web analytics

Crisi etiope: attori internazionali e ruolo dell’Italia

La situazione ad oggi

Ormai da alcuni giorni la crisi etiopica sembra apparentemente risolta con la conquista da parte dell’esercito federale etiope della capitale del Tigray Mekele. Sembra tuttavia che siano stati i dirigenti e membri del TPLF (Tigray People Liberation Fornt) ad aver abbandonato la città prima dell’arrivo dell’esercito federale, allo scopo di evitare un bagno di sangue, assai probabile dopo l’invito del Primo Ministro etiope Abyi alla popolazione di Mekele a “mettersi in salvo” in previsione del programmato bombardamento della città.

Purtroppo la presa di Mekele non conclude la guerra, ma la trasforma in guerriglia. Infatti i dirigenti tigrini, che si sono rifugiati sulle montagne con le loro famiglie, hanno avvisato che continueranno a combattere e che sono ben forniti di armi. La minaccia non è infondata: i tigrini, dopo aver conquistato il potere nel 1991, non hanno mai disarmato la loro regione d’origine, mantenendola sempre ben fornita di uomini e armi. Inoltre non mancano di esperienza, avendo combattuto il Derg per circa vent’anni. Le prospettive perciò non sono pacifiche, a meno che qualcosa non cambi.

L’ultima notizia, decisamente buona in tale contesto è che l’Etiopia ha aperto all’agenzia dell’ONU per i rifugiati, un corridoio umanitario per portare soccorso alla popolazione tigrina in difficoltà. Già prima della crisi ben seicentomila tigrini vivevano solo grazie agli aiuti umanitari, con la crisi sono diventati molti di più, per i quali, senza l’ONU, non ci sono speranze.

Quadro internazionale

Tuttavia il quadro internazionale del Corno d’Africa non invita a previsioni particolarmente positive. Per capire è necessario rendersi conto che l’ascesa al potere dell’attuale PM Abyi, di etnia oromo e legato all’élite amhara (la madre è amhara), ha nuovamente polarizzato il centro del potere al sud dell’Etiopia, dopo i quasi trent’anni di governo tigrino. Ciò ha reso possibile l’accordo di pace fra Etiopia ed Eritrea per cui Abyi ha ottenuto il Nobel. Il conflitto fra Etiopia ed Eritrea sul confine del Tigray infatti ha perso ragion d’essere nel momento in cui Abyi ha accettato lo status quo e rinunciato alla striscia di terra oggetto di conflitto e che sarebbe stata annessa al Tigray. La decisione ha immediatamente creato ostilità con i tigrini. La scelta di Abyi è stata dettata dalla volontà di aprire una via commerciale e uno sbocco al mare all’Etiopia, verso i porti dell’Eritrea, uno sbocco che era stato perduto con l’indipendenza dell’Eritrea e la necessità per l’Etiopia di rivolgersi a Djibouti, pagando salate commissioni.

Dall’altro lato, l’Eritrea, pur parlando la stessa lingua del Tigray, è per la regione confinante un nemico implacabile, che probabilmente Abyi sta usando in funzione di distruggere il nemico interno. Da quando infatti i tigrini si sono rifiutati, unici fra tutte le etnie, di essere integrati nel Partito della prosperità fondato dal PM, sono diventati nemici pericolosi per il potere e il progetto politico unitario di Abyi. Il fatto che nessuno conosca il contenuto dell’accordo di pace fra Etiopia ed Eritrea, che il parlamento federale non lo abbia né visionato né tanto meno approvato, che il ministro federale degli esteri sia stato bypassato, fa pensare non ad un trattato internazionale di pace, ma ad un accordo basato su relazioni personali (Abiy e Isaias, Presidente dell’Eritrea sono amici personali), fa pensare piuttosto ad una strategia del PM etiope, preordinata e organizzata per demolire i tigrini.

Nell’agone internazionale però giocano le loro carte altri attori.

Cominciamo dall’Eritrea e dal suo ruolo nella crisi. Mesfin Hagos (membro fondatore dell’EPLF – Eritrean People Liberation Front), ex ministro della difesa eritreo e massimo esperto di cose militari, in una intervista a African Arguments, ha rivelato l’effettiva estensione del coinvolgimento eritreo nella crisi. Ha spiegato che il 30 novembre scorso, quando Abyi ha riferito al Parlamento federale sulla guerra in Tigray, non ha detto che un largo numero di unità militari di élite etiopiche sono lentamente e segretamente entrate in Eritrea come parte di un patto di sicurezza fra Abyi e il residente Isaias Afwerki. Tali unità, con base segreta in Gherghera, alla periferia di Asmara, costituivano il “martello” per dare il colpo di grazia al TPLF. Tuttavia i dirigentMesfin Hagos i del TPLF hanno subodorato la strategia ed hanno agito secondo il principio della difesa anticipata, forzando così la mano ad Abyi ed Isaias nell’esplosione del conflitto.

Questo spiega il lancio di un missile contro Asmara da parte dei Tigrini all’inizio delle ostilità, e per cui il TPLF fu accusato proprio dal PM etiope di voler coinvolgere l’Eritrea. In realtà l’Eritrea come si vede era già ampiamente coinvolta. Mesfin Hagos afferma inoltre che due divisioni meccanizzate e ben 4 divisioni di fanteria eritree sono state inviate a metà strada fra Adigrat e Mekele a raggiungere 5 divisioni dell’esercito federale etiope.

Adesso risulta anche molto chiaro il motivo per cui le comunicazioni del Tigray sono state interrotte e la regione totalmente isolata: non si doveva sapere del coinvolgimento eritreo nel tentativo di distruggere il TPLF. Tutto ciò inoltre conferma l’ipotesi che il PM Abyi abbia fin dall’inizio programmato la distruzione del TPLF.

Vediamo adesso gli Emirati Arabi Uniti, che nel porto di Assab, in Eritrea, producono droni che hanno lanciato sui ribelli in Yemen, ma che da ultimo sono stati utilizzati anche contro il Tigray. Il motivo è che gli EAU sono interessati al controllo del Mar Rosso e conseguentemente del canale di Suez, per cui sono inclini ad aiutare gli amici eritrei. La loro utilità in campo militare sono proprio i droni, l’unica reale differenza fra l’armamento dell’Etiopia e il TPLF, che ne è privo. Per il momento una differenza forse non determinante: anche con l’uso dei droni non sarà facile individuare i rifugi dei guerriglieri tigrini sulle montagne.

Altri attori giocano però la loro partita. Ad esempio l’Egitto, potenza militare di un certo peso , gravemente danneggiato dalla costruzione della Renaissance Dam (GERD), l’enorme diga sul Nilo blu costruita dal governo etiopico, che ha iniziato a riempirla senza che fosse stato raggiunto un accordo con gli altri paesi interessati, l’Egitto appunto, il Sud Sudan e il Sudan. L’Egitto, se la diga sarà riempita senza che sia stata regolamentata con un trattato la regimazione delle acque, rischia di perdere circa un terzo della sua agricoltura, una perdita che nessun paese potrebbe sopportare. Le trattative sono state interrotte da Abyi, l’Egitto potrebbe perciò essere un alleato del TPLF. Va poi detto che la diga è stata finanziata dalla Cina per 4,5 miliardi di dollari, su un costo complessivo di circa 5,5 miliardi. La Cina ha rilevanti interessi economici nell’area, soprattutto in Etiopia. Gli USA, pur cercando di smarcarsi dall’area (la politica di Trump è stata anche quella di Obama e, per quanto se ne sa, sarà anche quella di Biden), agiscono in funzione anti cinese e premono sul nostro governo perché continui le attività di polizia contro i pirati somali dell’area, servizio che serve anche agli EAU e all’Arabia Saudita, ma che per noi è un grosso rischio, senza contropartite serie. Altri attori sono la Francia, per forza di cose come ex colonizzatori di Djibouti, e la Gran Bretagna, che hanno svolto 10 anni di protettorato sull’Etiopia. Hanno tutti interessi che riguardano il Mar Rosso, il Canale di Suez e l’Oceano Indiano.

Il Sud Sudan e il Sudan sono un po’ meno colpiti dal problema della diga, ma il Sud Sudan, uno dei paesi più poveri, è pesantemente coinvolto nel problema dei profughi. Il suo ruolo tuttavia potrebbe essere di mediazione, e perciò molto positivo, dati i profondi legami da lunga data con i dirigenti di mekele, Adigrat e Addis Ababa. Inoltre, secondo i più classici e antichi schemi politici, alcune figure chiave del Sud Sudan sono all’interno di eminenti famiglie etiopi per matrimonio, come ad esempio la figlia dello stesso Presidente del Sud Sudan.

C’è poi la Turchia, coinvolta in qualche misura perché nemica dell’Egitto. La Turchia infatti supporta i Fratelli Mussulmani, che sono stati dichiarati fuori legge dall’attuale giunta che governa l’Egitto, in un’ottica di islamizzazione della regione. Inoltre l’Egitto è stato il primo paese arabo ad avere relazioni diplomatiche con Israele e ciò non ha certo rallegrato la Turchia. In tale contesto la Turchia si è dichiarata pronta a fornire all’Etiopia missili per difendere la GERD.

Infine la Somalia, altro paese fondamentale del Corno d’Africa. Stato non stato, la Somalia è un territorio che nessuno può dire di controllare, ma che una forza di pace dell’Unione Africana, della quale fa parte anche l’Etiopia, cerca di tenere insieme nell’Interesse del governo unitario di Mogadiscio in esilio. Tuttavia per i fini della guerra contro il TPLF l’Etiopia ha dapprima richiamato gli ufficiali tigrini per incarcerarli (e forse sono andati incontro a torture e morte), poi ha ritirato i suoi contingenti per mandarli contro il Tigray. L’indebolimento della forza di pace pare favorire le forze centrifughi, andando verso una ulteriore disgregazione e parcellizzazione del Paese.

Lo stato della politica nazionale etiope

La giornalista etiope Tesdale Lemma, editor dell’Addis Standard, in una intervista ad un periodico tedesco, ha dato un affresco della situazione della politica interna etiope, che spiega bene la reale situazione del Paese. Abyi si è presentato al popolo come un riformatore che ha sollevato molti entusiasmi e molte speranze, che purtroppo sono andate presto in fumo.

L’apertura alle opposizioni si è rivelata un flop, dal momento che le leggi repressive precedenti non sono state abrogate, e non ne sono stata emanate di nuove più liberali. Non vi sono mai stati negoziati con le opposizioni. I prigionieri politici del governo tigrino sono stati liberati, ma il loro posto è stato preso da altri, ad esempio Jawar Mohammed, leader del partito oromo (la stessa etnia del presidente), che aveva manifestato maggior prudenza nei confronti del Tigray e che anche dalla prigione invita alla pacificazione senza vendette, perché il nazionalismo ferito dei tigrini non porterà alla pace.

Abyi ha inoltre trascurato la sicurezza del Paese: dopo che dal sud e dall’ovest dell’Etiopia erano state richiamate truppe da mandare in Tigray, sono stati segnalati in quelle zone crescenti movimenti di armati. Ciò significa che tali regioni sono senza difesa.

Abyi aveva detto di voler rispettare la federazione, ma le sue dichiarazioni, secondo Tesdale, sono mera retorica. Non c’è un solo stato federato, tranne il Tigray fin’ora, che non avesse un presidente da lui nominato anziché eletto. Il colpo definitivo alle speranze del popolo etiope Abyi lo ha dato con la creazione del Partito della Prosperità e il rinvio delle elezioni. In effetti il partito non ha avuto un momento fondativo, non c’è stato un congresso, nell’esecutivo siede un solo rappresentante degli stati regionali, quello della regione somala. La giornalista afferma che il partito del Presidente è solo uno strumento di potere e che il suo progetto unitario è fuori dalla realtà.

In effetti, un Paese come l’Etiopia, che da millenni è diviso in etnie che hanno giocato sempre un ruolo fondamentale nella sua politica, e che si è consolidato come stato federale su base etnica negli ultimi trent’anni, non può essere trasformato in stato unitario nazionale dall’alto, senza il consenso dei gruppi etnici che lo compongono e senza il rispetto delle loro specificità. Una politica che è l’esatto opposto di quella di Abyi.

Il ruolo dell’Italia

L’Italia ha colonizzato l’Eritrea e la Somalia, e ha occupato l’Etiopia. Come tutte le potenze coloniali ha perciò delle responsabilità ed ha contratto degli obblighi nei confronti dei Paese colonizzati, che è anche nell’interesse dei Paesi colonizzatori adempiere. Lo fa la Francia, lo fa la Gran Bretagna che ha creato il Commonwealth, lo fanno altri Paese europei. L’Italia lo ha fatto fino agli inizi degli anni ‘80 del Novecento, ricavandone prestigio, rispetto, attenzione e potere. Da allora però la nostra classe politica si è rivelata sempre meno capace di gestire le relazioni internazionali, sempre meno preparata e all’altezza del compito.

Nell’area del Corno d’Africa che qui interessa per esempio, siamo arrivati al punto che la sede diplomatica di Addis Abeba è considerata una sede di seconda classe. Eppure anche solo gli interessi economici in Etiopia dovrebbero tenere desta l’attenzione della nostra diplomazia. Nel momento in cui il governo tigrino si orientò verso la produzione idroelettrica per rifornire di elettricità il Paese, aziende italiane del settore hanno investito rilevanti capitali: ad esempio, varie dighe per la produzione idroelettrica sono state costruite dalla Salini Impregilo. C’è poi il settore tessile nel quale ugualmente hanno investito imprese italiane.

L’unico atto recente della diplomazia italiana di cui si ha notizia è un accordo di cooperazione militare sottoscritto il 10 aprile 2019 in occasione della visita in Corno d’Africa dell’allora ministra della Difesa Elisabetta Trenta (M5S) e del Capo di Stato Maggiore delle forze armate, generale Enzo Vecciarelli. Le camere lo hanno approvato con due parole di presentazione e nessun dibattito, a testimoniare la scarsissima importanza che viene data dal nostro Parlamento alla politica estera in Africa. Oggi un tale accordo può rivelarsi inoltre estremamente pericoloso, e potrebbe costringere l’Italia a fornire supporto logistico, tecnico e formativo per schiacciare i tigrini. L’esatto contrario di ciò che anche all’interno dell’Etiopia le forze più avvedute e prudenti auspicano.

Aggiungiamo poi che abbiamo anche del tutto abbandonato l’Eritrea, con la chiusura dell’ultimo collegamento culturale con quel Paese, la scuola italiana di Asmara che ogni anno formava 1.500 studenti in prevalenza eritrei alla conoscenza del nostro Paese.

Un maggior peso della diplomazia italiana in quell’area forse avrebbe potuto condurre ad un accordo di pace fra Etiopia ed Eritrea, prima e con altri protagonisti, ed evitare la tragedia che insanguina adesso il Tigray.

La politica, come la storia, non si fa con i se, ma sarebbe opportuno che adesso l’Italia cercasse di recuperare almeno un po’ di terreno. Certo con il livello culturale e politico dei nostri attuali governanti, non ci si può sperare molto.

Marta Torcini

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *