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Etiopia: l’escalation della guerra civile destabilizza il Corno d’Africa

L’Etiopia è attualmente in gravissima crisi, e rappresenta una fonte di preoccupazione a livello internazionale. Ciò nonostante non vi sono notizie ufficiali di interventi di mediazione per fermare l’escalation della guerra. Ciò non significa che interventi non vi siano, ma non si sa che effetti possano avere. Il Ministro degli esteri italiano Luigi di Maio ha fatto sapere di seguire la vicenda con grande attenzione: la comunità italiana prevalentemente concentrata ad Addis Abeba non corre per il momento pericoli, ma di certo risentono della crisi le imprese italiane che hanno contratti e attività in Etiopia.

Per consentire ai nostri lettori di capire meglio la situazione, abbiamo pensato si riepilogare le origini della crisi con l’aggiornamento degli ultimi avvenimenti. Cercheremo anche di seguire l’evoluzione della vicenda da vicino.

Etiopia Stato federale

Fra quelli in perenne conflittualità interna ed esterna l’Etiopia, il secondo paese più popoloso dell’Africa, stato federale su base etnica, è uno dei più importanti e difficili. La sua storia coinvolge religione e politica, colonialismo e aspirazione alla libertà, dittature e ricerca della democrazia. Dopo l’ultimo imperatore, Hailé Selassie, che non ha certo favorito né democrazia né libertà, dopo due tentativi falliti di colonizzazione italiana, il primo alla fine dell’Ottocento, il secondo negli anni del fascismo, la fine dell’impero etiopico ha portato al potere un gruppo politico legato all’ex Unione Sovietica, il regime del Derg che, pur alleviando le sofferenze del popolo, ha imposto una dittatura che è stata eliminata solo nel 1991, dopo ben 18 anni di guerra civile. Il risultato però è stato ancora una volta una democrazia menomata e più apparente che reale, dal momento che il Tigray People Liberation Front (TPLF), forza trainante della lotta contro il Derg e il suo leader Mengistu, ha imposto il dominio di una etnia, la Tigrina, che rappresenta solo il 6% dei 100 milioni di abitanti del Paese, sopra tutte le altre. La conseguenza è stata una lotta politica, e non di rado anche armata, che ha visto le ottanta etnie etiopiche schierate contro i tigrini, e che ha comportato una perenne situazione di incertezza. Tutto questo non ha certo aiutato lo sviluppo democratico del Paese.

L’unico settore dove si registrava una certa stabilità era rappresentato dai rapporti fra i cristiani ortodossi copti e la componente islamica della società, che hanno coabitato per secoli in un sostanziale stato di pace, anche grazie ad una politica particolarmente accorta condotta da tutti gli attori principali. Girando per il Paese non è raro infatti trovare chiese cristiane e moschee a poca distanza le une dalle altre.

Nei rapporti internazionali poi l’Etiopia si è tenuta in un relativo buon equilibrio fra Russia, Stati Uniti e Cina. La Cina in particolare è attualmente il più grosso investitore economico in Etiopia, e il maggior beneficiario di appalti per le grandi opere pubbliche che l’Etiopia sta progressivamente realizzando.

Sembrava perciò che ci si fosse avviati sulla giusta strada, con la fine della supremazia dell’etnia tigrina, e l’ascesa al potere nel 2018 di Abiy Ahmed come primo ministro, il primo di etnia Oromo, una delle più numerose, che è riuscito a portare il Paese ad un accordo di pace con l’Eritrea, mettendo fine ad un conflitto armato ultradecennale, e cerca di tenere unite le oltre 80 etnie che compongono la federazione etiopica. L’obiettivo di Abiy pareva essere quello di creare uno Stato nazionale unitario, al posto di uno Stato federale su base etnica. A tal fine ha fondato il Partito della Prosperità, che nelle sue intenzioni avrebbe dovuto sostituire i numerosi partiti a base etnica del Paese. Tuttavia i Tigrini non hanno aderito all’iniziativa, e ciò rappresentava sicuramente una elemento di contrasto.

Le cause del conflitto

Un nuovo elemento di conflittualità interna è stato determinato dalla decisione di rinviare le elezioni regionali e nazionali, che avrebbero dovuto tenersi in agosto, alla scadenza del mandato del Primo Ministro, che è stato così prorogato. La giustificazione del rinvio, la pandemia del coronavirus che ha mietuto numerose vittime fra la popolazione – in particolare fra i bambini (una organizzazione umanitaria italiana ha parlato di “strage degli innocenti”) nel Paese privo di un sistema sanitario minimamente in grado di fronteggiare l’emergenza – non ha placato gli animi, soprattutto in Tigray, desideroso di recuperare il potere perduto, un desiderio che le vendette politiche e l’emarginazione a cui i tigrini sono stati costretti negli ultimi anni non hanno certo contribuito a sedare.

Alla fine di agosto 2020, la regione del Tigray, nell’area settentrionale dell’Etiopia, ha infatti tenuto le elezioni regionali, sfidando il governo federale. I funzionari del Tigray, responsabili dei sondaggi per il parlamento regionale da 190 seggi, hanno avvertito che qualsiasi intervento del governo federale si sarebbe tradotto in una “dichiarazione di guerra”, un avvertimento che non ha rasserenato politicamente il paese.

Le elezioni sono state vinte, com’era prevedibile, dal TPLF, ma la camera alta del parlamento etiope, che media le controversie costituzionali, ha stabilito che le urne per i parlamenti regionali sono incostituzionali, con ciò legittimando un intervento del Governo Federale, escluso da Abiy in un primo momento. Le elezioni tenutesi in Tigray in aperto scontro con il governo centrale sono state alla fine, come si temeva, l’occasione per lo scontro militare.

L’attacco del governo centrale

Prendendo a motivazione un asserito attacco dei militari tigrini a strutture militari governative in Tigray, il Primo Ministro ha ordinato la mobilitazione con attacchi di forze di terra, ma anche vari attacchi aerei, a obiettivi militari controllati dalle forze tigrine. Vi sono stati subito centinaia di feriti e almeno un centinaio di morti. Il Primo Ministro Abiy ha affermato che le incursioni dei militari federali sono concentrate sulla capitale Mekele e che si punta solo a distruggere basi militari e artiglieria pesante, per ripristinare l’ordine costituzionale e la legge. Egli accusa i dirigenti tigrini di usare la popolazione civile come scudi umani.

Dopo aver accusato il Primo Ministro di marginalizzare il TPLF (Tigray People Liberation Front) il partito che ha dominato l’Etiopia negli ultimi trenta anni, e aver promosso le elezioni di settembre in risposta al rinvio deciso dal governo federale, i capi del TPLF hanno anche, nei mesi scorsi, accusato la nemica Eritrea di interferire negli affari interni dell’Etiopia per danneggiarli.

I rapporti fra TPLF ed Eritrea non sono sempre stati cattivi. Infatti il TPLF e il partito del presidente eritreo Isaias Aferki, l’EPLF (Eritrean People Liberation Front) furono alleati nella guerra civile contro il Derg, conclusasi nel 1991, a seguito della quale l’Eritrea ottenne l’indipendenza. Ma nel 1988 Eritrea ed Etiopia iniziarono una complicata disputa che portò la guerra lungo il confine fra i due paesi, proprio sul territorio del Tigray, con decine di migliaia di morti e una pace armata che è durata dal 2000 fino al 2018, con il confine fra i due territori pattugliato da truppe ONU e, almeno dal lato etiopico, il territorio del Tigray sempre pesantemente armato.

Nonostante la pace stipulata fra i due Paesi, e grazie alla quale il Primo Ministro etiopico Abiy ha ottenuto il Nobel per la pace, osservatori internazionali hanno rilevato una notevole attività di coscrizione di giovani eritrei, e movimenti di truppe all’interno del Paese, vicino al confine con l’Etiopia. Hanno anche sottolineato che appare strano che l’Etiopia abbia iniziato azioni militari nei confronti del Tigray senza aver preliminarmente informato il governo eritreo.

I rapporti tra Etiopia, Eritrea e Tigray

Tesdale Lemma, un giornalista etiope editore di una pubblicazione in lingua inglese che si occupa di affari interni e internazionali, sostiene che i rapporti fra Etiopia e Eritrea dopo il trattato di pace non sono chiari, e tale opacità porta a speculazioni, che giustificano i timori dei dirigenti tigrini in ordine alle intenzioni dei due governi. Inoltre l’accusa ai Tigrini di aver attaccato postazioni militari federali per impadronirsi di armi, appare assolutamente infondata ed un mero pretesto per gli attacchi militari, dal momento che i Tigrini hanno armi in abbondanza e ne hanno sempre avute.

Intanto la situazione militare sta degenerando. Il Tigray è tagliato fuori dalle comunicazioni telefoniche e internet, gli aeroporti di Mekele, Shire, Axum ed Umera, le città principali, sono chiusi e il Sudan ha annunciato la chiusura del confine con l’Etiopia – che guarda caso coincide con il Tigray – a causa delle tensioni in corso.

Nonostante le dichiarazioni di moderazione anche nell’uso della forza e la limitatezza dell’obiettivo (ripristinare l’ordine), Abiy sembra voler intensificare il conflitto. Nei giorni scorsi ha infatti destituito i capi di tutti gli apparati di sicurezza: intelligence, esercito e polizia, sostituendoli con suoi fedelissimi. La cosa più strana per un presidente che vuole ridurre l’influenza delle etnie nella politica statale, è il suo appello agli altri gruppi etnici contro i Tigrini, incluse le forze speciali Amhara e la polizia paramilitare Oromo.

Tutto questo va visto in una prospettiva ampia. Da un lato va considerata l’azione del Primo Ministro per erodere il sistema partitico federale a base etnica costruito dal TPLF nei trent’anni di governo, e sostituirlo con il Partito della Prosperità, con l’esplicito intento di frantumare le divisioni etniche e unire il Paese. Nelle intenzioni del Primo Ministro la nuova formazione dovrebbe diventare la forza trainante della nazione e sostituire la vecchia coalizione che era un insieme di partiti a base etnica. Ma il TPLF ha rifiutato di unirsi alla nuova formazione, temendo di perdere l’influenza politica anche in Tigray.

Dall’altro va poi considerato che la pace fra Etiopia ed Eritrea mette il Tigray in una posizione geograficamente molto scomoda, stretto fra l’Eritrea da una parte e il resto dell’Etiopia dall’altra. Considerando l’ostilità di Isaias per i tigrini, questi temono di perdere il controllo sul loro stesso territorio. Un ottimo motivo per rifiutare di riconoscere da parte tigrina anche le nuove nomine degli apparati di sicurezza. Purtroppo la situazione sta destabilizzando tutta l’area e coinvolgendo, come già temevano gli osservatori internazionali, altri paesi, primo fra tutti il Sudan.

L’attacco ai diritti umani

Quel che è certo, allo stato attuale delle cose, è che si pongono problemi di tutela dei civili e difesa dei diritti umani: Amnesty International e Human Rights Watch hanno chiesto al governo federale etiope di ripristinare le comunicazioni, mentre la parte più povera della popolazione soffre per l’interruzione degli aiuti umanitari. Il Governo federale continua a bombardare soprattutto Mekele, il Tigray oltre che isolato è anche senza elettricità. Il Sudan, che aveva chiuso la frontiera con l’Etiopia l’ha riaperta per accogliere i profughi che, secondo Al-jazeera, raggiungono ormai la cifra di oltre duecentomila persone, mentre altri due milioni si preparano a fronteggiare una situazione difficilissima.

Gli aspetti politici di questa crisi sono più ampi di ciò che può apparire ad una prima osservazione. L’Etiopia è il Paese di gran lunga più grande del Corno d’Africa, su cui si concentrano le attenzioni di Russia e Stati Uniti per ovvi motivi di posizione geografica. L’Etiopia infatti è un ottimo punto di appoggio per il controllo dell’intera area. Per anni gli Stati Uniti hanno sfruttato il fatto che l’Etiopia sia stato il primo paese cristiano dell’Africa subsahariana (dal 300 dopo Cristo) e che sia l’unico a maggioranza cristiana, per le proprie attività in funzione anti-islamica e asseritamente anti-terroristica. La Russia pare attualmente meno coinvolta, ma per tutto il periodo del governo del DERG l’Unione Sovietica non risparmiava finanziamenti e interferenze. La Cina è poi intervenuta con i suoi investimenti economici ed ha evidentemente voce in capitolo.

La previsione costituzionale della secessione

Il rischio è che la scelta tigrina di tenere le elezioni nonostante il divieto del governo federale costituisca una spinta secessionista che disgregherebbe la federazione. Va tenuto presente che scelte di questo genere fatte dai vari stati federati non potrebbero neppure essere ritenute, né politicamente né costituzionalmente, illegittime. Al di là delle affermazioni di Abiy – che dichiara ad ogni piè sospinto che la sua azione in Tigray vuole ripristinare l’ordine costituzionale – l’art. 39 della Costituzione etiope, fra le pochissime al mondo, prevede il diritto di secessione degli stati federati. Alcuni studiosi etiopi di diritto e scienze sociali, fra cui Tsegaye Birhanu, docente di scienze politiche alla Assosa University, sostengono che un tale diritto è stato stabilito con il preciso scopo di evitare la secessione, e lo si capisce: è più facile tenere insieme una compagine di differenti etnie se ciascuna sa di essere libera di andarsene. Tuttavia, nel momento in cui uno stato federato dovesse fare tale scelta non ci sono strumenti legittimi per impedirglielo e, come sostiene Tsegaye Birhanu, l’articolo della Costituzione manca della capacità di rendere la secessione difficile.

Forse non è neppure questo l’obiettivo dei dirigenti Tigrini, che hanno sempre detto di essere disposti al dialogo: la risposta che hanno avuto sono state le bombe. Mentre giunge la notizia che il Primo Ministro Abiy ha sciolto il neo eletto parlamento del Tigray, l’ONU invita al cessate il fuoco e parla di massacro di civili e crimini di guerra: in una città del nord civili sono stati uccisi a colpi di coltello e ascia. L’agenzia delle Nazioni Unite per i diritti umani ha deciso di aprire un’inchiesta.

Le ultime notizie dicono che il Governo centrale ha tolto l’immunità a decine di parlamentari tigrini, mentre accusa il TPLF di usare i missili contro le truppe federali. Intanto l’Etiopia ritira migliaia di propri soldati dalla Somalia, in cui si trovavano per aiutare il governo somalo a domare una rivolta islamista, per dirottarle verso il Tigray. Le fonti internazionali riportano attacchi militari che hanno danneggiato gli aeroporti nelle città di Bahir Dar e Gondar. Mentre il governo centrale accusa il TPLF, la crisi umanitaria si aggrava.

Marta Torcini

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