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La crisi in Etiopia fra storia, economia e politica (1)

Mentre la crisi in Etiopia sembra sempre più lontana da una soluzione pacifica e si aggrava la crisi umanitaria (le organizzazioni di volontariato chiedono un immediato cessate il fuoco per consentire il soccorso ai civili e l’ONU ha chiesto la creazione di corridoi umanitari per i profughi), le fonti internazionali consentono di approfondire almeno in parte le cause e i protagonisti della terribile vicenda. In primo luogo l’attore principale, il Primo Ministro Etiope Abiy Ahmed, di etnia Oromo (e di madre Amhara).

Abiy ha concluso un accordo di pace con l’Eritrea, grazie al quale ha ottenuto il Nobel per la pace, ed ha instaurato ottimi rapporti con il presidente eritreo Isaias Aferki, nonostante quest’ultimo abbia avuto per lungo tempo pessimi rapporti con l’Etiopia. Visti gli sviluppi, il premio Nobel è stato elargito un po’ affrettatamente, tanto è vero che la commissione per il premio, pur non prendendo alcuna posizione, ha rilasciato una dichiarazione di biasimo e preoccupazione per ciò che sta accadendo.

Di certo questa è la più grave crisi che Abiy abbia affrontato nel corso del suo mandato, e non promette nulla di buono per le elezioni, già rinviate e all’origine dello scontro, che si dovrebbero tenere il prossimo anno, dal momento che sono già stati arrestati anche personalità di spicco delle opposizioni. Inoltre il Primo Ministro ha accusato i Tigrini dell’uccisione con asce e pugnali di un centinaio di civili non Tigrini nella città di May-Kadra, strage riportata da Amnesty International. Ma il TPLF (Tigray People Liberation Front) nega fermamente la responsabilità di un tale crimine, e afferma che si vuol così giustificare la guerra. Le affermazioni del TPLF sono sostenute anche da persone non direttamente coinvolte, come ad esempio Ezekiel Gebissa, di etnia oromo (la stessa di Abiy) professore associato di Storia alla Kettering University del Michigan e sostenitore dei diritti regionali, il quale afferma che il Primo Ministro ha preparato l’attacco, spostando per settimane prima dello scontro molte divisioni dell’esercito verso il Tigray.

Abiy è un fervente cristiano pentecostale e crede nella teologia della prosperità, il cui principio fondamentale è che la benevolenza divina si manifesta nel successo sociale ed economico. E’ perciò molto probabile che Abiy, visto il suo successo personale, si senta in qualche modo favorito da Dio. Questo spiegherebbe perché alcuni osservatori hanno affermato che il Primo Ministro parla come se fosse divinamente ispirato. Basando il proprio potere sulla élite politica Amhara, ha promosso con forza e molta determinazione la trasformazione dello stato etiopico da stato federale su base etnica a stato nazionale unitario.

Ma l’operazione non è del tutto positiva, in primo luogo per motivi storici. L’Etiopia è stata unificata dall’Imperatore Tewodros nella prima metà del XIX secolo, partendo dal nord dell’Etiopia, cioè da Axum e dal Tigray, attraverso numerose campagne militari. Fino ad allora l’Etiopia era stato un paese governato dai Ras (signori locali) fra i quali veniva scelto o si imponeva l’imperatore, soprattutto per meriti militari. Era perciò uno stato già con una struttura parcellizzata, che rifletteva le divisioni etniche. La forma federale era quindi la conseguenza logica di una lunga storia. In un tale contesto non è possibile intervenire né in fretta né con la forza: se stato unitario deve essere, si deve arrivarci attraverso mediazioni e considerazione per la fortissima identità etnica, anche individuale, e rispetto per le specifiche esigenze dei territori etnicamente governati. Inoltre, anche se lo stato federale etnico potrebbe non essere ritenuta la miglior forma di Stato, i diversi gruppi etnici in Etiopia, ben armati e politicamente consapevoli, hanno fatto chiaramente capire che l’operazione di unificazione non avrebbe potuto essere realizzata senza il loro consenso.

Non pare che Abiy abbia tenuto conto di nessuno di tali aspetti del problema. Infatti ha fondato un suo partito, non per caso chiamato il Partito della Prosperità, a cui ha chiesto di aderire in forma di coalizione, a tutti i partiti tradizionali, costituiti su base etnica. Tutti hanno accettato tranne i Tigrini (e da qui l’inizio dello scontro), ma successivamente non sono mancate le critiche. Abiy è stato accusato di aver voluto concentrare nelle sue mani troppo potere in violazione della costituzione federale che devolve ai governi etnici regionali molti poteri. E’ stato anche accusato di avere una visione dello stato nazionale unitario assolutamente non democratica: la sua visione sarebbe infatti esclusivamente una assimilazione e un appiattimento delle identità etniche.

Le conseguenze non si sono fatte attendere. Abiy deve infatti fronteggiare violenze e richieste di separazione fra i gruppi etnici, compresa la regione Oromo, e molti leader dell’opposizione sono stati arrestati, incluso il leader Oromo Jawar Mohammed.

Inoltre Abiy ha iniziato la sua attività di Primo Ministro con una agenda liberale, liberando prigionieri politici e richiamando chi era fuggito in esilio. Ma successivamente si è smentito e ha iniziato delle vere e proprie purghe nei confronti dei Tigrini, escludendoli dal governo e dai servizi di sicurezza, nonostante non si debba dimenticare che lo stesso Abiy non viene dal nulla, ma è stato egli stesso parte del vecchio regime.

In questo modo il Primo Ministro sta rapidamente distruggendo tutte le speranze suscitate dal cambiamento di regime, dopo quasi trent’anni di stato di polizia e di pugno di ferro, repressione e violenza.

Il conflitto interno che sta insanguinando l’Etiopia è il risultato negativo più grave degli errori commessi da Abiy, che peraltro sembra determinato a proseguire per la sua strada. Alle proposte di mediazione che gli sono arrivate da molti paesi africani ha risposto che non si siederà al tavolo delle trattative con i tigrini finché non avrà riportato l’ordine, ma gli osservatori internazionali ritengono che l’obiettivo sia irrealistico e le speranze di una rapida e chiara vittoria mal riposte (secondo la CIA circa 140.000 effettivi costituiscono la Ethiopian National Defence Force a disposizione del Governo federale, di cui 135 – 137.000 soldati e circa 3000 personale dell’aeronautica. Ma secondo l’International Crisis Group, i Tigrini possono contare su una forza militare di 250.000 soldati, molto ben addestrati). Il più probabile risultato pare essere una situazione di stallo che, nel caso di vittorie militari governative, si trasformerebbe in una guerriglia continua dei tigrini, nella quale il TPLF è molto esperto, avendola portata avanti per circa venti anni contro il Derg.

Un conflitto prolungato inoltre avrebbe anche gravi implicazioni politiche ed economiche. Porterebbe infatti ad una radicalizzazione e ad un conflitto con le altre etnie, un allargamento del conflitto all’estero (le cui avvisaglie si sono viste con i missili su Asmara), e la distruzione di ciò che nell’economia è stato fatto nei trent’anni di governo dei tigrini.

Infatti il governo di Meles (precedente Primo Ministro e capo del TPLF), nonostante la mancanza di democrazia e l’impronta fortemente autoritaria, si era guadagnato numerosi riconoscimenti proprio per i successi economici.
Il Financial Times riporta l’opinione del professore di economia alla Harward University Dani Rodrik, secondo cui il tentativo di Meles di trasformare una povera economia contadina in una economia da classi medio basse ha avuto un enorme successo: «Se qualcuno avesse detto al Fondo Monetario Internazionale, o alla Banca Mondiale che il modello di crescita etiope avrebbe incrementato gli investimenti pubblici da un numero a una cifra piuttosto bassa fino al 20% del prodotto interno lordo e avrebbe ottenuto una crescita annua del 10%, avrebbero risposto che quel qualcuno era totalmente pazzo. Invece è proprio ciò che è successo, per ben due decenni». Tutto questo viene ora cancellato dal conflitto.

Entrambi i protagonisti, il governo regionale del Tigray e il Primo Ministro Abiy, sono da biasimare sotto molti profili, per aver causato la crisi. La preoccupazione più grande per il futuro è la destabilizzazione di un paese che per lungo tempo è stato considerato il più stabile, e perciò un sicuro riferimento, nel Corno D’Africa e il conseguente abbandono della strada verso la democrazia.

Segue…

Marta Torcini

Un pensiero su “La crisi in Etiopia fra storia, economia e politica (1)

  • 23 Novembre 2020 in 23:38
    Permalink

    Purtroppo temo che molte vite umane si spegneranno nel silenzio, e tutto questo caos potrebbe risolversi con un nulla di fatto

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