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Ecumenica Augsburg, fra memoria e attualità

La pace di Augusta

La città tedesca di Augsburg, il cui nome latinizzato è Augusta, ospita ogni anno uno storico festival della pace. L’associazione della città alla pace ricorda immediatamente lo storico trattato del 1555, che fu sottoscritto dall’imperatore Carlo V e dai principi protestanti della lega di Smalcalda e stabilì il diritto dei principi di scegliere il credo da professare e di estenderlo ai propri sudditi (cuius regio, eius religio), che, nel caso in cui non volessero accettarlo, potevano trasferirsi in un altro territorio. Il festival di Augsburg, però, ha registrato la sua prima edizione nel 1650, a memoria di un altro trattato, la pace di Westfalia, che pose fine alla guerra dei trent’anni.

La confessione augustana

Sempre la città di Augsburg aveva legato il proprio nome alla redazione degli articoli fondamentali della fede luterana nel 1530. Suo artefice era stato Philipp Schwarzerd (1497-1560), il cui nome italianizzato è Filippo Melantone. Aveva scelto, infatti, di grecizzare il suo cognome, il cui significato letterale è “terra nera”, seguendo l’usanza degli ambienti umanistici che frequentava su indicazione di Johann Reuchlin, lo zio materno che gli faceva da padre e che era molto noto come ebraista ed umanista. Siamo nati per confrontarci gli uni con gli altri, era il motto.

Melantone è uno dei padri della riforma protestante, a cui aderì dopo la disputa di Lipsia del 1519. Raffinato umanista, era stato apprezzato da Erasmo di Rotterdam, e, in occasione di una prolusione nel 1518 all’università di Wittenberg, dove insegnava ebraico e greco, fu notato da Martin Lutero che lo aveva invitato a studiare teologia. La sua vena di filologo e umanista s’intravede in ogni aspetto del suo operato e nella sua stessa forma mentale. Considerava lo studio dei classici fondamentali per accedere ad ogni altro ambito del sapere, compreso quello teologico. Il suo programma educativo si era imposto in diverse università, tracciando un solco nell’evoluzione sociale e politica dei relativi contesti. La retorica applicata alla dialettica doveva rispecchiare un impianto logico e soddisfare l’esigenza avvertita in modo pressante del metodo razionale. Tali argomenti, ben lungi dall’essere confinati in branche specialistiche del sapere, trovano una loro adeguata interpretazione nell’ambito dell’atmosfera culturale rinascimentale e sono, pertanto, applicabili ad ogni ambito della vita umana e ad ogni persona. Se, infatti, meritò il titolo di praeceptor Germaniae, fu grazie al fatto che concepì per primo l’idea di una scuola accessibile a tutti e organizzata dallo stato, in netto anticipo sui tempi. Spese la sua fine sensibilità pedagogica cercando di avvicinare i giovani al vangelo. Ogni studente universitario era affiancato da un tutor, con l’intenzione che si abituasse innanzitutto a dialogare. In questa concezione dell’istruzione, di respiro così ampio, la fede entrava a pieno titolo e lo studio della Bibbia era considerato all’apice della conoscenza. In tal modo le due anime vitali di Melantone, quella pedagogica e quella evangelica, confluirono: il valore tributato agli studi nella fase nascente della riforma protestante contribuì decisamente a tratteggiare l’ideale del ministro di culto e del laico maturato attraverso una formazione umanistica di base; incoraggiò una sistematizzazione del pensiero riformato; nella prima definizione dell’identità evangelica guidò nella scelta del registro dialettico con cui approcciare con la chiesa di Roma, mettendo in atto di fatto una strategia ecumenica.

La profondità teologica di Melantone emerse in concomitanza con gli eventi cruciali che hanno cristallizzato nella memoria storica la riforma protestante. Il 31 ottobre del 1517, data che ricorre da allora come “festa della riforma”, Lutero aveva affisso le 95 tesi contro la vendita delle indulgenze, subendone come conseguenza nel 1521 la scomunica papale, di poco successiva alla bolla Exsurge Domine, e la messa al bando dell’impero. Gli interventi punitivi, però, non erano riusciti a soffocare il suo zelo, tanto è vero che continuava a predicare e a pubblicare i suoi scritti, generando effetti che andavano probabilmente ben oltre le sue stesse aspettative. Si produssero divisioni territoriali e politiche fra i principi d‘ispirazione cattolica e quelli simpatizzanti della riforma, nello stesso periodo in cui l’impero era in guerra, all’esterno, contro la Francia e, all’interno, contro i contadini in rivolta. In una situazione così critica politicamente l’imperatore non poteva appoggiare apertamente nessun contendente, preferendo, al contrario lasciare la scelta ai singoli principi, con il primo editto di Spira del 1526, ritirato tre anni dopo, quando la guerra contro la Francia era ormai terminata, che provocò il disappunto dei principi evangelici detti perciò protestanti per la prima volta.

Accogliendo la loro richiesta, l’imperatore Carlo V indisse un’assemblea ad Augusta. I teologi di Wittenberg furono incaricati dal principe Federico di Sassonia di presentare la fede evangelica. Lutero non poteva presenziare di persona per via delle condanne che lo avevano raggiunto, ma, dalla fortezza di Coburgo ove si trovava, poté solo approvare con soddisfazione la bozza redatta da Filippo Melantone. Questo documento, consegnato all’imperatore in latino e in tedesco, divenne noto come Confessione Augustana1 e fu letto ufficialmente il 25 giugno del 1530.

Si compone di 28 articoli, che rappresentano allo stesso tempo una prima sistematica professione di fede evangelica e di un’iniziale articolazione della dialettica interconfessionale. I primi 21 espongono nuclei prescelti della teologia evangelica. Gli ultimi 7 si concentrano su discordanze con la chiesa universale. Prima di riflettere sul contenuto degli articoli di fede, non appare secondario rilevare come il soggetto del documento sia le chiese presso di noi, seguito a più riprese dal verbo insegnano. Non poteva trattarsi di una scelta casuale per un letterato fine come lui, che non conferisce mai al documento la stizza della contrapposizione. Infatti quando parla della Chiesa, utilizza il termine al singolare e lo accompagna all’aggettivo universale. Le chiese presso di noi individuano le comunità di fedeli, che si riconoscono nei principi enunciati nella confessione. La sequenza degli articoli rispecchia un ordine cronologico (Dio, la creazione, il Figlio di Dio, la giustificazione, il ministero della chiesa…). Significativamente anche i riferimenti di apertura sono storici: si dichiarano in accordo con le affermazioni del concilio di Nicea sulla natura delle tre Persone divine e sulla definizione del concetto di Persona, si ricollegano alla tradizione dei Padri della Chiesa; prendono, invece, le distanze dalle eresie, cioè da tutte le affermazioni contrarie a quelle nicene sulla natura di Dio, includendovi anche i maomettani, la cui riflessione sulla Trinità era evidentemente nota a Melantone. Il Figlio di Dio è professato vero Dio e vero uomo, crocifisso, morto e risorto, per santificare coloro che credono in lui avendo inviato nei loro cuori lo Spirito Santo. La sua seconda venuta è fatta coincidere con la fine del mondo, quando tutti risorgeranno per la condanna o per la vita eterna. L’unità nella Chiesa è attribuita all’accordo sull’insegnamento dell’evangelo e alla corretta amministrazione dei sacramenti. E’ contemplata, invece, libertà in fatto di riti e tradizioni, distinguendo in tal modo l’accessorietà di tali elementi rispetto all’importanza del nucleo della fede circoscritto al modo di concepire Dio, la trasmissione della fede attraverso la Parola, il battesimo necessario alla salvezza. E’ interessante come uno specifico punto del documento sia concesso alla vita nella società civile, in merito alla quale si raccomanda di praticare l’amore del prossimo all’interno dell’organizzazione politica ed economica dello stato, condannando, in polemica con gli anabattisti la fuga dal mondo. Anche in tal caso, però, si pone dialetticamente un limite: alla legge dello stato si deve preferire la legge di Dio, laddove le due si trovino in contrasto. La sua concezione antropologica, riprendendo il linguaggio paolino, tributa alle forze solamente umane la razionalità, ma non la capacità di operare secondo la giustizia divina, per la quale è indispensabile il dono dello Spirito. Spiega diffusamente la relazione fra fede e opere, richiamandosi alla Scrittura, ma non cedendo mai a una logica di contrapposizione. Sui nodi più critici, come l’ordine ecclesiastico non cita nemmeno il primato petrino, ma scrive solo che è abilitato a insegnare e ad amministrare i sacramenti chi sia stato chiamato secondo le norme. Un numero della confessione è dedicato al culto dei Santi, che viene riletto nella cornice della Bibbia, che non prescrive mai di invocarli né di riconoscerli quali mediatori. Considerarli come modello non contravviene, invece, alcun principio. La chiusa della prima parte riporta delle considerazioni di Melantone, estremamente conciliante nel presentarsi come voce interna, non discostante dalle Scritture, dalla chiesa cattolica, dagli scritti dei Padri, minimizzante (…alcuni pochi abusi…) il male contro cui si era levata la voce di Lutero. Gli abusi corretti sono esposti in una sezione a parte di sette articoli, anch’essa aperta da considerazioni di carattere generale, in cui si ribadisce la consonanza nella fede con la Chiesa universale e si manifesta il proposito di correggere quei pochi abusi contro coscienza di cui sopra. Appellandosi alla fonte biblica, Melantone rivendica il diritto anche per i laici di partecipare alla comunione eucaristica sotto le due specie. In un articolo successivo nega che la chiese protestanti abbiano abolito la Messa, anzi ne sottolinea la valenza salvifica grazie ai benefici ottenuti dal Cristo, comunica l’introduzione della lingua volgare per alcune parti, deplora le Messe profanate… a scopo di lucro. Incoraggia il ritorno alla chiesa antica, e giudica il matrimonio dei preti preferibile al celibato, spesso subito e non rispettato. Un discorso analogo è seguito per i voti monastici, invalidi se non vissuti con la testimonianza e nello spirito di una libera scelta. Anche riguardo alla confessione, l’Autore si limita a poche, ma importanti distinzioni, a loro volta fondate sul primato della grazia rispetto all’enumerazione dei singoli peccati.

L’interesse della carta è notevole, come anche lo spirito aperto con cui è redatta. Le questioni teologiche sono poste con chiarezza e coprono un ventaglio che va dal binomio libero arbitrio/grazia, alla qualità della partecipazione alla vita ecclesiale, alla sua organizzazione, ecc. Sono presentate, però, come impegno a corrispondere a un’istanza religiosa scaturita dalla coscienza, più che come un attacco volto a creare un’identità ecclesiale decisamente alternativa. In questa carta non trovano spazio delle posizioni estremistiche, che pure erano emerse nell’area effervescente. Il fatto stesso di aver confinato nel silenzio il ruolo del Papa costituiva la prova evidente del fatto che Melantone non avrebbe scartato a priori l’ipotesi di un accordo.

La carta ha svolto un ruolo centrale nella riflessione ecumenica, soprattutto nel dialogo fra cattolici e luterani. Negli anni fra il 1976 e il 1978 Joseph Ratzinger2 se ne occupò, pronunciandosi con varie sfumature, che andavano dal suggerire una forma di riconoscimento cattolico della carta come testimonianza di fede all’attendere maturazione reciproca e ulteriori approfondimenti.

Per quanto suggestiva, l’ipotesi di un riconoscimento della Confessione Augustana comporta l’analisi della relazione fra la stessa e il luteranesimo attuale e il tipo di valore che questo le accordi.

Al di là di questo scenario, la carta merita di essere conosciuta e valorizzata negli spunti fondamentali di apertura, che veicolano il sapore di un certo ecumenismo, che incoraggia a rileggere in una nuova luce anche l’epoca che la generò, in cui il conflitto trovò ampio spazio, ma al dialogo non mancò una nicchia.

Il premio

Come riferito dall’agenzia evangelica NEV il 17 agosto 2020, grazie alla loro volontà incondizionata di vivere insieme in pace, sono stati insigniti del premio Pace di Augusta 2020 Il vescovo della Chiesa evangelica luterana in Baviera e presidente del consiglio della chiesa evangelica in Germania, Heinrich Bedford-Strohm (1960), e il cardinale di Monaco Reinhard Marx (1953).  Il premio di 12.500 euro, assegnato l’otto agosto con cadenza triennale, è frutto della collaborazione fra l’amministrazione cittadina e la chiesa evangelica luterana in Baviera. Lo ricevono personalità che si sono distinte per aver favorito la comunicazione e l’incontro pacifico fra culture e religioni. La scelta caduta quest’anno non su di una singola persona, ma su due esponenti religiosi di confessione diversa rappresenta, da un lato, un richiamo voluto alla celebrazione congiunta del 2017 del cinquecentenario della riforma luterana, dall’altro un impulso al dialogo ecumenico.

Il vescovo luterano Bedford-Strohm nell’autunno 2019 è diventato anche cittadino onorario di Palermo. All’inizio del 2020 aveva riferito di minacce di morte ricevute per via del suo impegno a favore del salvataggio in mare dei migranti. Esperto in etica sociale, la sua voce interviene in modo costante e opportuno su questioni scottanti del mondo globale, dal clima, alla Brexit, dal suicidio assistito ai corridoi umanitari.

Reinhard Marx, cardinale cattolico, è arcivescovo metropolita di Monaco e Frisinga. Papa Francesco lo ha chiamato nel 2013 a far parte del consiglio dei cardinali, il cosiddetto C9, che lo consigliano e studiano un progetto di revisione della curia romana. E’ noto per le sue posizioni riformatrici, in grado di avvicinare la chiesa cattolica al sentire della gente.

Entrambi i vescovi hanno partecipato attivamente e in spirito ecumenico alle celebrazioni in occasione del cinquecentenario della riforma. Hanno co-presieduto una liturgia di riconciliazione intitolata Guarigione dei ricordi, testimonianza di Gesù Cristo. In quell’occasione, presso la chiesa di San Michele a Hildesheim in Germania, condivisa da cattolici e protestanti, nella navata centrale dei giovani eressero una barriera simbolica, che prendeva la forma di una croce. E i messaggi di entrambi i predicatori si ispirarono a questo gesto che ancora può far riflettere. L’assegnazione del premio di questa città, che si riunisce in festa ogni otto agosto, ha riconosciuto i due testimoni uniti, sostenuti e inviati dall’annuncio di speranza della croce di Cristo.

Specialmente in questo anno duro e incerto è bello immaginare questa città storica, Augsburg, allietata da una festa cittadina della pace, in cui le religioni svolgono un ruolo così profondamente vicino alla loro chiamata originaria. E’ interessante che il premio di quest’anno abbia scelto di essere dialogico, come se una voce sola non bastasse a dare fiato alla speranza indebolita. E se ognuno volesse unirvi il proprio, potrebbe pensare a un gesto di non chiusura all’altro, come dire di apertura, di ecumenismo, per diffondere quella festa di pace e assorbirne lo spirito, almeno un po’.

Ada Prisco

1 L’edizione critica è reperibile in Die Bekenntnisschriften der evangelisch-lutherischen Kirche, Gottingen 1930, pp. 31-137; vd. anche M. Bendiscioli, La Confessione Augustana del 1530, Como 1943 (testo latino) e La confessione augustana del 1530, a cura di G. Tourn, Torino 1980.

2 Cf. J. Ratzinger, Anmerkungen zur Frage einer ‘Anerkennung’ der Confessio Augustana durch die katholische Kirche, in “Münchener Theoligischer Zeitschrift”, 29(1978), pp. 225-237.

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