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Vedere in piccolo

Sono mesi che tante parole vengono dedicate all’interpretazione dei segni dei tempi, per ricorrere a un’espressione della Bibbia (cf. Mt 16, 3). Si insiste sul cambiamento, qualcuno dice che è inevitabile, altri lo ritengono indotto, pilotato. Commenti, saggi e articoli puntano il dito sulla novità. E’ un po’ come se s’invogliasse a cavalcare l’onda, per evitare di esserne sommersi. Non restare troppo ancorati a quello che è stato, perché non torna mai nella forma in cui lo si è conosciuto, e, nello stesso tempo, cambiare, non sapendo bene come.

A questi diffusi e ampi discorsi, dal carattere più o meno filosofico, si accompagna la precarietà del quotidiano, ancora segnata da profonda incertezza, dalla cartine con le zone marcate in corrispondenza della diffusione più massiccia del virus. Si avverte quasi come se la possibilità di vita si fosse ristretta, come quando si tira fuori dalla lavatrice un capo rimpicciolito e forse anche infeltrito. Spostarsi è comunque più difficoltoso, si parla della possibilità di nuovi confinamenti, allora si evita il più possibile di andare troppo lontano. Far visita a qualcuno prevede che si lasci un certo spazio vuoto e si copra, con il viso mascherato, anche molte espressioni non verbali di comunicazione. Gli aspetti economici della situazione sono molto preoccupanti e probabilmente non sono ancora emersi nella loro totalità. Il tempo si somministra a piccoli sorsi, il respiro non è troppo lungo.

È come se tutto chiamasse alla concentrazione, al tuffo in un microcosmo, che Lewis Carroll con Alice e Jonathan Swift con Gulliver hanno rappresentato fantasticamente. Il sentimento e le religiosità lo rappresentano in un modo diverso, lasciano il piccolo così com’è, non lo interpretano da un punto di vista geometrico né quantitativo. La nostra società basata molto sui test, sulle prestazioni, sulle misurazioni, associa facilmente tutto a un numero. Questi indici sono necessarie sintesi di come va la vita, ma non ne mostrano certamente la qualità.

Questo potrebbe essere il tempo di scrutare la piccolezza che siamo noi, apprezzare la felicità dei piccoli gesti, approcciare al mondo piccolo con criteri non fondati sulla quantità, ma sulla qualità, non sulla domanda quanto? Ma sulla domanda come? In ciò che è delimitato e circoscritto riconoscere la potenzialità del seme consegna un’ulteriore domanda: come vuoi occupartene? Dalla qualità della cura investita in quest’attività scaturisce la potenza di rinnovamento e trasformazione, che nel piccolo è contenuta. Non si vede facilmente a occhio nudo, è scartata a vantaggio dei sogni in grande, che non presentano nessun aspetto negativo di per sé, ma che non contengono tutta quanta la realtà.

Non tutto il piccolo è trasformativo, ma veicola una sua sapienza. Ha una sua estetica e parla una sua lingua, fatta del bocciolo germogliato in un giorno qualunque da un cespuglio selvatico di un angolo anonimo di una città, del fresco che regala un alito di vento in una giornata soffocata dalla calura, il messaggio di una persona cara che tu pensavi ti avesse rimosso dall’agenda. Il piccolo paradossalmente è altruista, fa spazio a chiunque, è accessibile a tutti.

A chi si nega il vento? Chi può vietare di ammirare un bocciolo? Il segreto dell’incontro forse sta nella sosta. Il piccolo è ospitale, insegna a godere, a riconoscere il valore. Incontrare inaspettatamente una persona e fermarsi anche solo per condividere un tempo breve allunga la vista, la rende più acuta in profondità. Accoglie in uno spazio di qualità della vita, che, se non la allunga, la rende migliore.

Alla Bibbia piccolo piace

La Bibbia giudaico-cristiana esalta la piccolezza come un criterio di predilezione agli occhi di Dio. Nella piccolezza Dio preferisce far risaltare la scelta e la straordinarietà del suo amore: Il Signore vi ha presi a cuore e vi ha scelti, non perché siete più numerosi di tutti gli altri popoli, anzi, voi siete il più piccolo di tutti i popoli. Il Signore però vi ama (Deuteronomio 7, 7-8). La piccolezza si smarca da ogni cornice meritoria. Dio non ha bandito concorsi, non ha premiato niente e nessuno. Israele è piccolo e non ha meriti e proprio questa sua povertà, contro tendenza rispetto alla mentalità corrente, mette in risalto il come dell’amore di Dio, che offre con gratuità e agisce con potenza. E si manifesta dove non ci si aspetta. Il piccolo sorprende, parla la lingua assurda, convinta e divertente dei bambini. Quanto può essere liberante entrare in contatto con una scelta affrancata da ogni misura e disponibile a essere illimitata in nome di una qualità semplice, essenziale, l’amore.

La stessa predilezione per i piccoli è ribadita nel vangelo (Matteo 11, 25): Ti ringrazio, Padre, … perché hai nascosto queste cose ai grandi e ai sapienti e le hai fatte conoscere ai piccoli. Quando Gesù rivolge al Padre questa lode, vive un momento carico di tensioni, molti nutrono dubbi su di lui, Giovanni dalla prigione vuol sapere se sia lui il Messia, oppure questi debba ancora venire. E questo tempo diventa occasione di una benedizione rivolta al Padre, che ha come soggetto i piccoli. Lungi dall’essere un insulto alle menti più critiche e raffinate, questa lode riconosce che Dio vuol farsi trovare nelle pieghe e chiede la fiducia, cui i piccoli sono più abituati degli adulti.

Le metafore della piccolezza nel vangelo sono tante, il granello di senape (cf. Mt 13, 31-32; Mc 4, 30-32; Lc 13, 18-19) è paragonato al regno di Dio. Quando viene gettato è il seme più piccolo, ma poi diventa la pianta più grande. Lo stesso granello è la capacità della fede sufficiente a cambiare le cose (cf. Lc 17, 6), a sradicare un gelso. In modo diverso anche il sale (cf. Mt 5, 13) è figura della piccolezza, perché, sciolto in una pietanza, non è visibile, ma ne cambia il sapore.

Gesù stesso da Dio diventa uomo nascendo bambino dal grembo di Maria. Diventa l’emblema per eccellenza della piccolezza. E parla di sé come del chicco di grano: Se il seme di frumento non finisce sotto terra e non muore, non porta frutto. Se muore, invece, porta molto frutto (Gv 12, 24). In questo caso l’infinitamente piccolo è incapsulato in un ciclo di distruzione e di trasformazione. Dal suo nascondimento germoglia il frutto. E’ da notare che in tutti questi casi la piccolezza è proposta come principio di cambiamento e la sua potenza è riconosciuta proprio in questo dinamismo. La piccolezza, dunque, non vale di per sé, ma per quello a cui può condurre, proprio per l’agilità dovuta alla sua forma più snella di vita, al suo passare facilmente inosservata, al suo agire preferibile al corredo di parole e apparenze che ammantano le grandezze. Il piccolo vale per la versatilità e per quanto produce.

Trasportando la metafora al quotidiano, si dovrebbe concludere che i piccoli gesti, apparentemente privi di importanza, cambiano la vita, ne trasformano la qualità. La grandezza del piccolo è nel desiderio di apprendere e di diventare grande. E così avviene anche che, mentre ci è difficile rispondere alla domanda quanto mi ama? oppure il suo rovescio, quanto lo o la o li amo?, è molto più facile elencare i come, i gesti e i modi di amare. L’attenzione e la cura passano attraverso delle modalità, che disegnano la forma dell’amore e anche della fede.

Pensiamo all’azione semplice, apparentemente insignificante, forse anche meccanica per una mamma di famiglia, della vedova di Zarepta (cf. 1Re 17, 8-16). Era rimasta senza pane, aveva un pugno di farina e un po’ d’olio. Nel momento in cui Elia si avvicina a lei, lei raccoglieva la legna necessaria all’ultimo pasto. Poi a lei e a suo figlio non rimaneva che morire. Viene da chiedersi: possibile che in tutta Zarepta di Sidone Dio non potesse trovare una persona in condizioni migliori per aiutare Elia? Doveva proprio dare ordine del suo mantenimento a una persona che a stento mantiene se stessa? E proprio questa donna, abituata a regolare i suoi pasti e la sopravvivenza nella misura di un pugno e del fondo di una brocca, sa mettersi nelle mani dell’uomo di Dio, e offre a lui il poco che ha, la sua fede moltiplica le sue possibilità di sopravvivenza. Quell’affidamento racconta la sua speranza che accetta di credere in quel piccolo annuncio di eternità e le concede di affidarsi a quel Dio che ha assicurato che il vaso della farina non si svuoterà né nella brocca verrà a mancare l’olio (1Re 17, 14). Dedica a un altro quel poco di vita che le resta. Forse l’aiuta anche l’esperienza della forte relatività: poco più, poco meno, può accettare la proposta.

L’esercizio al poco e alle piccole cose sospinge a quel passo per volta che scaccia la morte di quel tanto che basta, per oggi, a continuare a vivere. Dacci oggi il nostro pane quotidiano (Mt 6, 11).

Il piccolo evocato dal Corano

Il Corano non ama le astrazioni, come nemmeno la Bibbia. La piccolezza non appare come concetto, né scaturisce da ragionamenti filosofici. Si fa strada attraverso le immagini. Eppure occorre una parola per chiamare il piccolo sprazzo di luce, che traspare da una finestra anche chiusa, che definisce l’infinitesima parte di un chicco o che parla di un animaletto piccolissimo, che gli esseri più grandi fanno fatica a vedere, ma che esiste, respira, si muove. Una parola coranica appropriata per tutto ciò è dharra. Inoltre anche qui ritorna il granello di senape. Queste due realtà sono assunte come indice di un peso infinitesimale, nondimeno importante agli occhi di Dio. Dio non farà torto a nessuno nemmeno per il peso di una formica, e se c’è un’azione buona egli la raddoppierà e nella sua grazia la ricompenserà enormemente (Corano 4, 40). A un briciolo di disposizione positiva da parte dell’essere umano corrisponde la benevolenza divina incline ad aumentarne il valore, ben superiore al peso quantificabile.

Un simile principio compare qualche capitolo più avanti: Noi prepariamo bilance giuste per il giorno della risurrezione; a nessuno sarà fatto il minimo torto, anche le azioni come il granello di senape, anche quelle noi conteremo (Corano 21, 47). Dio, infinitamente grande, si accorge dell’infinitamente piccolo e gli attribuisce valore. Non disdegna di andare a scovare le minuzie, ovunque si trovino: Dio porterà alla luce ogni cosa, fosse pure del peso di un granello di senape, fosse pure nascosta dentro una roccia o nei cieli o sulla terra. Dio è sottile e informato di tutto (Corano 31, 16).

Il senso è simile a quello del passo evangelico, in cui si esalta la potenza di una fede pari anche solo a un misero granello di senape (cf. Lc 17, 6). Il piccolo come metafora parla dell’essere umano, del suo essere strutturato attraverso un limite, ma parla molto di Dio, della sua capacità, che tutto sovrasta, di distinguere i particolari più minuscoli e di giudicarli come valori positivi. Guardare dalla sua prospettiva dovrebbe voler dire valorizzare i particolari, le piccole soddisfazioni, i progressi minimi. E significa anche sentirsi incoraggiati in tutte le fragilità e disponibili a sollevare i piccoli dalle loro difficoltà. Anche in tempi sereni, in cui tutto va bene, la scuola dell’atomo non andrebbe trascurata, visto che l’infinito non cessa mai di occuparsene.

La qualità del piccolo fra Dao e Atman

Il farsi infinitamente piccolo è peculiarità anche del Dao, cioè della Via, e non corrisponde semplicemente a una prerogativa identificabile sul piano della materia, ma a una qualità. Non vanta un possesso sugli esseri, non esercita su di loro un condizionamento. E’ la condizione per cui tutto esiste e grazie alla quale ogni esistenza può prendere il rivolo verso cui è inclinata, qualunque ne sia la ragione. Puoi chiamare piccola [la grande Via], ma tutto a lei ritorna e lei non se ne fa signora. La puoi chiamare grande, ma lei non si fa grande, perciò è grandezza vera (Daodejing 34).

Il suggerimento proveniente da questa piccolezza mira al distacco dal possesso. I piccoli non controllano nulla, non dominano, non prevalgono. Così può esistere un vivere il piccolo nel lavoro, lo si può sperimentare negli affetti. Immancabilmente è sapiente nel lasciare che l’altro e la situazione si esprimano, diffondano se stessi. Non sceglie la supremazia. Nella supremazia si cela una forma di grandezza e la piccolezza della grande via ha scelto la modalità di essere alternativa. La piccolezza non è un risultato casuale, è una scelta ben precisa. Finché l’infinitamente piccolo è percepito come un’imposizione, una ristrettezza dovuta alle circostanze, non è un progresso spirituale, può essere il contrario, perché in fondo chi lo subisce tenta di contrastarlo, di superarlo. Il piccolo ripaga gli occhi che lo intercettano come fa Dio, come fa il Dao, come uno spazio di valore.

Raggiunti dalla brezza delle spiritualità, ci rendiamo conto che l’essere umano è il prototipo della piccolezza in cui il divino insedia la sua scintilla, imprime la sua impronta e resta in buoni rapporti. Solo che l’essere umano facilmente disperde la sua memoria nel fiume Lete e dimentica di essere piccolo, vuol farsi grande. Nelle Chandogya Upanishad (3.XIV.3) l’infinitamente grande e l’infinitamente piccolo s’incontrano nell’intimo dell’essere e lo riallacciano alla sua fonte: Questo Atman, situato nel cuore, è più piccolo di un granello di riso, o di orzo, o di sesamo, o di miglio, o del nucleo di un grano di miglio. Questo Atman, situato nel cuore, è più grande della terra, più grande dell’atmosfera, più grande del cielo, più grande di tutti i mondi. Ciò che contiene tutte le opere, tutti i desideri, tutti gli odori, tutti i gusti, ciò che abbraccia tutto questo mondo, silenzioso, in stato di quiete, tutto ciò è questo Atman, situato nel cuore. Esso è il Brahman.

Sul piccolo

Ristretti dalle circostanze o animati dall’intenzione di esplorare il possibile, ci resta un vastissimo campo dentro e fuori di noi, intorno a noi e connesso a ogni alterità. In tempi di pesantezza vivere in piccolo può sospingerci un po’ oltre con una certa leggerezza, come brezza di venticello allegro.

Ada Prisco

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