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Il multiculturalismo e la società inclusiva

Il carattere sempre più multiculturale delle società in cui viviamo stimola riflessioni teoriche che abbiano una ricaduta sul piano dell’implementazione delle politiche pubbliche nazionali e sovranazionali. Il multiculturalismo indica una società in cui emergono conflitti legati alla rivendicazione identitaria di comunità e di soggettività, che vanno ad affiancarsi ai tradizionali conflitti distributivi.

Il multiculturalismo è un termine descrittivo, giunto soltanto negli anni ’80 nel lessico europeo, si riferisce alle diversità culturali presenti in un territorio in cui co-esistono due o più gruppi con credenze e culture distinte. Può anche riferirsi alle policy istituzionali, come riconoscimento formale del portato storico e culturale di determinati gruppi. Nello stesso modo il multiculturalismo, nella sua accezione più ampia, rappresenta il pieno dispiegarsi delle libertà individuali e collettive. Altresì richiama il principio di tolleranza che a tutti gli effetti rappresenta l’aspetto peculiare di ogni discorso sul multiculturalismo. Difatti, si parlerà di multiculturalismo come di una nuova stagione del principio di tolleranza.

Una società multiculturale deve tendere alla costruzione di un’effettiva società pluralista, in grado di valorizzarne le caratteristiche: il multiculturalismo è lo sviluppo del pluralismo, con una particolare attenzione ai rapporti ineguali tra le culture maggioritarie e minoritarie. Al centro del dibattito filosofico-politico sul multiculturalismo, si colloca la disputa sull’opportunità di riconoscere diritti collettivi alle minoranze culturali. Questa contrapposizione rispetto al tema dei diritti è il centro di due filosofie principali, due opinioni sulla società – quella proposta dai liberali, la seconda dai comunitari.

I liberali classici, sostengono la centralità dei diritti individuali e la neutralità etica come strumenti atti a garantire gli eguali diritti e l’eguale dignità; viceversa, i comunitaristi, sostengono l’insufficienza dei diritti individuali e la rinnovata centralità dei diritti collettivi. Tuttavia, ci si trova di fronte a due problematiche che fanno prevalere logiche di inclusione/esclusione: da una parte, una visione che tende ad ignorare le differenze culturali richiamandosi ad un universalismo acritico; dall’altra, il rischio del particolarismo che si traduce nell’impossibilità di ogni forma di dialogo tra le differenti culture.

Per evitare i rischi insiti nella stucchevole contrapposizione e per rifuggire dalla dialettica proposta in maniera preponderante dalla filosofia politica nord-americana, che inevitabilmente per prima si è interrogata sulle società basate sul melting pot, occorre pensare ad un approccio interculturale basato sul riconoscimento. Il tema del riconoscimento, così come detto dai comunitaristi, è di centrale importanza e può essere descritto con riferimento a concetti quali la differenza e l’identità. Il dialogo e la comunicazione possono essere interpretati come una superficie condivisa, uno spazio comune, una sfera pubblica di relazione tra le diverse soggettività. Il mancato riconoscimento dell’identità personale crea una privazione della libertà, produce un reale danno alla persona. Nello stesso modo questo avviene nel caso dei gruppi, producendo estraniamento e alienazione nonché rabbia e frustrazione in coloro i quali non vedono riconosciute le proprie identità.

Giova ricordare, che la negazione del riconoscimento provoca impotenza e isolamento, un terreno fertile per gli estremismi. Per questo motivo occorre celebrare la diversità, promuovere la tolleranza e la comprensione. In questo senso, emerge la necessità di un approccio interculturale che permetta di trovare delle soluzioni alle problematiche legate al multiculturalismo.

La filosofia interculturale, che ha avuto il suo nucleo nella filosofia dell’America Latina e vede tra i suoi iniziatori il filosofo cubano Raoul Betancourt, si presenta come un progetto d’interlocazione basato sull’idea che ogni cultura, in ambito pubblico, entra in dialogo con tutte le altre e con la regia delle istituzioni si possa promuovere una trasformazione comune, mantenendo contatti aperti e rispettosi delle differenze di ciascuno/a.

 In una società interculturale i cittadini adottano vari punti di vista e accettano le differenze con la deliberazione, mediante l’utilizzo dei meccanismi di democrazia partecipata. Vivono in un modo che consente lo sviluppo di un processo di tolleranza, di curiosità verso il prossimo e, infine, di autorealizzazione. L’interculturalità si presenta come un progetto d’interlocuzione, fondato sull’idea che le culture, nella sfera pubblica, si aprano reciprocamente e si promuova una comune trasformazione senza, tuttavia, il venire meno delle differenze.

Siamo diversi, ma non c’è niente di sbagliato o minaccioso in queste differenze. Siamo tutti alla ricerca di una vita migliore per noi stessi e per le generazioni future. Dal momento che viviamo in società complesse, talvolta può essere un compito difficile esprimere l’identità personale e di gruppo senza entrare in conflitto con gli altri. Dobbiamo imparare a vivere insieme. L’interculturalità può contribuire al progresso della società, attraverso la comprensione reciproca dei valori e delle culture.

Si tratta di una soluzione aperta alla diversità e, potenzialmente, in grado di risolvere la grande sfida posta alle democrazie occidentali: la necessità di individuare elementi di convivenza tra le culture autoctone e le “culture altre”.

Paolo D’Aleo

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