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E’ nato un bambino per noi. Ci è stato dato un figlio

Il Natale reca con sé una tale mole di suggestioni e di riflessi ampi, articolati, complessi, al punto che è impossibile ignorarlo. Spesso è onorato in qualche modo anche da chi non pratica il cristianesimo. Può essere scomodo e porre dinanzi a un dilemma quanti vivono in paesi a maggioranza cristiana, ma seguono una fede diversa. Nei secoli e nella molteplicità degli effetti, che ha suscitato, si è tanto ingigantito, da rendere arduo il recupero del suo nucleo anche da parte dei cristiani.

Il suo significato teologico fondamentale è abbastanza noto, celebra il mistero dell’incarnazione, il vero Dio che nasce da una giovane e che vive per un certo numero di anni come vero uomo. E, rispetto al vissuto della fede, che cosa trasmette di anno in anno la celebrazione del Natale, quest’anno salutato da molti persino come più somigliante all’originale?

I paradossi

Questa festa così carica di capacità emotiva racchiude in sé alcuni paradossi. Il chiaroscuro del Natale è rappresentato con immediatezza da molte icone ortodosse, che collocano culla e bambino nel buio pesto delle tenebre, che incombono, e talvolta prefigurano nel piccolo le fasce del sepolcro: completano in questo modo il messaggio teologico che fonda anche la nascita nella Pasqua, mistero di morte e risurrezione. La stessa Bibbia non manca di proporre questo binomio, quando annuncia che il Salvatore viene al mondo.

L’interpretazione cristiana legge alla luce del Natale anche alcuni testi molto noti e pregnanti della Bibbia ebraica. Con riferimento all’ostilità degli egiziani che, impauriti dal moltiplicarsi degli ebrei, decidono di sterminarne i primogeniti, e alla successione di calamità che si abbatte su di loro, il testo deuterocanonico della Sapienza (18, 14-16) allude alla parola che interviene con potenza nella storia e proprio di notte:

14Quando un silenzio profondo avvolgevatutte le cosee la notte era a metà del suo cammino,15la tua parola onnipotente,dal cielo, dal tuo trono regale,si precipitò in quella terra maledetta.Era come un guerriero implacabile;16i suoi piedi toccavano terra,ma la sua mano arrivava fino al cielo;come spada affilata portava il tuo decretoirrevocabilee là dove si fermò riempì tutto di morte.

Sconcerta la mescolanza di luce e buio, di vita e morte, che questo passo racchiude e consegna con toni che comunque vibrano di una magia loro propria. L’immaginario cristiano lo connette immediatamente al prologo del vangelo secondo Giovanni, letto anche come racconto della nascita del Verbo:

5Quella luce risplende nelle tenebree le tenebre non l’hanno vinta (Gv 1, 5).

Scelta e trasformazione, vuoto e accoglienza

Il riferimento immediato del brano della Sapienza evidentemente non è la nascita di Gesù, ma al cristiano sorge spontaneo questo collegamento. Silenzio e notte descrivono l’ambiente in cui la parola dal cielo si consegna alla terra. La sua venuta non è contrassegnata soltanto dal silenzio placido, che sembrerebbe conciliare il riposo e disporre a miti consigli. Si propone come decisione, come scelta perentoria che comporta la morte. Si tocca così il punto estremo del paradosso: la nascita implica la morte e viceversa. E’ una parola potente, non si esaurisce in quanto normalmente sperimentiamo come discorso, pensieri comunicati attraverso la voce. E’ un evento continuo che comporta una trasformazione, il cui processo non si completa se non anche attraverso la morte, a tutti i livelli. La comprensione del Natale rimarrebbe una cartolina suggestiva fra le altre, in assenza del fondamento della Pasqua. A Natale inizia la vicenda che a Pasqua si compie e si mostra completamente. E non a caso la manifestazione della divinità del bambino, qualificata come epifania, è talvolta completata nella denominazione di Pasqua Epifania.

Il silenzio e il buio appaiono, da un lato, come elementi caratterizzanti il raccoglimento, l’ambito ideale a rappresentare il vuoto che accoglie, che attende, anche se forse non lo sa, dall’altro possono delinearsi come incapacità ad articolare suoni, impossibilità a generare bagliori. Una situazione di silenzio e buio duraturi sarebbe assimilabile alla morte, alla sterilità. Oppure possono rappresentare le condizioni ideali per il nuovo che viene, poiché si traducono in capacità di fare spazio. Allora silenzio e notte possono diventare un modo alternativo di raffigurare il grembo o anche la culla che riceve e trattiene.

Il genio di Meister Eckhart, in uno dei suoi Sermoni tedeschi a proposito del tema, suggerisce una lettura spirituale del brano, in cui a tacere e a spogliarsi di sé è l’anima, che nella parte più profonda può riscoprirsi capace di Dio, disponibile a lasciar fare a lui. E nel Natale celebra questo incontro e la sua continua possibilità, a patto di saper fare silenzio e di morire a ogni rappresentazione illusoria di Dio, a ogni immagine proveniente non dalla fonte ove egli si rivela, quindi nell’anima stessa, bensì dall’esterno, anche a opera dell’intelletto.

Silenzio e notte possono alludere anche all’essere umano, che, da sempre e per effettiva necessità, attende l’essere divino, possono raccontarne il bisogno di nutrirsene per vivere, non accontentandosi di sopravvivere. Per corrispondervi, però, seguendo i suggerimenti di Agostino e dello stesso Eckhart, è necessario che il Natale si compia nell’anima e che questa si eserciti alla disponibilità ad accogliere, a stare in intimità, a generare e a curare il frutto della generazione. Silenzio e buio possono rappresentare dei modi in cui l’anima si prepara anch’essa a una discesa più profonda in sé, fino a toccare lo strato nascosto, in cui si apre a un’esperienza altra di incontro, che sa far posto alla parola che viene, fino al punto da nascere in colui che nasce, e rispetto al quale tutto il resto è tenebra ed è ridotto al silenzio.

Il bambino e la potenza

Un’immagine simile alla precedente, quanto allo scenario, è contenuta nel libro del profeta Isaia 9, 1-5:

1Il popolo che camminava nelle tenebreha visto una grande luce.Ora essa ha illuminato il popoloche viveva nell’oscurità.2Signore, tu hai dato loro una grande gioia,li hai fatti felici.Gioiscono davanti a tecome quando si miete il granoo si divide un bottino di guerra.3Tu hai spezzato il giogoche gravava sulle loro spallee li opprimeva.Hai distrutto i loro nemici,come in passato l’esercito di Madian.4I calzari dei soldati invasorie tutte le loro vesti insanguinatesaranno distrutte dal fuoco.5È nato un bambino per noi!Ci è stato dato un figlio!Gli è stato messo sulle spalleil segno del potere regale.

Anche in questo caso la lettura cristiana riconosce nel Cristo bambino la realizzazione della profezia. Oltre alla ricorrenza degli opposti di luce e tenebre, si profila l’aspetto in assoluto più sconcertante per la ragione: la luce agognata lungo il penoso cammino a tentoni giunge grazie a un bambino salutato come re potente. Le stesse caratteristiche possono essere predicate di Gesù. E sono la sostanza stessa del Natale.

Quanto questo aspetto riesce realmente a radicarsi nella fede? Il Natale piace per lo più perché commuove, solletica le onde della tenerezza, provoca l’istinto protettivo, che induce gli adulti di qualunque specie a proteggere i piccoli. Quanto, però, si collega realmente alla vita di fede? Nell’immaginario l’idea del Dio bambino rischia di rimanere confinata nella dolcezza, che circonda l’infanzia in genere. Nulla di male v’è in questo, ma forse non basta. E’ possibile che, quando articoliamo Dio e pensiamo a lui, rimaniamo ancorati più alla ricerca della potenza semplice che a quella complessa e in incognita del bambino.

Spesso si annuncia nel bambino, che tanti amano raffigurare nel presepe, la fragilità, l’opposto del potere e della forza, inconciliabile non soltanto con l’onnipotenza, ma anche con l’autosufficienza, in quanto il bambino dipende in tutto e per tutto da altri, in primo luogo da sua madre.

Potremmo riscoprirlo, però, anche da altre prospettive. Al pari della parola, che la sapienza descrive come un guerriero che interviene seminando morte, il bambino stravolge la vita, esige uno spazio suo proprio fin da prima di venire alla luce e s’impone come elemento di totale trasformazione del contesto. Normalmente questo coincide con la famiglia. Nel caso di Gesù i vangeli ne presentano la portata universale, che prorompe nel tipico inno del gloria, che coinvolge nell’avvenimento gioioso cielo e terra: Gloria a Dio in cieloe sulla terra pace per quelli che egli ama (Lc 2, 14).

Il bambino, che, per certi versi, è effettivamente fragile, per altri è l’essere più potente che esista. Basti osservare oggigiorno la maggior parte delle famiglie con figli piccoli, capifamiglia di fatto! Questo è vero almeno nelle aree e nelle epoche in cui i figli sono pochi, in cui la popolazione è mediamente più anziana. I piccoli condensano in sé il futuro, la continuità, che somiglia tanto all’eternità, la possibilità di raccogliere e di non disperdere. La presenza dei figli cambia la condizione sociale delle persone che li generano, attestando una capacità riconosciuta dai più come forma di generosità in senso lato, seppure non detta esplicitamente. In altri termini e in ogni modo, il bambino reca con sé una straordinaria potenza trasformativa, che si estende in più direzioni. Questo aspetto non è estraneo alla famiglia di Nazaret. I vangeli, che pure tacciono su tanti particolari, documentano a dovere come i piani e di Maria e di Giuseppe siano stati stravolti dal piano divino.

Di Maria si precisa: … era fidanzata con un certo Giuseppe (Lc 1, 27). E alla proposta dell’angelo reagì con il suo incondizionato Eccomi (Lc 1, 38). Di Giuseppe risalta ancora di più il dilemma morale: … Maria … si trovò incinta. Ormai Giuseppe stava per sposarla. Egli voleva fare ciò che era giusto, ma non voleva denunziarla di fronte a tutti. Allora decise di rompere il fidanzamento, senza dire niente a nessuno (Mt 1, 18-19). Dopo aver ricevuto durante il sonno la visita dell’angelo, decide di fare come l’angelo di Dio gli aveva ordinato (Mt 1, 24).

Il loro, la loro docilità si può paragonare al silenzio e allo spazio di quiete notturna, che si legge nella sapienza, e che crea le condizioni per unirsi a Dio nello strato intimo della coscienza, oltre ogni immagine e ogni aspettativa su di lui.

Il Verbo, che viene e nasce come bambino, manifesta questo grande cambiamento, che coinvolge tutto l’universo, secondo l’annuncio evangelico. La rappresentazione della nascita, così cara all’arte e alla tradizione di molti cristiani, spesso neppure praticanti, in fondo parla dell’inevitabilità di questo incrocio. I presepi possono limitarsi alla semplice culla, ma moltissimi preferiscono, invece, includere moltissimi personaggi, ciascuno con la sua bottega, i ferri del mestiere, con sullo sfondo una casetta da cui partire e a cui tornare, quasi come se ognuno vivesse la propria vita.

Gesù dice qualcosa di simile, parlando del regno di Dio, quando risponde ai farisei con queste parole: Il regno di Dio non viene in modo spettacolare. 21Nessuno potrà dire: ‘Eccolo qua’ oppure ‘Eccolo là’, perché il regno di Dio è già in mezzo a voi (Lc 17, 20-21).

Potere, responsabilità, cura

Facendo un passo indietro e ammirando l’immagine del presepe in panoramica, si osserva che è ridotto lo spazio in cui ciascuno si muove e che molto facilmente, prima o poi, s’imbatterà nella capanna, nel bambinello, nell’annuncio: tutto è cambiato, ma non è così evidente, finché non si crea una traccia, un sentiero, poi una rete di relazioni che conducono a incontrare Gesù, a incontrarsi in Gesù. Il bambinello che resta lì, forse ignorato, forse no, rappresenta questa possibilità: possibilità sa di potere, il potere più forte di tutti, quello della relazione, di ciò che di continuo le relazioni generano e del modo in cui rendono fecondi.

Il bambino, inoltre, rappresenta in sé una responsabilità enorme e non soltanto per i suoi genitori. Similmente a un terreno vergine è particolarmente disponibile a ogni tipo di semina, finendo così con il riflettere il tipo di cura investito su di lui o su di lei dall’ambiente con cui entra in contatto. Di fronte al bambino molto piccolo, anche il bambino leggermente più maturo si sente investito di funzioni genitoriali, di guida, di autorità. Infatti ogni bambino vive all’insegna della crescita. E crescita è un concetto relativo, in quanto inizia con la nascita e non finisce mai: il bambino ti coinvolge nel suo processo di crescita, nel suo desiderio prepotente di adultità. Per certi aspetti proprio al cospetto dei piccoli, s’impara a diventare grandi, nella misura in cui si riceve la responsabilità di quei primi passi.

Il Dio bambino è agli antipodi dell’idea del compimento e dell’autosufficienza che il pensiero filosofico identifica con la divinità. Il bambino è un progetto in divenire. In Gesù Dio accoglie il tempo, viene nel tempo, lo subisce persino, mentre lo dirige verso un nuovo modo di pensare a Dio. Il Dio che si mette nelle mani degli esseri umani li chiama a diventare adulti. Natale, lungi dalle suggestioni superficiali di candore e sdolcinatezza, rappresenta il serio progetto di una maturità umana completa, che sa prendersi cura persino di Dio. Questa presa in carico sarebbe potuta andare decisamente meglio, ma, come è noto, culmina nella passione, morte e risurrezione di quella parola, che si è unita all’umanità e che ancora oggi le si propone come disegno di nascita e di rinascita continua. Isaia afferma che un figlio ci è stato dato e da un figlio non si può divorziare, è un legame viscerale, che niente interrompe, nemmeno la morte.

Natale oggi, Natale nella speranza

Il Dio-bambino, di cui si celebra di anno in anno la nascita, contempla un coinvolgimento diretto di chiunque voglia accoglierlo, in quanto ogni bambino che viene al mondo è della sua famiglia, ma è anche figlio della comunità, ogni uomo e ogni donna dovrebbe sentirsene amorevolmente e discretamente responsabile.

Il coinvolgimento può avvenire in molti tempi e in molti modi, proprio come Dio ha parlato al mondo (cf Eb 1,1). Tutti siamo coinvolti, ma ciascuno a suo tempo e a suo modo, un po’ come se fossimo in quel presepe con i nostri pensieri, i nostri attrezzi da lavoro, la nostra quotidianità. Il bimbo che nasce rappresenta una opportunità, non una forzatura.

Nel bambino è insita la maggiore possibilità di vita che si possa immaginare, ma comporta una trasformazione profonda capace di fare spazio e di cedere la precedenza, tendendo all’unità con il divino, anche se non si è del tutto capaci di capirla, di definirla.

Il nuovo costituisce una responsabilità, perché ha bisogno di guardare e persino di appoggiarsi al vecchio, che pertanto deve svolgere una funzione ben precisa di accompagnamento, in nome di una prospettiva non egoistica, ma più ampia, universale, sostanziata di gratuità, di dono al dopo.

Il bambino esalta e fa gioire perché è l’emblema soddisfacente dell’inizio. Ogni inizio è contemporaneamente presupposto di fine. Il Natale rappresenta un invito energico alla valorizzazione del presente, un richiamo a essere più presenti mentalmente, spiritualmente, più solleciti alla cura, ridimensionati nelle aspettative. Crescere il nuovo con responsabilità significa anche non pretendere di clonare se stessi per riconoscere il proprio aspetto sul piccolo che cresce. Il bambino Gesù è in pieno il volto altro, perché è il Figlio di Dio e rivela il suo volto, sgancia ogni legame dal possesso per chiedere che su di lui non si proiettino aspettative che sanno di disimpegno personale.

La grazia si è manifestata in Gesù, che ha rivelato Dio come comunione, come invito costante alla relazione e come dono: rappresenta la libertà sempre aperta di accettarne l’invito, di tendere all’unione profonda di cui parlano i mistici e che rimane sempre lì, come autentico Natale che ancora ci attende, che sempre ci attira attraverso tante nostre insoddisfazioni e che mantiene viva la fiamma della speranza, che un giorno possa compiersi davvero e portare anche noi a sperimentare che significa nascere e nascere uniti a Dio.

Ada Prisco

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