etnica, poiché il primo riscosse ampio successo fra gli Yoruba cristiani nel sudovest del paese mentre il secondo raccolse la maggior parte dei propri voti a nord, a prevalenza Hausa e Fulani di religione islamica, e fra gli Igbo nel sudest. Inizialmente previste per il 5 dicembre del 1992, poi prorogate a causa di disordini politici, le elezioni del 12 giugno 1993 videro per la seconda volta contrapposti l’SDP e l’NRC, col primo che riuscì ad ampliare il proprio vantaggio nei confronti del partito concorrente. Se come candidato del Social Democratic Party c’era Moshood Abiola, per il National Republican Convention l’aspirante alla presidenza era il banchiere di religione islamica Bashir Othman Tofa, appoggiato dal Sultano di Sokoto, appartenente all’etnia Hausa e che alle primarie del 27-29 marzo 1993 era riuscito a spuntarla su altri trenta candidati. In qualità di aspirante alla vicepresidenza, Tofa scelse Sylvester Ugoh, privo di carisma politico ed ex direttore della Banca centrale del Biafra. La scelta di un cristiano di etnia Igbo come Ugoh non fu casuale, poiché era intenzione del concorrente del NRC allontanarsi da un proprio articolo pubblicato su “The Pen”, un giornale di sua proprietà, in cui incitava alla Jihad. “Quella cristiana è una cultura oziosa che lascia ai propri ministri molto tempo libero… Giunto è il tempo di iniziare l’offensiva e di reclamare i nostri innegabili diritti e libertà. Lasciateci iniziare proclamando il Venerdì un acido Sabbath”, queste furono alcune delle parole scritte dal candidato del NRC. Tofa desiderava inoltre prendere le distanze anche da un altro proprio articolo, in cui chiedeva ai militari di rimanere al potere fino all’anno 2000. Le primarie dei due partiti si tennero a Port Harcourt per l’NRC e a Jos quelle del SDP; il governo, per evitare episodi di corruzione da parte dei candidati, trentuno per ogni partito, si incaricò di coprire le spese di trasporto, vitto e alloggio per gli oltre diecimila delegati. Le primarie furono perfettamente organizzate da Babangida e prevedevano lo stesso schema organizzativo per entrambi i partiti; erano previste due votazioni. In vista della prima, tutti i candidati avevano tre minuti di tempo ciascuno per esprimere le proprie idee ai delegati; dopodiché, coloro che accedevano al secondo voto, sostanzialmente una sorta di ballottaggio esteso a più concorrenti, avevano quindici minuti ognuno per indirizzarsi nuovamente ai medesimi delegati. Abiola e Tofa avevano tuttavia un punto in comune, oltre alla religione: entrambi erano amici di Babangida e abbastanza vicini ai militari. Fatto sta che ambedue si preoccuparono subito che, se eletti, non avrebbero interrotto l’operazione dell’esercito nigeriano in Liberia, che vedeva impegnati 16,000 soldati e costava allo stato 150,000 dollari al giorno. Sia Tofa sia Abiola curarono molto la campagna elettorale: se il primo, proveniente da nord, si concesse molto a viaggi elettorali nel sud del paese, il secondo fece l’esatto contrario e non tralasciò di visitare estensivamente gli stati settentrionali; entrambi ebbero sempre un occhio di riguardo per gli Igbo, l’elettorato più difficilmente raggiungibile e fonte di instabilità interna. I principali temi affrontati furono l’alto tasso di inflazione, la disoccupazione, la corruzione e lo stato di salute della moneta nazionale. Fra una promessa e l’altra, Abiola assicurò che, se fosse stato eletto, la nazionale nigeriana avrebbe raggiunto la finale del campionato mondiale di calcio.

Tofa cominciò la campagna sin da subito con la giusta motivazione e l’8 aprile espose in modo conciso le proprie idee durante una conferenza stampa, anche se in termini molto generali: combattere la corruzione, costruire più strade ed ospedali, deregolarizzare l’economia, rendere l’istruzione accessibile a tutti e ridurre il debito pubblico negoziando coi creditori, senza specificare un eventuale espediente se i creditori stessi si fossero rifiutati di scendere ad un compromesso. Mentre Tofa teneva comizi e iniziava ad uscire dall’ombra per farsi conoscere dai propri potenziali elettori, Abiola era ancora incerto se puntare su un candidato vicepresidente di religione cristiana o islamica, col timore di perdere il sostegno dei primi se avesse scelto un musulmano e le preferenze provenienti dal nord del paese se avesse selezionato un cristiano. Fu infine preferito il musulmano Babagana Kingibe che era arrivato secondo alle primarie del SDP proprio a favore di Abiola e che si rivelò l’uomo giusto al momento giusto. L’avvicinamento di Tofa alla data fatidica fu poi funestato dalla denuncia, da parte del giornalista Alhaji Abadina Coomassie, presso l’Alta Corte di Kaduna per averlo truffato in un’oscura operazione petrolifera che vedeva la Svizzera come meta di destinazione finale dell’oro nero trasportato via nave. Coomassie reclamava il pagamento di 219 milioni di dollari e si lamentava del fatto che Tofa lo avesse finora rimborsato di appena 80,000 dollari. La situazione non era chiara poiché il querelante, oltre a dirsi preoccupato di un’eventuale vittoria di Tofa, affermò che avrebbe ritirato la denuncia se egli si fosse astenuto dal partecipare alle elezioni. Anche Abiola ebbe alcuni grattacapi, provenienti però da oltre confine e, in particolare, da Prince Ejutse Arawore, uomo d’affari operante nel Benin che chiedeva l’esclusione del candidato del SDP, reo di non aver reso esecutivi alcuni contratti stipulati dal governo nigeriano quando era a capo della ITT per un totale di quasi due miliardi di naira, fra il 1981 e il 1985. Le elezioni erano così importanti per Abiola che quest’ultimo organizzò una campagna elettorale – Hope ’93 – articolata anche in due spot televisivi molto accattivanti e di un manifesto che lo vedeva ritratto in figura quasi intera sotto la scritta Farewell to poverty. In particolare, uno dei due video, quello più convincente, mostra in modo molto semplice tutti i problemi di cui i nigeriani soffrivano: mancanza di cibo, di case, di trasporti pubblici adeguati e di acqua potabile, dopodiché circa a metà del filmato appaiono le sigle SDP, MKO, acronimo di Moshood Kashimawo Olawale, e il cognome Kingibe. La sequenza termina infine con alcune immagini di persone festanti e di Abiola, sempre con le braccia alzate, attorniato da una folla. Due sono le parole chiave durante tutto il video: “Action” e “Progress”. I colori principali della campagna elettorale di Abiola furono il verde e il bianco, perché il capo dell’opposizione amava indossare vestiti agbada caratterizzati da queste due tinte. La campagna del SDP, sebbene un po’ confusionaria, fu piuttosto capillare e, anche a livello mediatico, l’oppositore riuscì a risultare più affabile e dinamico rispetto a Tofa. Il vincitore delle elezioni avrebbe dovuto prendere il posto di presidente il 27 agosto, quando Babangida avrebbe dovuto farsi da parte. La NEC, dal canto suo, durante la campagna elettorale, aveva posto sotto osservazione entrambi i candidati attraverso il Presidential Election (Basic Constitutional) and Provisional Decree 13 – potendo escludersi se necessario; in tal caso, se il partito sanzionato non fosse stato in grado di presentare un altro candidato, vi sarebbe stata comunque una consultazione elettorale con un solo partecipante. Il draconiano decreto prevedeva anche l’eventualità del rinvio delle elezioni se si fossero verificati atti di violenza e due anni di carcere e/o 5000 naira di multa per coloro che falsificavano o distruggevano le schede elettorali o ne impedivano la consegna agli ufficiali della commissione. La meticolosità con la quale la NEC osservava i candidati portò all’ammonizione di uno dei due, non specificando chi, per aver violato il decreto 27 della legge elettorale, il quale recitava che “la campagna non deve essere basata sulla base di considerazioni etniche o religiose”.

Anticipate dall’espulsione dal paese di Michael O’Brien, direttore della United States Information Agency, per ingerenza in affari interni, le elezioni non partirono sotto i migliori auspici, poiché Babangida fu vicino ad annullarle ancor prima che potessero avere inizio. Un giudice del tribunale di prima istanza di Abuja, Bassey Ikpeme, ordinò due giorni prima, giovedì 10 giugno 1993, la sospensione delle elezioni da parte della National Electoral Commission. Ikpeme prese questa decisione dopo aver accolto una richiesta di ingiunzione provvisoria presentata da parte dell’Association for a Better Nigeria (ABN), un’organizzazione favorevole alla giunta militare che aveva organizzato delle riunioni, vietate dall’Alta Corte, contro lo svolgimento delle elezioni. Il motivo del ricorso riguardava gli episodi di corruzione di cui l’SDP si sarebbe macchiato durante la realizzazione delle primarie. Il giudice stesso chiese a Babangida stesso di rimanere in carica fino al 1997, dal momento che riteneva sia Abiola sia Tofa inadatti ad adempiere il ruolo di presidente. Babangida, riunitosi col Consiglio di sicurezza e difesa nazionale, decise infine di non seguire la direttiva del giudice, affermando che la Corte di Abuja non aveva il diritto di proferire sull’andamento delle elezioni. Il direttore della NEC, Humphrey Nwosu, si allineò alla posizione del capo di stato e affermò in una conferenza stampa che la corte aveva il diritto di proclamare l’interruzione delle elezioni ma che la NEC non era obbligata a seguire la direttiva. Dello stesso avviso di Babangida, stranamente, si rivelò un gruppo per i diritti umani, la Campaign for Democracy, che vinse un ingiunzione presso l’Alta Corte di Lagos affinché Ikpeme non interferisse nel processo elettorale. Ritenuta un’associazione oscura e sfuggente, l’ABN, probabilmente, era una creazione degli stessi militari e a guidarla c’era Ibo Arthur Nzeribe, uscito sconfitto dalle primarie del SDP e residente in Inghilterra durante lo svolgimento delle votazioni. Suo fratello, Bernard Nzeribe, aveva in precedenza deposto un ricorso, poi respinto, presso l’Alta Corte di Abuja per veder annullate le primarie del SDP svolte dal 27 al 29 marzo.

Le elezioni decretarono un vincitore schiacciante, ovvero Moshood Abiola che, con gli 8,341,309 milioni di voti ricevuti, ottenne il 58,36% delle preferenze contro il 41,64% totalizzato da Tofa. L’affluenza alle urne fu del 35%, piuttosto bassa anche a causa dello smarrimento creato negli elettori dalla direttiva diffusa dal giudice Ikpeme. Soprattutto negli stati di Kano, Kaduna e Bauchi, tutti situati a nord e fra loro confinanti, l’affluenza fu minima. Addirittura, a Kano il tasso di astensione fu dell’87,5%. D’altro canto, durante il voto non si registrarono scontri o problemi di organizzazione. La sconfitta del NRC fu cocente, poiché Abiola era riuscito a conseguire la vittoria anche in diversi stati del nord in cui Tofa era inizialmente dato per favorito; non solo, il capo del SDP ottenne almeno un terzo dei voti in oltre venti stati. Prima che le elezioni venissero annullate, la NEC ebbe il tempo di rendere noti, il 15 giugno, i risultati di tredici stati su trenta: Abuja (Federal Capital Territory – FCT), Abia, Akwa Ibom, Anambra, Borno, Edo, Kaduna, Kano, Kogi, Niger, Ogun, Oyo e Plateau. Di questi stati, Abiola vinse in Akwa Ibom, Anambra, Borno, Edo, Kaduna, Ogun, Oyo, Plateau e, addirittura, nello stato settentrionale di Kano in cui Tofa era nato e dove il vincitore si accaparrò il 52,28% dei voti. L’SDP conseguì risultati più che discreti anche negli stati più ad est in cui l’NRC governava, tranne che in quello di Rivers, e nei quali Abiola e Kingibe godevano di pochissima risonanza mediatica. Stando anche a dati successivi al 15 giugno, tuttavia solo di natura ufficiosa, il leader del SDP trionfò anche negli stati di Benue, Cross River, Delta, Jigawa, Kwara, Lagos, Ondo, Osun, Taraba, Yobe e Abuja. Di tutti gli stati suddetti, quelli di Borno, Kaduna, Jigawa e Yobe si trovavano a nord. Nello stato di Lagos, fortino degli Yoruba, Abiola ottenne l’85,5% delle preferenze mentre il suo sfidante si fermò al 14,5%. Questa sconfitta elettorale si rivelò per l’NRC ancora più cocente rispetto a quella incassata nel 1992 e le ragioni furono molteplici, come l’apatia di Sylvester Ugoh e il fatto che Tofa, percepito come inesperto e non in grado di migliorare lo stato dell’economia nigeriana da buona parte della popolazione, fosse pressoché sconosciuto alla maggior parte della popolazione prima del 1993. Il 67enne Ugoh era altresì inadatto a vestire i panni del politico e dimostrò la propria inadeguatezza durante il dibattito televisivo del 7 giugno tenuto fra candidati vicepresidenti, durante il quale Kingibe si dimostrò più preparato e con una forte personalità. La presenza di un appartenente alla religione cristiana come Ugoh non riuscì inoltre a far rimuovere a Tofa l’etichetta di fondamentalista islamico, dopo la pubblicazione del proprio articolo sulle pagine di “The Pen”, poi ritrattato durante il dibattito televisivo animato con Abiola il 6 giugno. Tanto Ugoh si dimostrò inefficacie ad aiutare il proprio aspirante presidente a vincere, quanto a Kingibe deve essere riconosciuto un ruolo importante nel successo del SDP e di Abiola. Inoltre, lo spot televisivo del NRC, in cui Tofa vestiva come un Igbo, era ben poca cosa rispetto a quello del partito avversario, più dinamico e attraente. Quelle cristiana e di etnia Igbo, soprattutto perché questi due elementi coincidono quasi sempre fra loro, furono le due componenti dell’elettorato più difficilmente raggiungibili sia dal NRC sia dal SDP e, nello specifico, la loro generalizzata astensione danneggiò più il primo partito del secondo. Sostanzialmente, gli Igbo, principali animatori dell’indipendenza del Biafra, si trovarono davanti ad un bivio che, per loro, portava nella medesima direzione: votare due candidati musulmani, come Abiola e Kingibe, oppure un aspirante alla presidenza del nord accusato di essere un fondamentalista, il cui braccio destro, Ugoh, non è in grado di mettersi in mostra, seppur cristiano.

Nonostante la relativa calma che regnò durante la votazione, con 120.000 poliziotti in campo, in seguito ad essa si registrarono alcuni, piccoli momenti di tensione: Abiola affermò che, finché tutti i risultati non fossero stati resi noti, non avrebbe ricevuto visite presso la propria casa di Lagos e risposto alle telefonate. Egli aveva abbastanza timore per la propria incolumità, fatto sta che dopo le elezioni si faceva preparare le pietanze solo da una delle sue mogli. Alcuni sostenitori del NRC, però non per mezzo di Tofa, accusarono Abiola di aver favorito brogli elettorali e violato il divieto di divulgare e usare materiale elettorale durante il giorno della votazione, minacciarono di contestare i risultati su basi legali e inviarono una petizione alla NEC affinché dichiarasse Tofa vincitore oppure pianificasse nuove elezioni. L’NRC negò infine di aver avuto contatti con l’ABN e Nzeribe. Oltretutto, né Tofa né Ugoh poterono votare, per motivi diversi: entrambi affermarono di aver riscontrato problemi con le proprie schede elettorali . Dal punto di vista della sicurezza, l’unico problema rilevante riscontrato durante la votazione fu il rapimento, nello stato di Rivers, di alcuni presidenti di seggio e scrutinatori, materiali compresi, da parte di separatisti appartenenti all’etnia Ogoni. Gli esponenti del NRC apprezzarono molto poco anche l’autoproclamazione in qualità di vincitore delle elezioni, e non come presidente della Nigeria, pronunciata da Abiola il 18 giugno.

La poca propensione di Babangida ad avviare il processo di democratizzazione, inizialmente previsto per il 1990, e la distanza politica e ideologica da Abiola erano segnali importanti circa un possibile impedimento all’ascesa dello stesso Abiola alla presidenza. Ogni azione pensata da parte di Babangida fu anticipata dall’Alta Corte di Abuja che, il 16 giugno, tramite la persona del giudice-capo Dahiru Saleh e su spinta dell’ABN, ordinò alla National Electoral Commission che i risultati degli stati rimanenti non venissero divulgati. I membri della NEC, prontamente il 21 giugno, invocarono il decreto 13 e presentarono ricorso presso la Corte d’Appello di Kaduna la quale, però, non lo prese in considerazione. Altre tre Alte Corti, quelle di Lagos, Ibadan e Benin City, che avevano la stessa levatura giuridica di quella di Abuja, presentarono ricorso affinché la NEC continuasse con il proprio lavoro, ignorasse le direttive delle corti avverse e annunciasse il vincitore entro ventiquattro ore: anche questi ricorsi furono ignorati e le disposizioni e le contro-disposizioni emanate dalle varie corti non fecero altro che creare un grande parapiglia, fra chi affermava che le varie direttive, contrastanti fra loro, si annullavano vicendevolmente consentendo alla NEC di procedere e chi, come il giudice Musliu Ope Agbe, consigliava al governo di emanare un decreto in grado di annullare tutte le decisioni prese dalle corti stesse. Nemmeno gli appelli di Iyorchia Ayu, presidente del Senato, e di Agunwa Anaekwe, speaker della Camera, ebbero effetto. A risentirne maggiormente del livello di tensione che regnava fu Nwosu che risultò irreperibile per alcuni giorni a causa di un malessere fisico causato dallo stress. Sempre il giorno 21 riapparve anche il giudice-capo dell’Alta Corte di Abuja, Dahiru Saleh, che definì illegali le elezioni. Nzeribe, dal canto suo, si dimostrò molto soddisfatto: “Stiamo vincendo la battaglia e la mia posizione rimane la stessa. Credo che Babangida voglia abbandonare la presidenza ma proverò a mettergli pressione addosso affinché non lo faccia. Se lui capirà che le corti sono favorevoli alla sua permanenza, rimarrà”. Molto intelligentemente, Nzeribe sottolineò altresì quel 65% di nigeriani che non si recò alle urne e che, secondo il suo parere, era una massa silenziosa favorevole a Babangida. Al dirigente dell’ABN fece eco Abimola Davis, nell’associazione secondo solo allo stesso Nzeribe: “Il piano era far permanere Babangida alla presidenza da un minimo di due ad un massimo di quattro anni”. Oltre all’ABN, anche l’Association for the destiny of Nigeria si schierò con Babangida, al quale inviò una lettera in cui chiedeva “il rifiuto in toto dei risultati elettorali e lo smantellamento sia del SDP sia del NRC”. La decisione del governo si fece attendere fino al 23 giugno quando, in seguito ad una riunione del National Defence and Security Council tenuta il giorno prima, le elezioni furono annullate tramite decreto, i procedimenti imbastiti dalle varie corti fermati e la National Electoral Commission fu sospesa. Il comunicato ufficiale diffuso dai militari definì la situazione come una “charade” e l’annuncio fu dato via radio da Nduka Irabor, addetto stampa del vicepresidente Augustus Aikhomu. Oltre a sopprimere le elezioni, Babangida concordò pure di annullare due denunce presentate sia da Abiola sia da Tofa. Quando le elezioni furono ufficialmente soppresse, Abiola non si trovava a Lagos ma nello stato di Katsina, a nord, a presenziare al funerale del padre del generale Shehu Musa Yar’Adua. La condotta del governo militare iniziò a divenire ricettacolo di sospetti ben prima del 23 giugno: il giorno 14 dello stesso mese, quindi in seguito all’esecuzione delle elezioni, fu istituito un tribunale atto solo a prendere in esame eventuali petizioni contro i risultati delle votazioni stesse. A capo del tribunale fu posto Bolarinwa Babalakin, ex giudice della Corte Suprema, alla quale questo organismo era comunque collegato, fatto sta che la prima e unica conferenza stampa presieduta da Babalakin si tenne nella sua sede di Lagos, sebbene le sessioni del tribunale si sarebbero dovute svolgere ad Abuja. Il ruolo avuto da questo tribunale, a patto che ne abbia avuto uno, è piuttosto oscuro e risulta difficile comprendere perché sia stato istituito dopo lo svolgimento delle elezioni e non prima. L’ufficializzazione dell’annullamento delle votazioni fu sottolineata di nuovo anche in seguito, precisamente il 10 agosto, quando Augustus Aikhomu, effettuata una riunione coi governatori statali e gli ex vicepresidenti, definì la soppressione delle elezioni come irrevocabile.

Due possono essere le motivazioni che spinsero Babangida ad annullare le elezioni, oltre alla personale sete di accentramento del potere nelle proprie mani: la prima spiegazione può essere che le alte sfere dell’esercito, perché impaurite che la propria influenza potesse diminuire con un governo civile e che Abiola potesse incriminarli a causa dei passati episodi di corruzione e di abusi dei diritti umani, misero sotto pressione Babangida, nonostante sia Abiola sia Tofa avessero assicurato che non avrebbero perseguito i militari per episodi di corruzione. I militari avevano comunque timore che Abiola potesse cedere alla pressione dell’opinione pubblica e far iniziare delle indagini sul loro conto. Il secondo motivo riguarda le élite delle etnie settentrionali Hausa e Fulani le quali, certamente, non vedevano di buon occhio un futuro presidente Yoruba, anche se di religione islamica. Dopotutto, come guida suprema, le etnie Hausa e Fulani riconoscevano il Sultano di Sokoto, Ibrahim Dasuki, poi deposto nel 1996. Abiola sarebbe inoltre stato il primo presidente nigeriano proveniente dal sud del paese e avrebbe interrotto tre decadi di dominio da parte di esecutivi provenienti prevalentemente da nord. Ufficialmente, Babangida dichiarò di aver annullato le elezioni a causa della malversazione e della corruzione di cui i due candidati si erano macchiati ed espresse la ferma volontà di creare un governo di unità nazionale o di indire nuove elezioni in seguito a delle consultazioni con le parti in causa, pianificate per il 31 luglio, però con nuovi candidati, e di lasciare comunque il potere il 27 agosto 1993. Come si vedrà, il generale fu costretto ad allontanarsi dalla presidenza il giorno prima. Egli accusò inoltre i membri della NEC di essersi fatti corrompere e i due candidati di aver creato animosità etnica durante la campagna elettorale. Un’altra giustificazione trovata da Babangida fu di voler fermare i continui litigi in corso fra le varie parti e che i sistemi legale e giudiziario si stavano ricoprendo di ridicolo dinanzi alla popolazione a causa del loro profondo coinvolgimento nel tentativo di bloccare il procedimento elettorale. Babangida avrebbe dovuto spiegare i propri piani di avvicinamento alla democrazia in un discorso alla nazione venerdì 25 giugno ma fu rimandato al giorno dopo. Al termine di una riunione con le alte sfere militari e delle forze di polizia il giorno 26 ad Abuja, Babangida dichiarò quanto segue: “Siamo impegnati verso la democrazia. Installeremo un presidente democraticamente eletto che incontrerà le aspirazioni e gli aneliti della nostra visione di Nigeria del XXI secolo”. Il generale, come si può notare, parlò sempre in rappresentanza dei militari e non fu un caso che, quando annunciò nuove elezioni per il 31 luglio 1993, interdette Abiola e Tofa dal candidarsi nuovamente ma affermò che avrebbe selezionato i due nuovi candidati sempre all’interno dei ranghi del SDP e del NRC, le sue creazioni. Babangida pose dei limiti ben precisi affinché Abiola e Tofa non potessero ricandidarsi: per scoraggiare il primo, che si era associato all’SDP all’inizio del 1993, fu posta una norma secondo cui il candidato doveva aver aderito al partito politico che rappresentava da almeno un anno; per bloccare il secondo dal proporsi alle elezioni, fu approvata un’altra direttiva per cui ogni candidato doveva avere almeno cinquanta anni. Tofa ne aveva quarantasei, Babangida cinquantadue. Un terzo precetto prevedeva che i candidati non avessero interessi affaristici o attività in contrasto con gli interessi nazionali. I futuri candidati, infine, non dovevano esser mai stati condannati per un crimine. Abiola e Tofa furono inoltre interdetti per un anno dal prender parte a qualsiasi tipo di elezione e accusati di aver speso oltre quaranta milioni di sterline a testa per le proprie campagne, contravvenendo così alle norme elettorali; tuttavia, il governo non svelò mai dettagliatamente in che modo questi soldi furono spesi dai due candidati. La soppressione delle elezioni provocò una pioggia di critiche nei confronti del governo nigeriano, a cominciare dagli esecutivi britannico e statunitense che minacciarono di congelare le relazioni bilaterali. Il governo di John Major ritirò subito la propria squadra di militari impegnati nell’addestramento dei soldati nigeriani e Bill Clinton optò per tagliare 450.000 dollari di aiuti sempre nel settore dell’addestramento e un milione nell’assistenza tecnica e militare, oltre a porre restrizioni per il rilascio dei visti d’ingresso a favore dei militari più importanti e dei loro familiari. Il Dipartimento di stato annunciò inoltre che avrebbe preso in considerazione la possibilità di congelare l’intero programma di aiuti destinato alla Nigeria, consistente in oltre ventidue milioni di dollari. Emeka Anyaoku, segretario generale del Commonwealth, definì in un secondo momento come incomprensibili gli ultimi sviluppi politici avvenuti in Nigeria, a cominciare dall’annullamento delle elezioni. Se Stati Uniti e Regno Unito dimostrarono subito la propria contrarietà, i governi delle altre nazioni africane confinanti con la Nigeria optarono, inizialmente, per il silenzio, in attesa di futuri sviluppi . All’interno dei confini nazionali, sia il Nigerian Supreme Council for Islamic Affairs, diretto dal Sultano di Sokoto, sia il Christian Council of Nigeria dimostrarono contrarietà all’annullamento delle votazioni; le rimostranze del Sultano di Sokoto dimostrarono una volta di più della trasversalità degli appoggi di cui Abiola godeva. Lo stesso Olusegun Obasanjo, capo di stato della Nigeria dal 1976 al 1979 e poi di nuovo dal 1999 al 2007, si espresse nei seguenti termini da New York: “Il governo ha deciso che le elezioni non sono andate come voleva. Questo esecutivo ha mostrato di essere in guerra con la popolazione e credo che le persone reagiranno. La loro tolleranza ha un limite” . Se un militare come Obasanjo si dimostrò comprensivo, ce ne furono altri che di comprensione ne ebbero ben poca, come il generale di brigata Halilu Hakilu, direttore della National Intelligence Agency (NSA): “Se Abiola vorrà diventare presidente, dovrà passare sul mio cadavere”. Se la giunta militare si dimostrava abbastanza compatta, lo stesso non valeva per l’SDP, al cui interno vi erano due correnti: una era favorevole al boicottaggio di nuove ed eventuali elezioni, l’altra avrebbe voluto sostituire Abiola con un altro candidato affinché Babangida non avesse più scusanti per rimanere al potere. Proposta dai militari, con la collaborazione di Tony Anenih, presidente del SDP, la soluzione di indire nuove elezioni fu rigettata dallo stesso Abiola.

La decisione di annullare le elezioni segnò definitivamente il tramonto della presidenza di Babangida e aprì la via, dopo 170 manifestanti morti a causa di scontri con la polizia, all’esecutivo di transizione di Ernest Adegunle Oladeinde Shonekan, laureatosi ad Harvard e nominato dallo stesso Babangida prima che quest’ultimo si ritirasse a vita privata il 26 agosto 1993, congedandosi al termine di una sfilata militare ad Abuja , a causa delle rivolte popolari e delle critiche provenienti soprattutto da USA, Francia e Regno Unito. Shonekan, di etnia Yoruba, era stato il direttore della United Africa Company of Nigeria, compagnia pubblica che si occupava, fra le altre cose, di edilizia e agricoltura; curiosamente, Shonekan era originario della stessa città in cui era nato Abiola, Abeokuta. Babangida si ritrovò quindi isolato e dovette far fronte anche alle dimissioni di 30 militari di alto rango in disaccordo con l’annullamento delle elezioni. Di questi, 14 erano colonnelli, fra cui Abubakar Umar, ex consigliere dello stesso Babangida, e 8 generali di brigata. Il debole Shonekan fu nominato presidente sebbene, l’8 luglio, SDP e NRC, pur divisi al loro interno e in seguito ad un colloquio con lo stesso Babangida e il National Defence and Security Council, riuscirono ad accordarsi per formare un governo di transizione nazionale in grado di prendere le redini del paese il 27 agosto. L’accordo sortì quattro effetti importanti: porre fine a quattro giorni di pesanti proteste di piazza, che lasciarono sul terreno dodici morti e videro l’esercito scendere per le strade, confermare l’Assemblea nazionale insieme ai governatori statali, allontanare lo spettro delle elezioni pianificate per il 31 luglio, all’ultimo caldeggiate anche da Tofa ma in seguito boicottate dal sempre meno compatto SDP, e riproporre Abiola come presidente, questa volta del governo di transizione. Lo stesso vicepresidente sotto Babangida, Aikhomu, tenne una riunione con ventiquattro diplomatici stranieri in cui spiegò loro la situazione in Nigeria e la necessaria accettazione di un governo di unità nazionale da parte dei due partiti principali. Babangida approvò per metà l’idea di un governo di transizione civile: immediatamente affermò che il prossimo presidente sarebbe dovuto essere eletto durante le elezioni del 31 luglio, poi ritrattò proprio sabato 31 luglio e annunciò di aver accettato la proposta del SDP e del NRC, pur sottolineando che non avrebbe mai abbandonato completamente il potere. Proprio per fugare ogni dubbio, martedì 10 agosto Babangida affermò che il prossimo presidente sarebbe stato scelto da sé stesso e non eletto, seguito da un altro annuncio, pronunciato dinanzi all’Assemblea nazionale ad Abuja, in cui confermò di voler comunque abbandonare il ruolo di presidente . Come sempre, Babangida si rivelò “lungo nelle promesse e corto nei dettagli”. Stranamente, quest’ultimo annuncio era stato anticipato, mercoledì 4 agosto 1993, dall’istituzionalizzazione di una commissione nominata dallo stesso Babangida che iniziò a lavorare per fissare i dettagli del passaggio alla democrazia previsto per il 27 dello stesso mese, mai avvenuto, poiché egli stesso, che rifiutò infine la proposta di presentare Abiola come presidente del governo di transizione, nominò Shonekan come presidente dell’Interim National Government. Il comportamento ambiguo di Babangida, fra luglio e agosto 1993 sempre a metà fra l’accettazione di un governo civile di unità nazionale e la nomina di un presidente di proprio favore, risultò quantomeno controversa e, se un senso l’ha avuto, è certamente difficile da comprendere, complici le continue contraddizioni pronunciate. L’esecutivo di Shonekan, se non da Babangida che si era effettivamente ritirato nella sua città natale di Minna, era controllato dai militari e tutelato, inizialmente per un periodo di transizione, dal National Defence and Security Council. Due giorni prima che egli prendesse possesso della scrivania di presidente, risultò chiaro che Abiola non avrebbe fatto parte del nuovo governo. Alla fine, come si è visto, divenne materialmente impossibile per i militari organizzare le elezioni del 31 luglio, a causa del boicottaggio del SDP, che avrebbe lasciato in corsa solo l’NRC, del comunque tiepido appoggio di Tofa e della denuncia presentata da Abiola presso l’Alta Corte di Lagos per divulgare i risultati completi delle elezioni del 12 giugno, chiudendo così ogni possibilità ad un governo di transizione presieduto dal SDP e dal NRC. “Un governo di transizione sarà ostaggio dei militari”, ebbe a dire Abiola, non senza ragione. La giunta militare fece pure una seconda proposta, senza successo, ovvero quella di tenere le elezioni il 14 agosto.

Quindi, Shonekan non fu eletto ma scelto da un comitato composto dal vicepresidente Augustus Aikhomu, da Halilu Hakilu, capo dell’intelligence, Aliyu Mohammed, consigliere per la sicurezza nazionale, e John Shagaya, comandante della prima divisione corazzata di Kaduna. Costretto a trasferirsi momentaneamente a Londra per paura della propria incolumità, Abiola sperò fino all’ultimo che venisse decretato presidente al posto di Shonekan. Durante il discorso d’inaugurazione della propria presidenza, Shonekan, che mai aveva proferito parola contraria all’annullamento delle elezioni e che era stato a capo del fragile e pressoché inutile Transitional Council negli otto mesi precedenti, si dichiarò conscio che avrebbe dovuto lasciare spazio ad un presidente democraticamente eletto intorno al mese di marzo del 1994: in realtà il suo governo di transizione, controllato da vicino dai militari, durò meno di quanto previsto. I capisaldi del suo discorso furono la volontà di completare la transizione politica, risollevare lo stato dell’economia negoziando coi creditori internazionali e abbassando il tasso d’inflazione e rassicurare la comunità internazionale circa l’impervio percorso intrapreso dalla Nigeria verso la democrazia. Il discorso interessò anche la figura di Babangida, di cui furono lodati il coraggio politico e i suoi programmi economici e sociali. Un’ultima rassicurazione da parte di Shonekan, di cui il suo discorso fu colmo, riguardava il completamento della transizione democratica iniziato da Babangida, adesso previsto per il 31 marzo 1994 e teoricamente anticipato da nuove elezioni. Escluse le date del 31 luglio e del 14 agosto per tenerne di nuove, con Shonekan al comando nacque l’idea di indire le votazioni per il 19 febbraio 1994. La data fu concordata dai membri della National Electoral Commission che ricevettero l’appoggio sia del NRC sia del SDP, i cui componenti non avevano però ancora concordato se candidare di nuovo Abiola, nei mesi di agosto e settembre del 1993 impegnato in un tour negli USA e in Europa per trovare appoggi internazionali alle proprie richieste; il 2 settembre il leader del SDP fu ricevuto da Warren Christopher, segretario di stato statunitense. Infine, anche la data del 19 febbraio 1994 fu abortita. Dei trentadue membri del nuovo governo, sette avevano già fatto parte del consiglio di transizione presieduto da Shonekan, la cui scelta fu interpretata anche come un modo per tentare di dividere la comunità Yoruba. In segno di distensione, nel governo di transizione furono inclusi pure alcuni esponenti del SDP, poi accusati di tradimento da parte di Abiola. Anche questa scelta fu ritenuta come un tentativo di frammentazione del partito vincitore delle elezioni. La debolezza politica di Shonekan fu chiara fin da quando, il 2 gennaio 1993, fu appunto nominato capo del Transitional Council, emanazione diretta del National Defence and Security Council; nessuna proposta fattibile fu proferita da Shonekan per uscire dalla crisi sia economica sia politica. Per sua stessa ammissione, questo organismo, che avrebbe dovuto supervisionare il processo di transizione e determinare sia la politica interna sia quella estera del governo militare, ottenne ben pochi risultati. A parziale discolpa di Shonekan, il Transitional Council, che cessò di esistere appena il suo direttore divenne Presidente della Nigeria, ebbe solo otto mesi, dal gennaio all’agosto 1993, per implementare il proprio programma. Preparato sotto il profilo economico, Shonekan era manchevole dal punto di vista politico; in questo assomigliava molto a Sylvester Ugoh. A rendere ancora più complicate le cose, esisteva un nodo costituzionale non da poco rappresentato dal Senato e dalla Camera dei rappresentanti, democraticamente eletti nel 1992 e che dovevano collaborare al funzionamento dello stato con un governo, come quello di Shonekan, non eletto dal popolo. A fare da contraltare alle difficoltà politiche ed economiche ci pensarono Olusegun Obasanjo, che definì il governo transizionale come necessario anche se non ideale e per il quale riscosse consensi anche dall’estero, e le alte sfere del SDP e del NRC, dichiaratesi favorevoli al nuovo esecutivo pur di evitare il caos e soddisfatti di veder liberati attivisti dei diritti umani e giornalisti incarcerati dopo il 12 giugno. Shonekan, volente o nolente, riuscì a frammentare l’SDP perché se Tony Anenih, presidente del partito vincitore delle elezioni, parteggiò per l’esecutivo di transizione, Abiola definì quest’ultimo come un burattino dei militari e minacciò di definire una propria squadra di governo. Sule Lamido, segretario generale del SDP, dichiarò altresì che il partito era impossibilitato a non accettare il governo di Shonekan e Amos Ikadkula, addetto alle pubbliche relazioni, affermò che insistere sulla divulgazione dei risultati delle elezioni non avrebbe portato ad un risultato tangibile: i dignitari del SDP pensarono più al bene della Nigeria che a quello del proprio partito.

Nella seconda metà di agosto del 1993 si creò quindi una profonda crepa fra Abiola, sentitosi tradito dal partito che finanziava, e coloro che sostenevano l’esecutivo transizionale; si trattò di un allontanamento insanabile. Questo distacco del SDP da Abiola spinse quest’ultimo ad avvicinarsi alla Campaign for Democracy, i cui membri erano contrari a Shonekan. Di diverso avviso rispetto all’oppositore si rivelarono il Northern Consultative Group e Babangida che definirono rispettivamente il nuovo governo il migliore date le circostanze e un delicato compromesso fra forze in contesa fra loro: l’ombra dei militari continuava tuttavia ad aleggiare sull’Interim National Governement, come dimostrò la riproposizione di un decreto promulgato dallo stesso Babangida che interdiceva a chicchessia di fare riferimenti alle elezioni del 12 giugno, pena l’accusa di ribellione e la somministrazione di sanzioni. Nonostante il progressivo consolidamento di cui godette, complici il venir meno degli scioperi, il fragile Interim National Government di Shonekan era la vittima perfetta per un colpo di stato, in questo caso non violento, il quale non tardò ad essere attuato dal generale Sani Abacha, il 17 novembre dello stesso anno, che aprì la via ad un presidente dai poteri quasi assoluti; lo stesso giorno, Shonekan rassegnò le dimissioni. Abacha diede quindi il via ad un nuovo regime militare dopo la breve e fragile Terza Repubblica targata Shonekan. Definito “un’anatra zoppa” dalla stampa, l’esecutivo di Shonekan perse pressoché ogni legittimità in seguito all’innalzamento del costo del carburante e quando fu dichiarato illegale il 10 novembre dall’Alta Corte di Lagos, che accolse un ricorso deposto da Abiola e Kingibe, pochi giorni prima che Abacha attuasse il golpe, sebbene all’inizio la corte stessa avesse posposto indefinitamente il proprio giudizio a riguardo. A niente valse l’appello stanziato già il giorno 11 dall’entourage di Shonekan che si basava sul comprovare la legittimità del governo sulla base del decreto 61 del 1993 e non sulla Costituzione del 1989, come invece paventato dall’Alta Corte di Lagos. In questo confronto fra Shonekan e l’Alta Corte si inserì anche Ameh Ebute, il nuovo presidente del Senato eletto il 4 novembre, che optò per una posizione attendista in attesa di osservare l’andamento dell’appello deposto dal governo transizionale e sottolineò che il giudizio della corte non intaccava i poteri del Senato e della Camera. Risulta paradossale che fu lo stesso Abiola a permettere ad Abacha di accedere allo scranno di presidente, forse sperando che egli riconoscesse le elezioni di giugno: col senno di poi, questa mossa si rivelò nefasta perché Abacha si rivelò più duro nei confronti del leader del SDP sia di Babangida sia di Shonekan. L’iniziale supporto proferito da Abiola all’indirizzo del nuovo uomo forte della Nigeria fu confermato dalla nomina di Kingibe a Ministro degli Esteri nel governo targato Abacha; questa designazione fu caldeggiata dallo stesso Abiola. Pur di assistere alla delibera delle nuove nomine ministeriali, annunciate appena una settimana dopo il colpo di stato, Abiola posticipò un proprio viaggio a Londra. Già ministro della difesa sotto Babangida e segretario della difesa e vicecapo del governo sotto Shonekan, nonché architetto dei colpi di stato del 1983 e del 1985, Abacha, nato nello stato settentrionale di Kano, sciolse subito il Senato, la Camera dei rappresentanti, i due partiti politici esistenti, la NEC e i governi dei trenta stati che componevano la Nigeria; furono inoltre proibite tutte le manifestazioni e le riunioni con fini politici. Abacha, dal canto suo, non aveva alcuna intenzione di continuare il processo di avvicinamento alle elezioni del 19 febbraio 1994 che, infatti, non si svolsero, complici una forte opposizione ad esse da parte di frange interne all’SDP, nelle cui file circolò un documento che fu firmato da alcuni dignitari del partito avversi sia alla revisione del registro degli elettori sia alle votazioni stesse. Conseguentemente, sia l’SDP sia l’NRC non poterono tenere le primarie dal 7 al 9 gennaio, come prefissato, per eleggere i nuovi candidati presidenziali. Oltre a disattendere le proprie promesse nei confronti di Abiola, fra novembre 1993 e giugno 1994 il governo di Abacha si contraddistinse per l’insufficienza di appoggi internazionali e lo stesso capo di stato, durante una riunione tenuta a Lagos nel mese di dicembre insieme all’ambasciatore palestinese e ad altri diplomatici stranieri, dovette pregare la comunità internazionale di comprendere le difficili circostanze in cui gli ultimi cambiamenti politici erano avvenuti e di non distogliere i nigeriani dal trovare soluzioni ai problemi del paese.

Alcuni giorni prima dell’autoproclamazione accadde un avvenimento che Abiola sfruttò per autolegittimarsi, ovvero 348 membri della deposta Camera dei rappresentanti e i governatori statali si riunirono clandestinamente ed emanarono il 3 giugno 1994 un comunicato nel quale era reclamato il passaggio dei poteri al candidato del SDP. La risposta del governo fu immediata e il vicepresidente e generale Oladipo Diya vestì i panni dell’ambasciatore delle cause di Abacha in giro per il paese, toccando nei primi giorni di giugno gli stati di Kaduna ed Enugu, al fine di spiegare le ragioni per cui il governo non diffondeva i risultati delle elezioni dell’anno prima e promuovere la futura National Constitutional Conference. Diya, con astuzia, sottolineava il fatto che Abiola avesse, almeno inizialmente, appoggiato l’ascesa di Abacha e consigliato le nomine ministeriali. Il suo obiettivo era di riscuotere consensi sia dai militari sia dalla società civile; l’accoglienza non fu delle migliori. A parziale discolpa di Abiola, è giusto sottolineare che egli aveva auspicato che, prima o poi, qualcuno potesse concedergli il riconoscimento di aver vinto le elezioni del 1993: quando questa possibilità veniva meno, che al comando dello stato ci fosse Shonekan o Abacha, le simpatie da parte di Abiola nei confronti del governo in carica cessavano automaticamente. Poco prima della data fatidica, il 9 giugno le autorità chiusero lo spazio aereo nigeriano ai voli privati e il giorno dopo la polizia aumentò i controlli intorno alla casa di Abiola; qualcosa stava per accadere.

Moshood Abiola, nonostante alcuni mesi trascorsi in sordina, seccato dalla promessa non mantenuta da parte di Sani Abacha di passargli il testimone nel febbraio 1994, non desistette mai dal considerarsi presidente della Repubblica Federale della Nigeria e, al culmine dello scontro con lo stesso Abacha e forse con l’aiuto della National Democratic Coalition (NADECO), riuscì ad eludere la presenza di circa cento poliziotti che lo obbligavano agli arresti domiciliari e decise di autoproclamarsi presidente e comandante capo delle forze armate la sera di sabato 11 giugno 1994, nonostante lo stesso Abacha l’avesse minacciato di farlo arrestare se l’avesse fatto e Diya si fosse espresso con parole minacciose: “Continuiamo a chiedere ad Abiola di non sfidare il governo. So che Abiola crede in Dio… Lui sa che è Dio a darci una posizione nella società. So che Abiola non vuole vedere questo paese cadere nel caos”. Per il proprio aiuto concesso ad Abiola prima e dopo l’autoproclamazione, numerosi membri della NADECO, composta da politici e militari in pensione, furono arrestati e Opadokun, segretario generale dell’organizzazione, si rese irreperibile dopo l’11 giugno. In realtà, uno dei primi soggetti politici a sostenere Abiola sotto questo punto di vista fu Chima Ubani, segretario generale della Campaign for Democracy, sebbene intendesse la nomina di un governo parallelo e non un’autoproclamazione. La cerimonia si svolse nel quartiere di Epetedo della Lagos Island, una delle venti aree a governo locale in cui è suddivisa la regione di Lagos. Stando alle varie fonti, ad assistere all’autoproclamazione c’erano fra le duemila e le oltre quattromila persone. La redazione dell’”Observer” riuscì ad avere un contatto, forse telefonico, con Abiola la mattina dell’11 giugno, evidentemente prima che riuscisse ad eludere la polizia. Egli si dimostrò un po’ troppo ottimista per quanto riguardava l’affluenza all’autoproclamazione e prospettò l’arrivo di un milione di persone. Fred Eno, portavoce di Abiola e raggiunto telefonicamente la sera del giorno 11, disse che il popolo lo aveva prelevato da casa sua e lo aveva portato a questa cerimonia con oltre quattromila persone ad attenderlo. La testimonianza di Eno desta tuttora molti dubbi, come ebbe a confermare Nuhu Aliyu, viceispettore generale di polizia, che, fra il serio e il faceto, non si capacitò di come avesse fatto Abiola ad eludere gli arresti domiciliari: “Deve essersi dichiarato presidente dal letto di casa sua dove ha un telefono”. Stimolato anche dai recenti incontri con capi di stato stranieri affinché appoggiassero la propria ascesa alla presidenza, nonché dalle numerose missive inviate e ricevute, fra cui col vicepresidente degli USA, Albert Gore, Abiola scelse il giorno prima dell’anniversario delle elezioni del 1993 per autoproclamarsi. La notizia, inizialmente, non ricevette conferme da fonti indipendenti e fu pressoché ignorata dalla stampa indipendente locale. Immediatamente dopo la cerimonia, alcuni sostenitori di Abiola divulgarono un discorso del loro leader che si dichiarava intenzionato a ripristinare il Senato e la Camera dei rappresentanti. Il discorso dichiarava quanto segue: “Da questo momento c’è un nuovo governo di unità nazionale da me diretto. Ordino all’Assemblea nazionale di reinsediarsi e ai governatori statali di continuare ad esercitare le proprie funzioni. Chiedo ad Abacha e ai suoi ministri di rassegnare le dimissioni. Siamo pronti a negoziare una transizione senza incidenti. Loro si ritirerebbero con pieni diritti. Non vogliamo recriminazioni o una caccia alle streghe. Chiedo alle forze armate, alla polizia e ai dipendenti civili di ubbidire al governo di unità nazionale”.

Abiola accennò alla formazione di un proprio governo ma solo in seguito all’eventuale ripristino del Senato e della Camera; le sue nomine ministeriali non furono mai annunciate, inizialmente per tentare di tenere aperto un canale di dialogo con Abacha. I giorni successivi all’autoproclamazione sono abbastanza confusi, fatto sta che il “Guardian” passa direttamente dal trattare l’autoproclamazione con un articolo del 13 giugno 1994 a segnalare Abiola, in un breve trafiletto del 23 giugno, nel quartiere di Surulere di Lagos il giorno prima, sebbene fosse ricercato dalla polizia. Anche “Le Monde” si astiene dallo scrivere articoli fra il 14 e il 21 giugno, giorno in cui segnala delle trattative dietro le quinte fra l’entourage di Abacha e alcuni esponenti del SDP, lo stato di clandestinità di Abiola e la frammentazione che permeava l’opposizione . “The Independent”, dal 14 giugno, prolunga il proprio silenzio fino al 23, giorno in cui conferma l’arresto dell’oppositore. Con Abiola in clandestinità dopo l’autoproclamazione dell’11 giugno e messo da parte ogni tentativo di dialogo, la risposta del governo militare, sentitosi comunque ingannato da un previo annuncio che confermava la posticipazione della cerimonia di due o tre giorni e dalla provocazione di Abiola che invitò Abacha ad organizzare una manifestazione per testare la propria popolarità , non si fece attendere e ordinò l’invio di oltre cento poliziotti e numerosi veicoli affinché provassero ad intercettare Abiola presso il suo domicilio. Gli arresti domiciliari furono quindi ulteriormente rafforzati il giorno 12 giugno 1994, anche per controllare i movimenti dei familiari ma senza che Abiola fosse presente in casa, poiché già in clandestinità. Che la casa fosse circondata lo confermò anche Kudirat Abiola, una delle mogli dell’oppositore: “La situazione all’esterno della nostra abitazione è molto tesa poiché vi è la polizia, con le autoblindo, che percorre tutto il perimetro della nostra proprietà”. Oltretutto, coloro che aiutavano la polizia a rintracciare Abiola erano dovute 60,000 naire nigeriane, ossia 16,000 franchi: sostanzialmente, i militari misero una taglia sulla testa dell’oppositore. Abacha non si fermò a questo, poiché i militari irruppero negli uffici del giornale “The National Concord”, di proprietà di Abiola, e del quotidiano “The Punch”, oltre a posizionarsi in forze dinanzi all’ambasciata statunitense, col timore che l’oppositore potesse rifugiarvisi. Anche all’imbocco di Eleke Crescent, situata nella Victoria Island e lungo la quale risiedono tuttora le missioni diplomatiche di paesi stranieri, fu posizionato un posto di blocco.

La sera del 22 giugno è quindi il giorno dell’arresto: a quanto pare, Abiola fu nascosto in più luoghi sconosciuti, dai quali veniva trasferito spesso, e si trovava in uno stato di malessere fisico a causa della stanchezza e della pioggia caduta durante l’autoproclamazione, come sottolineò il senatore Bola Tinubu. Anche Kudirat informò brevemente circa le condizioni del marito in una lettera alla polizia: “Mio marito non è un codardo, è il presidente del paese ma adesso non sta bene. Appena recupererà, incontrerà il proprio popolo”. Abacha, nel giugno 1994, sia quando Abiola si trovava in clandestinità sia durante i primi giorni dopo l’effettuazione dell’arresto, sembrò alquanto propenso al dialogo, convocò centoventi politici, i rappresentanti dei governatori statali non più in carica e numerosi capi tribù per partecipare ad una riunione al fine di trovare una via di uscita dalla crisi, in vista dell’imminente National Constitutional Conference convocata dallo stesso Abacha per il 27 giugno 1994. Boicottata dall’opposizione, questa conferenza avrebbe dovuto rivelare la data in cui la giunta militare si sarebbe ritirata dalla presidenza per lasciare spazio ad un governo civile, decretare il profilo istituzionale della Nigeria, diffondere un senso di appartenenza in tutti i cittadini, poter garantire in futuro un eguale accesso alle cariche pubbliche senza discriminazioni etniche o religiose e analizzare perché 24 degli ultimi 34 anni erano stati caratterizzati da un governo di natura militare. Quest’ultimo punto era stato espressamente inserito nell’elenco degli aspetti da analizzare dallo stesso Abacha. La conferenza fu animata anche dai sindacati dei lavoratori che chiedevano a gran voce la liberazione di Abiola e degli altri oppositori arrestati; stranamente, i delegati della conferenza erano stati votati da delle rappresentanze popolari a loro volta elette dal voto popolare ed era stato fissato un limite di età minimo di 35 anni. Tutto ciò faceva comunque parte della strategia di Abacha, sempre pronto ad alternare minacce ad aperture o ad appelli televisivi in cui prevedeva la guerra civile, più volte temuta, complice una polarizzazione etnica utile ai militari. Questo continuo oscillare di Abacha nel proprio comportamento politico, sempre a metà fra una propensione a confrontarsi con Abiola e poi di nuovo pronto a chiudere ogni via di uscita alla crisi, rendeva il suo atteggiamento simile a quello di Babangida. Abiola stesso si aspettava che Abacha riconoscesse, una volta raggiunto il potere, le elezioni del 12 giugno 1993; ben presto dovette ricredersi. “Mi assicurarono che sarei diventato presidente”, disse Abiola, una volta arrestato. “La disposizione prevedeva che io potessi giurare in qualità di presidente nel mese di aprile di quest’anno. Ma quando loro (Abacha e i suoi ministri, ndr) hanno preso il potere e l’hanno saggiato, hanno cominciato a cantare una canzone differente”. In queste poche parole, si può leggere anche una certa irritazione nei confronti di Kingibe, poiché l’oppositore non lo nominò escludendolo da quel gruppo di ministri che non voleva più abbandonare il potere. In campo scesero anche le associazioni per i diritti civili e i sostenitori di Campaign for Democracy e del Committee for the Defence of the Human Rights chiesero subito il rilascio di Abiola. La prima organizzazione ordinò al governo di procedere alla sua liberazione entro ventiquattro ore mentre la seconda fece un appello alla disobbedienza civile .

Quest’ultimo invito ebbe un importante effetto, poiché ben presto si verificarono scioperi da parte del sindacato degli operatori petroliferi, fronteggiato dal ministro del petrolio, Don Etiebet. Come spesso accade in questi casi, i conseguenti movimenti di piazza non chiedevano solo la liberazione di Abiola ma anche una più equa distribuzione dei proventi originati dalla produzione e raffinazione del petrolio e il miglioramento dell’economia, funestata da un’inflazione dell’80% all’anno e da un indebitamento di 30 miliardi di dollari. Quinto fornitore di petrolio per gli Stati Uniti d’America, nelle città di Lagos e Abuja gli automobilisti dovevano affrontare lunghe code per fare rifornimento di carburante. Il capo dell’opposizione, sebbene inizialmente fosse pressoché irreperibile perché detenuto dalla polizia, riscosse inoltre l’appoggio dell’arcivescovo di Lagos, Anthony Okogie, presidente della Christian Association of Nigeria (CAN), dal generale Domkat Bali, ministro della difesa dal 1984 al 1990, dal neoambasciatore statunitense Walter Carrington e di oltre cento deputati della non più esistente Camera dei rappresentanti che, riunitisi clandestinamente, approvarono una mozione a suo favore. Sebbene non favorevole all’autoproclamazione, anche Tofa affermò che Abiola sarebbe dovuto divenire il nuovo presidente. Queste dimostrazioni di sostegno mostrarono una volta di più la trasversalità del consenso di cui Abiola godeva. Risulta evidente che l’oppositore cercò, come ultima possibilità, lo scontro frontale con Abacha, forse uscendo di proposito allo scoperto, col conseguente arresto, perché tutti i tentativi di dialogo intercorsi con l’SDP fra la sera dell’11 e il 22-23 giugno non ebbero esito positivo: non è un caso che un eventuale reintegro degli emissari Yoruba nella conferenza costituzionale sponsorizzata da Abacha e poi boicottata dagli stessi Yoruba, fu rigettata dai rappresentati delle etnie Hausa e Fulani, come sottolineò il quotidiano “Daily Champion”, avverso ad Abiola. Poi la National Constitutional Conference fu effettivamente inaugurata il 27 giugno, chiaramente senza la presenza di Abiola, detenuto da pochi giorni: nonostante le aspettative del governo, essa non si rivelò un successo e non mancarono gli attacchi dell’opposizione, riunitasi intorno alla Coalizione Democratica Nazionale, che la definirono una mera creazione dei militari. I membri della National Constitutional Conference si riunirono più volte nel corso di un anno intero, produssero un report di due volumi e fissarono al gennaio 1996 il periodo in cui sarebbe dovuta avvenire l’agognata transizione verso la democrazia. Dato che anche questa data non fu rispettata, i componenti dell’Institute of Civil Society si azzardarono poi a proporre il giorno 1° ottobre 1998 per permettere ai militari di abbandonare il potere.

La morte di Abacha risolse automaticamente la situazione; tuttavia, non lasciava presagire niente di buono il fatto che gli unici cinque partiti registratisi fino ad allora lo avessero proposto come candidato unico. I risultati della conferenza furono poi posti all’approvazione del Consiglio Militare Provvisorio, massimo potere in Nigeria in quel periodo, che avrebbe dovuto in seguito promulgare una nuova costituzione. La detenzione, non compresi però gli iniziali arresti domiciliari, durò dalla sera del 22 giugno 1994, quando l’oppositore fu appunto arrestato nel quartiere di Surulere mentre si dirigeva verso una folla di simpatizzanti, al 7 luglio 1998, giorno in cui sarebbe dovuto uscire dal carcere. L’oppositore non perse tempo e il 24 giugno fece presentare una denuncia presso l’Alta Corte di Lagos affinché dichiarasse il suo arresto e la conseguente detenzione una violazione dei diritti umani. Stando a quanto comunicò lo stesso Abiola attraverso un apparecchio telefonico portatile, le accuse per cui la polizia procedette all’arresto furono quelle di tradimento, complotto, incitamento al rovesciamento del Capo di Stato e Comandante in Capo dell’esercito e aver fatto circolare un documento intitolato “The way forward” avverso al governo; nella medesima telefonata, l’oppositore affermò che era in procinto di essere interrogato e che entro trenta giorni avrebbe presentato presso il Senato, sciolto da Abacha, la lista del suo governo. Abiola fu trasportato presso il commissariato di Alagbon, situato nella Lagos Island, non molto lontano dal luogo dell’autoproclamazione dell’11 giugno, sebbene altre fonti svelarono che fu fatto salire su un aereo e portato ad Abuja. Il primo luogo in cui Abiola risiedette in seguito all’arresto fu comunque, molto probabilmente, il commissariato di Alagbon. L’interrogatorio fu prospettato anche da Nuhu Aliyu, sottoispettore generale della polizia: “Tutte le attività di Moshood Abiola intercorse dal 12 giugno 1993 ad oggi sono poste sotto un’investigazione completa”. Il giudizio nei confronti di Abiola iniziò due settimane dopo l’effettuazione dell’arresto presso la Federal Court di Abuja, organismo creato appositamente per giudicarlo. Nel mese di agosto il procedimento giunse ad un’impasse perché fu reso noto che la Federal Court di Abuja non aveva i poteri per giudicare l’oppositore dato che egli stesso non aveva mai compiuto atti contro la legge all’interno dei confini federali della capitale. Ulteriori informazioni furono divulgate proprio nei primi giorni di agosto, quando lo stesso Abiola si lamentò di non poter accedere a giornali, radio e televisione e di non essere trattato degnamente; inoltre, le autorità diedero notizia del fatto che Abiola iniziò a definirsi come presidente e comandante in capo dell’esercito prima del fatidico 11 giugno 1994, almeno dal giorno 3 dello stesso mese, come risultò da una lettera inviata ad Albert Gore. Le principali città furono nuovamente interessate da manifestazioni di piazza e da uno sciopero generale che interessò anche il settore dell’estrazione del petrolio, con la sospensione dei lavori nella principale raffineria del paese, sita in Port Harcourt. Nell’agosto 1994 a scatenare le proteste fu il rincaro delle prezzo della benzina che suscitò molta collera nella popolazione, poi scesa nelle strade per esprimere la propria irritazione dovuta anche per altri motivi, come spesso succede in questi casi. Quattro furono quindi gli anni trascorsi in carcere, sebbene l’Alta Corte di Kaduna, principale organo giurisdizionale nel nord della Nigeria, il 3 novembre 1994, ordinò la scarcerazione di Abiola previo pagamento della cauzione. Sorpreso da questa decisione, il governo di Abacha interpose immediatamente appello e Abiola rimase in carcere ad Abuja. In un periodo non certo felice per il regime di Abacha, che aveva respinto un tentato colpo di stato nel marzo 1995 e che era attaccato dalla comunità internazionale per il non rispetto dei diritti umani e l’uccisione di molti oppositori e di appartenenti alla minoranza etnica Ogoni, che comportarono la sospensione dal Commonwealth, il 5 marzo 1996 Abiola ottenne il permesso dall’Alto Tribunale Federale di poter denunciare il presidente del Tribunale Supremo per non aver ancora designato i cinque giudici adibiti a processarlo per tradimento. Il progetto dei militari al potere era chiaro: mantenere Abiola in una costante situazione di incertezza senza processarlo e condannarlo, perché ciò avrebbe scaturito manifestazioni di piazza, né liberarlo, poiché troppo pericoloso.

Sani Abacha

Invece Abiola, piuttosto che uscire dal penitenziario, ufficialmente e nonostante numerosi sospetti, fu colpito da un infarto il 7 luglio 1998, giorno in cui sarebbe dovuto essere liberato, durante una riunione con Thomas Pickering, capo della delegazione statunitense. Il vincitore delle elezioni del 1993 morì appena un mese dopo il vendicativo e paranoico Sani Abacha, forse avvelenato con un succo d’arancia, nella casa di un ministro, durante una festa a luci rosse ma ufficialmente spirato causa infarto, e a due anni di distanza da Kudirat Abiola, una delle sue mogli, probabilmente assassinata su ordine dei militari. Kudirat fu intercettata da sconosciuti armati mentre, appena uscita di casa, si stava recando ad un appuntamento con un diplomatico occidentale. I militari ordinarono che Abiola non fosse messo subito al corrente della morte della moglie, rivendicata in un secondo momento dal poco noto Committee for the Release of Moshood Abiola, i cui membri svelarono che Kudirat avesse intenzione di scendere in politica sfruttando la notorietà del marito. I decessi di Abacha e Abiola seguirono quello, ugualmente avvenuto all’improvviso, del maggior generale Shehu Musa Yar’Adua, spirato l’8 dicembre 1997 in carcere, dove era trattenuto con l’accusa di complotto. Uno degli ultimi leader mondiali ad incontrare Abiola e fra i maggiori sostenitori della sua liberazione, Kofi Annan, segretario generale dell’ONU, descrisse l’isolamento in cui l’oppositore era stato confinato: “Mi ha chiesto chi fossi, pensava che il segretario generale dell’ONU fosse ancora Boutros Ghali (segretario generale dell’ONU dal 1992 al 1997, ndr): lo avevano sempre tenuto nel massimo isolamento”. Almeno inizialmente, la segregazione posta dai militari nei confronti di Abiola non doveva essere molto stringente, poiché il 30 giugno 1994 “El Mundo” pubblicò un articolo scritto dallo stesso oppositore. Egli dedicò molto spazio alla National Democratic Coalition, confermò l’11 giugno come la data in cui fu eseguita l’autoproclamazione presidenziale, poiché alcune fonti segnalavano il giorno seguente, e si ritrasse come ambasciatore delle frustrazioni del popolo ma non come un martire.

Abiola fu quindi colpito da attacco cardiaco durante una riunione con alcuni esponenti del governo, inviati direttamente dal generale Abdulsalami Abubakar, formatosi negli USA, succeduto ad Abacha e relativamente accondiscendente nei confronti dei prigionieri politici, e una delegazione statunitense di alto livello con a capo il sottosegretario di stato Thomas Pickering. Il principale argomento di discussione era la scarcerazione del leader dell’opposizione, ormai imminente, la cui notizia si era diffusa nei giorni precedenti: l’unica richiesta da parte di Abubakar è che egli rinnegasse l’autoproclamazione dell’11 giugno 1994. A prescindere dal fatto che Abiola avesse accettato o meno di rinnegare la propria autoproclamazione, poiché vi sono informazioni discordanti a riguardo, sicuramente i suoi sostenitori si mostrarono da subito molto irrequieti e la notizia della sua morte fece scoppiare tumulti nelle maggiori città. Diciannove furono le vittime civili solo nel primo giorno di proteste e, come Babangida cinque anni prima, anche Abubakar fu costretto a compiere un passo indietro e a sciogliere il governo.

I dubbi circa la natura della morte di Abiola spinsero la sua famiglia a convocare cinque esperti internazionali in medicina forense, nonostante la religione musulmana disponga che il corpo debba essere sepolto entro ventiquattro ore. Dopotutto, Ore Falomo, medico della famiglia, fu molto chiaro a riguardo: “Non si parla di sepoltura finché non è compiuta l’autopsia”. Il responso, reso noto l’11 luglio 1998 attraverso un comunicato, fu che Abiola morì per cause naturali, causa restringimento delle arterie coronarie e ipertrofia del miocardio . Il comunicato recitava che “il meccanismo di morte è riconducibile al rapido deterioramento di un cuore malato. Attualmente, la nostra opinione preliminare è che il decesso sia dovuto a morte naturale, risultato di un cuore malato da tempo”. Poco prima di sbottonarsi la camicia a causa del caldo e di collassare, come confermò Thomas Pickering, Abiola bevve del tè, il quale fu inizialmente creduto essere stato alterato con sostanze letali; ciò fu poi smentito da John E. Pless, professore di patologia all’Università dell’Indiana. Kola Abiola, figlio dell’oppositore, pur non scagionando i carcerieri dall’accusa di negligenza, affermò che suo padre aveva un alto tasso di colesterolo, forse in grado di provocargli la morte, e numerosi altri problemi: “Ha avuto la dissenteria per sei mesi e nessuno si è premurato di curarlo. Nella sua cella infestata dalle zanzare ha anche contratto la malaria e le ferite che si è provocato alla testa, al gomito e alla caviglia sono conseguenze di una caduta in bagno. Per tre settimane mio padre non è stato visitato perché i suoi carcerieri pensavano che stesse fingendo”. Inoltre, alcuni tessuti furono prelevati dal cadavere dell’oppositore e inviati a Londra e in Canada per essere analizzati: gli esperti rilevarono quantità in eccesso di potassio e digitalina le quali, se somministrate in grandi dosi, possono portare all’arresto cardiaco. Oltre a ciò, l’oppositore era anche diabetico. Di diverso avviso si rivelò Beko Ransome-Kuti, fratello del più famoso attivista e musicista Fela Kuti, che ricondusse la morte di Abiola alla somministrazione di un veleno. Dello stesso parere si rivelò il premio Nobel Wole Soyinka che parlò espressamente di “veleno a lento rilascio” e aggiunse che “il regime di Abubakar porta su di sé la diretta responsabilità della morte di Moshood Abiola, per il costante rifiuto di un intervento medico e della sua liberazione dal carcere per motivi di salute”. Un diplomatico non meglio specificato citato da “L’Express” dichiarò inoltre che “certamente le carceri nigeriane non sono hotel a cinque stelle e le dure condizioni della detenzione, probabilmente, non sono state estranee al deterioramento dello stato di salute di Abiola. Ma da quanto detto finora a concludere che Abiola sia stato eliminato, ne dubito, poiché non era a vantaggio dei militari al potere”. Lo stesso Thomas Pickering, che trovò il magnate nigeriano sofferente e molto sudato, disse di non ritenere un eventuale avvelenamento la causa della morte. D’altro canto, sia Kofi Annan sia Emeka Anyaoku, segretario generale del Commonwealth, descrissero Abiola come in buona salute quando lo incontrarono solo una settimana prima che spirasse. In qualsiasi caso, le polemiche sullo stato di salute di Abiola e sulle scarse attenzioni mediche concesse dai militari avevano un’origine anteriore: quando il 13 settembre 1994 l’oppositore apparve nuovamente in tribunale per essere giudicato, dopo quasi un mese di assenza, fu palpabile la sua spossatezza, sottolineata anche dal suo avvocato, Gabriel Ajayi.

Il decesso di Abiola spinse migliaia di persone a scendere in piazza nelle principali città, a scontrarsi con le forze dell’ordine, che non si peritarono di usare le armi da fuoco, e ad erigere numerose barricate per le strade. Non mancarono inoltre i saccheggi, soprattutto a Lagos e Ibadan ai danni di quei negozi gestiti da proprietari Hausa o Fulani, ovvero provenienti dal nord della Nigeria come i militari al governo. Nonostante i numeri non siano mai stati chiariti, nei giorni successivi alla morte di Abiola rimasero uccise circa sessanta persone. La tensione salì ulteriormente quando Abubakar, in un messaggio televisivo trasmesso la sera dell’8 luglio 1998, pur non abbandonando la presidenza, confermò lo scioglimento del governo e non accennò alla liberazione degli altri oppositori politici. Il nervosismo e l’agitazione toccarono il proprio picco durante il funerale del leader, svoltosi l’11 luglio 1998, lo stesso giorno della divulgazione dei dati dell’autopsia, effettuata in un non meglio specificato ospedale di Lagos. Circa ventimila persone presenziarono al funerale del loro leader e non mancarono momenti di tensione fra coloro che si accalcavano per toccare la bianca bara che avvolgeva il cadavere di Abiola, trasportata presso il luogo della sepoltura su un fuoristrada bianco della Chevrolet. Dai video diffusi dalla “Associated Press” si notano chiaramente questi momenti di agitazione. Un gruppo di circa duecento studenti riuscì a sfondare il cordone di polizia installato intorno alla residenza di Abiola ed entrò nel domicilio: gli studenti, in particolare, ritennero ingiusta la decisione di organizzare un funerale privato, almeno nelle intenzioni, perché ritenevano il loro leader una persona troppo importante per tutti i nigeriani. Alla fine, furono gli stessi familiari ad ordinare alle forze dell’ordine di ritirarsi. Dinanzi ad un tale assembramento di persone, la famiglia rimase in disparte; il funerale di Abiola fu “preso in consegna” dalla collettività. Il filmato termina con due interessanti testimonianze di Olisa Aba Koba e Ayo Obe, entrambi avvocati per i diritti umani. La scomparsa di Abiola destò stupore in Europa, soprattutto in Francia e in Germania, dove l’oppositore fu dipinto, forse eccessivamente, come un “antesignano della democrazia e dei diritti umani” e come colui che “incarnava le aspirazioni democratiche” della Nigeria. Klaus Kinkel, ministro degli esteri tedesco, disse di aver appreso della notizia della morte di Abiola con “profondo turbamento”.

In Italia l’autoproclamazione di Abiola e la repressione di Babangida prima e Abacha poi destarono l’attenzione anche del Parlamento. La deputata Giovanna Melandri, dal 1994 al 1996 facente parte del gruppo parlamentare Progressisti – Federativo, presentò una risoluzione in Commissione Esteri il 27 novembre 1995, in pieno governo Dini. La risoluzione condannava fermamente la morte per impiccagione dello scrittore e attivista per i diritti umani Ken Saro-Wiwa, giustiziato insieme ad altri otto prigionieri politici, tutti facenti parte del movimento per la sopravvivenza del popolo Ogoni, presente nel Delta del Niger. Vennero inoltre sottolineate con forza l’avversione dell’Italia alla pena capitale e le misure prese per fronteggiare il regime militare nigeriano. Alla fine, venne ricordato anche Moshood Abiola, del quale si auspicava la liberazione. Tuttavia, la risoluzione contiene un errore, poiché Abacha risulta segnalato come colui che annullò le elezioni del 12 giugno 1993: ciò non corrisponde alla realtà, poiché le elezioni furono annullate da Babangida. Ken Saro-Wiwa e gli altri attivisti sono stati ricordati, durante un dibattito col Ministro degli Esteri Hervé de Charette, anche da M. Roger-Gérard Schwartzenberg, deputato dell’Assemblea nazionale francese dal 1986 al 2007 e poi di nuovo dal 2012. Si tratta della sessione del 12 novembre 1995, quindi Schwartzenberg era già stato presidente del Partito radicale di sinistra (MRG), deputato europeo, sottosegretario di stato presso il Ministero dell’educazione e segretario di stato per le università. Purtroppo, Abiola non fu menzionato.

Gabriele Sbrana

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