web analytics

La Repubblica Centrafricana di nuovo sull’orlo del disastro

Nell’Africa subsahariana i politologi individuano la Somalia come l’emblema dello stato fallito, incapace di controllare l’intero territorio nazionale, tranne la capitale Mogadiscio, comunque martoriata settimanalmente da attentati orditi da Al-Shabaab. Tuttavia, esiste un secondo paese, un po’ meno nell’occhio del ciclone, il cui apparato statale controlla appena la capitale Bangui: la Repubblica Centrafricana.

Ricca di diamanti e uranio, la Repubblica Centrafricana ha una storia travagliata alle spalle, fin dall’ottenimento dell’indipendenza dalla Francia nel 1960. Fino al settembre 1981, la vita politica del paese è stata caratterizzata da due soli presidenti che si sono alternati fra loro, David Dacko e Jean-Bédel Bokassa, a rotazione funzionali alle esigenze dell’ex colonia. Il controverso Jean-Bédel Bokassa, più celebre per la pomposa cerimonia d’incoronazione ad Imperatore e per le accuse di cannibalismo piuttosto che per i suoi insuccessi in campo economico e politico, sfruttò una grave situazione economica per rovesciare il governo di David Dacko il 1° gennaio 1966. In questo caso l’accondiscendenza e l’atteggiamento assunto, detto wait-and-see, dell’ex potenza coloniale, la Francia, si dimostrarono importanti. Salvo poi ricredersi in un secondo momento, nel 1979, quando le autorità francesi misero in atto l’Operazione Barracuda per destituire Bokassa e rimettere Dacko a capo della Repubblica Centrafricana, complici la cerimonia d’incoronazione, l’uccisione di cento scolari che protestavano contro l’imposizione delle divise e lo scandalo dei diamanti elargiti a Bokassa stesso durante la presidenza di Valéry Giscard d’Estaing. L’eclettico Bokassa era divenuto un personaggio scomodo anche per i francesi.

Nel più recente passato, un nuovo colpo di stato ha mischiato ancora le carte in tavola in quel di Bangui: il 24 marzo 2013, un giorno dopo la fuga del legittimo presidente François Bozizé Yangouvonda nel vicino Camerun, i ribelli della coalizione dei Séléka, in prevalenza mercenari di religione islamica provenienti dal Ciad e dal Sudan e facenti parte dell’Union des Forces Démocratiques pour le Rassemblement (UDFR), del Convention des patriotes pour la justice et la paix (CPJP) e del Convention Patriotique pour le Salut du Kodro (CPSK), conquistarono la capitale. Essi riuscirono altresì ad innalzare alla carica di presidente il proprio leader, Michel Am-Nondokro Djotodia, in seguito ad una sommaria acclamazione di piazza, poco sincera da parte dei partecipanti e molto di circostanza, e ad un confronto interno alle file dei ribelli con Nelson N’Djadder, altro notabile della coalizione dei Séléka. Le milizie ribelli trovarono poca resistenza armata nelle strade di Bangui, se non quella di circa duecento soldati sudafricani, impegnati a difendere una base militare e poi giunti ad un accordo di cessate il fuoco con gli stessi miliziani. Djotodia giurò poi come presidente solo il 19 agosto 2013, con un ruolo, almeno da un punto di vista formale, di traghettatore, in vista della convocazione di elezioni entro diciotto mesi dallo svolgimento della cerimonia stessa. Djotodia e i Séléka furono poi fortemente contrastati dagli anti-Balaka, una serie di milizie composte solo da cristiani. Spinto ad esiliarsi nel Benin il 10 gennaio 2014 dopo numerosi scontri fra i Séléka e gli anti-Balaka, Djotodia lasciò il posto di presidente prima a Alexandre-Ferdinand Nguendet, che assunse un ruolo ad interim, e poi a Catherine Samba-Panza, scelta dal Comitato nazionale di transizione come la figura più idonea a traghettare il paese verso le elezioni del 2015-2016.

Il presidente centrafricano Faustin-Archange Touadéra
e il presidente russo Vladimir Putin

Dopo aver perso al primo turno del 30 dicembre 2015 contro Anicet-Georges Dologuélé, capofila dell’Union pour le renouveau centrafricain (URCA), l’attuale presidente Faustin-Archange Touadéra, presentatosi come indipendente e già primo ministro dal 2008 al 2013 in piena era Bozizé, ha ribaltato il risultato al termine del secondo turno del 14 febbraio 2016 e ha vinto le elezioni col 62,71% dei voti contro il 37,29% raccolto da Dologuélé. Nonostante la pace firmata a Khartoum il 6 febbraio 2019 fra il governo e ben quattordici gruppi ribelli, sotto l’occhio vigile dell’Unione Africana, la pace non è mai stata un traguardo raggiungibile e il governo non è mai riuscito a controllare altri territori che non fossero la capitale e i suoi dintorni. Per tentare quantomeno di insidiare la moltitudine di milizie ribelli presenti in una nazione ampia il doppio dell’Italia, l’esecutivo di Bangui non ha mai potuto fare a meno della United Nations Multidimensional Integrated Stabilization Mission in the Central African Republic (MINUSCA), presente nel paese dal 2014 con oltre undicimila soldati, e della Russia, la quale fornisce una scorta privata a Touadéra, addestra gli uomini dell’esercito centrafricano e fornisce armamenti all’avanguardia; in cambio pretende concessioni minerarie. Dopotutto, la Repubblica Centrafricana rappresenta per la Russia una delle due porte di accesso all’Africa subsahariana: la seconda imboccatura è, infatti, il Sudan, sulla cui costa sarà costruita una base navale che potrà ospitare trecento uomini e quattro navi militari, in modo da poter avere un’influenza rilevante anche sul Mar Rosso. Sul territorio nazionale, MINUSCA ha inoltre installato numerose basi gestite da soldati inviati da diversi governi: Francia, Uganda, Burkina Faso, Repubblica del Congo, Repubblica Democratica del Congo, Camerun, Marocco, Ruanda e Gabon. Vista la posizione centrale del paese all’interno del continente, la stabilità della Repubblica Centrafricana sta a cuore a nazioni sia nordafricane sia subsahariane.

In vista delle elezioni del 27 dicembre, la situazione è nuovamente degenerata e, al centro dell’attenzione, c’è sempre Bozizé, tornato nel dicembre 2019 da un esilio itinerante in Camerun, Repubblica Democratica del Congo e Benin. Rientrato in patria per contendere le elezioni a Touadéra, forte dell’appoggio dell’etnia Gbaya e del partito Convergence Nationale “Kwa Na Kwa”, Bozizé ha visto respinta la propria candidatura dalla Corte costituzionale a causa di un mandato di arresto emanato dall’ONU nel 2014 e delle sanzioni cui è stato sottoposto dal Consiglio di sicurezza della medesima organizzazione. Bozizé non si è dato per vinto, ha fornito il proprio endorsement a Dologuélé e, sebbene lui stesso smentisca il tutto, si è posto a capo della neocostituita Coalition des patriotes pour le changement (CPC), composta dalla fusione di più gruppi armati come Retour, Réclamation et Réhabilitation (3R) e gli anti-Balaka. Lo stesso Dologuélé ha di recente svelato di aver incontrato Bozizé e di aver stretto un accordo con lui. L’avanzata della suddetta Coalizione verso Bangui, con l’obiettivo di attuare un colpo di stato e impedire lo svolgimento delle elezioni, è già iniziata da diversi punti del paese: da Mbaiki, situata a sudovest della capitale, e da Bozoum, Bouar, Bossembélé e Bossangoa, poste a nordovest della stessa. Proprio mercoledì 22, dopo due ore di combattimenti contro l’esercito centrafricano e le forze dell’ONU, i ribelli del gruppo Unité pour la paix en Afrique Centrale (UPC) hanno conquistato Bambari, la quarta città più importante del paese, situata a 380 chilometri a nordest di Bangui. Per evitare che i ribelli stringano la capitale in una morsa letale, il governo ruandese ha già inviato sul campo diverse centinaia di soldati e Vladimir Putin, che ha definito la questione come materia di primaria importanza, ha concesso il lasciapassare per l’invio di uomini, armamenti e circa trecento istruttori militari, già atterrati all’aeroporto di Bangui-M’Poko. Un eventuale colpo di stato, che porterebbe senz’altro ad un cambio di governo, sarebbe poco gradito dalle parti del Cremlino, che teme ancora l’influenza francese sul paese. Invece, il presidente del Ruanda, Paul Kagame, ha affermato di agire in virtù di un accordo bilaterale con Bangui. La questione è molto delicata, poiché il paese è ancora sottoposto ad un parziale embargo dell’ONU e l’invio di truppe all’interno dei suoi confini dovrebbe essere notificato precedentemente allo stesso Consiglio di sicurezza, del quale la Russia è membro permanente e con cui è in costante contatto da lunedì proprio sulla questione centrafricana. Sebbene il grido d’aiuto del governo centrafricano abbia raggiunto anche altri paesi dell’Africa subsahariana, non tutti hanno apprezzato l’invio di truppe in quel di Bangui, poiché è ritenuto un’ingerenza straniera. In particolare, i governi del Ciad e della Repubblica del Congo, per i quali sono sufficienti i soldati della missione MINUSCA, hanno dato spazio a rimostranze, indirizzate soprattutto nei confronti del Ruanda.

La distribuzione del materiale elettorale, nonostante alcuni incidenti, è già iniziata e il governo è sicuro di poter svolgere regolarmente le elezioni, appoggiato dall’Assemblea, dalla Corte costituzionale e, soprattutto, dalla comunità internazionale. Quest’ultima ha investito molto sulle elezioni centrafricane e ieri ha divulgato un comunicato firmato dall’Unione Europea, dalla Russia, dagli Stati Uniti, dalla Francia, dall’Unione Africana, dalle Nazioni Unite, dalla Comunità economica degli Stati dell’Africa centrale e dalla Banca mondiale. Il documento invita i gruppi ribelli ad abbassare le armi, incita ad intraprendere una transizione politica pacifica e ad effettuare le elezioni. In qualsiasi caso, il 27 dicembre si attendono scontri nei dintorni di diversi seggi elettorali, distribuiti in un territorio impossibile da controllare nella sua interezza.

I combattimenti, inoltre, non stanno imperversando solo sul terreno: sui più importanti social network si stanno rincorrendo fake news nelle lingue francese e russa atte a screditare l’azione politica della Francia nella Repubblica Centrafricana o, viceversa, della Russia.

Nondimeno, l’opposizione, adesso riunitasi nella Coalition de l’Opposition Démocratique 2020 (COD-2020), chiede il rinvio delle elezioni del 27 dicembre: Touadéra è tuttavia categorico; si va avanti!

Gabriele Sbrana

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *