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Lo specchio della politica estera russa: la Parata della Vittoria

In questi turbolenti anni è più importante che mai poter decifrare la politica estera della Federazione Russa, talvolta messa da parte od osteggiata da un Occidente sempre più aggressivo nei suoi confronti, spesso senza reali motivazioni, se non quelle, sempre piuttosto deboli, di destabilizzare il panorama europeo con la generazione di notizie false, di appoggiare i movimenti indipendentisti o di avvelenare spie trasferitesi all’estero.

Avere la possibilità di comprendere la politica internazionale intrapresa da Vladimir Putin, soprattutto dal 2010 in poi, risulta di fondamentale importanza anche per poter monitorare quella che risulta essere una relazione sempre più stretta ad Oriente, quella fra Russia, India, Cina ed Iran. Queste quattro nazioni, da sole, totalizzano quasi la metà della popolazione mondiale. La strategia politica internazionale russa, di cui l’intervento nella Guerra in Siria nel settembre del 2015 ha rappresentato un sontuoso tornante, proprio nel momento di maggiore difficoltà per l’esercito siriano e le milizie di Hezbollah, si può comprendere attraverso diversi filtri: quello dei mezzi d’informazione ufficiali, per esempio; oppure obliquamente grazie allo stesso scacchiere siriano.

In quest’ultimo Putin e il suo entourage, ad oggi, si trovano nella difficile posizione di limitare, solo a parole e non ad alta voce, l’intervento turco nel nord della Siria atto a strappare territori di confine ai curdi e di salvaguardare allo stesso tempo gli interessi del regime di Bashar al-Assad. Esiste tuttavia un filtro privilegiato, ma spesso passato sottotraccia, per decifrare la politica estera russa: la Parata della Vittoria.

Parata della Vittoria del 2019, Mosca, Piazza Rossa

Nata nel 1945 per celebrare l’affermazione sulla Germania nazista, la cui prima esecuzione si svolse il 24 giugno del suddetto anno col generale Zukov in testa, la Parata della Vittoria si è lentamente trasformata in qualcos’altro, molto differente da una rievocazione. Dopo il 1945, per quanto concerne l’Unione Sovietica, la Parata della Vittoria fu riorganizzata nel 1965 da Breznev, volenteroso di mostrare la potenza militare sovietica, e poi nel 1985 e nel 1990, con Gorbaciov presidente. Al fine di non offuscare la sfilata del 7 novembre atta a celebrare la Rivoluzione, solo dal 1995 la Parata della Vittoria detiene una cadenza annuale. A rinverdire i fasti della manifestazione fu Yeltsin, voglioso di riavvicinare quella parte di popolazione a lui non favorevole, in seguito alla profonda crisi istituzionale del 1993 ma prima delle elezioni presidenziali del 1996. La decisione di Yeltsin, presentatosi alle elezioni del 26 giugno 1996 in qualità di indipendente, si rivelò per lui positiva perché vinse al ballottaggio, con un vantaggio di oltre dieci milioni di voti, sul candidato del Partito Comunista, Zyuganov. Alla parata del 1995 assistettero anche alcuni leader occidentali, fra cui il sempre intelligente in politica estera Bill Clinton e John Major, rispettivamente presidente degli USA e primo ministro del Regno Unito, a suggellare un’importante comunità d’intenti e in seguito una non celata felicità per il ritorno alle urne della popolazione russa e per la vittoria di Yeltsin.

Soprattutto con l’avvento di Vladimir Putin al potere, succeduto proprio al dimissionario Yeltsin il 31 dicembre 1999, essa ha perso il carattere commemorativo a favore di una foggia prevalentemente autocelebrativa e nazionalista. Il numero e l’identità dei leader stranieri invitati, la disposizione degli ospiti sul palco, il discorso pronunciato dal presidente dinanzi all’esercito, la progressiva diminuzione della presenza dei veterani di guerra, la cui ultima partecipazione attiva alla parata risale al 2005, la collocazione dei presenti davanti alla Tomba del Milite Ignoto situata nei Giardini di Alessandro, l’esposizione o meno di immagini di Stalin e molti altri dettagli funzionano tutti da specchio delle azioni intraprese dalla Russia a livello internazionale. Un ulteriore aspetto da evidenziare concerne le modalità in cui memoria storica e dinamiche geopolitiche si intrecciano inestricabilmente durante lo svolgimento della parata stessa: la correlazione è spesso così stretta che, talvolta, è di difficile comprensione capire dove si situa la memoria storica all’interno della dinamica geopolitica o viceversa.

Questo discorso è applicabile soprattutto alla sfilata del 2010, perché esibisce ancora alcuni elementi propri di quella di cinque anni prima, che esibiva una foggia maggiormente rievocativa mista alla volontà della ricezione di una legittimazione internazionale, ma ne anticipa altri appartenenti alla parata del 2015, più votata all’esposizione della mera potenza militare e molto meno alla celebrazione della vittoria sul nazismo. In questa relazione sono state quindi prese in esame le parate del 2005, 2010 e 2015, rispettivamente in occasione della ricorrenza dei sessanta, sessantacinque e settant’anni dalla vittoria su Hitler. Attraverso queste sfilate, si può decifrare anche la politica estera intrapresa da Putin fra il 2005 e il 2015, fra la lotta comune al terrorismo e l’invasione della Crimea; fra una comunità d’intenti e una generale armonia e l’esibizione di un nazionalismo non celato. Sono state prese in esame solo le quattro parate svolte per le ricorrenze più importanti perché propongono più spunti di riflessione rispetto alle sfilate “non-anniversarie”.

In questa analisi entrano di diritto a farne parte anche le relazioni bilaterali fra la Cina e, in una visione più ampia, l’Unione economica eurasiatica, fondata il 1° gennaio 2015 da Russia, Armenia, Bielorussia e Kazakistan. Solo in un secondo momento si è aggiunto il Kirghizistan e, in futuro, dovrebbero entrare a farne parte anche la Serbia e l’Iran. Questa progressiva influenza della Russia nei confronti di alcune delle ex repubbliche sovietiche mostra senza dubbio una certa volontà espansionistica di Putin, come ha testimoniato l’annessione della Crimea nel 2014, e crea qualche preoccupazione di troppo a diversi eurocrati e a molti cittadini delle repubbliche baltiche, facenti parte dell’Unione Europea e della NATO, dalle quali reclamano sempre più assistenza militare e integrazione. Molti dei grattacapi per i governi delle repubbliche baltiche provengono anche dalle stesse comunità russe presenti sul loro territorio le quali, ogni anno, scendono per le strade in occasione della ricorrenza del 9 maggio. Dopotutto, anche la firma del Trattato di creazione dell’unione statale di Russia e Bielorussia, l’8 dicembre 1999, non è stata altro che un avanzamento nella direzione suddetta, quella di un progressivo controllo russo nei confronti delle ex repubbliche sovietiche. Tutto ciò fermo restando i numerosi stalli che l’unione fra Russia e Bielorussia ha accusato, la mancata unione politica e commerciale nella sua totalità e i disguidi avvenuti in passato fra Lukashenko e Putin, a testimoniare il fatto che la Bielorussia non è una provincia della Federazione Russa. La maggiore disputa fra Russia e Bielorussia fu certamente quella energetica risalente al gennaio del 2007, quando Gazprom minacciò di interrompere le forniture di gas dopo il rifiuto di Lukashenko circa un aumento del suo prezzo.

Introduzione alla composizione delle parate

Ogni Parata della Vittoria, a prescindere dall’anno di esecuzione o dalla particolare ricorrenza, procede attraverso tre fasi fondamentali individuabili con facilità, sebbene si possano riscontrare alcune piccole modifiche fra una sfilata e l’altra.

Introduzione alla parata: quando l’orologio della torre Spasskaja rintocca le 10:00 del mattino, inizia il passaggio della Bandiera della Vittoria che, spesso, è accompagnata da quella della Federazione Russa; dopodiché il Ministro della Difesa e il comandante del distretto militare di Mosca, nonché generale dell’esercito, si incontrato a metà della Piazza Rossa in piedi su due ZIL 41044 o 410441; il primo ispeziona in seguito le truppe per poi raggiungere Putin o Medvedev sul palco principale e concedergli la parola. Terminato il discorso del presidente, la banda militare suona l’Inno Nazionale Russo associato a ventuno colpi di cannone.

Svolgimento della parata: effettuazione della sfilata vera e propria col passaggio dei veterani di guerra (2005), dei reparti dell’esercito, dei mezzi corazzati e infine degli aeroplani.

Conclusione: Il presidente russo e gli ospiti si dirigono alla Tomba del Milite Ignoto per deporre una corona di fiori e viene eseguito l’Inno per una seconda volta, dopodiché tutti i presenti si dedicano alle foto di rito dopo la breve parata della Guarnigione del Cremlino.

Parata della Vittoria del 2005: armonia e comunità d’intenti

Prima di intraprendere l’analisi della sfilata e di addentrare lo sguardo nella politica estera russa, risulta doveroso compiere un piccolo passo indietro rispetto al 9 maggio 2005 e leggere attentamente il discorso che Putin rivolse alla Duma il 25 aprile dello stesso anno: dopo aver definito una “vera tragedia” il collasso dell’Unione Sovietica, che lasciò milioni di russi al di fuori della Federazione Russa, il presidente ricordò la vittoria sul nazismo in vista della Parata della Vittoria con le seguenti, possenti parole: “Molto presto, il 9 maggio, noi celebreremo il sessantesimo anniversario della Vittoria. Questo giorno può essere semplicemente chiamato il giorno del trionfo della civilizzazione sul fascismo. La nostra comune vittoria ci consente di difendere i principi della libertà, indipendenza ed egualità fra tutte le persone e le nazioni. A noi è chiaro che questa vittoria non fu raggiunta solo attraverso le armi ma anche grazie al forte spirito di tutte le persone che si unirono sotto una singola bandiera. La loro unità è emersa vittoriosa a discapito dell’inumanità, del genocidio e le ambizioni di una nazione di imporsi sulle altre. Ma le terribili lezioni del passato definiscono anche gli imperativi del presente. E la Russia, legata alle precedenti repubbliche sovietiche, ora indipendenti, attraverso una storia comune, la lingua russa e una grande cultura che tutti noi condividiamo, non può assistere inerme al comune desiderio di libertà.” “La nostra nazione sta per celebrare l’anniversario della nostra grande vittoria, una vittoria raggiunta col terribile costo di sacrifici e di persone uccise. I soldati della Grande Guerra Patriottica sono semplicemente chiamati i soldati della libertà. Loro hanno salvato il mondo da un’ideologia di odio e tirannia. Loro hanno difeso la sovranità e l’indipendenza della nostra nazione. Noi li ricorderemo per sempre”. L’obiettivo di Vladimir Putin è chiaro: sfruttare la Parata della Vittoria e la propria retorica sull’affermazione contro i nazisti in qualità di collante fra i vari strati della popolazione, non solo russa ma anche delle ex repubbliche sovietiche. Dopo tutto si tratta di un Vladimir Putin più forte che mai, date la vittoria alle elezioni parlamentari del 2003 di Russia Unita e il grande successo agguantato alle elezioni presidenziali dell’anno seguente. Forte del 71,9% delle preferenze, Putin, presentatosi come indipendente, surclassò il candidato del Partito Comunista, Nikolay Kharitonov, fermatosi ad un modestissimo 13,8%.

La Parata della Vittoria del 2005 è quella che, rispetto alle due sfilate successive, presenta maggiori riferimenti al passato comunista: una delle primissime inquadrature, non a caso, è dedicata ai cinque generali che hanno servito nell’Armata Rossa durante la Grande Guerra Patriottica e ovunque vi sono stilemi, bandiere, gagliardi e riferimenti al sessantesimo anniversario dal conseguimento della Vittoria. I colori predominanti sono chiaramente il nero e l’arancione, simboli della resistenza all’avanzata nazi-fascista del 1941. La guarnigione d’onore di Mosca, rigorosamente al passo dell’oca e scoccate le 10:00, sfoggiano la Bandiera della Vittoria ma non quella della Federazione Russa, stavolta assente. Dopo l’ispezione delle truppe ad opera del Ministro della Difesa, il presidente Putin pronuncia il proprio discorso, di cui si riportano i passaggi più significativi: “Sessant’anni sono passati ma ogni 9 maggio la memoria della guerra si appella alla nostra ragione, legandoci a una grande responsabilità e destandoci su quanto il mondo sia stato vicino all’abisso” “Il loro piano (dei nazisti, ndr) è fallito. Per prima cosa, l’Armata Rossa ha fermato l’avanzata nazista alle porte di Mosca. In seguito, nel corso dei tre anni seguenti, non solo abbiamo bloccato il nemico ma siamo stati in grado di costringerlo a ritirarsi nella sua tana. Le battaglie di Mosca e Stalingrado, il coraggio dell’assediata Leningrado e le vittorie ottenute a Kursk e sul fiume Dnepr hanno deciso l’esito della Seconda Guerra Mondiale” “Ricorderemo sempre i nostri alleati, gli Stati Uniti d’America, la Gran Bretagna, la Francia e le altre nazioni che hanno combattuto i nazisti, gli antifascisti italiani e tedeschi. Oggi noi tributiamo il coraggio di tutti gli europei che hanno resistito al nazismo. Ma sappiamo anche che l’Unione Sovietica ha perso decine di milioni dei suoi cittadini durante quegli anni di guerra” “Tutte le repubbliche dell’Unione Sovietica hanno accusato perdite irreparabili. Il dolore è entrato in ogni casa, in ogni famiglia. Il 9 maggio è perciò una data sacra per tutte le nazioni della Comunità degli Stati Indipendenti” “Le lezioni della guerra ci lanciano l’avvertimento che l’indifferenza, il temporeggiamento e la complicità portano inevitabilmente a terribili tragedie su scala planetaria. Oggi affrontiamo la minaccia reale del terrorismo e dobbiamo, perciò, rimanere fedeli alla memoria dei nostri padri. Il nostro compito è difendere l’ordine mondiale basato sulla sicurezza e la giustizia e su una nuova cultura di relazioni fra le nazioni che permetterà il ripetersi di nessun’altra guerra, né “fredda” né “calda”. Da quando l’era del confronto globale è giunta al termine, abbiamo fatto importanti progressi verso la nobile aspirazione di assicurare pace e tranquillità in Europa. La nostra politica è basata sugli ideali di pace e democrazia e sul diritto di ogni nazione di scegliere il proprio percorso per migliorare. La nostra politica è basata sulla fiducia e sulla ricerca di un miglioramento del benessere di tutte le persone, incluse quelle che hanno attraversato una difficile esperienza durante l’ultima guerra (intesa come Seconda Guerra Mondiale, ndr) e sono state in grado di trovare una nuova via verso il dialogo internazionale e la cooperazione. La storica riconciliazione fra la Russia e la Germania è una lampante esempio di questa politica”.

Il discorso di Vladimir Putin pronunciato alla Parata della Vittoria del 2005 fu volutamente conciliante: pur inserendo al primo posto solo le immani sofferenze provate dall’Unione Sovietica, Putin non disdegna di ringraziare prima le altre potenze occidentali che hanno aiutato a sconfiggere il nazismo e poi le ex repubbliche sovietiche, confluite in parte nella Comunità degli Stati Indipendenti nella prima metà degli anni ’90. La connessione con l’Italia e la Germania è magistralmente eseguita con un riferimento ai partigiani italiani e tedeschi. L’ultimo elemento rilevante esplicato da Putin è stato il terrorismo, contro il quale ritiene auspicabile una collaborazione fra nazioni, come accaduto contro il nazismo, per poterlo combattere e sconfiggere. Sebbene fossero già passati quasi quattro anni, il ricordo dell’11 settembre era ancora vivissimo e Putin aveva espressamente dichiarato il suo pieno sostegno agli USA “alla guerra al terrorismo”. Dopotutto, la Russia era ancora impegnata nella cosiddetta Seconda Guerra Cecena, fra il 23 e il 26 ottobre 2002 si era verificato il sequestro di circa ottocentocinquanta civili ad opera di quaranta terroristi ceceni presso il teatro Dubrovka di Mosca, col risultato di centotrenta morti, e fra il 1° e il 3 settembre 2004 oltre trecento persone, fra cui molti bambini, perirono in un sequestro operato da trentadue terroristi ceceni in una scuola di Beslan, in Ossezia del Nord. La Federazione Russa e gli Stati Uniti d’America avevano un nemico comune, il terrorismo di matrice islamista, contro cui combattere. Putin, durante una visita ufficiale negli Stati Uniti effettuata nel novembre del 2001, si premunì nuovamente di sottolineare il proprio impegno contro il terrorismo e le relazioni fra Russia e USA toccarono un così buon livello che mai è stato più raggiunto fino ad oggi. Sempre durante quei tre giorni in cui Putin fu ospite degli USA, il presidente Bush si lasciò andare ad una dichiarazione molto importante presso la Crawford High School: “Quando frequentavo le scuole superiori, la Russia era un nemico. Adesso gli studenti possono sapere che la Russia ci è amica e che stiamo lavorando per rompere i vecchi dissidi, stabilire un nuovo spirito di cooperazione e potete credere che stiamo collaborando al fine di rendere il mondo più pacifico”. Anche Putin, nella stessa occasione, proferì parole positive nei confronti del suo omologo statunitense e, durante entrambi i discorsi pronunciati dai presidenti e le domande degli studenti, la parola “terrorismo” fu pronunciata cinque volte e la collaborazione fra USA e Russia a combatterlo fu più volte evidenziata. Quando si ha un nemico comune da fronteggiare, anche se colpisce le due nazioni con modalità differenti e fermo restando le differenti visioni sulla minaccia terroristica dei due presidenti, le relazioni non possono che migliorare e la Parata della Vittoria 2005 mostrò in modo lampante i buoni rapporti fra Bush e Putin. Tutto ciò nonostante il problema principale per gli USA corrisponda al nome di Al Qaeda e per la Russia di separatisti ceceni. Sempre con l’obiettivo di combattere anche il terrorismo, nel maggio del 2003 la Russia, l’Armenia, la Bielorussia, il Tagikistan e il Kazakistan formarono l’Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva, figlia diretta del Trattato di sicurezza collettiva del maggio 1992.

Il discorso di Putin si rivelò di nuovo alquanto conciliante, soprattutto nei confronti dell’Europa, a cominciare dal ringraziamento profuso all’indirizzo di Gran Bretagna e Francia per aver sconfitto il nazismo fino alla frase “da quando l’era del confronto globale è giunta al termine, abbiamo fatto importanti progressi verso la nobile aspirazione di assicurare pace e tranquillità in Europa”. Non a caso, Putin aveva fatto dei passi avanti circa l’avvicinamento della Russia all’Unione Europea fra il 2002 e il 2004, dalla proclamazione dinanzi alla Duma della fondamentale importanza rivestita dalla politica estera dell’UE nei confronti della Russia fino all’estensione del Partnership and Cooperation Agreement ai dieci nuovi membri dell’Unione Europea. La disposizione dei leader mondiali sul palco, ovviamente, è organizzata in modo meticoloso: Putin e Bush sono seduti accanto in prima fila mentre la moglie del primo risiede alla sinistra di Chirac. Sulla stessa fila sono presenti anche Schroeder e Jintao, rispettivamente cancelliere tedesco e presidente cinese. Berlusconi siede altresì nel palco di sinistra di fianco al primo ministro giapponese; Yeltsin, pur risedendo nel palco centrale, è in una posizione più defilata. Le stesse disposizioni sono state poi ripetute per la foto ufficiale, dopo il passaggio presso la Tomba del Milite Ignoto. In seguito alla sfilata di giovani soldati con indosso uniformi d’epoca e dei veterani con rose rosse in mano e a bordo do centoquaranta ZIS-5, in un contesto di vera rievocazione, delle Forze Armate Russe e dell’Aeronautica Militare Russa, Putin e gli ospiti si spostano verso la Tomba del Milite Ignoto. Sebbene sembri che i leader mondiali si dirigano verso i Giardini di Alessandro in modo dispersivo, così non è: Bush e Putin non si allontanano mai l’uno dall’altro mentre Nazarbayev, presidente kazaco, che sul palco non si trovava nei pressi dell’omologo russo, guadagna la destra di quest’ultimo e rimane in prima fila anche dinanzi alla Tomba del Milite Ignoto. Curiosamente, Putin e la moglie non si stringono le mani ascoltando l’Inno Russo mentre Bush e la consorte optano per questo gesto affettuoso. A differenza delle parate del 2010 e del 2015, quella del 2005 non prevedeva la partecipazione di truppe straniere.

Lista dei leader presenti alla Parata della Vittoria del 2005: George W. Bush – Presidente statunitense; John Prescott – Primo Ministro britannico; Anders Fogh Rasmussen – Primo Ministro danese; Hu Jintao – Presidente cinese; Manmohan Singh – Primo Ministro indiano; José Luis Rodriguez Zapatero – Primo Ministro spagnolo; Adrienne Clarkson – Governatore Generale canadese; Jan Peter Balkenende – Primo Ministro olandese; Silvio Berlusconi – Primo Ministro italiano; Kofi Annan – Segretario Generale dell’ONU; Roh Moo-hyun – Presidente sudcoreano; Wojciech Jaruzelski – ex presidente polacco; José Manuel Barroso – Presidente della Commissione Europea; Gerhard Schroeder – Cancelliere tedesco; Recep Tayyip Erdogan – Primo Ministro turco; Victor Yushchenko – Presidente ucraino; Jacques Chirac – Presidente francese; Nursultan Nazarbayev – Presidente kazaco; Emomali Rahmon – Presidente tagico; Arnold Rüütel – Presidente estone; Valdas Adamkus – Presidente lituano; Mikhail Saakashvili – Presidente georgiano; Saparmurat Niyazov – Presidente turkmeno; Junichiro Koizumi – Primo Ministro giapponese; Vaira Vīķe-Freiberga – Presidente Lettone.

Parata della Vittoria del 2010: un ibrido spartiacque

Osservando oggi ciò che è stata la Parata della Vittoria del 2015, quella del 2010 si è rivelata un importante spartiacque fra la suddetta sfilata e quella svoltasi nel 2005. Pur esibendo ancora numerosi dettagli della parata di cinque anni prima, quella analizzata in questo capitolo ne anticipa molti altri che hanno caratterizzato le parate seguenti. Prima di tutto i veterani non sono fatti sfilare ma è dedicato loro un palco apposito, su cui le telecamere 11 di stato però indugiano molto; ad essi è preferito il maxischermo installato a metà della Piazza Rossa che non disdegna di concentrarsi su Medvedev, eletto presidente col 70,28% delle preferenze nel 2008, e su Putin, divenuto primo ministro. La guarnigione d’onore di Mosca, sempre al passo dell’oca, porta in scena la Bandiera della Vittoria dietro a quella della Federazione Russa mentre nel 2005 ad essere esibita era solo la prima delle due. Allo stesso modo diminuiscono i richiami al periodo sovietico e aumentano quelli riferiti al tricolore. Il quarto d’ora dedicato cinque anni prima al passaggio dei veterani è adesso occupato dai militari, a cui corrisponde una maggiore presenza di armi. L’afflato rievocativo è affidato solo ad un breve passaggio dei carrarmati storici, ma nulla più, in seguito al passaggio delle truppe straniere, presenti in buon numero. I paesi rappresentati dai propri militari sono l’Armenia, la Bielorussia, il Kazakistan, il Kirghizistan, la Moldavia, l’Ungheria, l’Ucraina, il Regno Unito, gli Stati Uniti d’America, il Turkmenistan e, addirittura, la Polonia, poiché Putin aveva visitato Katyn appena un mese prima. È stata la prima volta in cui le truppe di quattro paesi aderenti alla NATO hanno sfilato nella Piazza Rossa. Gli ultimi venticinque minuti della parata sono dedicati al passaggio dei mezzi e dei carrarmati moderni, dei missili, degli aeromobili e delle frecce tricolori.

Se molto è cambiato per quanto concerne l’organizzazione della parata, al contrario il clima politico non differisce poi molto da quello del 2005, nonostante la Seconda guerra in Ossezia del Sud consumatasi nel 2008, come dimostra il discorso pronunciato da Medvedev, simile a quello di Putin di cinque anni prima: “Sessantacinque anni fa il nazismo è stato sconfitto. La macchina che stava annientando intere nazioni è stata fermata. La pace è tornata nella nostra nazione e nell’Europa intera. Un termine è stato fissato ad un’ideologia che stava distruggendo i fondamenti della civiltà. L’Unione Sovietica ha sostenuto l’impatto dell’attacco nazi-fascista sebbene abbiano concentrato ¾ delle loro truppe sul fronte orientale. Loro volevano bruciare la nostra terra, invece hanno trovato una resistenza impareggiabile in coraggio e forza” “La Seconda Guerra Mondiale ci ha trasformato in una nazione forte. Ogni giorno, ogni ora e ogni minuto le persone prendono delle decisioni, nel campo di battaglia come nella vita. E questo particolare sentimento, quello di essere personalmente responsabili del destino del paese, i nostri veterani lo hanno mantenuto durante tutto il corso delle loro vite” “La vittoria ottenuta nel 1945 non è stata solo militare ma anche morale. Una vittoria comune. Tutti i cittadini dell’Unione Sovietica hanno combattuto per ottenerla e i nostri alleati ci hanno aiutato ad avvicinarla. Ed oggi le truppe dalla Russia, dalla Comunità degli Stati Indipendenti e dai nostri alleati nella coalizione antihitleriana marceranno insieme trionfalmente. Marciare in una singola formazione come prova del nostro desiderio comune di difendere la pace e di non permettere mai ogni revisione sul risultato della Seconda Guerra Mondiale, al fine che nessuna tragedia accada mai più” “Le lezioni impartite dalla Seconda Guerra Mondiale ci chiamano alla solidarietà. Il mondo è ancora fragile e noi dovremmo ricordare che le guerre non iniziano all’improvviso. Il demoniaco accumula forza se noi gli voltiamo le spalle o lo ignoriamo. Solo insieme possiamo contrattaccare le minacce moderne. Solo se ci basiamo sui principi del buon vicinato possiamo risolvere le minacce di sicurezza globale, di modo che gli ideali della giustizia e della benevolenza possano trionfare nel mondo intero e la vita delle future generazioni possa essere libera e felice”.

Il discorso pronunciato da Medvedev si discosta quasi per niente da quello di cinque anni prima proferito da Putin, sebbene sia leggermente meno inclusivo, poiché non nomina esplicitamente la Francia, il Regno Unito e gli Stati Uniti d’America. Il clima politico mondiale è sì discreto ma non idilliaco: la Seconda guerra in Ossezia del Sud ha lasciato un segno profondo nella politica estera russa. Un attacco georgiano contro il suddetto territorio scatenò l’intervento russo a favore della piccola repubblica. La guerra si svolse fra il 7 e il 16 agosto 2008 e l’esito fu il riconoscimento russo dell’indipendenza dell’Abcasia e dell’Ossezia del Sud, criticato dai governi occidentali. Ma la suddetta guerra fu semplicemente l’apice di una tensione che aveva iniziato a salire già nel 2004, quando il filooccidentale Mikheil Saakašvili era stato eletto presidente della Georgia col 96,24% delle preferenze. Sempre con la stessa determinazione di non voler ospitare la NATO “nel proprio giardino di casa”, il governo russo si oppose fermamente, nel giugno del 2006, ad un’adesione della Georgia e dell’Ucraina in seno alla NATO. Alle rimostranze russe seguirono forti sanzioni economiche e politiche nei confronti del piccolo paese situato nel Caucaso. Oltre all’innalzamento del prezzo del gas, la Russia bloccò le importazioni di vini georgiani, millantando mancanze dal punto di vista sanitario. Le sanzioni furono estese anche alla Moldavia. Nell’aprile del 2008, pochi mesi prima dello scoppio della guerra, il governo russo impedì che Ucraina e Georgia potessero ricevere il cosiddetto Membership Action Plan proveniente dalla NATO. Questi furono i passaggi che portarono alla Seconda guerra dell’Ossezia del Sud, ufficialmente iniziata il 7 agosto 2008 coi bombardamenti operati dall’esercito georgiano a Tskhinvali e nei territori limitrofi. Il governo russo, che forse non aspettava altro che una giustificazione per intervenire, iniziò quindi a bersagliare diverse zone della Georgia e a penetrare in territorio georgiano, fino a conquistare la città di Gori e a bombardare l’aeroporto di Tbilisi. Le perdite maggiori si ebbero fra le fila dell’esercito georgiano, con centosettanta soldati caduti. Entrata ufficialmente in guerra per difendere i cittadini dell’Ossezia del Sud, la Russia ricevette condanne e critiche dalla maggior parte dei paesi facenti parte dell’Unione Europea, soprattutto da Francia e Regno Unito, oltre che dagli Stati Uniti d’America. La Seconda guerra in Ossezia del Sud può essere interpretata come un importante tornante nella politica estera russa, basata su due binari: se da un lato la Russia accoglieva positivamente un clima disteso con USA e Unione Europea, dall’altra parte non poteva ammettere che, nella propria area di influenza, alcune nazioni potessero entrare a far parte della NATO. Un terzo obiettivo perseguito dal governo russo era quello di difendere i propri cittadini o, comunque, coloro etnicamente russi, ovunque si trovassero: fonti russe affermarono che i bombardamenti dell’esercito georgiano su Tskhinvali causarono la morte di circa duecento persone, per la maggior parte cittadini russi. Sebbene il suddetto dato sia stato recepito in occidente con sospetto, la salvaguardia della vita dei propri cittadini è certamente fra le motivazioni dell’intervento. Nella regione la tensione rimase molto alta per tutto il 2008 e il 2009: ad accrescere ancor di più il livello di guardia furono delle esercitazioni militari compiute dalla NATO proprio in Georgia nel maggio del 2009, alle quali la Russia replicò conducendo manovre con l’esercito nel mese di luglio nel Caucaso.

Le relazioni diplomatiche fra Stati Uniti d’America e Federazione Russa ricevettero invece nuova linfa nell’aprile del 2010 con la firma del New START, letteralmente “nuovo inizio”. Dopo la Guerra in Ossezia del Sud, che aveva pressoché interrotto le relazioni fra i due paesi, il New START fu firmato l’8 aprile 2010 nella città di Praga. Il cosiddetto “nuovo inizio” fu precedentemente anticipato da un importante incontro fra Putin, allora primo ministro, e Obama nel luglio del 2009 in quel di Mosca: gli argomenti di discussione furono la creazione di un centro di scambio-dati su eventuali lanci di missili, in realtà mai imbastito sebbene anticipato sia da Clinton sia da Bush, di diminuire l’arsenale atomico, riprendere contatti militari ad alti livelli dopo l’interruzione a causa della guerra in Ossezia del Sud e l’apertura di un corridoio aereo dalla Russia verso l’Afghanistan per permettere agli USA di aviotrasportare più facilmente armi e soldati. Il New START fu quindi figlio diretto del summit tenutosi nel mese di luglio dell’anno prima e di una serie di otto incontri tenutisi a Ginevra fra le due parti nel 2009.

Chiaramente, Obama ebbe modo di confrontarsi più volte anche con Medvedev, col quale, almeno a livello personale, ha sempre avuto un’intesa maggiore rispetto a Putin. Fu fissato a 1550 il numero di bombe e testate nucleari, a 800 quello dei vettori nucleari fra bombardieri pesanti, sottomarini nucleari lanciamissili e missili balistici intercontinentali, con un limite massimo di 700 vettori contemporaneamente attivi. I termini del trattato furono fissati per entrambe le parti. Russia e USA trovarono anche un’intesa sull’Iran, dato che il governo di Mahmoud Ahmadinejad si rifiutò di esportare all’estero il combustibile nucleare esausto per poter continuare con i propri piani a scopi pacifici. Dato il rifiuto dell’Iran, il governo russo appoggiò la risoluzione dell’ONU contro l’Iran stesso. Si trattava della risoluzione numero 1929, a sfavore della quale votarono solo Turchia e Brasile; il Libano, invece, preferì astenersi. Inoltre, Putin e Medvedev permisero effettivamente agli USA di usufruire del corridoio aereo verso l’Afghanistan e l’aviazione russa collaborò alla distruzione di alcuni laboratori d’oppio. Un paio di anni dopo, pur definendo la NATO “un relitto della Guerra Fredda”, Putin mise a disposizione l’aeroporto di Ulyanovsk per permettere alla NATO stessa di accedere più facilmente all’Afghanistan. “È un nostro interesse nazionale mantenere la stabilità in Afghanistan. Noi vogliamo che la situazione rimanga sotto controllo e non vogliamo che le nostre truppe combattano sul confine fra Afghanistan e Tagikistan. Dobbiamo aiutare (la NATO, ndr) a stabilizzare il paese, altrimenti dovremo farlo da soli”, disse Putin a chi sosteneva che concedere l’uso di un aeroporto alla NATO sarebbe stato un errore. Oltre alla collaborazione attiva per la stabilizzazione dell’Afghanistan, la Russia cooperò con i paesi occidentali per limitare le incursioni dei pirati al largo delle coste somale. Questo miglioramento delle relazioni bilaterali fra Russia e USA da un lato, ma anche fra Russia e NATO più in generale dall’altro, permise al governo di Medvedev di entrare nella World Trade Organization (WTO) nel 2011.

Tuttavia, alcuni problemi permanevano fra Russia e USA, fra cui il grande timore del governo di Medvedev di rimanere isolati sulla scena internazionale e causa del progressivo avvicinamento della NATO al di fuori dei propri confini, date le numerose collaborazioni militari intraprese con le ex repubbliche sovietiche. Un secondo nodo di scontro riguardava la fornitura di gas, per la quale la Russia usava i propri gasdotti per rifornire l’Asia centrale. Gli USA, invece, tentarono di convincere i governi delle ex repubbliche sovietiche a costruire gasdotti alternativi a quelli russi, come quello contiguo al Mar Caspio chiamato Beineu-Bozoi-Skimkent e ancora in costruzione. Il progetto è stato intrapreso dai governi cinese e kazako. I due suddetti problemi furono al centro anche della Parata della Vittoria del 2015. Per quanto concerne il rapporto con i paesi dell’Unione Europea, dopo il minimo storico toccato con la guerra in Ossezia del Sud, Medvedev è riuscito nella non facile missione di riportare le relazioni al livello pre-2008 prima della fine della sua presidenza, il 7 maggio 2012. A dimostrazione di ciò il 5 giugno 2010, dopo un incontro avvenuto nel castello di Meseberg, Dmitry Medvedev ed Angela Merkel proposero la creazione del noto EU-Russia Political and Security Committee, un comitato in grado di occuparsi di politica estera e di temi sulla sicurezza.

Nonostante il discreto clima politico, la lista dei leader mondiali presenti alla Parata della Vittoria del 2010 mostra una decisa virata dell’atteggiamento verso Oriente. Il Regno Unito, dal canto suo, non inviò a presenziare nessun politico di spessore, gli USA quasi se ne disinteressarono e tentarono di proporre il vicepresidente John Biden, la cui presenza fu rifiutata da Putin stesso, e infine né Francia né Italia poterono essere rappresentate causa problemi interni. Motivo per cui l’unico leader di spicco europeo, oltre agli omologhi polacco e croato, fu Angela Merkel. Molto significativa si rivelò la presenza di Eduard Kokoity, presidente dell’Ossezia del Sud e appoggiato dal governo russo. Data la partecipazione di Kokoity e il recente conflitto in Georgia, alla Parata della Vittoria del 2010 non presenziò Mikheil Saakašvili, presidente georgiano, a differenza di quanto avvenuto nel 2005.

Lista dei leader presenti alla Parata della Vittoria del 2010: Angela Merkel – Cancelliere tedesco; Shimon Peres – Presidente israeliano; Nursultan Nazarbayev – Presidente kazaco; Valdis Zatlers – Presidente lituano; Toomas Hendrik Ilves – Presidente estone; Vaclav Klaus – Presidente ceco; Ivo Josipović – Presidente croato; Hu Jintao – Presidente cinese; Georgi Parvanov – Presidente bulgaro; Ilham Aliyev – Presidente azero; Serzh Sargsyan – Presidente armeno; Sergei Bagapsh – Presidente abcaso; Gjorge Ivanov – Presidente macedone; Tsakhiagiin Elbegdorj – Presidente mongolo; Bronisław Komorowski – Presidente polacco; Filip Vujanović – Presidente montenegrino; Nguyễn Minh Triết – Presidente vietnamita; Gurbanguly Berdimuhamedow – Presidente turkmeno; Emomalii Rahmon – Presidente tagico; Danilo Türk – Presidente sloveno; Eduard Kokoity – Presidente sudosseto; Ivan Gašparovič – Presidente slovacco; Boris Tadić – Presidente serbo.

Parata della Vittoria del 2015: il settantesimo anniversario si tinge di nazionalismo

La Parata della Vittoria del 2015 è quella con l’apparato rievocativo minore, il minimo indispensabile. La guarnigione d’onore di Mosca accede alla Piazza Rossa con la Bandiera della Vittoria innalzata dinanzi al tricolore russo, dopodiché il Ministro della Difesa passa in rassegna le truppe. Prima di accedere all’interno della Piazza Rossa, Sergej Kužugetovič Šojgu si fa il segno della croce e, immediatamente, le telecamere di stato indugiano su una raffigurazione di Cristo. Vi è quindi un deciso ritorno all’ortodossia, mancante nelle sfilate del 2005 e del 2010. Allo stesso tempo non sono state installate immagini di Stalin o Lenin. Gli ospiti stranieri non mancano assolutamente ma sono tutti provenienti da nazioni amiche e alla sfilata non partecipano truppe di nazioni occidentali, bensì quelle dell’Azerbaigian, Armenia, Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, India, Mongolia, Serbia e Cina. La lista dei leader stranieri presenti mostra un importante cambio di politica, già avviato nel 2010, da Occidente ad Oriente. Dopo le truppe straniere e quelle russe, sfilano i carrarmati storici e poi gli apparati moderni, compresi i missili balistici intercontinentali RS24, gli aeroplani, gli elicotteri e le frecce tricolori. Il palco principale, chiaramente, vede Putin in prima fila alla sinistra di Xi Jinping, presidente cinese; Medvedev, invece, è seduto accanto ad Atambayev, presidente kirghiso. Il discorso pronunciato da Putin, divenuto nuovamente presidente vincendo le elezioni del 2012 con il 63,6% delle preferenze, verte sull’impossibilità dell’occidente di fare a meno della Russia per fronteggiare le minacce globali: “Oggi, quando celebriamo questo anniversario sacro, ancora una volta apprezziamo l’enorme vittoria ottenuta sul nazismo. Siamo orgogliosi che i nostri padri e nonni abbiamo annientato questa forza oscura. La spericolata avventura di Hitler è diventata una dura lezione per la comunità mondiale” “Non è sorprendente che l’Armata Rossa, prendendo Berlino in un attacco devastante, abbia inferto il colpo finale alla Germania di Hitler. La nostra intera nazione multietnica è sorta al fine di combattere per la libertà della nostra Madrepatria” “La Grande Vittoria rimarrà per sempre un fiore all’occhiello della storia della nostra nazione. Ma siamo riconoscenti anche nei confronti dei nostri alleati nella coalizione anti-Hitler. Siamo grati ai cittadini della Gran Bretagna, della Francia e degli Stati Uniti d’America per il loro contributo al conseguimento della Vittoria. Siamo inoltre riconoscenti agli antifascisti di altre nazioni che hanno combattuto con tecniche di guerriglia e alla resistenza, inclusa nella Germania stessa” “Ricordiamo lo storico incontro di Elbe e la fiducia e l’unità che sono fuoriuscite da questa nostra comune alleanza; un esempio di unificazione delle persone, per il bene della pace e della stabilità. Sono precisamente questi valori che sono diventati il fondamento dell’ordine mondiale dopo la Seconda Guerra Mondiale. È nata l’ONU ed è emerso il moderno sistema di leggi internazionale. Queste istituzioni hanno comprovato la loro efficienza risolvendo problemi e conflitti. Tuttavia, negli ultimi decenni, i principi basilari della cooperazione internazionale sono stati progressivamente ignorati. Questi sono i principi che sono stati duramente conquistati dall’umanità a causa della guerra. Abbiamo notato tentativi di stabilire un mondo unipolare. Tutto ciò mina lo sviluppo globale sostenibile. La creazione di un sistema di eguale sicurezza per tutte le nazioni dovrebbe divenire il nostro obiettivo comune. Tale sistema dovrebbe essere adeguato alle minacce moderne e dovrebbe poggiare su basi regionali e mondiali non vincolanti. Solo dopo saremo in grado di assicurare la pace e la tranquillità nel mondo. Noi accogliamo oggi tutti i nostri invitati stranieri mentre esprimiamo una particolare gratitudine ai rappresentati di quelle nazioni che hanno combattuto il nazismo e il militarismo giapponese. Accanto ai soldati russi, le truppe di altre dieci nazioni marceranno attraverso la Piazza Rossa, fra cui quelle dell’Armenia, Azerbaigian, Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan e Tagikistan. I loro padri hanno combattuto spalla a spalla sia al fronte sia nella retroguardia. Fra i militari ospiti vi sono anche quelli provenienti dalla Cina che, esattamente come l’Unione Sovietica, ha visto perire milioni di persone in questa guerra. La Cina è stata anche il principale baluardo nel fronteggiare il militarismo in Asia. Anche i soldati indiani hanno combattuto coraggiosamente contro i nazisti. L’esercito serbo ha offerto una forte e costante resistenza ai fascismi. Lungo tutto il corso della guerra la nostra nazione ha ricevuto un forte supporto dalla Mongolia. Questa parata include i nipoti e i pronipoti di chi ha combattuto la guerra. Il Giorno della Vittoria è la nostra festa comune. La Grande Guerra Patriottica è stata infatti la guerra per il futuro dell’intera umanità”.

Quando Putin parla di “mondo unipolare” è chiaro il riferimento alla NATO e agli Stati Uniti d’America; oltretutto, nel 2005 e nel 2010 non era mai stato nominato il Giappone in qualità di alleato della Germania. Putin, invece, opta per questa soluzione e segnala la Cina proprio in funzione antigiapponese. L’India, al contrario, viene citata in contrapposizione al Regno Unito; oltre a ciò, vengono elencati anche Serbia e Mongolia, con la seconda che, sinceramente, non ha certo giocato un ruolo di primo piano nella Seconda Guerra Mondiale, se non per aver fornito all’Armata Rossa vestiti caldi, cavalli e un discreto numero di soldati. Oltre a ricordare l’impegno di Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti nel combattere la Germania nazista, il presidente Putin compie un richiamo ai valori comuni per affrontare le minacce odierne, fra cui il terrorismo internazionale. Egli fa inoltre trapelare che, senza l’aiuto della Russia, nessun obiettivo è raggiungibile. Come nel 2005, il collegamento alla Germania di Angela Merkel è ottenuto ricordando l’operato della Resistenza tedesca. A differenza del 2005 e del 2010, fu rispettato un minuto di silenzio in ricordo dei caduti poco prima della fine del discorso.

La situazione politica, al maggio del 2015, non è certo fra le più distese ed è molto differente da quella di cinque anni prima: in appena un lustro il panorama nordafricano e mediorientale è stato sconvolto dalle cosiddette Primavere Arabe, dalla crisi Ucraina e dalla Guerra in Siria, quest’ultima degenerazione di proteste di piazza iniziate nel 2011 e tuttora in corso. I movimenti insurrezionali scaturiti in Nord Africa e in Medio Oriente hanno avuto gli effetti peggiori proprio in Libia e in Siria, ormai divenute due scenari di guerra totale. L’unico paese ad aver ottenuto risultati positivi e tangibili è stata la Tunisia la quale, nonostante una perdurante instabilità, è riuscita a tenere le elezioni per l’Assemblea costituente già nell’ottobre del 2011, vinte dal partito islamista moderato Ennahda, e ha varato una nuova Costituzione nel febbraio del 2014. Gli altri paesi interessati da moti di piazza hanno ottenuto poco o niente, in primis Libia e Siria. Il paese nordafricano è stato destabilizzato da proteste, anche armate, sull’onda di quanto accaduto in Tunisia, in seguito ampiamente appoggiate dalla NATO e dalle potenze occidentali, in primis la Francia, che iniziarono un massiccio attacco alla Libia il 19 marzo 2011. Il motivo dell’intervento fu la violazione della risoluzione 1973 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, proposta da USA, Francia, Libano e Regno Unito e firmata il 17 marzo. La risoluzione autorizzava azioni militari al fine di proteggere la popolazione civile contro l’esercito di Muammar Gheddafi, impegnato a reprimere un’insurrezione armata tesa a rovesciare il suo regime. Oltre che dalle delegazioni dei quattro paesi suddetti, il documento fu appoggiato da Bosnia ed Erzegovina, Colombia, Gabon, Sudafrica, Portogallo e Nigeria. La delegazione russa, dal canto suo, preferì astenersi insieme a Brasile, India, Germania e Cina. Non è assolutamente un caso che quattro di queste cinque nazioni facciano parte dei BRICS.

Pur non imponendo il proprio veto all’approvazione della risoluzione, il governo russo è sempre stato contrario ad un intervento militare in Libia e, anzi, ciò cambiò non poco l’atteggiamento di Putin, più che di Medvedev, nei confronti degli USA. La decisione di astenersi fu un atto di apertura di Medvedev, prontamente criticato dal suo primo ministro, nei confronti dell’Occidente; la risoluzione 1973 fu poi effettivamente stravolta dall’azione di Francia e Gran Bretagna, come aveva previsto Putin stesso. Dato che la tregua fissata il 17 marzo non fu rispettata, il governo francese di Sarkozy optò per l’attacco militare appena due giorni dopo. Ucciso Gheddafi nell’ottobre 2011 e terminate le operazioni delle potenze occidentali, quest’ultime hanno compiuto un errore di ampia portata: hanno lasciato la Libia da sola. Nel conseguente vuoto di potere, il paese nordafricano è stato diviso in zone di potere e ogni milizia che ha combattuto Gheddafi pretende la propria porzione di potere. Se nelle zone desertiche al sud a spadroneggiare erano e sono le milizie dei tuareg e bande di criminali che si arricchiscono col commercio di migranti, a Tripoli il debole governo appoggiato dall’occidente di Saleh Issa prima e Sarraj oggi non riesce a mantenere minimamente il controllo del paese e a contrastare l’altro governo, non riconosciuto a livello internazionale, con sede a Tobruk. Quest’ultimo appoggia in modo incondizionato il generale Khalifa Haftar, uomo “forte” dell’esercito libico. In questo scenario non bisogna dimenticare l’ISIS e Ansar al-Sharia, oggi pressoché scomparse in Libia ma fino al 2016 presenti nelle città di Sirte e Bengasi. Pur non intromettendosi più di tanto nel panorama libico, la Federazione ha sempre maggiormente parteggiato per il governo di Tobruk e per Haftar piuttosto che per quello di Tripoli appoggiato dalla NATO e dall’occidente. A testimonianza di ciò Haftar approdò, nell’agosto del 2017, in quel di Mosca per intrattenere colloqui ad altissimi livelli. Fra quanto accaduto in Libia e la conquista della Crimea, la politica interna russa è interessata da un cambiamento: Putin vince le elezioni presidenziali del 2012 e torna a sedersi sulla poltrona del presidente; Medvedev, altresì, diviene nuovamente primo ministro. Anche se vicini fra di loro, Medvedev e Putin presentarono approcci differenti circa le relazioni fra la Russia e le potenze occidentali: se il primo era interessato alla ricezione di nuovi campi d’intesa con gli USA e l’UE e alla modernizzazione dell’economica interna, Putin tornò a percepire le pressioni occidentali sul sistema politico russo, intese come minaccia al proprio potere. Stati Uniti e Unione Europea non mancarono inoltre di accusare Putin di non rispettare i diritti umani. Oltre a ciò, la discreta intesa che Obama dimostrò di avere con Medvedev, come testimoniò la firma del New START, non fu mai replicata con Putin e ciò si accentuò con la crisi in Ucraina nel 2014, la quale portò all’annessione della Crimea alla Federazione Russa. Ceduta nel 1954 da Chruščëv all’allora RSS Ucraina, la penisola della Crimea, popolata per il 58% da russi, fu proclamata indipendente l’11 marzo 2014 in seguito a referendum popolare ed annessa alla Russia, col nome di Repubblica autonoma di Crimea, il giorno 18 dello stesso mese. Subito dopo aver strappato la penisola sul Mar Nero all’Ucraina, lo stesso presidente russo tenne una conferenza in cui pronunciò queste parole: “La Crimea sempre ha fatto parte e continuerà a far parte della Russia. Questa convinzione si basa sulla verità e sulla giustizia; sempre è stata chiara ed è stata trasmessa di generazione in generazione. Né il tempo né le circostanze possono nasconderlo. Anche gli avvenimenti drammatici che il nostro paese ha vissuto nel XX Secolo non sono riusciti a cambiare questi fatti. Appare chiaro che in Ucraina non c’è un potere legittimo con cui dialogare. Molte istituzioni dello stato sono state conquistate dagli impostori e, nonostante questo, non controllano il paese. Gli abitanti della Crimea e di Sebastopoli hanno chiesto alla Russia protezione dei loro diritti e delle loro vite, al fine di evitare quanto accaduto a Kiev, Donetsk, Karkiv e altre città ucraine. Chiaramente, non potevamo non ascoltare questa richiesta, non avremmo potuto abbandonare la Crimea alla sua sorte. Sarebbe stato un tradimento. Per quanto concerne l’Ucraina, i nostri alleati occidentali hanno oltrepassato il limite, hanno agito come dei primitivi, irresponsabilmente e in modo non professionale. Non dovete credere a chi vuole spaventare la Russia. Chi grida che alla Crimea seguiranno altre regioni? Non vogliamo la divisione dell’Ucraina, non ne abbiamo bisogno. Per quanto riguarda la Crimea, sempre è stata allo stesso tempo russa, ucraina e tartara. Rinvio al parlamento la petizione di inglobare nel territorio russo due nuovi membri: la Repubblica di Crimea e la città di Sebastopoli”. Il rimando, operato da Putin durante il pronunciamento del discorso, alla Seconda Guerra Mondiale è sottolineato anche dalla presenza, nella sala delle conferenze, di molte persone col noto gagliardetto nero-arancio, simbolo della resistenza all’avanzata nazifascista. Al termine del discorso, risulta significativo che tutti i presenti si siano alzati in piedi per applaudire, fra cui Medvedev, seduto in prima fila. Le decisioni e le parole di Putin erano anche indirizzate a guadagnare il supporto di alcuni governi conservatori d’Europa e differenti partiti del panorama europeo, sia di destra sia di sinistra, contrari all’assegnazione delle sanzioni, come la Lega Nord. Favorevoli alle azioni di Putin si dimostrarono i governi di Grecia, Serbia e Ucraina; non solo, anche alcuni movimenti politici austriaci, tedeschi, francesi e britannici supportarono il governo russo, come il Fronte Nazionale di Marine Le Pen. Oltre ad annettere la Crimea, la Russia ha appoggiato l’insurrezione armata di milizie etnicamente russe nelle regioni di Donestk e Luhansk. In seguito a questi accadimenti, le potenze occidentali hanno condannato più volte l’operato della Russia, le hanno imposto pesanti sanzioni economiche e rafforzato la presenza della NATO nell’Europa dell’est. Il pomo della discordia fu la difficile posizione in cui si trovava l’Ucraina, stretta fra la firma dell’Association Agreement con l’Unione Europea e l’adesione all’unione economica euroasiatica (UEE) a guida russa. Il cambio di governo in Ucraina e la conseguente fuga del presidente Viktor Yanukovich il 22 febbraio 2014 furono ritenute inaccettabili per Putin, il quale ritenne responsabili la NATO e l’UE. Il debole governo di Oleksandr Turchynov, durato poco più di un anno fra il 2014 e il 2015, ha anticipato il più saldo operato di Petro Poroshenko e l’effettiva entrata in funzione dell’Association Agreement, così tanto avversato da Putin, il 1° settembre 2017. Nonostante il Protocollo di Minsk firmato il 5 settembre 2014, che prevedeva un cessate il fuoco bilaterale immediato e l’allontanamento dal fronte delle armi pesanti (memorandum supplementare), e gli accordi del febbraio del 2015, nell’est dell’Ucraina si continua tuttora a combattere, nell’indifferenza pressoché generale dei mezzi di informazione occidentali.

Putin, in Ucraina dell’est e in Crimea, ha alzato moltissimo il livello di tensione e la posta in gioco per poter essere certo di assicurarsi l’elemento che maggiormente gli interessava, la fondamentale base navale di Sebastopoli che si affaccia sul Mar Nero e a cui la Russia non poteva e non può rinunciare. Il fatto che l’Ucraina, nell’ottica di Putin, potesse entrare nell’Unione Europea e nella NATO avrebbe certamente messo a rischio la permanenza della flotta russa in Crimea. Il governo russo ha sfruttato anche le differenze etniche dell’Ucraina: le regioni ad ovest sono principalmente abitate da ucrainofoni mentre quelle più ad est sono caratterizzate dalla forte presenza di persone russofone ed etnicamente russe. Basti pensare che a Kiev i russi etnici compongono appena il 13,1% della popolazione mentre a Sebastopoli il dato si eleva al 71,6%. Oltretutto, secondo la visione di Putin, un’Unione economica eurasiatica senza l’Ucraina sarebbe stata troppo russo-centrica e poco globale. Tuttavia, come consigliò Fyodor Lukyanov in Russia in Global Affairs, forse sarebbe stato meglio se il governo russo avesse guardato subito ad un’eventuale adesione della Cina e della Turchia nell’UEE. Per la Russia il 2014 è stato un anno importante anche per quanto concerne le relazioni bilaterali con l’Egitto: il colpo di stato militare perpetrato ai danni di Mohamed Morsi e verificatosi l’anno prima ha portato al comando del paese Adil Mansour prima e Abdel Fattah al-Sisi poi. Con quest’ultimo, Putin ha stretto importanti accordi per la vendita di armi e ha sempre avuto un’ottima intesa, anche sul terrorismo, perenne minaccia ampiamente presente nella penisola del Sinai e ancora non debellata dall’esercito egiziano.

Un ulteriore fronte di confronto fra la Russia e l’Occidente è stata ed è tuttora la situazione in Siria, ormai degenerata in una guerra civile con più interpreti dopo essere nata nell’orbita delle Primavere Arabe. Lo stesso Putin accusò i leader europei e statunitensi di diffondere instabilità nel Medio Oriente, compresa la Siria: “I nostri partner hanno già creato il caos in molti territori e adesso stanno continuando la stessa politica in altri paesi, inclusa la Siria”. Fedele alleato del regime di Bashar Al-Assad, Putin ha sempre negato che l’esercito governativo usufruisse di armi chimiche per colpire l’opposizione armata; per evitare qualsiasi tipo di accusa, le due parti giunsero ad un accordo per distruggere l’arsenale chimico siriano fra il settembre 2013 e il giugno 2014. Non fu tuttavia l’unico punto d’intesa fra le grandi potenze mondiali: nel febbraio del 2014 hanno avuto inizio i colloqui di pace in quel di Ginevra, fortemente voluti dall’inviato speciale dell’ONU e della Lega Araba per la Siria, Lakhdar Brahimi, succeduto al dimissionario Kofi Annan. Numerosi sono stati i colloqui succedutisi al febbraio del 2014, ma la guerra siriana sembra lungi dal terminare, causa anche la non volontà del governo siriano e dell’opposizione di scendere a compromessi. Quest’ultima, a sua volta molto parcellizzata, non ammette minimamente la possibilità che la Siria possa avere ancora un futuro nel segno della famiglia Assad. Un terzo punto su cui Russia e Stati Uniti d’America hanno trovato un’iniziale intesa è stato quello della lotta al terrorismo sul territorio siriano, con un particolare occhio di riguardo nei confronti dell’ISIS e di Jabhat al-Nusra, quest’ultima branca di Al-Qaeda e poi trasformatasi in Jabhat Fatah al-Sham. Dopo l’intervento in Siria, nel settembre del 2014, della coalizione capitanata dagli USA per combattere i gruppi terroristi islamisti come l’ISIS, nel maggio 2015 l’incontro fra il segretario di stato John Kerry e Vladimir Putin era teso proprio a cooperare contro il terrorismo, anche in Siria.

La Federazione Russa è poi effettivamente intervenuta nella Guerra civile siriana nel settembre 2015, pochi mesi dopo la Parata della Vittoria, ufficialmente per combattere l’ISIS e Jabhat al-Nusra e ufficiosamente sia per fronteggiare i cosiddetti “ribelli moderati” (Esercito siriano libero, ESL) sia per supportare l’esercito governativo ed Hezbollah, ritrovatisi in notevoli difficoltà proprio nel 2015. Se la Russia non fosse intervenuta a favore di Bashar al-Assad, probabilmente le milizie armate dell’opposizione, oggi, avrebbero già preso il potere. La situazione in Siria, nel settembre del 2015, mese in cui la Russia è intervenuta con attacchi aerei mirati, è molto complicata: l’unica porzione di territorio saldamente nelle mani del governo, nonostante alcuni attentati terroristici, è la costa che si affaccia sul Mediterraneo, con le città di Latakia e Tartous, quest’ultima sede di una base navale russa. Le milizie sciite di Hezbollah, fido alleato di Bashar al-Assad, di fede alawita, controllano il confine con il Libano, a cui non possono minimamente rinunciare. L’Esercito siriano libero controlla le città di Idlib, Aleppo, Quneitra e Deraa mentre buona parte del confine con la Turchia è monopolizzato dai curdi, invisi alla Turchia e formalmente sempre più indipendenti dal governo siriano. L’ISIS, dal canto suo, ha conquistato quelle zone, in buona parte desertiche, in cui ha trovato un vuoto di potere pressoché totale. Meno armato sia dell’ESL sia dell’esercito governativo, l’ISIS, che è di matrice sunnita e non sciita o alawita, diffonde una versione estremista dell’Islam che ha imposto con forza sulle popolazioni assoggettate. Egli è riuscito a diffondersi anche in Iraq, ma un governo più forte e presente di quello siriano e la coalizione USA lo hanno praticamente annientato. La Russia, in Iraq, ha preferito invece non intervenire. L’Afghanistan, invece, è rimasto come in passato un territorio d’intesa fra Putin e Obama: l’eventuale ritiro delle truppe statunitensi fu ritenuta negativa per l’instabilità del paese asiatico e la sicurezza della Russia stessa. Per questo motivo il governo di Mosca aiutò l’esercito afgano ad addestrare soldati e fornì ampi aiuti economici.

Per quanto concerne la guerra nello Yemen, almeno fino al maggio 2015, la Russia ha preferito mantenere una posizione neutra. Il suddetto conflitto è stato innescato nel gennaio dello stesso anno dalla rivolta condotta dalle milizie Houthi, di fede sciita, nei confronti del legittimo presidente Mansur Hadi, dimessosi dalla propria carica il 20 gennaio e poi rifugiatosi presso Riyadh, capitale dell’Arabia Saudita. Di conseguenza, Hadi ha ricevuto l’appoggio del governo saudita, il cui esercito è poi effettivamente intervenuto nello Yemen a capo di una coalizione il 26 marzo 2015, mentre i ribelli Houthi sono stati sostenuti dall’Iran con la fornitura di armi. Pur avendo mantenuto contatti sia con gli Houthi sia con l’Arabia Saudita, il governo russo e Putin hanno preferito assumere una posizione attendista fin da subito. È possibile che la Russia abbia optato di rimanere neutra perché alcuni dei suoi alleati più importanti nelle regioni mediorientale e africana sono indirettamente coinvolti nel conflitto, il quale può essere decifrato come un terreno di confronto fra l’Iran e l’Arabia Saudita, entrambe volenterose di esercitare un ruolo di predominio in quella zona. Oltre alla repubblica islamica, anche Hezbollah fornisce armi alle milizie Houthi; l’organizzazione libanese, non a caso, è grande alleata di Bashar al-Assad in Siria e i suoi membri sono di fede sciita. Schierarsi con l’Iran e gli Houthi significherebbe per la Russia porsi in contrasto con la coalizione capitanata dall’Arabia Saudita, della quale fanno però parte alleati importanti come l’Egitto, il Sudan, il Senegal e il Gibuti.

Dato che la Russia sarebbe un alleato rilevante per qualsiasi organizzazione o entità, nel novembre del 2014, quindi pochi mesi prima dello scoppio della guerra, anche i ribelli separatisti del sud hanno chiesto supporto a Putin e al suo entourage. Tuttavia, la richiesta è rimasta finora inascoltata e difficilmente riceverà mai una risposta positiva. Più che in ogni altra zona del mondo, in Medio Oriente la politica estera russa è stata capace di fornire soluzioni diverse a problemi diversi, attraverso modalità differenti.

Lista dei leader presenti alla Parata della Vittoria del 2015: Abdel Fattah al-Sisi – Presidente egiziano; Nicolas Maduro – Presidente venezuelano; Ilham Aliyev – Presidente azero; Xi Jinping – Presidente cinese; Raúl Castro – Presidente cubano; Trương Tấn Sang – Presidente vietnamita; Tsakhiagiin Elbegdorj – Presidente mongolo; Tomislav Nikolić – Presidente serbo; Serzh Sargsyan – Presidente armeno; Emomali Rahmon – Presidente tagico; Almazbek Atambayev – Presidente kirghiso; Jacob Zuma – Presidente sudafricano; Nursultan Nazarbayev – Presidente kazako; Mahmoud Abbas – Presidente palestinese; Pranab Mukherjee – Presidente indiano.

Parata della Vittoria del 2020: il Covid-19 cambia i piani

La pandemia da Covid-19, che ha paralizzato l’intero pianeta, ha avuto due effetti tangibili anche sulla Parata della Vittoria del 2020: il primo ha riguardato la posticipazione della sfilata, svoltasi il 24 giugno e non il 9 maggio come di consueto; il secondo aspetto ha interessato le personalità straniere che hanno assistito alla manifestazione. Tuttavia, un annullamento, in occasione del 75° anniversario della vittoria sul nazismo, era impensabile. Inizialmente, era prevista la partecipazione di primi ministri e presidenti occidentali di rilievo come Emmanuel Macron, Shinzo Abe, Alexander van der Bellen e Giuseppe Conte. Molti leader europei hanno però dato forfait e sono stati sostituiti da ambasciatori o ministri degli esteri o della difesa. Gli unici presidenti che hanno partecipato alla parata sono stati quelli delle repubbliche ex-sovietiche, di solito sul libro paga di Putin. Non a caso, sugli spalti, i presidenti di Bielorussia e Kazakistan, rispettivamente Lukashenko e Tokayev, erano quelli più vicini a Putin. Risulta da sottolineare anche la presenza dei presidenti delle repubbliche di Abcasia e Ossezia del Sud, territori georgiani fattivamente dipendenti da Mosca e non riconosciuti a livello internazionale come indipendenti. Anche le truppe straniere che hanno sfilato insieme a quelle russe provengono da paesi più o meno vicini a Mosca: oltre a Cina e India, hanno aderito anche Tagikistan, Turkmenistan, Serbia, Kazakistan, Kirghizistan, Moldavia, Mongolia, Uzbekistan, Bielorussia, Armenia ed Azerbaigian.

Il discorso pronunciato da Putin assomiglia quello del 2005, in occasione del 60° anniversario, e le poche connessioni con il panorama geopolitico attuale sono riscontrabili solo intorno alla fine dell’enunciato, quando Putin ha ringraziato i paesi amici che hanno inviato le proprie truppe a sfilare insieme ai soldati russi: “Siamo felici di accogliere i nostri amici, giunti a Mosca da vari paesi per rendere omaggio a chiunque voglia difendere la pace su questa terra”. “Nel contesto delle sfide odierne, siamo profondamente consapevoli di quali siano i più importanti valori: le speranze e i sogni delle persone, una vita tranquilla e creativa. Capiamo quanto sia importante migliorare la cooperazione e la fiducia fra le nazioni e siamo aperti sia al dialogo sia alla cooperazione sui problemi più pressanti a livello internazionale. Fra di essi c’è la creazione di un sistema di sicurezza comune ed affidabile; solo insieme possiamo proteggere il mondo da nuove minacce”.

Le nuove minacce di cui parla Putin sono rappresentate anche dal terrorismo internazionale, endemicamente presente in diversi territori dell’Africa, in cui la Russia, insieme alla Cina, è sempre più presente. In Nordafrica la porta d’accesso aperta dalla Russia per aumentare la propria influenza è stata, di recente, la Libia, in cui ha appoggiato senza remore il generale Haftar, emanazione del parlamento di Tobruk, ai danni del governo riconosciuto dall’ONU, protetto in primis dalla Turchia e capeggiato da al-Sarraj. La Russia, in questo gioco delle parti a favore di Haftar, è affiancata dalla Francia, dall’Egitto e dagli Emirati Arabi Uniti. La recente apertura dei negoziati, resisi necessari in una situazione di stallo sul terreno dal punto di vista militare, rappresenta una possibile via di uscita: allo stato attuale delle cose, le elezioni libiche sono fissate per dicembre 2021. Nell’Africa subsahariana, invece, la porta d’accesso per la Russia è la Repubblica Centrafricana, il cui governo riesce a controllare appena la capitale Bangui e il resto del paese è soggetto a gruppi armati, undici dei quali hanno firmato un accordo di pace lo scorso anno col governo di Faustin-Archange Touadéra. La Russia fornisce armi e addestramento di primordine all’esercito centrafricano, anche attraverso la compagnia Wagner, ma in cambio vuole concessioni minerarie per quanto riguarda l’estrazione dell’oro, dell’uranio e dei diamanti.

In Medioriente, invece, il paese che vede un coinvolgimento importante della Russia è, ovviamente, la Siria, il cui territorio è controllato per il 70% dall’esercito regolare grazie all’ausilio costante della Russia stessa. Nel Caucaso la diplomazia di Putin è appena uscita vincitrice dal conflitto scoppiato a fine settembre fra Azerbaigian e Armenia per il controllo del Nagorno-Karabakh: mentre la Turchia appoggiava con forza l’esercito azero con l’invio di mercenari siriani e di sofisticati droni telecomandati, la Russia ha mantenuto una certa equidistanza fra i due contendenti e, pur coabitando con l’Armenia nell’Organizzazione del Trattato sulla Sicurezza Collettiva, non si è mai schierata contro l’Azerbaigian. Con una mossa che ha reso inutile l’apporto del Gruppo di Minsk, del quale fanno parte, oltre alla Russia, anche Francia e Stati Uniti, il lesto Putin ha dapprima istituito un cessate il fuoco e poi, appena il primo ministro armeno, Nikol Pashinyan, ha gettato la spugna, ha firmato un memorandum d’intesa l’11 novembre per l’istituzione di un centro di controllo turco-russo al fine di monitorare il cessate il fuoco e di pattuglie unicamente russe sul territorio dell’Artsakh. Per dovere di cronaca, l’Azerbaigian ha riottenuto sette distretti prima appartenenti all’Artsakh e controllati dall’Armenia, oltre ad una città molto importante come Shusha.

Conclusione

L’analisi delle quattro Parate della Vittoria più importanti di sempre è servita da incentivo per un’indagine sulla politica estera russa. Quest’ultima, soprattutto negli ultimi anni, ha mostrato un preciso atteggiamento da parte dell’entourage di Vladimir Putin e Dmitry Medvedev: da una parte vi è una chiara volontà di integrarsi a pieno titolo nel panorama europeo e dall’altra c’è il costante timore di rimanere isolati sullo scacchiere internazionale, motivo per cui Putin si libra con agilità sui più importanti scenari mondiali senza mai compromettersi totalmente. L’isolamento ha quindi portato la Russia verso un sovietismo di ritorno e ad un nuovo, parziale assoggettamento di una parte delle ex repubbliche sovietiche, sfruttando la presenza di persone etnicamente russe nei paesi limitrofi, vedasi Ucraina (territori ad est e a sud, come Crimea, Kharkiv, Donetsk e Luhansk), Moldavia (Transinistria in particolare) e le Repubbliche Baltiche. Basti pensare che la popolazione di Lettonia, Lituania ed Estonia ammonta a circa 6,6 milioni di persone, di cui 1,1 milione russi. È come se un sesto della popolazione italiana fosse di un’altra nazionalità. Per questo motivo i governi delle Repubbliche Baltiche hanno chiesto a gran voce, in passato, maggiore protezione da parte della NATO e di poter entrare a pieno titolo nell’Unione Europea. La preoccupazione di rimanere isolati è stata accentuata dalle recenti sanzioni, dal 2014 ad oggi, imposte alla Russia da parte degli Stati Uniti e dell’Unione Europea: tuttavia, se i primi sono così potenti da poter tranquillamente fare a meno di importare od esportare prodotti nella Federazione Russa, per l’UE si tratta di uno sconcertante autogoal la cui portata danneggia anche l’economia dell’Italia in maniera massiccia. Solo nel novembre scorso il pericolo che la Russia possa abbandonare il Consiglio Europeo ha destato alcune timori in quel di Bruxelles e alcuni, fra cui Thorbjørn Jagland, segretario generale del Consiglio Europeo, ha paventato la possibilità di diminuire od annullare le sanzioni. L’Unione Europea dovrebbe adottare una politica più pragmatica con la Russia, priva di quegli isterismi inscenati all’indomani della conquista della Crimea. Perché una cosa è certa: il mondo non può prescindere dalla Federazione Russa che, si ricordi, è il paese più ampio del pianeta e tocca ben tre continenti. Esattamente come la politica estera russa, anche la Parata della Vittoria ha subito numerosi cambiamenti di ampia portata: da un sovietismo rievocativo (2005) con la forte presenza dei veterani e una limitata quantità di mezzi moderni, si è passati a una forma ibrida (2010) in cui la rievocazione ha lasciato spazio alla sfilata di carrarmati e aeromobili di ultima generazione; infine, la parata del 2015 non ha mantenuto vivo il ricordo della Grande Guerra Patriottica, pur se ampiamente menzionata nel discorso pronunciato da Putin, e ha esibito quasi esclusivamente apparati moderni e un nazionalismo di matrice russa. Per quanto riguarda l’ultima delle quattro parate, pur essendo stata procrastinata a causa della pandemia e con alcune defezioni importanti sul fronte delle presenze internazionale, un annullamento sarebbe stato impensabile in occasione del 75° anniversario della vittoria sul nazismo e la manifestazione è stata comunque celebrata in grande stile, con un Putin concentrato più sulla rievocazione della vittoria sovietica piuttosto che sull’analisi della contemporaneità.

Gabriele Sbrana

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