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Servire un mondo ferito. L’umanità, il servizio e le religioni

Dalla ripresa dei servizi liturgici in presenza in avanti si scrive e si afferma da più parti che il tasso di frequenza è notevolmente diminuito. Sarà per la paura dei contagi, per l’inerzia, che lega ancora al periodo del confinamento e alle celebrazioni in televisione o in rete, sarà per un’anonima indifferenza alla pratica, il tema inizia a emergere e qualcuno lo affronta come un problema.

Alcuni istituti di ricerca sociale, enti di ricerca, come il Pew Research Center, ad esempio, hanno realizzato dei sondaggi per quantificare l’impatto della diffusione del virus rispetto alle abitudini precedenti e, in particolare, rispetto alla pratica religiosa. Non è la dimensione interiore a presentare i sintomi più preoccupanti, ma quella fisica, del corpo della comunità, messo a dura prova da una serie di fattori, di cui la pandemia è soltanto il più recente.

Circostanze come queste, connotate da cambiamenti profondi, offrono a menti creative e strategiche l’occasione giusta per proporre nuovi metodi pastorali finalizzati alla comunione. Per ora alcuni spunti provengono dall’impegno e talvolta dall’impegno congiunto delle istituzioni religiose. Alla fine del mese di agosto 2020 il Consiglio Ecumenico delle Chiese e il Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso hanno pubblicato il documento Serving a Wounded World in Interreligious Solidarity. A Christian Call to Reflection and Action during Covid-19 and beyond (Servire un mondo ferito nella solidarietà interreligiosa. Una chiamata cristiana alla riflessione e all’azione durante il Covid-19 e oltre).

La domanda di sottofondo, che motiva il documento stesso, riparte dal significato dell’amore e del servizio per il cristiano. Il movimento indicato dal titolo disegna un andare verso, sceglie lo stile missionario. L’umanità ferita al centro delle riflessioni fa riaffiorare alla memoria l’icona biblica del malcapitato sulla strada fra Gerusalemme e Gerico (cf. Lc 10, 25-37). Alle chiese spetta la scelta a chi far assomigliare di più il proprio annuncio, se al levita, al maestro della legge o al samaritano. La novità dei nostri tempi potrebbe convergere nella cooperazione ecumenica e interreligiosa. La stessa pagina lucana della parabola del buon samaritano spinge a riflettere su come spesso l’aiuto provenga dall’esterno della propria cerchia, da una mano inattesa. Così anche in questo momento storico l’apertura e la messa in questione degli schemi più stantii connessi ai pregiudizi verso popoli, culture, religioni diversi dalla propria, potrebbero rivelarsi salutari. E’ un tempo in cui le appartenenze sono chiamate a una ridefinizione. Quando questo accade, possono nascere molte esperienze innovative, soggetti nuovi, nuovi credenti. Possono anche avvenire molte separazioni. Il rischio maggiore per le chiese, però, non è questo. E’ non cogliere l’opportunità del momento storico, non allestire laboratori di fede e di dialogo, non tentare nuovi percorsi, è soprattutto rimanere chiusi alla sofferenza del mondo, dell’umanità ferita.

Le questioni sensibili messe in evidenza dall’emergenza in corso non si limitano al campo della medicina e dell’assistenza sanitaria. Mettono in luce gli squilibri delle società, a cominciare dalla disparità uomo/donna. Focalizzano il modo in cui siamo capaci di affrontare la morte e di congedarci da coloro che lasciano questo mondo prima di noi, per prepararci al nostro stesso congedo. Si collegano alle discriminazioni di qualunque genere, economico, etnico, all’emarginazione sociale, alle tante forme di isolamento, all’abbandono e alle strutture di ricovero, allo sfruttamento ambientale, al disastro ecologico. Il virus funge da lente d’ingrandimento gigantesca e mostra una bilancia totalmente incapace di mantenersi in equilibrio. Ciò rappresenta una corposa materia d’intervento per la compassione, che, pur non essendo un’esclusiva del sentire religioso, riceve molta linfa dalle religioni.

Per un’umanità più sensibile di un tempo, che ha pericolosamente approfondito la realtà del dolore, dell’ingiustizia, della discriminazione, questa emergenza mostra davvero un sentiero inesplorato da percorrere. Inoltre, una malattia che impone la distanza, se non l’isolamento, acuisce ogni genere di solitudine. Il reagente dovrebbe perciò essere capace di guarire l’intero organismo a partire da questo aspetto. Il nuovo efficace volto della solidarietà dovrebbe mostrare immediatamente il superamento della solitudine, dovrebbe consolidare apporti diversi, in grado di intrecciarsi. In questa guerra-non guerra provocata dalla diffusione del virus, non solo molti sono morti sul campo, direttamente colpiti dall’infezione, ma per numerosi altri aspetti si riesce a distinguere bene chi sono i vincitori e chi sono i vinti, chi si è trovato confermato perché aveva saputo organizzare la propria vita sui beni essenziali, e chi, magari non si è ammalato, ma ha capito benissimo di esserne uscito sconfitto. Le confessioni potrebbero mettere in circolo le forze dei vincitori a vantaggio di altri vincitori, ma anche per la rigenerazione dei vinti che sopravvivono.

Per gettare le fondamenta, porre i presupposti della ricostruzione occorre programmare la speranza, organizzarla a piccoli passi. Speranza è una parola programmatica del documento congiunto. La sua importanza è paragonata al beneficio di un’iniezione composta da valori etici e spirituali condivisi.

Non soltanto il singolo essere umano necessita di speranza, ma ogni comunità e ogni società nel suo insieme avverte e trasmette questo bisogno in molti modi, alcuni espliciti, diretti, consapevoli, altri più oscuri. Oggigiorno alcune macroaree interrogano particolarmente la capacità sociale di edificare la speranza perché produca, a sua volta, un’umanità migliore, più felice, capace di interagire con l’ambiente in vista di un’armonia sempre più completa.

Sperare significa immaginare un tempo alternativo a quello presente e applicarlo alla realtà. Ha bisogno di fondarsi su qualcosa di concreto, che può essere anche la fede, la propria spiritualità, oppure l’attenzione verso i propri cari, specie verso i propri figli. Si spera, confidando sulla parola di qualcuno o anche dopo aver compiuto un’esperienza forte. Se proviamo a concepire un fondamento immanente, cioè partendo non da un presupposto speculativo, come la religiosità, ma dall’incontro con la realtà, allora possiamo ipotizzare che siamo più disponibili a sperare, se abbiamo all’attivo delle esperienze positive. Di conseguenza, l’ambiente in cui viviamo, fatto di persone, ma anche della storia del nostro popolo, dell’ambiente, è parte attiva nel processo di costruzione della speranza. Per insegnare a sperare, potremmo iniziare a considerare dei luoghi di condivisione autorevole come potenziali fabbriche di speranza.

Proiettarsi in avanti, immaginando una vita diversa, migliore non è un’esclusiva delle religioni e delle loro rispettive escatologie, anche se ognuna se ne occupa a pieno titolo e offre forme interessanti di spiritualità.

Nessuna spiritualità, però, può essere considerata autentica, se non diventa vita, gesti concreti, parole, organizzazione. La visuale individualistica sarebbe molto carente, se fosse l’unica applicata all’argomento “speranza”. Ci aiutiamo gli uni gli altri a coltivare la fiducia che la accompagna. Meditare sulla fiducia è un modo per fare i conti con tante sfaccettature della realtà, tante articolazioni delle relazioni interpersonali, istituzionali, di gruppo. In ogni ambito vitale la speranza trova spazio con il suo rovescio, la disperazione.

A dispetto dell’armonia completa che ogni società auspica per se stessa, continuano a esserci ovunque aree umane molto ferite, in cui spesso i raffinati discorsi sui sentimenti e sulla loro corrispondenza sembrano non entrare affatto o non incidere abbastanza o non trovare sentieri di univocità. E queste ultime considerazioni si riferiscono alle mancanze. Luoghi umani significativi in cui la speranza si concretizza e decide la differenza sono i luoghi dell’umanità, la famiglia, la scuola, il lavoro in genere, il carcere, i flussi dovuti a spostamenti temporanei oppure a vere e proprie migrazioni.

Il pluralismo religioso, oggi più che mai, è un luogo di speranza. E’ stato scritto che come l’ateismo ha potuto essere l’orizzonte in funzione del quale la teologia della seconda metà del sec. XX reinterpretava le grandi verità della fede cristiana, così il pluralismo religioso tende a diventare l’orizzonte della teologia del XXI secolo. Il pluralismo, derivato da un dato di fatto, è un orizzonte della vita postmoderna, non soltanto delle religioni.

Ogni religione ha sviluppato un notevole discorso sull’altro, elevandolo così al rango di via sacra e diretta al sacro. Il modo di intendere la religione e il pluralismo è utile a prospettare il futuro. Nessuna religione è un recinto chiuso in se stesso. Spesso siamo portatori di un pregiudizio negativo rispetto agli altri popoli. Come ha denunciato qualche pensatore sudamericano, l’Occidente nasce occultando l’altro.

L’altra cultura e l’altra Religione hanno diritto di esistere secondo la loro tradizione ma anche il diritto di essere interpretate e riconosciute in modo tale che sia rispettata la loro identità.

Dalla dichiarazione conciliare Nostra Aetate, promulgata il 28 ottobre 1965, in poi la chiesa cattolica ha ufficialmente sostenuto la strada dell’incontro e del dialogo fra le religioni, segnandone il percorso con una serie di importanti documenti e riferimenti tuttora validi.

E’ tanto vero che sempre vanno considerati i quattro livelli di dialogo indicati nel documento Il dialogo e l’annuncio, pubblicato nel 1991, dal Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso con la Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli:

Il dialogo della vita

Il dialogo dell’azione

Il dialogo dello scambio teologico

Il dialogo dell’esperienza religiosa

Il dialogo interreligioso s’incrocia con il dialogo interculturale, ma gode di una sua conformazione. Nei documenti della chiesa cattolica è considerato connaturato alla sua stessa vocazione. Non può essere diversamente se i cattolici vogliono testimoniare la religione del Dio dal volto umano facendosi artigiani di speranza nel XXI secolo.

Il dialogo inizia dai gesti semplici della vita quotidiana. Le parole e il silenzio sono un suo luogo figurato, ideale, estremamente importante nel veicolare la comunicazione e nell’incoraggiare la speranza. Possono trasmettere valori positivi, ma anche negativi.

Le parole veicolano il nostro modo di ragionare. Tutte le barriere o le aperture presenti nella nostra mente fluiscono con naturalezza dalla nostra bocca. Ad esempio, non è raro che si separi il nostro orizzonte ideale in due blocchi contrapposti e identificati con un noi contrapposto a un loro, sulla base di una forma di appartenenza identitaria.

L’incentivo è cogliere dalle parole una mentalità non favorevole all’aspetto sociale della speranza e convertirla nella capacità contraria di coltivare una speranza fin dalle parole e che sia in grado di spingere in positivo l’economia della società, come ogni forma di promozione umana può fare.

Le parole lentamente edificano un modo di pensare, uno stile di relazioni incline a toni e a lemmi consonanti con la speranza. Per quanto superfluo possa apparire questo passaggio, l’ambito del linguaggio è oggi a molti livelli abbastanza avvelenato, tanto da costituire un segnale preoccupante dei nostri tempi.

Qual è il linguaggio della speranza? Le parole sono figlie di una storia. La parola latina spes deriva, a sua, volta, dalla radice sanscrita spa, che significa tendere verso. E’ collegata direttamente al futuro, la realtà attuale, il presente, non le sono sufficienti. Vive all’insegna del superamento. La parola inglese hope deriva probabilmente dall’inglese antico hopian, che significa desiderare, aspettare. O forse deriva dalla parola hop che significa fare un salto, interpretando, significa guardare avanti e assumere un rischio. Non si accompagna alla paura, alla chiusura, allo stallo.

Le religioni oggi più che mai sono chiamate a riconoscersi come laboratori di speranza. Le religioni non sono riferite come luoghi, perché sono considerate per la loro proprietà pervasiva. La loro sostanza è ovunque e dispongono tutte di un ingente patrimonio di spiritualità. Questa, a sua volta, coincide con la capacità di guardare in alto e d’intuire la possibilità dell’alternativa al momento presente.

Senza nulla togliere alle specifiche tradizioni di ognuna, la storia del tempo presente le chiama a incontrarsi sul terreno della spiritualità, oltre che delle tante forme possibili di impegno civile e ambientale.

Il salto da compiere chiama le religiosità, che per definizione non si possono racchiudere, delimitare in un luogo fisico, a diventare autrici di luoghi, in cui il futuro è preparato anche grazie alla conoscenza delle religioni, alla loro abilità di proiettarsi nel futuro, al senso morale che continuano a insegnare, al valore della testimonianza.

Le religioni sono uno scrigno strano, che, così come custodisce il passato, contiene anche delle chiavi per il futuro, tanto possono chiudere delle porte, tanto possono aprirle.

La speranza del XXI secolo si declina con le scelte, anche delle comunità religiose, non procede più né per rendita né a caso. In un’epoca contrassegnata dai cambiamenti profondi e improvvisi, a volte fare il gioco della speranza può avverarsi nel cogliere il momento giusto, l’opportunità per agevolare il bene comune, che è anche il proprio.

La speranza interreligiosa individua le sue basi proprie nell’apporto teologico specifico di ciascuna religione. Le confessioni cristiane attingono alla teologia dell’incarnazione, della Pasqua, del Dio uno e trino, della rivelazione biblica. La solidarietà dell’interconnessione può avvalersi molto della teologia del dialogo, valorizzando la lettura del mondo come creato, di ogni essere umano come creatura. Questa considerazione è onnicomprensiva e vanifica ogni genere di barriera.

Aver scelto la scrittura congiunta di un documento dedicato a come il servizio cristiano possa mettere in contatto con l’umanità ferita è già un modo di tracciare il cammino, un cammino comune, dove compaiono sì alcuni principi ispiratori, ma dove soprattutto è protagonista il con, il piangere con chi piange (cf. Rm 12, 15). L’umiltà è indicata come il primo dei criteri, come lo stile della sequela al Cristo. Come recita la parola stessa, umiltà sa di vicinanza alla terra (in latino humus). Forse le istituzioni ecclesiali, rispetto alle quali si registra una certa disaffezione, non sempre sembrano così umili, così impegnate nella sequela con lo slancio tipico dei primi tempi. L’umiltà è dovuta anche alla maggiore consapevolezza di essere vulnerabili, tutti, senza distinzione.

Il programma conclusivo d’intenti, che riguarda tutti i cristiani, è affascinante e traccia un piano alla speranza:

  1. Trovare i nodi per portare testimonianza
  2. Promuovere la cultura dell’inclusivismo, che celebra la differenza come dono di Dio
  3. Nutrire la solidarietà di spiritualità
  4. Ampliare la formazione
  5. Impegnare e sostenere i giovani
  6. Creare spazi per il dialogo
  7. Rimodulare progetti e processi di solidarietà interreligiosa

Sono punti tutti validi, in grado di rimotivare l’impegno. Particolarmente arduo sembra oggigiorno promuovere uno sguardo inclusivistico, poiché la tendenza in diversi campi della vita segue la direzione opposta, dell’esclusivismo, della differenza come minaccia. Riguardo a questo tema le religioni come tutti i loro singoli membri sono dinanzi a un bivio, includere o escludere umanità, creata e vulnerabile, che chiede forse meno frequenza di servizi liturgici, più pratica della carità.

Ada Prisco

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