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Il caso Braibanti, una ferita ancora aperta nel nostro paese

FIRENZE – Si è aperta ieri sera la diciottesima edizione del «Florence Queer Festival», quest’anno con molte restrizioni a causa della pandemia di Covid-19 e proiezioni virtuali. Alla cerimonia di apertura erano presenti Sara Furnaro, assessore all’Istruzione e alle pari opportunità del Comune di Firenze e Tommaso Sacchi, assessore alla Cultura dell’amministrazione fiorentina. Entrambi, assieme agli organizzatori Bruno Casini e Roberta Vannucci hanno premiato il documentario «Il caso Braibanti» (Italia, 2020) di Carmen Giardina e Massimiliano Palmese, con musiche di Pivio assegnandogli il Premio Speciale del Florence Queer Festival con la motivazione: «Per aver scelto di raccontare e dare visibilità a una storia da non dimenticare, nel ricordo del valore indelebile di un poliedrico intellettuale italiano.» In sala erano presenti la Giardina e il musicista genovese alias Roberto Pischiutta e proprio questo prezioso lavoro ha aperto le proiezioni di questa edizione.

Gli organizzatori, i rappresentanti del Comune di Firenze con Giardina e Pivio

«Il caso Braibanti» è un agile documentario (con una durata di circa 50’) che parla non solo del famoso (o per meglio dire famigerato) caso giudiziario con un’accurata ricostruzione degli eventi (dedotti per lo più da cronache giornalistiche visto che gli atti giudiziari ufficiali sono andati perduti) ma racconta la personalità di uno dei più importanti e significativi artisti italiani della seconda metà del XX secolo, non tralasciando l’attività politica e partigiana (che si esplicò principalmente proprio a Firenze con un soggiorno nel 1944 a Villa Triste, dove l’intellettuale fu torturato dalla banda Carità).

Il documentario non si limita al caso giudiziario del 1968 che tanto clamore suscitò nel paese, fino a dividerlo in due e che portò faticosamente alla cancellazione del famigerato articolo 603 del codice penale fascista (ovvero il fantomatico reato di “plagio”) ad opera della Corte Costituzionale nel 1981: Braibanti fu l’unico condannato per questo reato nell’Italia repubblicana. Ci parla del Braibanti uomo, amante, filosofo, cineasta, sperimentatore teatrale e tra i massimi esperti mondiali di mirmecologia (ovvero lo studio delle formiche). Ci parla di un Braibanti ecologista ed animalista dichiarato, in un’epoca dove queste parole erano sconosciute in Italia. Ci parla del Braibanti amante e omosessuale dichiarato, che il potere volle reprimere a tutti costi e pubblicamente in un’epoca in cui l’omosessuale era chiamato invertito, pederasta, anormale, deviante.

La regista Carmen Giardina risponde ad alcune domande del pubblico

«Il caso Braibanti» è anche e soprattutto un’opera di memoria storica che ci spinge a ricordare per opporsi a tale barbarie nell’età presente, in cui una fetta importante d’Italia sembra voler risospingere il paese nel razzismo, nell’omofobia, nella discriminazione. Parla della sofferenza di Giovanni Sanfelice, il piacentino nato in una famiglia clerico-fascista, rapito da maggiorenne, ricoverato contro la sua volontà in manicomio, sottoposto a decine di elettroshock e vari shock insulinici, ridotto all’ombra di se stesso e che, nonostante questo, non accusò il suo ex amante durante il processo. Ci racconta che per uscire dal manicomio Giovanni dovette sottostare a una serie di umilianti clausole quali il non uscire da casa dopo cena e non leggere libri pubblicati durante gli ultimi cento anni e di come Aldo e Giovanni non si videro mai più dopo il processo.

Nato da una idea del regista teatrale Massimiliano Palmese, che da anni rappresenta in tutta l’Italia l’omonima opera teatrale, questo documentario è un pugno allo stomaco verso gli spettatori che hanno una visione edulcorata della storia dei diritti civili in questo paese. Attraverso proprio alcune scene teatrali di Palmese, ci racconta di questo grande amore interrotto dalla follia sociale, culturale e giudiziaria di un’Italia mai veramente uscita dal fascismo.

La tecnica di Carmen Giardina e la colonna sonora di Pivio (già vincitore di un David di Donatello per la migliore colonna sonora) impreziosiscono un’opera che, per la sua testimonianza e la sua importanza culturale, meriterebbe di certo ben altra considerazione e una prima serata su una rete televisiva nazionale.

Andrea Panerini

Qui potete leggere l’intervista del Direttore Panerini a Carmen Giardina (link non ancora funzionante)

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