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Fratelli o non-fratelli? Questo è il problema

Sulla lettera enciclica Fratelli tutti, recensione di una cattolica

Se la sintesi è un dono, si trova pienamente rappresentata in questa enciclica appena pubblicata, Fratelli tutti, a firma di papa Francesco. Anzi basterebbe persino leggere i primi tre periodi: contengono tutto, l’obiettivo, lo spirito, il programma. Mettere in pratica questi principi vorrebbe dire vivere a pieno la propria umanità, e, se cristiani, il nucleo del vangelo.

«Fratelli tutti», scriveva San Francesco d’Assisi per rivolgersi a tutti i fratelli e le sorelle e proporre loro una forma di vita dal sapore di Vangelo. Tra i suoi consigli voglio evidenziarne uno, nel quale invita a un amore che va al di là delle barriere della geografia e dello spazio. Qui egli dichiara beato colui che ama l’altro «quando fosse lontano da lui, quanto se fosse accanto a lui» (n. 1).

In Dio non esistono distanze, né si va avanti per segmenti, ignorando l’altro quando è lontano o quando fa comodo. Custodire Dio in sé si accompagna a custodire l’altro, a pensare e ad agire di conseguenza. Questo è il cuore, sarebbe sufficiente, se tutto fosse semplice e coerente, come Dio. Visto, però, che così non è, lo sguardo deve ampliare l’orizzonte e scandagliare tanti particolari che guardano in altre direzioni.

E’ così affiorano altre impressioni nella lettura. Francesco scrive con autorità quello che in giro si percepisce e, a tratti, esprime la gente comune. Il tono generale è decadentista, si concentra senza timore sui sogni infranti, sulla reificazione delle persone, sulla colonizzazione culturale, sulle nuove forme di schiavitù e di chiusura. Qua e là si guarda in faccia il volto desolato di un mondo abbandonato e predato dai malfattori. C’è da chiedersi dove siano i buoni pastori… Ingiustizia, mancanza di etica sono individuate come radici del male della diseguaglianza che mina all’origine la veridicità e l’esperienza della fraternità, che si continua a proporre come medicina, terapia, orizzonte da ricostruire. La nuova chiusura del momento è specificata come xenofobia, sbarra le porte e le frontiere, vede nell’immigrazione una minaccia e la ostacola, rimanendo indifferente alle condizioni di vita di tanti paesi poveri, privati sempre di più anche della possibilità di prospettare un futuro migliore altrove.

Quale fraternità?

Francesco espone implicitamente un profilo della fraternità, che non è una condizione totalmente acquisita, bensì una proposta del Padre (cf. n. 46):

Occorre riconoscere che i fanatismi che inducono a distruggere gli altri hanno per protagonisti anche persone religiose, non esclusi i cristiani … Così facendo, quale contributo si dà alla fraternità che il Padre comune ci propone?

Una categoria biblica fondamentale, quella del patto, sembra essere qui reinterpretata nella linea della fraternità. La fedeltà a Dio comporta il vivere da fratelli e sorelle. Così facendo, Francesco colloca questo valore all’origine e lo definisce come prerequisito della relazione con Dio, con se stessi, con il prossimo. Analogamente alla fedeltà alla Parola, la fraternità dipende dalle scelte umane, pertanto si configura come un campo aperto lasciato alle cure dell’uomo e della donna. L’intero creato, la casa comune tanto a cuore al Papa e soggetto della Laudato si’ (2015), è naturalmente incluso nella cornice della fraternità. Dio la propone, l’accoglienza di questa proposta può essere dimostrata soltanto attraverso i fatti. Dall’analisi della situazione globale emergono in verità più contraddizioni che testimonianze in relazione a questo valore. In concreto l’umanità non sta accogliendo questo ideale e non vi sta contribuendo, anzi va aumentando sempre di più il divario fra la proclamazione di questa dimensione, fatta di comunanza, uguaglianza, riconoscimento reciproco della dignità umana, e la realtà colma di disparità e discriminazioni, dominata più che dalla fede dalla logica del predominio.

Un altro interessante spunto-ponte verso la teologia emerge dall’enfasi accordata all’ascolto. Al n. 48 il Papa lo esalta come prerogativa del Santo di Assisi, che seppe prestarlo a Dio così come al povero, all’ammalato, alla natura. Non può non balzare alla mente che Ascolta! è l’imperativo posto a premessa dei comandamenti in Deuteronomio 6, 4. La lettura dell’enciclica sgancia la pratica religiosa dall’osservanza farisaica delle norme per collegarla direttamente alla pratica della solidarietà. Se c’è disattenzione agli ultimi, non c’è attenzione a Dio, si riduce lo spazio concesso a lui e tutto tende a diventare oggetto di consumo, persone comprese.

Tu da che parte stai?

Il secondo capitolo dell’enciclica si apre con la parabola del buon samaritano e subito dopo Francesco prende spunto dalla risposta di Caino dopo il fratricidio, Sono forse io il custode di mio fratello? (Gen 4, 9) per descrivere lo stile più diffuso nelle nostre relazioni, molto lontane nei fatti dal modello del Samaritano del vangelo lucano (Lc 10, 25-37). Seguono molte altre citazioni, che insistono da un lato sulla comune origine in Dio degli esseri umani, che sono stati creati uguali e ugualmente da lui, dall’altro si esorta all’amore al prossimo, perché a tutti Dio estende la propria misericordia. Una particolare cura è raccomandata verso i più deboli, quelli più sprovvisti delle garanzie naturali, quali la famiglia, la patria, la salute.

Lontano dall’essere una riflessione teorica, una lezione astratta sia pure di scienze bibliche, la lettera sembra porsi più che altro l’obiettivo di indurre il lettore all’identificazione nelle situazioni, nelle figure proposte, per disporsi a un esame di coscienza. Tra le pagine, in modi diversi, fra le righe, si sente riecheggiare la stessa domanda: tu da che parte stai?

Si punta il dito contro una tendenza culturale dominante che tiene la cura di sé in grande considerazione, ma spesso trascura il fatto che, in assenza della cura del noi, la cura del rischia di essere addirittura nociva. La stessa categoria dell’alterità, che tanta fortuna ha riscosso nel pensiero filosofico e in quello teologico, specialmente nella seconda metà del XX secolo, guarda al noi come al proprio superamento, motivato dalla necessità di vincere il limite e la menzogna del confine interpretato come contrapposizione, del tipo io/l’altro, noi/voi, a vantaggio di un unico soggetto comunitario, il noi, appunto, che scaturisce dalla coscienza della fraternità, della comune dignità dei figli di Dio.

La fraternità così declinata è anche un’incalzante chiamata all’impegno. Chi non resta indifferente, chi non si approfitta delle debolezze altrui, deve impegnarsi in un’opera di soccorso. E’ come dire che non c’è possibilità di rimanere spettatori, perché questa rappresenta già una scelta e una responsabilità morale non in linea con l’annuncio evangelico. Talvolta siamo noi stessi a finire a terra come lo sventurato che scendeva da Gerusalemme verso Gerico. Molte righe sono dedicate alla attualizzazione di questa pagina biblica. Anzi, quando scrive: Guardiamo … all’uomo ferito. A volte ci sentiamo come lui, gravemente feriti e a terra sul bordo della strada. Ci sentiamo anche abbandonati dalle nostre istituzioni sguarnite e carenti, o rivolte al servizio degli interessi di pochi, all’esterno e all’interno (n. 76), viene da chiedersi se il Papa non parli proprio di se stesso, talvolta così distante rispetto all’apparato burocratico dell’istituzione che rappresenta, talvolta bersaglio aperto di attacchi feroci provenienti dallo stesso mondo cattolico. A turno tutti finiamo con il trovarci colpiti al suolo, condizione dolorosa, ma moralmente meno insidiosa di quella di coloro che si limitano a guardare da lontano e che, nell’esposizione evangelica, sono entrambi vicini al culto di Dio, ma nei fatti dimostrano di rimanerne estranei, del tutto indifferenti.

Se non si fa alcunché per alimentare il bene, oltre che se si agisce per il male, per l’esclusione, l’estraniazione, l’indifferenza, la prevaricazione, viene meno l’essere comunità, l’essere popolo, l’essere chiesa. L’imperativo quotidiano è secondo il Papa (cf. n. 79) prendersi cura della fragilità, senza aspettarsi né riconoscimenti né ricompense, sapendo anche coinvolgere gli altri nell’opera di soccorso, del servizio pago di se stesso, perché caratterizzante l’agire di chi è conscio di vivere al cospetto di Dio.

Finalità e risorse

L’essere umano è concepito come un essere finalizzato, che si realizza in pienezza soltanto attraverso l’esperienza dell’amore. E’ un discorso noto, eppure tanto disatteso. Biblicamente e filosoficamente sono analizzate le ragioni essenziali che lo collegano alla vita nel senso autentico del termine. Perciò Francesco, rimandando all’inno paolino all’amore (cf. 1Cor 13), afferma: Tutti noi credenti dobbiamo riconoscere questo: al primo posto c’è l’amore, ciò che mai dev’essere messo a rischio è l’amore, il pericolo più grande è non amare (n. 92). E’ un’affermazione inattaccabile, ma sarebbe interessante che, prima o poi, le chiese dedichino qualche approfondimento in più alle derive cui conducono la perdita dell’amore, le sue aspettative mancate, le sue disfunzioni, i motivi per cui si può arrivare a preferire la sua assenza alla sua esperienza o per cui si alimentano condizioni di amore morboso.

Solidarietà deriva da solido: l’unione fa la forza. Essere solidali vuol dire sostenersi gli uni gli altri. Aiutatevi a portare i pesi gli uni degli altri, e così ubbidirete alla legge di Cristo (Gal 6, 2), scrive l’apostolo Paolo. La solidarietà è una rete di protezione, ma si attiva quando la fratellanza è più di una voce della lingua parlata. Quando diventa un fatto, rappresenta la risorsa più potente contro il male. Da sempre è predicata ai cristiani, le radici cristiane sarebbero dovute servire a ricordarlo e a metterla in pratica. E’ la risorsa sempre a disposizione in potenza, ma che si trasforma in dato di fatto, se c’è un ambiente umano in grado di coltivarla e di curarla. E’ una pianticella che ha bisogno di tempo, è meno spontanea di quanto si possa credere, in quanto ormai i nostri pensieri sono percorsi molto di più da tendenze ostili, come la chiusura nel privato, la ricerca di un contraccambio, la delega.

La frase a effetto, scrigno a ben vedere di una sua saggezza, più fecondità che risultati (n. 193), inserita nel capitolo sulla politica, veicola una lettura dei tempi. La mentalità ampia, più condivisa nel mondo occidentale, ci ha abituati a cercare l’evidenza dei risultati. La situazione generale, però, non sembra così incline a concederli. Qui s’inserisce la saggezza, biblica, della guida spirituale, che invita a seminare senza aspettarsi un risultato immediato. Il male è spesso indicato nella pretesa di ricevere una contropartita per quanto si fa, un corrispettivo per il bene compiuto, una sorta di “pagamento”! La cura è raccomandata nella gratuità e nella fedeltà all’amore, che continua a donarsi, perché non può farne a meno. Questa frase è un programma, lasciato a ciascuno perché continui a essere fecondo o comunque sia aiutato nell’assumere una consapevolezza più approfondita della realtà.

Il piacere della citazione

La prima enciclica del papato di Francesco, Lumen fidei (2013), portava avanti la redazione iniziata da Benedetto XVI. Da lì in avanti i documenti dell’attuale Pontefice hanno sempre gradito accogliere il pensiero di molti, a cominciare da quello di altri papi. Sono citati filosofi, poeti.

Fratelli tutti chiama spesso in ballo il Grande Imam di Al-Azhar, Ahmad Al-Tayyeb, artefice con lui dell’incontro di Abu Dhabi del 2019, sulla fratellanza umana. E’ segno evidente della volontà di non lasciar cadere nel vuoto quell’incontro e di indicare una necessità nel dialogo islamo-cristiano, in un mondo in cui alle barriere culturali, linguistiche, sociali, si sommano spesso quelle religiose e l’islam è troppo facilmente, nonché ingiustamente, assimilato a delle frange estremiste. Il Papa, che ama coinvolgere altri nel suo pensiero e li chiama indirettamente a sostegno delle sue tesi, dà ulteriore prova della propria umiltà, ma soprattutto mette in pratica l’indicazione formulata della ricerca del noi, della pratica della solidarietà, della pari dignità degli esseri umani e dell’arricchimento necessario, che deriva a chiunque dalla condivisione dell’altro come dono. Tutto ciò non è un dettaglio esteriore, al contrario raggiunge il cuore del tema e lo realizza nello stile e nel metodo.

Minimal o presunto tale?

Più che i grandi temi della teologia nell’enciclica compaiono i temi del buon vivere. Ricordano qua e là lo spirito dei patti corresponsabilità che le nostre scuole da alcuni anni si sono abituate a sottoscrivere. Si parla di gentilezza (cf. n. 222-224, ), di riconciliazione da lasciare innanzitutto all’ambito della coscienza (cf. n. 246), di guerra e di pena capitale, di memoria, anche di Shoah (n. 247), di dialogo (cf. specie cap. VI) e di dialogo delle religioni (cf. n. 271). Il tutto sembra rispondere all’esigenza di fissare punti necessari. Prima dell’avvento dei navigatori, si cercavano i luoghi sulle cartine e talvolta di riproducevano a mano i tratti indispensabili a non smarrirsi. Si ha l’impressione di trovarsi in un disegno del genere, dove i punti, però, sono parecchi, tutti complessi e tutti abbastanza disattesi dalle cronache. E’ semplice nelle esposizioni, essenziale, ma tradisce una interpretazione abbastanza fosca del nostro mondo globale, che pure si professa nella stragrande maggioranza dei casi religioso.

E’ coraggioso in alcuni passaggi che chiamano in causa gli altri credenti, specie quando scrive: Altri bevono ad altre fonti (n. 277). Sarebbe meraviglioso che la teologia delle religioni si appropriasse in maniera più capillare di un simile modo di intendere la varietà religiosa. La preghiera a Dio creatore e l’invocazione ecumenica finale, oltre alla lunga citazione ripresentata come appello del documento finale di Abu Dhabi, sono coerenti con l’impianto della lettera che passerà alla storia come esempio fulgido di inclusivismo. C’è materia per tutti ed è accessibile da parte di tutti.

Qua e là tutti oggigiorno abbiamo la sensazione che l’essenziale ci venga a mancare. Perciò non abbiamo oggi la necessità dei primi concili, che dovevano definire i confini della fede, la sostanza della teologia, i modi corretti per pregare appartenendo alla cristianità. Oggi manca paradossalmente qualcosa che viene ancora prima di tutto ciò e ne rappresenta il presupposto: ci sta venendo a mancare quella che i latini chiamavano humanitas, quella che Confucio chiamava Ren. Se diventiamo merci, non ci servirà a nulla rivolgere un culto alla Trinità, forse il Papa vuol dire anche questo. Le risorse ci sono, ma spesso non le vediamo, perché le cerchiamo lontano dall’umano, nella tecnica, nel commercio, nel profitto. Al contrario sono nella capacità di intenerirsi, di essere gentili, di offrire del tempo, di spendere a vantaggio del bene senza presentare il conto, di apprezzare quanto lo Spirito suscita nella lingua che parliamo e in tante altre lingue e culture, di cui ignoriamo persino l’esistenza. Se fino ad oggi abbiamo considerato tutto ciò una debolezza, sinonimo di arrendevolezza o ci siamo lasciati ingannare dal loro aspetto spontaneo, oggi un Papa viene a dirci che sono lo strumento fondamentale per essere felici e per diffondere la felicità intesa come realizzazione piena di ciò che siamo. E aggiunge anche che per imparare queste arti occorrono tempo, pazienza, cura, impegno.

L’opzione fondamentale

In conclusione, un sottofondo mesto percorre la lettera, che si intitola Fratelli tutti, ma che riconosce di più la presenza di non-fratelli. La mozione che accoglie è quella delle parabole evangeliche, che favoriscono l’immedesimazione per condurre alla scelta fondamentale: tu chi sei? Soprattutto, chi vuoi diventare? un fratello o il suo opposto? La risposta verbale è fin troppo scontata e, a secoli dal primo annuncio, anche ipocrita. La risposta vera è nel contributo fattivo alla fraternità, che a questo punto si configura come testimonianza: dimmi come ti comporti ogni giorno e ti dirò che fratello/che sorella sei e quale contributo di fraternità stai offrendo alla casa comune che abiti.

Questa è l’opzione fondamentale da cui si parte e a cui si arriva e che non è in sostanza lontana dalle implicanze della Laudato si’. Fratelli tutti, sotto forma di scritto, amplifica l’appello di una voce profetica, che scuote, e che accoglie per prima la chiamata di Dio. Rigo dopo rigo afferma che Dio c’è, il noi della fratellanza c’è già, ma, contemporaneamente, non ancora.

Ada Prisco

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