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Il crollo del mito della democrazia americana

Sono sotto gli occhi di tutti le immagini da dittatura africana di un presidente sconfitto alle urne che intende rimanere al potere contro tutto e tutti, e che aizza una accozzaglia di razzisti, suprematisti bianchi, fascisti, neonazisti e complottisti per una ribellione contro il Congresso americano tentando un colpo di stato tramite piazza. Una «insurrezione» l’ha definita il presidente subentrante Biden, contro i rappresentanti del popolo, una scena molto triste e inquietante vista dall’Europa dove la democrazia liberale è in crisi un po’ ovunque e i populismi di estrema destra sono in dilagante aumento e vedono nell’esperienza statunitense un incoraggiamento e un modello. Desidero anche sottolineare che per un moderato senza nerbo come Biden non sarà affatto facile gestire un paese lacerato e con istituzioni vecchie ed esauste. E non dimentico di dire che c’è qualcosa di profondamente malato nelle forze armate e di polizia degli USA, che uccidono afroamericani senza battere ciglio, caricano manifestazioni pacifiche e poi aiutano invece i terroristi interni ad assaltare il Parlamento.

Non voglio qui soffermarmi sulla personalità psichiatrica di Trump, secondo molti autorevoli esperti un «narcisista maligno» con aspetti di psicopatologia e accompagnato da una isteria di massa da parte dei sostenitori simile ad altri dittatori totalitari carismatici come Hitler, Mussolini e Stalin. Quello che mi preme qui analizzare è che Trump non nasce dal nulla ma nasce da un’America malata che è ben rappresentata negli ultimi tre secoli e che la genesi del fenomeno Trump non è così dissimile sotto un profilo di analisi storica, economica e sociale dai grandi tentativi totalitari del XX secolo.

Il mito della democrazia americana

Alexis De Tocqueville nel suo celebre, molto citato e poco letto La democrazia in America, un importante riferimento per la destra liberale moderna, scrive: «Può tuttavia accadere che un gusto eccessivo per i beni materiali porti gli uomini a mettersi nelle mani del primo padrone che si presenti loro. In effetti, nella vita di ogni popolo democratico, vi è un passaggio assai pericoloso. Quando il gusto per il benessere materiale si sviluppa più rapidamente della civiltà e dell’abitudine alla libertà, arriva un momento in cui gli uomini si lasciano trascinare e quasi perdono la testa alla vista dei beni che stanno per conquistare. Preoccupati solo di fare fortuna, non riescono a cogliere lo stretto legame che unisce il benessere di ciascuno alla prosperità di tutti.» Ed è esattamente quello che è successo alla democrazia americana, gonfia di libertà economiche e di ingiustizie sociali e razziali.

Non me ne vogliano gli estimatori alla Veltroni della democrazia e dell’America migliore: c’è sempre stata una minoranza di democrazia avanzata e benintenzionata e persone coraggiose come Martin Luther King, Walt Withman, Rosa Parks e via dicendo – spesso tuttavia parte di una qualche minoranza oppresa – accanto ai falsi democratici come John F. Kennedy. Una minoranza appoggiata da una borghesia illuministica ma sempre ben attaccata ai privilegi economici del capitalismo. Ma voglio fare presente l’America peggiore che è sempre stata presente e spesso è stata maggioritaria nel paese.

I WASP (bianchi, anglosassoni e protestanti o meglio ipercalvinisti) che hanno «fondato» gli Stati Uniti hanno rubato la terra e massacrato i nativi americani con atti unilaterali di esecuzioni, massacri di donne e bambini ladrocinio e deportazione, atti che sarebbero stati crimini di guerra e contro l’umanità con l’attuale diritto internazionale. In un secolo circa i nativi americani sono stati privati dei loro territori, reclusi nei ghetti delle riserve e decimati fino a meno del dieci per cento di quelli che erano a inizio del XIX secolo.

Questo tema è strettamente connesso al tema dello schiavismo, della guerra civile e della schiavitù. Si usa dire che la democrazia americana sia una delle più antiche: in realtà è una delle più giovani poiché, fino agli anni settanta del secolo appena passato, non hanno votato le donne e gli afroamericani e senza un reale suffragio universale – che tuttora viene comunque impacciato da norme antiquate e scoraggiato dagli stessi partiti principali – non vi può essere una reale democrazia. Il razzismo rimane profondo e radicato, una vera anima nera della nazione e le proteste per l’uccisione di George Floyd ce lo ricordano ancora oggi.

Per arrivare a Trump in realtà la strada è ancora lunga e cercherò di riassumerla il più possibile. Tutti i momenti che sto per narrare hanno costruito l’identità di un popolo che ha eletto uno psicopatico come Trump come presidente. Parliamo dei raids contro gli immigrati e i dissidenti di sinistra durante la paura rossa del 1917-1920 per rispondere alla presa del potere dei bolscevichi in Russia: libertà di parola e di stampa compromessi, il ministro della Giustizia Palmer che ordina carcerazioni illegali senza mandato e senza incriminazioni, processi farsa come quello a Sacco e Vanzetti. Parliamo dell’eticità di un bombardamento atomico nei confronti di un paese già sconfitto (il Giappone) da parte di Truman, presidente per caso e anticomunista paranoico. Parliamo del maccartismo con l’esecuzione dei coniugi Rosenberg e la compressione dei diritti costituzionali. Sulla guerra del Vietnam non posso che rimandarvi a tutta la storiografia e alla documentaristica che gli stessi statunitensi hanno scritto e filmato, lo stesso dicasi per il primo grande bugiardo, ovvero Nixon.

Massacro di My Lai, Vietnam 1968

Parlando degli ultimi trent’anni e dei presidenti a noi cronologicamente più vicini, essi hanno contribuito a generare un Trump: non posso non citare Reagan e il suo liberalismo selvaggio, Clinton con la sua deregolamentazione finanziaria e l’abolizione del Glass-Steagall Act che reso possibile la crisi finanziaria del 2008 e l’attuale recessione, le bugie e la compressione del dissenso da parte di George W. Bush con la sua «esportazione della democrazia», da parte di uno Stato che ne avrebbe bisogno urgentemente, per finire con i deludenti due mandati di Obama: una mancata riforma sanitaria, una politica estera che ha reso il mondo più insicuro e promesse mai realizzate che hanno instaurato un profondo clima di sfiducia verso la democrazia rappresentativa.

Trump non è nato dal nulla ma da politiche decennali se non secolari di bugie, ingiustizie e razzismo. Ed è nato sopra un sistema costituzionale vecchio, arcaico e malato.

Le intrinseche debolezze della democrazia americana

La più grande e costante debolezza della democrazia made in USA, una debolezza patologica e distruttiva, come abbiamo letto nella precedente citazione di De Tocqueville, è il classismo e la forte ingiustizia sociale che regna nel paese. Una vera e duratura democrazia non è sostenibile se l’un per cento della popolazione detiene la maggior parte delle ricchezze del paese e il restante novantanove per cento sente di avere solo la libertà di morire di fame e di malattia e vede nel voto un potere nominale senza influenza sulla propria vita e sulle politiche della nazione. E’ il tarlo fondamentale del modello americano: neoliberismo sfrenato, l’illusione di avere le stesse opportunità partendo da classi sociali così lontane e diverse e il senso di colpa ingenerato nei poveri: se non sei riuscito nella vita, è colpa tua, non dell’università classista, di una sanità che non cura e che uccide, di una economia che ti sfrutta. Prima o poi la gente si ribella ed è questo proletariato selvaggio e incolto, intriso di odio e di risentimento che costituisce la massa critica del trumpismo, che guarda caso spesso vince anche elettoralmente dove hanno vinto o avuto risultati elettorali rimarchevoli socialisti come Bernie Sanders. La rabbia, invece di concentrarsi contro un miliardario e il capitalismo viene deviata verso un nemico (gli ebrei negli anni trenta, i messicani oggi tanto per fare un parallelo).

A questo è collegato strettamente il razzismo su cui non mi soffermo: è provato che chi proviene da una minoranza etnica è svantaggiato in tutta la vita negli Stati Uniti e i pochi arrivati al potere economico, culturale e politico sono eccezione di persone per lo più «vendute al sistema dominante» che non hanno più – o hanno poca connessione – con la propria base.

Il mandato presidenziale di Trump e gli avvenimenti di questi giorni ci hanno fatto drammaticamente vedere come vi sia un problema: e questo problema è la Costituzione stessa degli Stati Uniti. Magnificata per secoli ma approssimativa e classista, ha in sé regole e istituti già superati qualche decennio dopo la sua redazione dalle Costituzioni prodotte dalla Rivoluzione francese. In nessuna Costituzione moderna vi è un passaggio di poteri così procrastinato, procedure per la rimozione del presidente e per la stessa riforma costituzionale così complicate e rugginose. La separazione dei poteri è netta sulla carta ma in pratica i procedimenti di compensazione sono delle convenzioni tacite e non regole scritte, convenzioni tacite che si possono sempre forzare fino alla rottura, come dimostrano questi ultimi quattro anni. Gli stessi emendamenti sono volutamente vaghi e applicabili in modo molto diverso a seconda del colore politico della presidenza, del Congresso e della Corte Suprema. Non è una Costituzione garantista nei diritti politici e civili. Pertanto è una Costituzione che è veramente un residuato settecentesco – buona per gli studiosi di storia delle istituzioni politiche e costituzionali come me – ma che va abrogata per redarre un documento moderno che magari apprenda qualcosa dalla vecchia Europa, rigettando quell’insopportabile atteggiamento di superiorità che per decenni e secoli gli statunitensi hanno avuto nei confronti delle democrazie europee.

Bernie Sanders

Vi è una classe politica che, complice un maggioritario puro che obbliga a un bipartitismo forzato, è lontana dai cittadini e dai loro problemi e non rappresenta più da molto tempo le reali opinioni del Popolo sovrano. Basta considerare i milioni di voti presi da Bernie Sanders e dai parlamentari a lui vicini e constatare il loro completo isolamento e la loro irrilevanza nella rappresentanza e nel governo del paese. Quindi a destra abbiamo un Partito Repubblicano da anni distante da un concetto di destra liberale e costituzionale e a sinistra manca una reale rappresentanza di alternativa al capitalismo mentre il Partito Democratico sopprime ogni voce dissenziente per diventare – come l’omonimo italiano – un partito moderato centrista liberaldemocratico incapace di ascoltare le istanze dei ceti più poveri e discriminati.

Come Trump è arrivato al potere e lo ha potuto esercitare in maniera così autoritaria fino all’assalto al Congresso? Con la ricetta di tutti i dittatori: ingiustizia sociale, una grave crisi economica, l’abolizione della separazione dei poteri, bugie, paure ancestrali e indotte, l’individuazione di un nemico, la lacerazione della comunità nazionale tra un «noi» e un «voi». Nella diversità dei periodi storici e delle situazioni, diversità che non sottovaluto affatto, sono questi tuttavia i tratti comuni dei grandi dittatori del XX secolo: Mussolini, Hitler e Stalin. Dittatori feroci ma carismatici, che parlavano a nome di un «popolo» perversamente inteso e al di fuori di ogni regola costituzionale, tutti degli egocentrici maligni senza empatia e alcun rimorso morale.

Questa è la pietosa situazione della democrazia americana come la vedo oggi. Spero di non aver offeso nessuno, ma se qualcuno si sentirà offeso me ne farò una ragione. Qualcuno scriverà che sono un anti-americano ma in realtà quello che ho scritto dimostra un grande amore verso il popolo americano illuso da decenni e secoli di ingannevole e maligna propaganda, indicando alcune soluzioni. Per guarire il primo passo è ammettere di essere malati.
Che il Signore benedica ma soprattutto salvi gli Stati Uniti d’America.

Andrea Panerini

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