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Rinunciare a Dio. Cronaca annunciata di una profezia sbagliata

Foreign Affairs nel numero di settembre/ottobre 2020 ha pubblicato un articolo del sociologo Ronald F. Inglehart (1934) dal titolo Giving up on God. Global decline of Religion (Rinunciare a Dio. Declino globale della religione). Da sociologo esperto dei processi di secolarizzazione, è abituato alle analisi imperniate sul binomio società/sacro e sulle previsioni. Molti sociologi hanno percorso questi sentieri, alcuni di loro a distanza di anni si sono visti costretti a rivedere e a correggere il tiro circa le loro precedenti previsioni sul destino delle religioni. Sono particolarmente esplicite in proposito le considerazioni del sociologo Peter Berger (1929-2017): Nella prima fase del mio lavoro di sociologo della religione ho accettato la validità di quella che allora veniva chiamata “teoria della secolarizzazione”. L’idea di base era molto semplice: la modernità comporta necessariamente un declino della religione. … c’erano alcuni dati a sostegno … ma in retrospettiva bisogna riconoscere che li abbiamo fraintesi … il mio cambiamento … non era dovuto a una conversione … era diventato sempre più chiaro che i dati empirici contraddicevano la teoria (P. Berger, I molti altari della modernità. Le religioni al tempo del pluralismo, Emi, Bologna 2017, pp. 10-11).

La crisi della religione occupava il dibattito filosofico e teologico degli ultimi decenni del XX secolo. La lettura più comune e di genere quantitativo sosteneva che la secolarizzazione comporta un rafforzamento della mentalità scientifica con la diminuzione della religiosità nelle società industriali avanzate. Qualcuno si spingeva a teorizzare l’estinzione definitiva della religione.

In quel periodo l’opera del teologo battista, l’americano Harvey G. Cox (1929), The secular city (1965), era un riferimento importante per capire la storia. Lo stesso autore ha riconosciuto successivamente che il tentativo del libro consisteva nella messa a punto di una teologia adatta all’era postreligiosa, che era giudicata da molti come incombente.

La situazione attuale presenta uno scenario completamente diverso. Le opere, che nutrono l’attuale panorama speculativo del settore, argomentano già da tempo il ritorno del sacro, la rivincita di Dio, la fine della secolarizzazione. A trent’anni di distanza da La città secolare, precisamente nel 1995, Harvey Cox firmava Fire from heaven.The Rise of Pentecostal Spirituality and the Reshaping of Religion in the Twenty-First Century (1995), dove, tra l’altro, afferma che oggi è la secolarità, non la spiritualità, che può essere vicina all’estinzione, e che è diventato ovvio che al posto della ‘morte di Dio’ che alcuni teologi avevano dichiarato non molti anni fa, o del declino della religione che i sociologi avevano previsto, è avvenuto qualcosa di veramente diverso.

Ripensando alla sua opera giovanile, La città secolare, Cox arriva a giudicare così le sue riflessioni: Forse ero troppo giovane e impressionabile quando gli accademici facevano queste previsioni tristi. In ogni caso le avevo assorbite davvero troppo facilmente, e avevo cercato di pensare quali avrebbero potuto essere le loro conseguenze teologiche. Ma ora è diventato chiaro che le predizioni stesse erano sbagliate. Chi le faceva … ammetteva che la fede sarebbe potuta sopravvivere come un’eredità culturale, forse in ridotti etnici o abitudini di famiglia, ma insisteva che i giorni della religione come forza capace di dare forma alla cultura e alla storia erano finiti. Tutto questo non è accaduto. Al contrario, prima che i futurologi accademici facessero in tempo a ritirare la loro prima pensione, una rinascita religiosa, di un certo tipo, ha cominciato a manifestarsi in tutto il mondo (Fire from heaven, p. 16).

Lungo il filo dei pensieri, a quindici anni dall’uscita di Fire from heaven, nel 2011, il teologo americano paragonava la sua visione a una cosmopoli, in cui convivono diverse variabili di secolarizzazione, di modernità, di ritorno del religioso. La loro interazione, a suo parere, ricorda più che una sinfonia, una seduta di jazz non basata su di uno spartito, priva di un conduttore munito di bacchetta, disponibile all’improvvisazione di chiunque.

Per ripercorrere il filo del tempo a ritroso, arrivando ancora più indietro, è rimasto nella storia il saggio di Gilles Kepel (1955) del 1991, La rivincita di Dio, dove si profila un approccio diverso alle forme del sacro negli anni, che, secondo le previsioni, avrebbero dovuto scolpirne la lapide.

Ronald Inglehart con Pippa Norris, all’inizio del XXI secolo, aveva pubblicato Sacred and Secular: Religion and Politics Worldwide (2004), raccogliendo i dati di un’indagine condotta nel ventennio dal 1981 al 2001 in diversi paesi del mondo per analizzare nuovamente il concetto di secolarizzazione. Dall’ampio panorama esaminato alla luce di criteri diversi fra loro emerge una certa complessità, che, se da un lato ripropone l’idea che dove cresce il benessere materiale diminuisca la sensibilità verso la religiosità, dall’altro sottolinea una ricerca del divino inedita e trasversale. Questo segnale, rilevato da molti altri studiosi rafforza la consapevolezza di una lettura diversificata, dell’opportunità di approfondire in maniera più articolata anche l’oggetto da indagare (si pensi anche agli studi del sociologo José Casanova).

Come si è dimostrato sbilanciato allora il giudizio circa l’inevitabile fine del sacro, altrettanto eccessivo appare oggi, nell’epoca postmoderna, la profezia dell’estinzione della secolarizzazione. Potrebbe verificarsi in base a una lettura soltanto quantitativa del dato. Qualora invece si tenga in debita considerazione il processo qualitativo della secolarizzazione, non si può non riconoscere come la religione continui a coinvolgere molte persone, pur non incidendo sempre su molte delle loro scelte culturali, politiche, sociali. Guardando la situazione da questo punto di vista, si può dedurre la totale attualità della secolarizzazione. Nell’epoca postmoderna si nota piuttosto il declino della secolarizzazione quantitativa, intesa come disinteresse delle persone verso la religiosità. Se mai questo processo quantitativo abbia avuto luogo, ha riguardato soltanto alcune aree del mondo, dove pure si è manifestata un’inversione di rotta dagli anni ottanta del XX secolo.

Quasi ovunque nel mondo, eccezion fatta per i popoli sottomessi da parte di politiche totalitarie alla propaganda antireligiosa, non si registra un aumento spiccato di coloro che si dichiarano atei e agnostici. Al contrario, si conferma molto elevato il numero di coloro che si dichiarano credenti in una forma di potere superiore all’essere umano o alla vita dopo la morte o che dedicano parte del loro tempo settimanale alla preghiera o alla meditazione.

Non si può trascurare il fatto che il religioso sia tornato a imporsi con forza. Presenta forme variegate, per cui la sua analisi può condurre a interrogarsi circa quale tipo di religioso tenda ad affermarsi nell’epoca postmoderna. In Fire from heaven Cox segnala la centralità, individua, come segno dei tempi più chiaro del ritorno della religiosità, la corrente cristiana pentecostale-carismatica, ed esamina, come qualità fondamentali dell’attuale avvicinamento al sacro, l’interesse per i segni, per i miracoli, le guarigioni, la demonologia, l’escatologia, la fine del mondo. Bisogna precisare che l’approfondimento di Cox riguarda soltanto il cristianesimo.

Guardando anche oltre lo studio del sociologo, non è difficile notare un interesse sempre più acceso verso una relazione con il sacro fondata sull’esperienza personale, più che sul racconto tramandato dalle generazioni precedenti, più sull’emozione che sul discorso logico e razionale. Dalla fine del XX secolo, la scienza e la medicina hanno perso progressivamente autorità presso la gente comune, a vantaggio di una lettura del mondo sempre più disponibile al reincanto, alla meraviglia, alla forza della natura.

Nel campo propriamente religioso l’epoca postmoderna ha visto e continua a far germogliare a ritmo sostenuto nuovi movimenti, dentro e fuori le religioni tradizionali. Successivamente al fatidico 11 settembre 2001, molti credenti, specialmente cristiani, si sono sentiti invogliati a riscoprire le proprie radici confessionali. E all’interno del cristianesimo, come già notato da Harvey Cox, i movimenti di rinnovamento carismatico e le comunità pentecostali hanno raggiunto cifre ragguardevoli e crescono con una velocità maggiore di quella di movimenti spesso citati per la loro capacità di attrarre nuovi seguaci, come i Mormoni o i Testimoni di Geova. Fenomeni complessi avvengono anche all’interno di altre grandi religioni, quali l’induismo, l’ebraismo e l’islam. Il cosiddetto ritorno del sacro è determinato in misura non minore né più trascurabile oltre le grandi religioni e le chiese storiche.

Nel suo approfondimento più recente Inglehart si concentra sulle connessioni fra religiosità e nazionalismi, sul benessere, sul senso di sicurezza e sulla fede, sulla tendenza alla de-confessionalizzazione, sull’incomunicabilità nei fatti fra istituzione e affiliati per tutto ciò che riguarda la morale sessuale (non è affatto una novità!) e le questioni di genere. E dalla lettura dei dati esclude tutto il mondo islamico, che sembra procedere per suo conto circa le variabili prescelte da lui come criterio. Per questo emerge, a suo dire, un mondo che sta diventando ateo e che continuerà a credere a macchia di leopardo.

Lo studio sociologico è molto importante e focalizza in particolare la religiosità connessa alle dinamiche sociali, fornisce strumenti efficaci per esaminare aspetti particolari, cogliere tendenze, raccogliere opinioni e posizioni. La sua capacità, però, non è tale da esaurire lo spettro totale del religioso, che spesso considera più che altro dall’esterno. Il più delle volte espressioni quali “meno religioso”, “minore” oppure “maggiore religiosità” si riferiscono a elementi quantificabili. Non tutto dell’esperienza religiosa, però, lo è.

Crisi

Postmoderno è un termine difficoltoso, che indica l’epoca in corso, anche se alcuni lo considerano già desueto e da sostituire. La postmodernità è stata considerata da subito come condizione di crisi. Emerge, infatti, dalle ceneri delle grandi ideologie e della loro disillusione, del dissolvimento dei blocchi e degli schieramenti, che hanno inciso sulla storia moderna e contemporanea. Sorgeva, mentre andavano tramontando la modalità in assoluto, le autorità e i riferimenti, nonché la tradizione com’era stata conosciuta fino a quel momento.

Il sacro postmoderno è risultato così cangiante, sfumato, adattabile, inaspettatamente diffuso e con molte altre caratteristiche. Ma si è tenuto ben lontano dal requiem già composto per la sua dipartita.

Negli ultimi mesi a questo processo epocale di trasformazione già in atto si è aggiunta la pandemia da covid-19, che ha influito e influirà sui processi mentali, sulle interazioni sociali e anche nella pratica religiosa. Siamo ancora immersi in questo clima per poterlo analizzare completamente, ma non tenerne conto equivale a porsi totalmente fuori fuoco e fuori contesto. Tra l’altro lo stesso Inglehart riconosce che la pandemia impatta sul senso generale di sicurezza, producendo, quindi, degli effetti indiretti sulla religiosità.

Coronaspection, considerazioni plurali

In questi mesi leader spirituali esponenti di religiosità diverse si sono lasciati interrogare dall’emergenza del periodo e hanno offerto una lettura teologica, rispondendo tutti alle stesse domande messe a punto dall’organizzazione interreligiosa e internazionale Elijah Interfaith Institute, che genera una rete di amicizia fra guide spirituali di diversa denominazione in tutto il mondo. La raccolta di tutte le loro riflessioni condivise è diventata l’opera intitolata Coronaspection, parola che combina insieme introspections e coronavirus, cioè introspezioni su o alla luce del coronavirus.

Rimarrà nella memoria come una testimonianza di quanto le religioni, specie nella persona delle guide religiose, hanno compiuto durante la pandemia. Rappresenta una forma e un esperimento di condivisione nella meditazione, nella preghiera, nel fare rete al di là delle differenze di religione e di denominazione. Attesta concretamente che la diversità si traduce volentieri in un valore aggiunto anche nell’esperienza di fede. Non innesca necessariamente il meccanismo acerbo della competizione, ma può aiutare a scoprire l’ampiezza e la vastità della condivisione, specialmente in una situazione così critica come quella attuale, in cui le diversità sono azzerate, in quanto la malattia o la sua semplice possibilità non fanno alcuna distinzione fra le persone.

In particolare tutte le religioni hanno risentito della chiusura dei luoghi di culto e del blocco delle normali attività di animazione. Tutto è stato ristretto nelle case e nelle distanze, talvolta nell’isolamento. Considerato che la pratica di fede è, per la gran parte, una forma di integrazione sociale, in questo periodo è messa a dura prova. E le guide spirituali svolgono una funzione più che mai delicata in questo passaggio epocale. Perciò questo libro, nato in una prima fase come interviste caricate su YouTube, è di particolare interesse.

Sentinelle dello spirito del tempo

Confronto con il male e con la volontà di Dio, richiamo alla preghiera, prova, purificazione, opportunità, spazio alla creatività: molte sono le chiavi teologiche chiamate in causa. Come tutte le condizioni prive di precedenti anche questa si è affidata alla strenua ripetizione oppure all’intuito.

L’epidemia da coronavirus non è la prima nella storia. Molti spesso la associano alla spagnola oppure al colera. Per quanto attiene allo specifico incrocio con la religiosità, mostra delle qualità proprie, che non possono cercare alcun raffronto con le epoche delle epidemie sopracitate, che pure non sono troppo antiche, oppure con quelle ben più lontane delle ondate di peste.

E’ la prima forma di distanziamento sociale nel mondo globale e connesso. Stringendo ancora di più sul religioso, è la prima pandemia della postmodernità, è la prima a provocare la religiosità per scelta, gli adattamenti personali della tradizione. Soprattutto, però, è la prima ad avvenire in un’epoca, che, nei fatti, non è assolutamente di declino del sacro, bensì di una sua inaspettata popolarità. E’ la prima dopo il crollo del muro di Berlino, la prima dopo l’11 settembre, la prima del tempo in cui i credenti non sono necessariamente destinatari passivi, perché importanti movimenti di sensibilizzazione li hanno riscoperti come soggetto.

In tal senso lo spazio non voluto, ma comunque concesso da questa pausa e da questo isolamento forzato possono produrre germogli di novità sul terreno del sacro. Per questo è tanto più importante che non soltanto le guide, ma gli esseri umani religiosi, seguano questi indizi, si pongano come sentinelle rispetto allo spirito del tempo per captare e agevolare i segnali dello Spirito. E come il virus sta riguardando l’intero pianeta, così questo fenomeno non si limiterà a una religione o a una confessione, ma le coinvolge e le coinvolgerà trasversalmente. Il dialogo può risultare una risorsa efficace.

Gli studi si portano dietro delle categorie, dei metodi, che possono sempre rivelarsi utili. Nelle epoche di trasformazione, però, sono insufficienti, se non si aprono al cambio di passo specialmente di un animale così ibrido e multiforme quale è il religioso.

La religiosità della postmodernità è come se si divertisse a giocare a nascondino. Si potrebbe mai affermare che non c’è qualcuno che si nasconde? Chiunque può scovarlo. Tutte le dinamiche connesse con il confinamento per la tutela sanitaria hanno offerto molti ambienti in più in cui nascondersi. Naturalmente a giocare sono soprattutto i germogli freschi, non vuol dire che le istituzioni, la storia, le dottrine cessino di esistere o di essere importanti! Significa che sotto i nostri occhi qualcosa di nuovo sta nascendo. Possiamo ascoltarne il battito, osservarne la morfologia, monitorarne l’andamento.

Quella dei nostri tempi non è affatto la cronaca di una rinuncia a Dio, di un abbandono. Anzi, viste le volte che la profezia di sventura è stata costretta a ricredersi, sarebbe forse ora di metterla da parte. Un certo modo di vivere il sacro sta subendo delle mutazioni importanti, proprio mentre noi ci sentiamo più stanchi e affaticati dall’incertezza. Se questi due elementi riuscissero a entrare in comunicazione, si potrebbe tornare in piedi e cavalcare proprio l’onda giusta.

Ada Prisco

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