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Il Nagorno-Karabakh è il nuovo terreno di confronto fra Russia e Turchia

Violento come un temporale estivo ma intermittente come il ticchettio di un pendolo, il conflitto del Nagorno-Karabakh, che ormai si protrae da trent’anni, è tornato a violentare i giorni e le notti di armeni e azeri. I primi sono per la maggior parte cristiani ortodossi mentre i secondi si riconoscono in maggior misura come musulmani sciiti, con una minoranza che aderisce alla corrente sunnita. Gli armeni hanno come più importante alleato nella regione caucasica la Russia di Putin, che comunque fornisce armi sia all’Armenia sia all’Azerbaigian; quest’ultima, il cui sottosuolo è ricco di petrolio e gas, vede nella Turchia di Erdoğan il suo principale protettore. In qualsiasi caso, all’attuale stato delle cose, Erdoğan appoggia politicamente e militarmente di più l’Azerbaigian di quanto Putin faccia con l’Armenia, sebbene quest’ultima condivida un accordo di difesa col vicino russo e ne ospiti una base militare. I rapporti fra Turchia e Armenia, invece, sono tanto gelidi che il confine fra i due paesi è sigillato.

L’oggetto della contesa è la regione montuosa del Nagorno-Karabakh, o Artsakh come è chiamata a Erevan, facente parte del territorio azero ma popolato in maggior misura da persone etnicamente armene e rivendicato tanto dall’attuale governo presieduto da Nikol Pashinyan quanto dai precedenti esecutivi. Di fatto, il 20% del territorio dell’Azerbaigian è controllato dall’esercito armeno e dal punto di vista politico-amministrativo è in parte occupato dalla Repubblica dell’Artsakh, autoproclamatasi il 6 gennaio 1992 nel mezzo della guerra fra Armenia e Azerbaigian, acuitasi con la dissoluzione dell’Unione Sovietica. Nonostante numerose violazioni del cessate il fuoco, dal 1994 fino a pochi giorni orsono il conflitto è stato relativamente congelato, dopo trentamila morti e novecentomila profughi1. La guerra fra i separatisti del Nagorno-Karabakh appoggiati dagli armeni e l’esercito azero terminò formalmente il 16 maggio 1994, dopo che fu firmato l’Accordo di Biškek. Tuttavia, gli armeni non si limitarono ad occupare il Nagorno-Karabakh ma s’impadronirono anche di sette province popolate da azeri.

Domenica 27 settembre 2020 il conflitto è esploso di nuovo e non si è trattato delle consuete violazioni al cessate il fuoco. Entrambi i governi contendenti si sono biasimati vicendevolmente su chi abbia iniziato a sparare per primo e adesso si rinfacciano alcuni attacchi mirati che hanno interessato edifici religiosi o città al di fuori del Nagorno-Karabakh: gli armeni accusano gli azeri di aver bombardato la capitale regionale, Stepanakert, e la cattedrale apostolica di Ghazanchetsots, la cui valenza strategica è infima e che si trova nella città di Şuşa, nel cuore dell’Artsakh; gli azeri, invece, hanno accusato i vicini armeni di aver lanciato missili sulle città di Gäncä e Mingəçevir, situate nell’entroterra del paese. La prima delle due suddette città, in particolare, è la seconda più grande della nazione dopo la capitale Baku; Mingəçevir è altresì sede di un’importante centrale idroelettrica interessata dal fuoco armeno, a detta di fonti ufficiali azere.

Situazione attuale del conflitto

Il cessate il fuoco faticosamente raggiunto alcuni giorni fa, perorato da Vladimir Putin dopo dieci ore di negoziazioni e più volte già violato, sebbene sia stato approntato per effettuare lo scambio dei prigionieri e dei caduti in battaglia, ha scontentato una parte del governo di Ilham Aliyev poiché da un punto di vista militare, complici i nuovi droni forniti dalla Turchia, l’Azerbaigian possiede armamenti migliori rispetto all’Armenia, in grado di giocare un ruolo essenziale nell’eventuale riconquista della regione contesa. È inoltre comprovato che la Turchia abbia inviato almeno alcune decine di ribelli siriani a combattere per la causa azera. Dal punto di vista geopolitico, oltre alla presenza di due vicini scomodi come la Turchia e l’Azerbaigian, l’Armenia vanta anche un altro “coinquilino” regionale non propriamente gradito: la Repubblica Autonoma di Naxçıvan, un’enclave azera compresa fra la stessa Armenia e l’Iran e rivendicata dalla progressista Federazione Rivoluzionaria Armena al pari del Nagorno-Karabakh. In questo intricato panorama geopolitico caucasico, che vede la Georgia mantenere per ora una posizione neutrale nel conflitto, a fare la voce grossa sono la Russia e la Turchia.

Putin ha voluto fermare l’offensiva geopolitica turca instaurando, appunto, un precario cessate il fuoco: in lui risiede sempre la volontà di continuare a giocare un ruolo preponderante nei territori che una volta appartenevano all’Unione Sovietica, sia tramite accordi bilaterali sia attraverso entità come l’Organizzazione della cooperazione centro-asiatica, fondata nel 1991 e nella quale la stessa Turchia fa parte in qualità di osservatore. Il Nagorno-Karabakh non è, d’altronde, l’unico conflitto che vede la Russia inserirsi in qualità di pacificatore, come in questo caso, di deus ex machina, come in Crimea e nel Donbass, o di spettatore molto interessato, come in Transnistria e in Gagauzia. Gli scenari di instabilità non mancano intorno ai confini russi. La Turchia, dal canto suo, sta improntando la propria politica estera con un sigillo sempre più aggressivo: oltre al Nagorno-Karabakh, il governo di Recep Tayyip Erdoğan, appoggiato in pieno dal proprio partito AKP, è finora intervenuto in Siria, dove sostiene i gruppi ribelli anti-Assad anche al fine di allontanare dal proprio confine le Forze democratiche siriane a maggioranza curde; in Libia, dove protegge il debole governo, riconosciuto dall’ONU, di al-Sarrāj; nel Mar Egeo e nel Mar di Creta, nei quali le tensioni con la Grecia e Cipro stanno crescendo vertiginosamente a causa delle esplorazioni condotte dalla nave Oruc Reis. Com’è noto, al contrario, la Russia sostiene in pieno al-Assad nel conflitto siriano, sebbene ad Idlib organizzi delle pattuglie miste con la Turchia, e in Libia parteggia senza remore, insieme all’Egitto e sottotraccia alla Francia, per il generale Haftar e il governo con sede a Tobruk. Il Nagorno-Karabakh è quindi l’ennesimo terreno di confronto fra una potenza mondiale, la Russia, e una regionale, la Turchia. Paradossale ma non troppo, il governo di Istambul ha di recente acquistato da Mosca il sofisticato sistema antiaereo S-400, scatenando le ire degli Stati Uniti che vedono nella Turchia un alleato imbarazzante per la NATO.

Attualmente il Gruppo di Minsk, co-presieduto da Stati Uniti, Francia e Russia, sta lavorando per prolungare, e soprattutto far rispettare, il cessate il fuoco. Dopotutto, chi ha osservato molto da vicino il conflitto caucasico è Emmanuel Macron: estremamente critico nei confronti della Turchia, anche per quanto concerne la situazione libica, il presidente francese è stato il primo a puntare i riflettori sul passaggio di combattenti armati dalla Siria all’Azerbaigian. La Francia, d’altronde, ospita una comunità armena molto folta che vede fra le sue fila non solo intellettuali ma anche artisti di alto livello, come l’attore e regista Simon Abkarian, una cui lettera molto critica nei confronti della Turchia è apparsa di recente su “Le Figaro”.

Fedele alla sua ossessione panturca, Erdoğan invia a Baku aerei, droni e missili di ogni tipo e… jihadisti siriani, libici”. Più chiaro di così…

Gabriele Sbrana

1 Paolo Bergamaschi, Terre di nessuno, Formigine, Infinito edizioni, 2020, p. 95.

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