web analytics

Progresso, tecnologia digitale e disgregazione sociale

L’epidemia di COVID da cui non siamo ancora usciti ha avuto molte conseguenze sia sull’economia che, più in generale, sulla società. Una fra le più importanti è stata il modo di usare tecnologie note per svolgere in modo nuovo molte attività lavorative. Penso in primo luogo al lavoro trasferito dall’ufficio alla casa, usando il computer come mezzo di collegamento con colleghi e superiori, il cosiddetto lavoro da remoto. Questa soluzione, che ha trovato accoglimento entusiastico nell’immediato, soprattutto fra i più giovani, non ha mancato però di far rilevare aspetti negativi.

Da un lato, che chiamerei produttivistico, si è fatto notare che i lavoratori più anziani trovano difficoltà a connettersi e comunicare virtualmente; che vi possono essere problemi tecnici, ma anche psicologici (ad esempio la maggiore difficoltà a gestire riunioni di gruppo, laddove non si possono vedere reazioni non espresse a parole). La soluzione che si propone è sempre la stessa, si dice che sono necessarie nuove competenze, il che – vorrei sottolinearlo – spesso porta ad espellere dal mondo del lavoro proprio quei collaboratori più anziani che non si rapportano agevolmente con le nuove tecnologie informatiche, con quali effetti sulla compagine sociale lo accennerò più avanti.

Dall’altro lato, che chiamerei sindacale, non si è mancato di far notare almeno due effetti non esattamente positivi sulla vita delle persone. Il primo, piuttosto evidente per chi ha già sperimentato il lavoro da remoto, è che non esiste più un orario di lavoro. Il che non vuol dire affatto, come sostengono – a mio avviso in perfetta malafede – certi critici del lavoratore dipendente e sostenitori delle partite IVA sempre e comunque, che si lavora meno, ma semmai il contrario: se non hai finito il lavoro, lo completi anche se stai al computer la notte, la domenica, a Pasqua e a Natale. Non solo, ma la tua reperibilità non è più quella dell’orario d’ufficio, perché il capo, a cui hai dovuto dare il tuo numero di cellulare, ti cerca quando e come vuole. Il secondo effetto negativo è che il lavoratore da remoto non ha più una casa. La sovrapposizione fra casa e ufficio impedisce un vero stacco, un rilassamento e un cambiamento che consenta di vedere la vita e il mondo al di fuori del lavoro. Insomma si finisce con il vivere per lavorare, anziché lavorare per vivere.

Ma c’è un terzo effetto, di cui poco o nulla si è parlato, che riguarda tutta la società, cioè tutti noi, che ha origini più remote nel tempo, direi almeno una ventina d’anni, e che il lavoro da remoto ha accentuato: il crearsi di una massa di invisibili, che coinvolge non solo quelli che una volta si chiamavano emarginati, ma ormai anche il ceto medio, che si è impoverito e ha perso rilevanza sociale. Ne ha parlato Aldo Bonomi sul Manifesto, mostrando come questa invisibilità sia divenuta una condizione diffusa e forse addirittura maggioritaria, senza che però si sia evoluta in questione sociale.

A mio avviso il problema di fondo riguarda il senso della parola progresso, che è stata da troppo tempo ormai interpretata come mero progresso tecnologico, senza che ciò abbia favorito una crescita di civiltà della compagine sociale. Al contrario, lo sviluppo tecnologico ha supportato una parcellizzazione della società, favorendo l’isolamento e la disgregazione dell’idea di comunità. La digitalizzazione ha favorito la divaricazione fra coloro che controllano gli strumenti, che riescono a seguire “le traiettorie accelerate del progresso tecnico-scientifico e le relative tecnostrutture”, e la politica, sempre più incapace di metabolizzare gli sviluppi tecnici per riportarli all’interno di una dimensione sociale e antropologica che ridia senso alla comunità, recuperando tutti coloro, la maggioranza, che sono stati o rischiano di essere espulsi dai cosiddetti “flussi”, ritrovando il senso di una società plurale fatta anche da lavoratori manuali, anziani, piccole imprese, cooperazione, volontariato, individui marginali, cittadini o stranieri che siano.

La politica non è stata fin’ora in grado di dare voce e rilevanza a tali soggetti, perché ha perso credibilità, ma il problema riguarda anche comportamenti individuali. La digitalizzazione, allontanando fisicamente le persone, rende difficile riconoscere chi è simile a sé, scoprire negli altri ciò che ci accomuna in quanto persone. La nostra attenzione è rivolta all’interno del nostro piccolissimo spazio, rendendo invisibili gli altri, e rendendoci immuni perciò al destino altrui, che può essere così manipolato e sfruttato senza ostacoli. Insomma perdiamo la nostra umanità, la nostra capacità, ma anche la volontà, di vedere la marginalità sociale.

La cosa forse peggiore di tutte è che il progresso tecnologico e digitale è stato trasformato in valore assoluto, così concepito e indirizzato per servire una egemonia economica capitalista che da sola, al di fuori di ogni processo democratico condiviso, tende a sovrastare le masse, a mantenerle nell’invisibilità, a vantaggio del profitto. E che se rimane in questo contesto può colpire chiunque, senza assunzione di responsabilità e senza che nessuno abbia nulla da dire.

Come se ne esce? Non esistono evidentemente soluzioni preconfezionate, ed è certamente più facile criticare che proporre. Come cristiani credo che in primo luogo dobbiamo fare appello ai valori insegnatici dalla Parola, rivolgendo agli esclusi la nostra massima attenzione. I valori vanno però trasformati in azione, prima di tutto azione politica. Dobbiamo in primo luogo risvegliare la sensibilità sociale individuale, senza la quale nessuna azione politica può avere la forza necessaria per riportare l’idea di progresso tecnologico da valore assoluto a strumento finalizzato al benessere materiale e morale di tutti. In secondo luogo va ricostruito il rapporto fra la maggioranza invisibile e la sfera della rappresentanza politica, deteriorato a causa di una classe politica nella migliore delle ipotesi insipiente e incapace, nella peggiore corrotta e criminale. Infine, i cristiani possono e devono esercitare tutta la loro capacità di pressione politica, affinché il fiume di denaro che verrà dall’Unione Europea, venga usato per recuperare un livello di civiltà sociale decente, investendolo in misure di sostegno ai più poveri, ma anche in istruzione ed educazione, cultura, arte.

E’ vero che è necessario investire in opere pubbliche e sviluppo tecnologico per rendere il digitale diffuso e accessibile a tutti (una misura che certamente metterebbe il nostro Paese allo stesso livello degli altri Paesi europei), ma sono convinta che le giovani generazioni abbiano bisogno prioritariamente di una formazione umanistica, oggi così disprezzata.

Le sciagurate riforme della nostra scuola, lo svilimento dei licei, la sottovalutazione della conoscenza storica, e l’imperare delle tre I (internet, inglese, impresa), ha incanalato le menti delle nuove generazioni verso obiettivi specifici, prima ancora che avessero il tempo di guardarsi intorno, di ampliare la loro conoscenza del mondo e di sviluppare perciò una capacità critica, dando loro un unico obiettivo: un lavoro il più redditizio possibile, secondo il valore dominante nella nostra società, il successo.

Perciò è stato facile trasformare la comunità umana in una società tecnologica che abbandona chi non è all’altezza. Ma la tecnologia non è né buona né cattiva, può solo essere utilizzata bene o male. Solo la capacità critica che si sviluppa con la cultura umanistica ci rende davvero indipendenti e in grado di scegliere.

Marta Torcini

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *