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Testimoni di speranza: Gideon Byamugisha

L’attenzione dei mezzi di comunicazione di questi mesi è concentrata sulla pandemia da coronavirus, nemico recente che ha colto di sorpresa e miete vittime. I mali precedenti con i loro strascichi non hanno perso, però, la loro mortifera dignità. Secondo l’Unicef la prima causa di morte in Africa è l’AIDS. Tre quarti dei sieropositivi al mondo risiedono in Africa. Nel mese di maggio 2020 l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha avvertito che il numero di morti per AIDS nell’Africa sub-sahariana potrebbe raddoppiare, se, a causa della pandemia da coronavirus, i malati fossero privati delle terapie. Il futuro stesso dell’Africa è fortemente condizionato dalla diffusione e dal tasso di mortalità dell’AIDS, che affligge particolarmente gli adolescenti. La comunità di Sant’Egidio da quasi vent’anni porta avanti il progetto Dream rivolto particolarmente all’Africa orientale, agevolando soprattutto l’accesso alle cure.

L’AIDS ha provocato e contemporaneamente fatto emergere criticità a vari livelli. Necessiterebbe di un vaccino che non c’è, di una terapia risolutiva che manca, di cure per tutti. I risvolti che apre non si esauriscono all’ambito sanitario. Molte difficoltà connesse alla mentalità, agli stereotipi consolidati in alcune culture locali, rendono la vita più facile al virus e ancora più difficile ai malati. Su questa malattia e sui malati che ne sono colpiti grava uno stigma, che suscita vergogna e impone il silenzio. Questo condizionamento psicologico negativo rischia seriamente di ritardare diagnosi e cure, meno efficaci man mano che il sistema immunitario è più compromesso.

In Uganda, piccolo stato dell’Africa centro-orientale fra i più colpiti dall’infezione e fra quelli che sono migliorati più vistosamente negli anni, c’è stata una persona che nel mese di gennaio del 1992 ha scoperto di essere positivo all’HIV, in seguito alla morte di sua moglie. Dopo momenti tormentati trascorsi a ponderare sul da farsi, decide di venire allo scoperto. Viveva e vive a Kampala, svolge il proprio ministero presbiterale presso la chiesa anglicana ugandese ed è stato il primo religioso a condividere pubblicamente la propria condizione. Ha intuito che la fede e le organizzazioni religiose possono contribuire enormemente a combattere i pregiudizi che riguardano i malati di AIDS. Ha messo a punto un approccio alternativo, basato sulla compassione e articolato in una serie di programmi capaci di infondere speranza attraverso attività pratiche, che concernono il campo educativo, spirituale, che prevedono preghiera e iniziative concrete, assistenza domiciliare e supporto spirituale. La sua iniziativa è stata raccolta da altre guide religiose coinvolte direttamente dall’AIDS. Così è nata ANERELA, acronimo che sta per International African Network of Religious Leaders Living with or Affected by AIDS (Rete africana di guide religiose che vivono con o sono affette da AIDS). Successivamente ANERELA è diventata INERELA, perché African è stato sostituito daInternational. E’ una vera e propria rete che da diversi anni congiunge le forze per il medesimo scopo e le incanala in una serie di azioni importanti volte a debellare l’AIDS, cercando di guarire i modi distorti di interpretare malattia e malati, ricorrendo a un approccio olistico capace di approfondire la relazionalità, il corpo, la sessualità, attraverso una conoscenza sempre più fondata e grazie al confronto con le fonti delle religioni.

Annuncio religioso e culture

La componente antropologica del malessere non è meno importante di quella strettamente fisiologica e sanitaria. Il modo in cui ci si percepisce e si percepiscono gli altri condiziona anche i tempi e i modi di reazione al male. La rete delle guide religiose, nata dall’idea del reverendo Gideon per gli argomenti trattati, propone la fonte biblica e quella coranica. In qualche caso le pubblicazioni raccolgono i contributi anche di altre fedi, come il sikhismo. Cristianesimo e islam sono le religioni più praticate in Uganda e convivono con una serie di culti locali. La Kikaya Hill a Kempala ospita anche uno dei rarissimi templi Baha’i, l’unico in Africa. Nella città di Mbale, nell’Uganda orientale, si trova anche la comunità ebraica Abayudaya (il nome significa Gente di Giuda) che conta qualche migliaio di membri. La storia rocambolesca, particolare di questa comunità inizia con un personaggio, Semei Kakungulu (1869-1928), simile per certi versi all’italiano Donato Levi Manduzio. Questa, però, sarebbe un’altra storia. Per quanto vi sia una predominanza numerica dei cristiani, la piccola Uganda mostra una varietà religiosa tutta sua. Ed è allora ancora più importante promuovere percorsi di sensibilizzazione, che, confrontando la mentalità comune a tutti con le fonti delle fedi, favorisca la maturazione di un pensiero critico e una conversione aderente alla realtà, che sappia assumerla alla luce del credo professato.

Molte teorie sono state imbastite sulla cultura anche come riflesso di ideologie e correnti caratterizzanti epoche diverse e circoscrivendola alla dimensione speculativa propria del mondo del pensiero astratto, definendola implicitamente come meta-realtà, lettura esterna della realtà. La cultura, però, non è solo un concetto o l’oggetto di una prospettiva critica, ha a che fare con le categorie applicate nel pensare, nel giudicare, nel parlare, nel comportarsi e anche nel relazionarsi con il divino. La dimensione espressiva, ricca di gesti, suoni, modi generici di apparire, è connotata culturalmente. I gruppi umani tendono a collegarsi attraverso un insieme condiviso di simboli, cui i processi culturali, posti in essere da loro stessi, danno significato. Si pensi al modo di vestire o ai comportamenti rituali da osservare in circostanze sensibili, come la nascita, il matrimonio, il lutto. In tali casi il rispetto del silenzio o, al contrario, la profusione del suono talvolta parossistico, non sono casuali né dettati da un’ispirazione estemporanea, sono invece comportamenti in cui i presenti si riconoscono e sperimentano una fase del processo identitario e d’integrazione collettivo. La trasmissione culturale richiede un tempo di elaborazione ed è condizionata dai fattori del contorno, rispetto ai quali diventa un vero e proprio adattamento. Ogni importante mutamento ambientale, quale si può considerare, ad esempio, l’utilizzo diffuso della rete: stimola condotte adeguate e, di conseguenza, cambiamenti culturali. I vari codici appresi attraverso processi culturali si diffondono per imitazione. Pur tendendo alla sopravvivenza della specie e alla conservazione della vita, la cultura comprende al proprio interno numerose varianti, tanto che la sociologa americana Ann Swidler l’ha paragonata a una cassetta per gli attrezzi. E, in effetti, ogni circostanza della vita, a partire dai comportamenti più comuni, riflette un’appartenenza culturale, dal modo di salutare, alle attività del tempo libero, al modo in cui gli adulti si relazionano ai bambini, si scambiano merci e valori, ecc.

La cultura esiste come prodotto dinamico di interpretazione del reale, ma anche di intervento su di esso, allo scopo di sopravvivere. E, siccome la vita non si esaurisce nella dimensione fisica e materiale, si nutre anche di profonde motivazioni spirituali e ideali attinte per la gran parte dalle religioni. L’apparato valoriale, cioè il significato profondo soggiacente a pensieri, ad azioni e a espressioni, coniuga questi ultimi con il significato loro attribuito da codici condivisi fondamentali, che, coerentemente fra loro, profilano un progetto di azione sulla realtà.

Ogni cultura si presenta come fenomeno stratificato, come somma di varietà, di tendenze più o meno circoscritte. E ogni cultura, intesa come prospettiva, modo di intendere la vita, è relativa, in quanto non unica. Cambiando epoca o spostandosi da un’area all’altra del pianeta, si percepisce con evidenza come i suddetti codici di adattamento alla realtà, primo fra tutti il linguaggio, cambino, aprendo l’individuo alla prospettiva della pluralità di culture.

Razionalmente questo discorso appare sereno, se non addirittura scontato, molto più arduo è accogliere e pensare la pluralità per quella che è, nella legittimità di ognuna delle sue parti e nell’arte strategica di pensare modi sempre più opportuni di convivere pacificamente rendendo la pluralità culturale un patrimonio in sé. Arte, musica, moda, lingua sono canali di espressione, portatori delle diversità dei popoli, da un lato, e, dall’altro, della loro condivisione di un comune percorso su questa terra.

Gideon Byamugisha ha trovato un accesso particolare alla terapia spirituale, che può guarire le malformazioni della mentalità corrente ugandese. La sofferenza, il corpo, la sessualità non possono essere slegati dalla religiosità. Dio manifesta un progetto preciso a questo riguardo attraverso le varie rivelazioni. Quanto poi alla formazione dei pregiudizi e le discriminazioni, le religioni propongono una chiara concezione della persona, della dignità dell’essere, della disposizione di Dio anche verso il peccato e la misericordia. La protezione dei deboli è un cardine della predicazione religiosa, ma non sempre viene collegata alle attuali categorie di debolezza, a coloro che oggi sono posti ai margini della società.

Gideon e le strategie della speranza

Gideon è un prete, ha una formazione teologica ed è particolarmente impegnato nel diffondere il vangelo, contrastando le discriminazioni, dovute non soltanto a pregiudizi connessi strettamente al virus dell’HIV, ma, più in generale, ai rapporti uomo-donna, al modo di vivere la sessualità, al modo di concepire la donna. Non a caso molti interventi attuati dalla rete da lui istituita prendono di mira proprio la violenza di genere, le discriminazioni sessuali, contrastano la violenza sulle donne.

Questo modo di avvicinarsi al problema AIDS, ampliando gradualmente l’inquadratura, fino a riconoscere tante connessioni con l’ambiente culturale, sociale, umano, spirituale, favorisce l’inclusione, non cura soltanto lo stigma della malattia.

Non si può ignorare che egli coniughi il discorso culturale a quello cristiano non soltanto sulla base degli studi, della formazione cristiana, delle scelte compiute. Ci è arrivato mettendo in campo se stesso.

La sua condizione di malato di AIDS fuori dalle categorie più note, prostitute e frequentatore di prostitute, mostra a lui per primo una situazione ben diversa. Non tutto è come sembra. Ogni situazione guardata da vicino presenta sfumature e complessità. E lui lo ha scoperto perché la malattia lo ha raggiunto. E in quel preciso frangente ha risposto alla sua vocazione nella vocazione.

Ha provato sulla sua pelle la superficialità e la moralità retorica di chi associa una malattia trasmissibile anche per via sessuale automaticamente a un comportamento sessuale scorretto. Il passaggio successivo è subito pronto a riconoscere nella malattia la giusta conseguenza, una punizione. Tutti questi collegamenti sono arbitrari e offendono non difendono la sostanza di ogni morale. L’annuncio che Gideon reca al mondo come ministro deve attingere necessariamente alla sua storia, anche se ciò lo espone.

La sua prima strategia di riscatto, in fondo, è partita da un atteggiamento che lo fa sentire vicino a quello di Giuseppe l’ebreo, quando egli, dopo molto tempo di nuovo di fronte ai fratelli che lo avevano venduto, in una posizione di potere rispetto alla loro, si sarebbe potuto vendicare di loro, ma scelse di non farlo, in nome di una sapienza che legge la storia alla luce della fede: Non abbiate paura! Io non sono Dio, non posso giudicarvi. Volevate farmi del male, ma come oggi si vede, Dio ha voluto trasformare il male in bene per salvare la vita a un popolo numeroso. Dunque non abbiate paura. Io mi prenderò cura di voi e delle vostre famiglie (Genesi 50, 19-21).

Gideon dimostra di aver creduto a un bene da incoraggiare nella sua storia. Piuttosto che rinchiudersi a sua volta nello stigma e nella paura, tanto più che svolge una funzione pubblica, ha scelto di diventare leva per rinfrancare non soltanto il proprio animo, ma quello di un popolo numeroso. Per ben due volte nel breve passo citato Giuseppe invita i fratelli a scacciare la paura. Gideon fa lo stesso rivolto alle chiese, perché proprio a loro è affidato il messaggio di speranza in grado di contrastarla. Questa speranza, però, non può limitarsi a qualche bella parola, prende forma nei programmi che Inela porta avanti.

Tra l’altro Gideon scrive, pubblica numerosi contributi e ha elaborato quattro strategie di speranza. Sono condensate nella parola inglese SAVE, che Gideon interpreta come acrostico che sta per Safer practices (procedure più sicure), Appropriate treatment and nutrition (cure e alimentazione appropriati),Voluntary counselling and testing (colloqui e test volontari), and Empowerment (miglioramento).

Salvare la vita a un popolo numeroso

Se la carità in qualche modo spinge sempre, possiamo ricavare utili spunti per affrontare il male che ci affligge e che presenta delle sue qualità specifiche. Non è che l’AIDS non ci riguardi, purtroppo riguarda tutti e molti osservatori anche in Europa, anche in Italia tengono alta la guardia, fanno informazione e aggiornano i dati. L’emergenza comune e attuale, però, si chiama coronavirus. Possono esserci punti di contatto con la vicenda di Gideon? Nel momento in cui ha saputo di essere positivo, ha dovuto fare anche lui i conti con il modo di vedere la malattia, e, quindi, con i pregiudizi. Circa la pandemia attuale ci sono preconcetti? Purtroppo ci sono delle modalità che stiamo acquisendo, che possono condizionare in negativo la vita di relazione. All’inizio dell’emergenza ci è stato insegnato questo: dobbiamo comportarci come se fossimo tutti infettati. E questo implica le distanze, l’assenza di contatto, non esporre naso e bocca in luoghi chiusi. Il vicino può diventare la minaccia, il contatto può portare la malattia, la vicinanza fisica va evitata. Gideon, portando la propria storia a conoscenza di tutti, contribuisce a creare un pensiero critico, mette sotto accusa i pregiudizi attraverso il ragionamento. Il pensiero critico, il preservare equilibrio e lucidità, può salvare anche noi da pericolosi effetti collaterali sociali che la pandemia comporta. Nell’emergenza le indicazioni vanno osservate, ma tenendo ben presente il motivo, la circostanza. Sperando che tutto evolva in meglio, non dovremo trovarci schiavi di nuove fobie che ci trattengano lontani dai normali contatti, che, specie sulle sponde del Mediterraneo, fanno parte della pelle culturale.

L’autobiografia, la storia personale è stata per Gideon patrimonio da condividere, ha avuto coraggio, ha messo a disposizione di tutti il poco, il molto, il male, il bene che ha. E’ un modo efficace di comunicare, lo troviamo anche nella Bibbia. E’ anche una buona strategia pastorale, non soltanto utile a organizzare il sermone del prete o del pastore, ma anche nei gruppi confessionali e interconfessionali. Dio parla nella storia, attraverso l’umanità, quale teologia più di quella cristiana dell’incarnazione dovrebbe valorizzare questo principio?

La condivisione interreligiosa è utile soprattutto perché, strano a dirsi, fa migliorare la conoscenza e la coscienza della propria fede. E poi aiuta a superare barriere innanzitutto mentali, culturali e pure religiose. L’emergenza coronavirus ha fatto sperimentare un entusiasmo nuovo in questo campo. Il vento soffia in questa direzione e mira all’inclusione. Per questo, però, servono strategie concrete. La speranza ha bisogno di nutrirsi, di muoversi, di comunicare nel quotidiano. Le strategie nascono dalla pastorale, anzi dalle pastorali dei soggetti di fede. E la pastorale, come anche la vicenda ugandese insegna, inizia con la conoscenza della situazione, della storia, delle sue interpellanze. Gideon non è sfuggito alla sua storia, non si è sottratto al peso del momento storico del suo paese. Fuggire è una tentazione sempre in agguato, assumere su di sé il dolore non è mai facile e nessuno lo sceglierebbe per sé, potendo scegliere. A lungo andare la fuga non paga, perché trova il modo di riportare alla casella di partenza, è una beffa dal circolo chiuso. D’altro canto assumere il peso della sofferenza vuol dire non svenderla ai pregiudizi, ma anche non sottovalutarla, non liquidarla con frasi fatte e sbrigative.

Il valore aggiunto delle testimonianze offerte dal religioso è nella sua capacità di riconoscere i miracoli. La sua visione della storia si nutre di una fede vissuta, che rende credibile il suo annuncio. In un’intervista ha dichiarato di vedere un miracolo anche nel progresso della scienza, che ora tratta i malati di AIDS in modo da farli vivere molto più a lungo e che consente lunghi periodi di vita pressoché normale. Nella sua stessa vita possiamo riconoscere un miracolo, il segno di una benedizione molto feconda, che lo ha condotto fino a oggi a celebrare le nozze d’argento con la seconda moglie, a essere padre di tre figlie sane, a servire la sua chiesa con profonda partecipazione, a offrire continui messaggi di pace al suo paese, che glielo ha riconosciuto con diversi importanti riconoscimenti, e al mondo. Nella storia di Giuseppe l’ebreo e in molti altri passi biblici si sottolinea che la volontà di bene che Dio esprime guarda non solo il singolo ma il popolo. In questo senso possiamo considerare la testimonianza di Gideon anche nostra, anche per noi, ricavandone ispirazione per organizzare le strategie di speranza più utili qui e ora.

Ada Prisco

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