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Etiopia: un paese a rischio verso l’ennesima guerra civile d’Africa

ADDIS ABEBA (ETIOPIA) – Le elezioni tenutesi in Tigray in settembre, in aperto scontro con il governo centrale che le aveva rinviate motivando con il problema della pandemia da COVID-19, sono state alla fine, e come si temeva, l’occasione per lo scontro militare. Prendendo a motivazione un asserito attacco dei militari tigrini a strutture militari governative in Tigray, il Primo Ministro ha ordinato la mobilitazione con attacchi di forze di terra, ma anche vari attacchi aerei, a obiettivi militari controllati dalle forze del Tigray. Purtroppo si contano già centinaia di feriti e almeno un centinaio di morti. Il Primo Ministro Abiy afferma che le incursioni dei militari federali sono concentrate sulla capitale Mekele e che si punta solo a distruggere basi militari e artiglieria pesante, per ripristinare l’ordine costituzionale e la legge. Accusa i dirigenti tigrini di usare la popolazione civile come scudi umani.

Dopo aver accusato il Primo Ministro di marginalizzare il TPLF (Tigray People Liberation Fronti), il partito che ha dominato l’Etiopia negli ultimi trenta anni, e aver promosso le elezioni di settembre in risposta al rinvio deciso dal governo federale, i capi del TPLF hanno anche, nei mesi scorsi, accusato la nemica Eritrea di interferire negli affari interni dell’Etiopia, per danneggiarli. I rapporti fra TPLF ed Eritrea non sono sempre stati cattivi. Infatti il TPLF e il partito del presidente eritreo Isaias Aferki, l’EPLF (Eritrean People Liberation Front) furono alleati nella guerra civile contro il Derg, conclusasi nel 1991, a seguito della quale l’Eritrea ottenne l’indipendenza. Ma nel 1988 Eritrea ed Etiopia iniziarono una complicata disputa che portò la guerra lungo il confine fra i due paesi, proprio sul territorio del Tigray, con decine di migliaia di morti e una pace armata che è durata dal 2000 fino al 2018, con il confine fra i due territori pattugliato da truppe ONU e, almeno dal lato etiopico, il territorio del Tigray sempre pesantemente armato.

Nonostante la pace stipulata fra i due Paesi, e grazie alla quale il Primo Ministro etiopico Abiy ha ottenuto il Nobel per la pace, osservatori internazionali hanno rilevato una notevole attività di coscrizione di giovani eritrei, e movimenti di truppe all’interno del Paese, vicino al confine con l’Etiopia. Hanno anche sottolineato che appare strano che l’Etiopia abbia iniziato azioni militari nei confronti del Tigray, senza aver preliminarmente informato il governo eritreo. Tesdale Lemma, un giornalista etiope editore di una pubblicazione in lingua inglese che si occupa di affari interni e internazionali, sostiene che i rapporti fra Etiopia e Eritrea dopo il trattato din pace non sono chiari, e tale opacità porta a speculazioni, che giustificano i timori dei dirigenti tigrini in ordine alle intenzioni dei due governi.

Intanto la situazione militare sta degenerando. Il Tigray è tagliato fuori dalle comunicazioni telefoniche ed internet, gli aeroporti di Mekele, Shire, Axum ed Umera, le città principali, sono chiusi e il Sudan ha annunciato la chiusura del confine con l’Etiopia, che guarda caso coincide con il Tigray, a causa delle tensioni in corso. Nonostante le dichiarazioni di moderazione anche nell’uso della forza e la limitatezza dell’obiettivo (ripristinare l’ordine), Abiy sembra prepararsi al peggio. Nei giorni scorsi ha infatti destituito i capi di tutti gli apparati di sicurezza: intelligence, esercito e polizia, sostituendoli con suoi fedelissimi. Questo cambio della guardia così radicale e totale va visto in una prospettiva ampia.

Da un lato va considerata l’azione del Primo Ministro per erodere il sistema partitico federale a base etnica costruito dal TPLF nei trent’anni di governo, e sostituirlo con il Partito della Prosperità, con l’esplicito intento di frantumare le divisioni etniche e unire il Paese. Nelle intenzioni del Primo Ministro la nuova formazione dovrebbe diventare la forza trainante della nazione e sostituire la vecchia coalizione che era un insieme di partiti a base etnica. Ma il TPLF ha rifiutato di unirsi alla nuova formazione, temendo di perdere l’influenza politica anche in Tigray. Dall’altro va poi considerato che la pace fra Etiopia ed Eritrea mette il Tigray in una posizione geograficamente molto scomoda, stretto fra l’eritrea da una parte e il resto dell’Etiopia dall’altra. Considerando l’ostilità di Isaias per i tigrini, questi temono di perdere il controllo sul loro stesso territorio. Un ottimo motivo per rifiutare di riconoscere da parte tigrina, anche le nuove nomine degli apparati di sicurezza.

Se la situazione degenerasse, cosa non inevitabile se vengono ascoltate le numerose voci internazionali che si alzano in favore di una soluzione diplomatica del conflitto, ma tuttora concretamente possibile, altri attori dell’area geopolitica, per esempio il Sudan, potrebbero esserne coinvolti. Quel che è certo, allo stato attuale delle cose, è che si pongono problemi di tutela dei civili e difesa dei diritti umani: Amnesty International e Human Rights Watch hanno chiesto al governo federale etiope di ripristinare le comunicazioni, mentre la parte più povera della popolazione soffre per l’interruzione degli aiuti umanitari. Nelle ultime ore sono giunte notizie non incoraggianti: vi sono stati bombardamenti al confine con Sudan e Eritrea, e il Primo Ministro Abiy ha sciolto il neo eletto parlamento del Tigray.

Marta Torcini

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