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«Il caso Braibanti»: intervista alla regista Carmen Giardina

Si è chiusa, lo scorso 18 ottobre, la XVIII edizione del Florence Queer Festival. La giuria composta da Elisa Giobbi, scrittrice e organizzatrice di eventi musicali e culturali; Monica Manganelli,scenografa e regista; Tzeli Hadjidmitriou, Artista e filmmaker; Gianpaolo Silvestri, giornalista, attivista LGBT ed ex senatore; Jurgen Urena, regista e professore di Storia del cinema ha premiato come miglior lungometraggio «Suk Suk» di Ray Yeung (Hong Kong, 2020) con la seguente motivazione: «In un mondo caratterizzato generalmente da un giovanilismo d’accatto, il regista punta l’obbiettivo su una delicata storia d’amore tra due anziani nella vorticosa vita di Hong Kong. Lo fa con discrezione, delicatezza e tenerezza seguendo magistralmente l’evolversi del rapporto anche in relazione alle contraddizioni con le rispettive famiglie ignare del loro orientamento sessuale. Ne esce un film compatto ed intrigante ,tenero e coinvolgente, ben girato, tenue ma solido nella trama di un amore che nasce e si consolida in età avanzata in cui pare impossibile scommettere. Suk Suk è un film che ti rimane nella mente e nel cuore e ti spinge a porti domande alle quali non non avevi mai pensato, come per esempio una casa per i gay anziani. Semplice e profondo. Notevole la prova fattoriale dei due attori protagonisti». Sono stati menzionati: «Welcome to Chechnya» (David France, USA 2020), «Baci Rubati» (Gabriella Romano e Fabrizio Laurenti, Italia 2020) e «Luciérnagas» (Bani Khoshnoudi, Messico/Grecia 2019).

Per il concorso «Videoqueer 2020» è risultato vincitore, secondo una giuria formata dastudenti di IED, Istituto Marangoni e Palazzo Spinelli, il corto «134» di Sarah-Jane Drummey (Irlanda, 2019). «134 è la storia di una coppia irlandese che fa di tutto per aiutare il figlio con problemi di identità».

La locandina del film

Carmen Giardina, co-regista del documentario «Il caso Braibanti» (Italia, 2020) assieme a Massimiliano Palmese, film premiato con la Coppa speciale del Florence Queer Festival e proiettato il 13 ottobre scorso a Firenze. Palmese non ha potuto assistere alla proiezione e alla premiazione mentre abbiamo avvicinato la Giardina, regista e attrice, genovese di nascita e romana d’adozione, classe 1961, sposata con Roberto Pischiutta, in arte Pivio, cantautore ed autore di numerose colonne sonore (ricordiamo «Il bagno turco» di Ferzan Ozpetek) tra cui proprio quella di questo bellissimo documentario. Volentieri ci ha concesso questa intervista in esclusiva.

P: In breve, la genesi di questo progetto ovvero come siete arrivati a questo risultato: una regista audiovisiva assieme a un regista ed autore teatrale. Come è nata questa collaborazione?
G: Noi ci conoscevamo già da molti anni, anche io vengo dal teatro come Massimiliano di cui ho visto lo spettacolo teatrale proprio sul caso Braibanti circa tre anni fa a Roma e l’ho subito chiamato dicendogli che avevo trovato lo spettacolo sconvolgente, che non sapevo nulla di questa storia ed ero veramente colpita. Abbiamo parlato tantissimo al telefono e da lì è nata questa idea con cui provare ad allargare lo sguardo lavorando ad un documentario, avendo facoltà di cercare documenti, di andare a intervistare i parenti e le persone che possono testimoniare di quella vicenda. Poi in poco meno di un’anno il montaggio che è stato complicatissimo perché raccontare la vicenda di un processo è un procedimento complesso anche solo per la comprensione di quello che è accaduto, il processo è fatto di testimonianze, controtestimonianze, i fatti che non sono semplici da spiegare. Il montaggio quindi ha avuto una gestazione lunga e complessa anche per mettere insieme il teatro, che è una cosa particolare. Nei documentari, in genere, la finzione non c’è. Se si vuole fare una docu-fiction prendi degli attori e giri quello che ti serve. Qui invece il filo del racconto è basato sull’opera teatrale, un’opera di “cucitura” molto delicata e precisa di tanti tasselli diversi che compongono questa vicenda.

P: Nel documentario c’è anche una prima parte molto importante, che in genere non viene ricordata anche quando si parla del caso giudiziario di Braibanti, ovvero le sue origini, non solo geografiche o familiari ma anche culturali, e il suo passato resistenziale e la sua partecipazione ad avanguardie culturali importanti tra gli anni Cinquanta e gli anni Sessanta. Si parla anche chiaramente del rapporto tra Braibanti e la politica, il Partito d’Azione, il PCI da cui si allontana per la sua omosessualità, come successo per Pasolini che fu espulso. Quello che forse pochi sanno è che anche quando Braibanti, in età avanzata, è stato sfrattato dalla sua casa del Portico d’Ottavia, in pieno ghetto di Roma, e aveva già ottenuto, credo, la legge Bacchelli, lo sfratto è partito dall’archi-star Massimiliano Fuksas, che è stato considerato negli ultimi decenni da parte di una sinistra di governo in Italia. Quindi come descriverebbe questo rapporto tra Braibanti e la sinistra?
G: A differenza di Pasolini, Braibanti non fu mandato via dalla sinistra, anzi Togliatti lo voleva a Roma, gli voleva proporre un incarico importante a Roma. Lui era a capo della FGCI della Toscana. E’ un rapporto conflittuale perché lui scelse il Partito Comunista come anche Teresa Mattei, con cui lui combatté insieme, perché la Resistenza, nella sua visione, era stata fatta dagli operai e il partito che, principalmente, rappresentava quella classe era il PCI. Quindi fu una scelta consapevole e forte. Invece il distacco avvenne per una sua concezione personale, visto che era contrario al centralismo democratico e questo lo portò, con il tempo, a dire che gli interessava di più dedicarsi all’attività artistica che non alla politica. Non sentiva la politica come suo campo. Questo disaccordo lo portò a rinunciare a una carriera politica a Roma, quindi fu lui che se ne andò. Si pose il problema dell’atteggiamento del PCI nei confronti degli intellettuale, che è sempre stato non facile, la parte “borghese” di un partito che non doveva essere quello della borghesia ma doveva essere quello del popolo.

Pierpaolo Pasolini (1922-1975)

P: Ma Lei ritiene, avendo studiato approfonditamente il personaggio, che dopo una rinuncia alla politica “partitica” ci fosse una correlazione tra idea politica e attività artistica?
G: Braibanti è stato spesso definito un intellettuale “eretico”, un anarchico anche se non era propriamente anarchico perché non sposava pienamente l’anarchica, questo per dire che era una persona difficilmente collocabile. Comunque per lui, penso, l’attività artistica era anche un fare politica.

P: Ovviamente nel documentario si parla anche di tutto un contesto sociale, culturale, legislativo e possiamo dire che Braibanti è stato l’agnello sacrificale di una certa linea politica clerico-fascista, che all’epoca era molto forte. Lei pensa che oggi questa linea sia debellata o comunque ridotta a pochi nostalgici di questo connubio oppure possiamo preoccuparci perché questi rigurgiti – che bene abbiamo visto nell’aberrazione giudiziaria contro Braibanti, le stesse idee dei giudici e del pubblico accusatore durante il suo processo – rappresentino un rischio per noi oggi?
G: Quello che è capitato a Braibanti è successo, non a caso, nel 1968, in un momento in cui sia andava verso una maggiore richiesta di diritti civili e progresso. Per frenare questo, l’Italia più retrograda, quella che unisce i poteri che vorrebbero riportare al passato, si è opposta fermamente e in maniera spettacolare con il processo a Braibanti. Questo è stato il senso di quel processo, il dire: in Italia queste cose non accadranno perché noi fermeremo tutto il progresso, fermeremo queste idee. In questo caso non ha funzionato, in questo momento siamo in un periodo in cui sono stati fatti altri passi avanti con i diritti delle donne, i diritti delle minoranze, la rappresentatività delle persone omosessuali, le unioni civili. L’Italia ha vissuto, anche se non ancora sufficiente, sempre una maggiore libertà. Quando questo accade c’è sempre una parte dell’Italia che cerca di opporsi e frenare e riportare tutto ad un tempo passato in cui queste cose non potevano accadere. Io adesso, per quello che riguarda la Chiesa cattolica romana, penso che sia indubbio che una parte di essa sia retrograda, voglio pensare che sia sempre più piccola e che certe aperture di Bergoglio siano reali e facciano pensare ad un contrasto tra queste due parti della Chiesa di Roma. Spero che prevalga la più progressista, più aperta, più sana.

Aldo Braibanti (1922-2014)

P: Su Bergoglio, da protestante, ho alcune riserve. Va anche notato un fatto nella vicenda Braibanti e su tutto il dibattito circa il reato di plagio, ovvero che la sentenza con la quale questo è stato abrogato in quanto incostituzionale dalla Consulta partiva da un processo che vedeva come imputato un prete, non un omosessuale. Secondo Lei è un fatto significativo o incidentale, anche alla luce del fatto che da allora in ogni legislatura vi è sempre qualche parlamentare che propone il ripristino del reato di plagio nel nostro codice penale? Non solo una limitazione delle libertà civili, individuali, sessuali ma anche una pesante ipoteca sulle minoranze religiose, sulla libertà di culto.
G: Non penso, non so dire se sia stato abolito perché era coinvolto un rappresentante del clero. Il reato era nel Codice Rocco, quindi fascista, un ferro vecchio del passato che probabilmente sarebbe stato abolito lo stesso. Non ho studiato abbastanza bene il momento dell’abrogazione del reato per rispondere.

P: Ma in queste proposte (di reintrodurre il reato di plagio, ndR) Lei vede più una minaccia verso le civili ed individuali o verso le libertà di culto, specialmente delle minoranze?
G: È una minaccia che riguarda tutti, certo anche le minoranze di culto che possono rischiava e vanno assolutamente difese. Secondo me quando viene tirato in ballo il reato di plagio la sensazione è che venga trattato con una grande superficialità. Se non fosse così sarebbe molto grave perché il reato di plagio è una possibilità per condannare una persona senza prove o comunque creando con grande facilità prove arbitrarie e strumentali. La cosa che avvenne con Giovanni Sanfelice (il compagno di Braibanti, ndR) è proprio questa. Giovanni sosteneva di non essere stato plagiato ed era maggiorenne ma il pubblico accusatore ribatteva che il suo parere non aveva valore proprio perché era stato plagiato, è il frutto di una mente plagiata. In questo caso si può condannare chi si vuole. Va al banco dei testimoni per dimostrare un teorema e per demolire la sua credibilità. Questo può accadere anche con minoranze religiose, con chiunque.

P: Ultima domanda. Braibanti si occupava di poesia, di teatro, di sperimentazione cinematografica, era uno dei massimi esperti mondiali di mimercologia (lo studio delle formiche, ndR). Come vede e come ricorderebbe personalmente Aldo Braibanti?
G: Braibanti non amava la specializzazione. Nel centro culturale che gli hanno dedicato a Fiorenzuola d’Adda, l’ex macello della città, c’è una targa che lui ha voluto che lo definisce “Aldo Braibanti accademico del nulla”, rifiutava l’accademia. Era laureato in filosofia ma rifiutava la qualifica di filosofo, diceva di non essere un professore, si considerava una persona che, liberamente, poteva sperimentare in diversi campi e questo oggi forse è anomalo. Oggi ha vinto la specializzazione: so questo e faccio questo. Spesso si autocitava, in maniera ironica, quale Leonardo da Vinci, intellettuale rinascimentale a tutto tondo. Oggi questo viene visto come negativo: si può fare bene una cosa, non si può far bene tutto. Forse di quella libertà ci sarebbe bisogno nell’attuale panorama culturale.

Andrea Panerini

Una scena dell’opera teatrale “Il caso Braibanti” di Massimiliano Palmese

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