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Lezioni da Channukkah. Cosa resta quando tutto viene a mancare

Nell’anno della pandemia, in cui le celebrazioni religiose hanno smarrito molte delle loro abitudini esterne, di contorno, torna davvero utile concentrarsi sul loro significato originario, in grado di instillare ragioni di senso in ogni tempo. Da poco è trascorsa la festività ebraica di Channukkah. Letteralmente questo termine significa dedicazione e si riferisce a un episodio della storia di Israele contenuto in testi biblici, che, paradossalmente, sono canonici per i cattolici, non per gli ebrei né per i cristiani riformati. Nella Bibbia ebraica s’incontra questo termine nel libro di Neemia (12, 27):

27Quando fu completata la ricostruzione delle mura di Gerusalemme furono convocati in città per l’inaugurazione tutti i leviti dai loro luoghi di residenza. Si doveva fare una celebrazione gioiosa, con canti di ringraziamento e musiche di cembali, arpe e cetre.

Il tempio è esaltato come la casa delle case, la santa dimora, in cui il popolo si incontra in Dio, segno del tempio ulteriore che non avrà bisogno di mura. Uno specifico rito ne chiarisce la destinazione, prevede la purificazione di persone e oggetti, a indicare la differenza del luogo sacro rispetto ai luoghi comuni. Una presenza tipica del tempio ebraico, ad esempio, è il candelabro. Riaprire il tempio, chiarire nuovamente la finalità sacra di quel luogo, si collegava alla necessità di tornare ad accendere la menorah. In questa esigenza s’insinua l’origine di Channukkah.

Al dissolvimento dell’impero di Alessandro Magno (356-323), dopo la sua morte, i vari territori finirono smembrati e sottoposti al governo di diverse autorità. Sulla terra d’Israele e su un’enorme area dei possedimenti appartenuti ad Alessandro si estese il potere di uno dei suoi diadochi, cioè generali, il macedone Seleuco I, che divenne re. Il suo regno di Siria rappresentava una porzione cospicua e varia dei territori spartiti in eredità.

Per giungere all’epoca, in cui la dedicazione ebraica ha trovato origine, bisogna attendere l’ascesa al trono di Antioco IV Epifane (215-164), ottavo monarca della dinastia. Questi aveva mostrato un atteggiamento particolarmente aggressivo nei confronti degli ebrei. I motivi del suo astio non sono del tutto chiari. Saccheggiò Gerusalemme, sterminò una parte consistente della popolazione, si impossessò degli arredi sacri del tempio e dichiarò fuori legge le pratiche religiose, profanò il tempio, insediandovi le immagini di idoli.

In più di un luogo dei libri deuterocanonici dei Maccabei (1Mac 6, 1-17; 2Mac 9, 1-29; 10, 1-8) la tragedia è presentata come sciagura per il re, che ne ricavò tristezza profonda, vergogna per i suoi peccati e propositi di conversione, che non fu mai attestata da fatti concreti, poiché il male compiuto si ripercosse a tal punto su di lui da farlo morire (almeno secondo alcuni racconti biblici). Se la storia prese un’altra piega, invertendo la tendenza antigiudaica, fu grazie alla rivolta della famiglia sacerdotale dei Maccabei capeggiata dal sacerdote Mattatia e dai suoi sette figli.

Nell’ambito della rivolta, che vede prevalere gli ebrei sulla furia di Antioco e sulle sue mire espansionistiche nel Vicino Oriente, trova posto anche la ri-dedicazione del tempio di Gerusalemme, descritta nel primo libro dei Maccabei (4, 36-59):

36Allora Giuda e i suoi fratelli dissero: ‘Adesso che i nostri nemici sono stati sconfitti, andiamo, abbattiamo gli idoli messi nel tempio e consacriamolo di nuovo al Signore’. 37L’esercito si radunò e salirono tutti al monte Sion. 38Videro il tempio deserto, I‘altare profanato, le porte bruciate. Nei cortili erano cresciute le piante come in un bosco o su una montagna, e le case dei sacerdoti erano distrutte. 39Allora in segno di lutto si strapparono le vesti, piansero molto e si cosparsero di cenere la testa. 40Caddero con la faccia a terra e, al segnale dato dalle trombe, invocarono Dio a gran voce. 41Giuda poi diede ordine ai suoi uomini di combattere contro quelli che erano rinchiusi nella fortezza dell’Acra, mentre il tempio veniva purificato. 42Scelse pure alcuni sacerdoti che erano rimasti fedeli alla legge. 43Essi purificarono il tempio e gettarono in un luogo impuro le pietre dell’altare degli idoli. 44Quanto all’altare dei sacrifici, che era stato profanato, erano incerti sul da farsi. 45Ma poi venne loro la felice idea di demolirlo. Altrimenti questo altare sarebbe stato un disonore per loro, dato che i pagani lo avevano profanato. Abbatterono perciò l’altare 46e misero le pietre in un luogo adatto sul monte del tempio, in attesa che venisse un profeta e desse istruzioni. 47Poi presero alcune pietre grezze, come vuole la legge di Mosè, e costruirono un altare nuovo, come quello di prima. 48Restaurarono il tempio e poi consacrarono le porte interne con i cortili. 49Fecero fare nuovi arredi sacri e portarono nel tempio il candelabro, l’altare dei profumi e la mensa. 50Poi bruciarono incenso sull’altare, accesero le lampade del candelabro e illuminarono il tempio. 51Posero sulla mensa i pani e attaccarono i veli. Così portarono a termine i lavori di rinnovamento. 52Il 25 del nono mese, cioè del mese di Casleu, dell’anno 148 dell’èra greca, si alzarono di buon mattino 53e offrirono un sacrificio, come voleva la legge di Mosè. Lo offrirono sull’altare nuovo che avevano costruito. 54L’altare fu inaugurato fra canti e suono di cetre, di arpe e di cembali nella stessa data in cui, anni prima, i pagani lo avevano profanato. 55Tutto il popolo cadde con la faccia a terra per adorare e ringraziare Dio, che aveva dato loro la vittoria. 56Per otto giorni celebrarono la dedicazione dell’altare, offrendo con gioia diversi sacrifici. Ringraziarono e lodarono Dio per la liberazione ottenuta. 57Abbellirono la facciata del tempio con corone d’oro e con piccoli scudi. Rinnovarono i portoni e misero le porte agli appartamenti. 58Vi fu grande gioia tra il popolo perché erano scomparsi i segni della profanazione. 59Giuda, i suoi fratelli e tutta l’assemblea d’Israele decisero che la festa della dedicazione dell’altare si celebrasse con grande gioia ogni anno, per otto giorni, a partire dal 25 del mese di Casleu.

A dire il vero, il miracolo dell’olio non è esaltato particolarmente. E’ la tradizione ebraica a riconoscergli maggior valore nel trattato intitolato Shabbat, che fa parte del Talmud babilonese. Qui (al n. 21b) si legge:

Qual è [la ragione di] Chanuccà? E i maestri risposero: il venticinquesimo giorno di Kislèv [iniziano] i giorni di Chanuccà. Sono otto giorni nei quali sono proibiti digiuni e lamenti per i morti. Questo perché quando i Greci entrarono nel Bet Ha-Mikdàsh (il santuario di Gerusalemme), contaminarono tutti gli oli ivi contenuti e quando gli Asmonei prevalsero e li sconfissero, trovarono solo un contenitore di olio che giaceva con il sigillo del Kohen Gadol (il sommo sacerdote), ma che conteneva una quantità sufficiente per illuminare solo per un giorno; eppure avvenne un miracolo e la menorà (la lampada a sette braccia) rimase accesa per otto giorni. L’anno seguente questi [giorni] furono dichiarati festivi con la recitazione del Hallèl (salmi di lode).

Serviva olio puro per la menorah, per tornare a finalizzare con la giusta chiarezza l’origine e la valenza del luogo sacro. Era ritenuto puro l’olio ricavato dalle prime gocce della spremitura delle olive. Ce n’era a sufficienza per un giorno solo, ma bastò per otto. Il primo dei miracoli di Channukkah, la resistenza dell’olio, segue la resistenza delle persone, la loro strenua difesa del proprio credo religioso, e, dunque, di se stessi, della loro identità profonda. Possiamo provare ad approfondire l’attualità e la trasversalità di alcune degli insegnamenti che scaturiscono da questa circostanza, forse non conosciuta come merita al di fuori del mondo ebraico.

Luce

Channukkah rientra in pieno nel più classico dei binomi delle scienze religiose, la luce che vince sul buio, ma dal buio è minacciata. La luce alimentata dalla scarsa quantità di olio disponibile durante la rivolta dei Maccabei è associata alla loro stessa tenacia. Questa è, a sua volta, fondata su di un legame invisibile, ma robusto, esclusivo, con il Dio del patto, fonte della luce, luce che non ha bisogno di combustibile e che non trae da nient’altro il proprio splendore. Le tenebre, quindi, rappresentano tutto ciò che si oppone a Dio.

La piccola luce è testimone strenua, invincibile di un dato di fatto: non ha alcuna importanza quanto Dio resti invisibile o si nasconda nelle pieghe della storia umana, è lui a governare ed è sempre lui a prevalere. Le tenebre possono mostrare la loro arroganza, ma nulla possono in definitiva contro Dio.

La luce nel buio, considerata da una prospettiva più personale, intimistica, può essere identificata con ciò che resta, quando tutto il resto manca, quando tutto il resto va in malora. La profanazione del tempio compromette la sopravvivenza d’Israele in quanto sposa di Dio. Minaccia la sua identità più profonda. La luce mostra che, grattando il fondo del barile, si riscontra sempre un residuo, categoria biblica e teologica molto importante e collegata direttamente con il popolo, più volte decimato, perseguitato, sempre sopravvissuto. La luce di Channukkah è come il resto d’Israele, è quella quantità esigua che la disattenzione e la superficialità liquiderebbero con sufficienza, ma che la massaia saggia saprebbe recuperare per sfamare la sua famiglia. Il resto sopravvive, quando sa aggrapparsi a una finalità, quando sa di avere una vita da proteggere.

Avvicinarlo alle proprie esperienze non significa in alcun modo sminuire il contesto a cui appartiene. La luce di Channukkah potrebbe tranquillamente essere accolta e alimentata da parte di tutti, non soltanto del popolo ebraico. Difendere quella lucina, sola nelle tenebre dell’oscurantismo e della violenza, capace di scatenarsi anche contro la fede, significa difendere la buona coscienza, i valori che contano, l’irriducibilità di ogni credo religioso, la fisionomia di ogni cultura, la libertà di coscienza di ogni persona. Quanto servirebbe rimanere a osservare la lucina di Channukkah al tramonto, sera dopo sera, man mano che va schiarendo il buio e insegna che chi la dura la vince.

E’ una luce piccola, ma solo per quantità, perché, secondo la fede, ha dalla sua parte la luce senza tramonto, è un condensato della forza che non arretra, perché non si appoggia a nulla di umano, di passeggero, di apparente. In fondo tante crisi oggi manifestano la profonda necessità di un messaggio forte e chiaro, proprio come la luce di Channukkah, che non si lascia estinguere da compromessi, da preconcetti, da paure, perché la sua fonte è a riparo del vento della prepotenza.

Trasformazione

L’olio è un simbolo pregnante e trasversale nelle religioni, in cui ricorre con tante conformazioni ben precise, in base ai diversi contesti. In ogni caso e secondo natura, è prodotto da una macerazione, grazie alla quale avviene la trasformazione. Le ulive frante diventano olio. La scelta di Channukkah non è facile, le tenebre non sono affatto uno scherzo. Lo sfondo racconta di una resistenza civile che vuol dire guerra contro chi comanda. Il capo è sempre più forte, ha più mezzi, più risorse, è abituato a vedere compiuti i propri desideri. Probabilmente molti capi, che la storia ha conosciuto, hanno mostrato l’aspetto più infantile di sé. Non a caso secondo i filosofi della Grecia antica a governare dovrebbero essere gli uomini più sapienti, quelli capaci di maggiore conoscenza. I pericoli del potere sono numerosi. La trasformazione dell’olio avviene attraverso il passaggio per una macerazione, una sorta di distruzione di quello che era, del già noto, un tipo di morte che prelude a una forma diversa, una vita nuova, completamente cambiata, ma pur sempre impossibile se non a partire da quelle olive e dalla loro frangitura, dalla loro purificazione.

Resistenza e capillarità

Il contesto storico di Channukkah è quello della ribellione non fine a se stessa, non per sostituire il potere costituito con un altro, bensì per difendere la libertà di professare la fede, che costituisce Israele come popolo all’inizio del patto. Volendo guardare alla scena e al suo messaggio, facendo un passo indietro e ampliandone la visuale, Channukkah scoraggia il conformismo, il gregarismo, non celebra lo yes-man, ma incoraggia la persona libera interiormente. Non si tratta di una guerra combattuta in nome dei beni né del potere, ma in nome del valore, in assenza del quale nulla ha più senso. Si tratta di un insegnamento scomodo, perché prevede la necessità di entrare in rotta di collisione con i potenti, con la maggioranza. Si tratta di un insegnamento, di epoca in epoca, degno di attenzione. Quella fiammella nel buio racconta un’adesione motivata, volontaria, libera. A giudicare dalle apparenze, a voler valutare umanamente la situazione, i Maccabei non avrebbero avuto alcuna possibilità di vittoria. La rivolta non ha ricavato le proprie ragioni dalle sembianze esteriori e materiali della vicenda. Una caratteristica dell’olio, quando si versa, è la sua capillarità, impregna tutto di sé, infatti la sua è fra le macchie più temute e difficili da rimuovere. Quella stessa capillarità si rivela nella caparbietà di coloro che muovono l’azione e resistono all’impeto di Antioco IV Epifane.

Separazione

La celebrazione del 25 di Kislev è una grande festa comunitaria, raccoglie le famiglie, conduce a momenti di approfondimento d’insieme, però fa intuire un carattere solitario. All’inizio l’olio scarseggia, a una fiammella sola è assegnata la funzione di riportare il tempio al suo proprio splendore. Alla fine dura per ben otto giorni e porta a una nuova forma di candelabro soltanto per questa circostanza, in cui compaiono le otto fiammelle per commemorare gli otto giorni in cui l’olio bastò, in aggiunta alla nona, detta shamash, che non si conta e che serve ad accendere le altre.

Ogni luce giunge per conto suo, segue in parte il destino dell’olio che tende a separarsi dagli altri liquidi: questa sua proprietà si lega bene al carattere complessivo della circostanza, all’autonomia di pensiero, di governo esistenziale che ispira. Parla anche di una non-dipendenza nella relazione con la fede, nella relazione con l’altro, nella relazione con le proprie idee su Dio. Essere popolo comprende anche saper vivere separatamente, ragionare con la propria testa, non soccombere perché si è in minoranza, perché si è in una condizione di fragilità e di debolezza.

La distanza si lascia riscoprire nella sua valenza non di privazione, ma di affermazione, che, senza diventare tracotanza, tiene la testa a galla senza aspettarsi che qualcun altro lo faccia per due. Ognuno deve reggersi sulle proprie gambe, ragionando con la propria testa. E’ la lezione del pedagogo, ogni azione educativa mira a sostenere il discente nella conquista di una maggiore e migliore autonomia. Il discorso sulla fede non è escluso da questa logica. Channukkah non si lega ad ammaestratori, a capi-padrone, a intruppamenti, a carichi parassiti.

Cosa emerge, cosa resta sul fondo

Tutti sappiamo per averlo osservato spesso e volentieri nella cucina, come l’olio tenda a salire. Non importa quanto sia presente in una sostanza, l’olio emerge, infatti, prima di servire una pietanza che lo contiene, è bene rimestarla.

L’olio di Channukkah è senz’altro simbolo della parte migliore, quella in cui è condensata l’appartenenza a Dio, quindi il contatto con la fonte. Nella condotta comune può capitare che non ci si renda conto del primato della spiritualità nel portare avanti la vita, giorno per giorno. Nei fatti, però a qualcosa o a qualcuno si dà sempre la precedenza. La celebrazione di Channukkah non è soltanto la dedicazione del tempio, ma richiama la dedizione di ogni vita alla scaturigine della vita, il contatto profondo di ogni essere con l’Essere, l’incontro intimo e continuo con Dio.

Rimane come monito, come domanda: che cosa emerge? Che cosa è lasciato, quale carico superfluo rimane sul fondo? Channukkah non celebra la passività, non si tratta di una dedicazione puramente liturgica, confinata alle formule, alla preghiera intimistica, investe scelte, azioni, comprende rischi. In questo modo la parte migliore, l’importanza del contatto con Dio emerge dalle profondità e si mostra fino in superficie.

Gradualità

Le candele di Channukkah non sono accese tutte insieme, ma una per volta. Ogni candela è accesa dalla candela di servizio, shamash. Channukkah fa pensare alla resistenza, alla durata, alla pazienza che sa attendere il tempo opportuno. L’attesa è intrecciata alla speranza. Nessuno poteva sapere se la luce sarebbe andata diminuendo o aumentando. Ogni sera la santità di quella resistenza riceve una conferma, perché l’olio continua a bastare e a fare luce gradualmente.

E’ una lezione importante per il nostro tempo, più amico della fretta e dei risultati istantanei. Ci mostra anche la pazienza necessaria con noi stessi, con gli altri, con la fede, il modo di procedere della santità, il suo continuo desiderio di migliorarsi, non all’improvviso, ma nel tempo, mentre tutto intorno resta il buio.

Per le religioni

I credenti di ogni fede potrebbero celebrare Channukkah, anzi sarebbe fortemente raccomandabile che lo facessero. Finché l’autentica e fattiva libertà di culto non sarà un valore acquisito e universale, nessun credente sarà al riparo, né potrà professare indisturbato la propria fede, finché non avrà impiegato quel poco che ha, quel poco che è, quel poco che resta, a vantaggio non della forza, non della convenienza, non del conformismo, ma della coscienza retta che conduce al giusto e che opera per la pace.

Ada Prisco

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