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Una Rolls-Royce per Amin Dada: la storia di un’automobile e di un paese

Esistono storie familiari e individuali che si intrecciano intrinsecamente con la realtà di un paese. In questo racconto il protagonista è nientemeno che Charles Peter Mayiga, attuale primo ministro (Katikkiro) del Regno di Buganda1. Il paese in questione è l’Uganda, che comprende il suddetto come altri regni, un paese segnato da un susseguirsi di dittatori e la cui vita politica, adesso, è dominata dal padre-padrone Yoweri Museveni.

La vicenda si fa ancora più intricata se, di mezzo, c’è una Rolls-Royce Phantom V, costruita in poco più di ottocento esemplari fra il 1959 e il 1968 e amata da capi di stato e personaggi di spicco come Nicolae Ceaușescu, Josip Tito, Elton John e anche dalla famiglia reale del Buganda. Sfortunatamente per quest’ultima, il piccolo Charles Peter Mayiga, che nel 1966 aveva appena tre anni, non era l’unico ugandese a stravedere per quell’automobile: a posarle gli occhi addosso fu anche il primo ministro Apollo Milton Obote il quale, durante il colpo di stato effettuato il 2 marzo 1966, inviò presso il Mengo Palace, la residenza reale di Edward Mutesa II, presidente dell’Uganda nonché Re del Buganda, il suo delfino Idi Amin Dada, all’epoca generale e comandante dell’esercito.

Sebbene rivestisse un ruolo non esecutivo, il primo Presidente dell’Uganda è stato quindi Mutesa, giunto al potere il 9 ottobre 1963; tuttavia, colui che aveva veramente in mano le redini del paese era Obote, divenuto primo ministro il 9 ottobre 1962 dopo aver vinto le elezioni tenutesi nel 1961 a capo dell’Uganda People’s Congress, partito da lui stesso fondato e storicamente poco supportato dai bugandesi. Quasi ogni decisione di Obote durante la sua presidenza è stata presa al fine di favorire le tribù Acholi e Langi e, venendo progressivamente meno l’appoggio dalla società nella sua interezza, sempre maggiore si è rivelato il suo affidamento sull’esercito e su un uomo in particolare, semianalfabeta ed ex pugile di alto livello, Amin Dada, appunto. L’ascesa di Amin all’interno dell’esercito si rivelò assolutamente folgorante: figlio di madre lugbara, di professione stregone, e di padre appartenente alla tribù kakwa , il quale aveva trascorso la maggior parte della sua vita nell’attuale Sud Sudan, il giovane Amin entrò dapprima nei KAR (King’s African Rifles) in qualità di assistente cuoco e, in appena diciotto anni, raggiunse il grado di vicecomandante dell’Esercito Ugandese, dove divenne il definitivo braccio destro di Obote. Fu proprio Amin Dada, nel 1964, a sedare una rivolta dell’esercito avvenuta nella città di Jinja a causa di stipendi arretrati non pagati e, nel 1966, in qualità di comandante dell’Esercito, soppresse la rivolta dei bugandesi e costrinse all’esilio in quel di Londra nientemeno che il presidente Mutesa, facente parte della tribù dei Baganda. Obote riscontrò quindi problemi a tenere sotto controllo un paese in cui la società civile lo osteggiava sempre più e dove l’esercito appariva pronto a esplodere; servivano misure di emergenza: Obote, il 25 febbraio 1966, soppresse il sistema federale, decise di dividere il regno secessionista di Baganda in quattro distretti con lo stesso status di tutti gli altri per indebolirlo ulteriormente, sospese la costituzione e ne fissò l’approvazione di una nuova per il 15 aprile da parte del Parlamento il quale, da parte sua, non ebbe nemmeno il tempo di esaminarla. Obote divenne quindi il Presidente dell’Uganda esautorando il ruolo di Mutesa e venne inoltre meno la figura del Primo Ministro.

È questo il contesto in cui si consuma l’assalto alla residenza reale di Kampala e il furto, oltre a diversi altri oggetti di valore, di quattro Rolls-Royce. Due di esse, una Silver Wraith del 1951 e una Silver Cloud del 1962, sono scomparse; una Phantom III del 1936 è stata demolita e sotterrata nel terreno adiacente al Mengo Palace; un esemplare, la Phantom V ritratta in foto e costruita nel 1961, è tuttavia tornata in possesso del Regno di Buganda all’inizio del mese di ottobre. Dopo essere stata depositata in un hangar, essa languiva, ormai dal 2013 e priva di ruote, nel Museo Nazionale di Kampala insieme ad un’altra vettura amata da Amin Dada, la sua Mercedes-Benz 600, anch’essa sprovvista di pneumatici. A perorare con forza il ritorno dell’automobile in seno alla famiglia reale è stato proprio Charles Peter Mayiga, oltre che l’attuale Re di Buganda, Ronald Muwenda Mutebi II, il quale ha schierato in campo una squadra di avvocati e intrattenuto alcuni incontri con Yoweri Museveni, convinto invece che l’automobile appartenesse allo stato ugandese. In occasione della recente consegna ufficiale, la Rolls-Royce è stata almeno fornita di ruote e l’obiettivo è restaurarla e riportarla alle condizioni originali. Quest’automobile è un simbolo della resilienza ugandese e uno sprone al raggiungimento dell’unità nazionale, da sempre messa in pericolo dalle continue spinte centrifughe di matrice etnica. “L’assalto alla residenza reale ha creato una cicatrice nel cuore del popolo del Regno di Buganda e ha destabilizzato di conseguenza l’intero paese. Credo che, in qualità di ugandesi, dobbiamo riconciliarci e ciò può essere fatto attraverso modi differenti. Il ritorno di quest’auto è fra questi” ha dichiarato Mayiga a Mail & Guardian. Durante la razzia ad opera degli uomini di Milton Obote fu sottratta anche una Bentley S3 Drophead Coupe, poi venduta in Sudafrica e tuttora giacente in un luogo sconosciuto del suddetto paese: Mayiga ha addirittura interpellato l’Interpol per ritrovarla.

La Phantom V sottratta al Re di Buganda fu certamente utilizzata prima da Milton Obote e, successivamente all’esautoramento di quest’ultimo, da Idi Amin Dada, il quale preferiva comunque la sua Mercedes-Benz 600. Proprio nel 1966 i rapporti fra Obote e Amin Dada iniziarono ad incrinarsi e fra il 1966 e il 1969, il seguito che Amin Dada riuscì a riscuotere all’interno dell’esercito lo portò a scontrarsi definitivamente col presidente stesso: il 19 dicembre 1969 Obote stava presenziando ad un summit dell’Uganda People’s Congress a Kampala quando, uscendo dall’edificio, fu vittima di un attentato con un colpo di pistola e il lancio di una granata che non esplose; egli fu colpito ad una guancia dalla pallottola ma si salvò, dopo aver trascorso una settimana in ospedale. Amin venne incolpato del misfatto e si rifugiò a Bombo, dove risiedeva una folta comunità di nubiani; fu poi scagionato e riabilitato nell’esercito. Il secondo grave episodio accadde nel giugno 1970: le auto di Obote e del vicepresidente, John Babiiha, si trovavano in viaggio fra Entebbe e Kampala quando uomini armati scambiarono l’auto di Babiiha per quella del fondatore dell’UPC, ingannati dal fatto che solo le automobili della scorta del vicepresidente avevano i lampeggianti accesi, e fecero fuoco. L’attentato non profuse né morti né feriti ma Obote, da allora, apparve sempre meno in pubblico e prolungò, il 16 dicembre 1970, lo stato di emergenza decretato nel 1966. Il momento cruciale, che si rivelò fatale per Obote, fu il summit del Commonwealth organizzato nel gennaio 1971 a Singapore, prima del quale, l’11 gennaio, il presidente stesso incolpò Amin Dada della sparizione di 2.500.000 scellini ugandesi destinati all’esercito e della consegna di armi a contrabbandieri ugandesi, poi arrestati dalla polizia. Inizialmente Obote non sarebbe voluto partire per Singapore ma furono i componenti del suo stesso governo a convincerlo, certi che Amin non avrebbe riscosso supporto dall’esercito durante un eventuale colpo di stato. Partito l’acerrimo rivale con destinazione Singapore e da lui incolpato di fatti gravi, Amin non poteva che dare il via al colpo di stato oramai organizzato: Obote fu avvertito dell’imminente golpe da Ntende, suo Segretario Permanente, che volò direttamente a Singapore.

Il 25 gennaio 1971 gli uomini di Amin circondarono il Malire Mechanised Regiment a Kampala che contava sei Sherman della Seconda Guerra Mondiale donati dagli israeliani e armi cecoslovacche; dopodiché le truppe ribelli si diressero verso il Parlamento e lo accerchiarono. Dopo averlo assediato, tutte le unità dell’esercito non opposero resistenza, tranne il Secondo Battaglione di stanza a Moroto; i nubiani requisirono tutte le armerie e iniziarono subito a uccidere membri dell’esercito appartenenti alle tribù dei Langi e degli Acholi. Dopo dodici ore di combattimenti, Amin e i suoi fedelissimi ebbero la meglio. Il colpo di stato fu ben accolto dalle potenze occidentali, USA e UK in primis, perché Obote stava lentamente rendendo l’Uganda un paese di matrice socialista, sebbene ufficialmente la sua politica fosse di non-allineamento. I nove anni del suo operato furono caratterizzati da scontri tribali che il giovane paese non riusciva a sedare e da tensioni col Sudan, poiché Obote appoggiava le milizie secessioniste stanziate a sud, e con lo Zaire, perché anche in questo caso aiutava i ribelli locali. La presidenza di Amin Dada, in seguito ad un’iniziale fiducia e alla promessa di indire elezioni entro cinque anni, si rivelò addirittura peggiore di quella di Obote, pure per quanto concerne il rispetto dei diritti umani, totalmente disintegrati dalle milizie da lui approntate o migliorate. Amin inserì, ad ogni livello dell’esercito e dell’amministrazione, nella polizia militare, nella polizia segreta e nella terribile Public Safety Unit, circa quindicimila kakwa e sud sudanesi, molto invisi alla popolazione e che spesso non parlavano né le lingue autoctone né l’inglese, non possedevano proprietà locali e non si portavano appresso le famiglie. Essi venivano pagati in beni di lusso e soldi, come quelli derivanti dall’espulsione degli asiatici e dalla requisizione delle loro valigie nell’aeroporto di Entebbe. Il comando delle suddette milizie fu affidato esclusivamente a nubiani a lui fedeli. Posto sotto pressione dalla società civile e dagli esiliati per la maggior parte presenti in Tanzania, i quali venivano peraltro incolpati delle numerose sparizioni, Amin Dada, nel 1974, istituì la Commission of Inquiry into Disappearances of people in Uganda since the 25th of january 1971. Egli, dunque, diede vita ad una commissione che avrebbe dovuto indagare sulle sparizioni da lui stesso provocate; chiaramente nessun report fu mai pubblicato , sebbene una copia confidenziale sia stata consegnata nelle mani di Amin, il quale non disdegnò di trasmettere pesanti minacce ai componenti della commissione. Essa fu composta da quattro membri, il Presidente della commissione medesima, Mohamed Saied, due Sovrintendenti della Polizia, A. Esar e S.M. Kyefulumya, e infine il Capitano dell’esercito Haruma. All’avvocato Ndozircho era stato inoltre affidato l’incarico di segretario. Come scritto nella seconda nota legale pubblicata il 30 giugno del 1974 e redatta da Idi Amin Dada, nel ’74 non solo Presidente ma anche Ministro della Difesa, compito della commissione era identificare le persone ritenute disperse, stabilire se fossero vive o morte e raccogliere tutti i dettagli nel caso il decesso di una qualsiasi persona fosse stato comprovato, capire come e perché alcuni soggetti avevano abbandonato l’Uganda, intercettare eventuali individui od organizzazioni criminalmente responsabili della sparizione o della morte di persone, come supportare le famiglie di coloro che erano scomparsi e, infine, consigliare lo stato ugandese su come agire per porre fine alle sparizioni. Curiosamente, nell’ultimo punto, il “g”, Amin ha fatto testualmente scrivere: “what should the Government do to put an end to the criminal disappearances of people in Uganda”. Egli ha quindi inserito nella frase le due parole “sparizioni criminali” senza nominare invece eventuali persone decedute, come invece era stato fatto nei punti precedenti. È come se Amin avesse invitato il suo governo a mettere fine solo alle sparizioni e non alle uccisioni. La seconda prova che mostra un Amin Dada in malafede si trova nella terza e ultima pagina del documento, dove c’è scritto che la commissione inizierà il proprio lavoro il 1° luglio del 1974 e che dovrà redigere un report entro il 30 settembre dello stesso anno. Come sarebbe stato possibile indagare su avvenimenti di tali proporzioni e su migliaia di persone scomparse in appena due mesi? Nel 1974 la pressione internazionale nei confronti di Amin non era ancora così asfissiante come durante gli ultimi due anni della sua dittatura: per questo motivo la commissione del 1974 fu istituita quasi esclusivamente a causa delle pressioni provenienti dalla Tanzania. L’impegno del giornalista David Martin riuscì però a proiettare gli occhi della comunità internazionale verso il regime ugandese. I tratti principali del regime di Amin Dada, di religione musulmana come tutti i nubiani e caratterizzato da un culto della personalità spasmodico, sono sintetizzabili in pochi punti fondamentali: lo scioglimento del parlamento e la progressiva islamizzazione del governo, nonché il tentativo di ugandizzare e islamizzare il paese, con lo scopo di sposare la causa palestinese e ricevere quindi consistente appoggio dai petroldollari della Libia di Gheddafi. Sono senza dubbio anni cruciali per il Medio Oriente, complice anche la Guerra del Kippur, ma Amin Dada cominciò ad accostarsi alle posizioni palestinesi proprio per avvicinare Gheddafi. Inoltre, era ancora viva la sconfitta subita al termine della guerra dei “sei giorni” del 1967 per la Giordania, la Siria e l’Egitto: ciò promosse la radicalizzazione del popolo palestinese che scelse la via del terrorismo nel 1968. L’espulsione dal paese di cinquantotto missionari cristiani nel novembre 1972 e di altri venti prettamente cattolici nel settembre 1975, nonché l’uccisione dell’arcivescovo Luwum nel 1977 mostrarono l’odio di Amin nei confronti del cristianesimo. Non a caso, nel 1971 il governo ugandese era composto, fra gli altri, da solo due musulmani, il Ministro dell’Educazione e Amin stesso; nel 1977 su ventuno ministri ben quattordici erano di religione islamica. Dopo una forte vicinanza alle posizioni di Gran Bretagna e ad Israele, che fornivano armi e denaro, terminata nel settembre 1972 con l’espulsione della comunità asiatica, Amin si avvicinò alla Libia di Gheddafi e ad alcune associazioni di afroamericani.

Dal settembre 1972, un mese che sancì il cambio di politica per l’Uganda, egli esternò sempre più posizioni inseribili in un’ottica antisemita, causa anche il rifiuto di Israele di fornire una batteria di aerei che sarebbe servita per attaccare la Tanzania. Dopotutto, nella memoria di molti è rimasto l’intervento del settembre 1972 indirizzato a Kurt Waldheim, Segretario Generale dell’ONU: “Hitler was right about the Jews, because the Israelis are not working in the interests of the people of the world, and that is why they burned the Israelis alive with gas in the soil of Germany”. Sempre lo stesso anno, precisamente nel mese di agosto, Amin disse di aver sognato Allah che gli impartiva un compito, ovvero ordinare alla comunità asiatica di lasciare il paese e abbandonare le loro attività economiche, fomentato dalla stampa locale che ancora lo considerava un liberatore. Si verificò di conseguenza un grandissimo rallentamento dell’economia e l’inflazione salì al 400%; le attività economiche furono consegnate ad amici e “clienti” nubiani, spesso non in grado di gestire un’impresa. Infine, Amin non faceva distinzioni fra denaro dello stato e patrimonio personale, fatto sta che la Banca dell’Uganda divenne il suo bancomat personale. Nel 1978, dopo aver già respinto all’inizio del 1972 un assalto di rifugiati armati provenienti dalla Tanziania e nell’agosto dello stesso anno un attacco di circa mille fedelissimi di Obote , la situazione divenne complicata per il presidente kakwa, poiché scoppiò una rivolta nei battaglioni ugandesi stanziati nel sud dell’Uganda, lacerati da scontri tribali, che attaccarono il palazzo presidenziale, senza però riuscire a catturare Amin Dada. Pressati dalla controffensiva degli uomini vicini al presidente, i ribelli si spinsero fino alla Tanzania dove si unirono agli esiliati di Milton Obote. Al fine di mantenere il controllo dell’esercito e conquistare la regione di Kagera, Amin decise di attaccare la Tanzania ma le truppe di Julius Nyerere contrattaccarono insieme agli esuli e giunsero a Kampala per mano di Oyite-Ojok, dopo averla bombardata, il 10 aprile del 1979, senza trovare grande resistenza se non quella dei soldati libici inviati da Gheddafi. L’11 aprile, da Entebbe, Amin Dada prese il volo verso l’esilio in Libia; in seguito, si spostò in Iraq e, infine, trovò definitiva sistemazione a Gedda, in Arabia Saudita, dove morì il 16 agosto 2003 a causa di complicazioni renali. Intanto, nell’aprile del 1979, il Fronte Ugandese Nazionale di Liberazione (UNLF) presieduto da Yusuf Kironde Lule, composto da esuli che crearono il National Consultative Council e divenuto ala politica dell’Esercito di Liberazione Nazionale dell’Uganda (UNLA) diretto da Tito Okello, fu incaricato dell’organizzazione di future elezioni politiche. Al contrario, in quel momento, l’Uganda necessitava subito di un presidente. All’inizio proprio lo stesso Lule sembrava l’uomo della salvezza ma passarono solo pochi mesi e, nel dicembre 1980, tornò al potere Milton Obote col beneplacito del governo tanzaniano.

Gabriele Sbrana

1 L’attuale Re (Kabaka) di Buganda è Ronald Muwenda Mutebi II. I regni tradizionali, attualmente, non hanno alcuna pretesa istituzionale ma rappresentano un’etnia, curandone gli interessi e rappresentandone la cultura.

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