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Comunità, è bello sognarti

L’arte della pastorale

Ogni ambito di studi, teologia compresa, risente di una graduatoria non scritta d’importanza, per cui alle branche ritenute più prestigiose seguono, quasi solo per necessità, le diverse cenerentole del caso. Fra queste figurano facilmente le materie umanistiche, fra cui la storia delle religioni, l’ecumenismo, il dialogo interreligioso e anche la teologia pastorale. Eppure in assenza della pastorale tutto il resto rischia di occupare soltanto la superficie fisica di librerie e biblioteche. Talvolta è definita teologia pratica, ma anche questa denominazione può suonare riduttiva, in quanto sembra sacrificarla alla sola azione, se non all’efficientismo. In realtà ogni religiosità comprende nel ventaglio delle proprie sfumature una vena riconducibile alla pastorale, al modo in cui la fede non soltanto si traduce in testimonianza, ma anche in annuncio. E questo non avviene soltanto da parte delle persone specificamente incaricate di questa funzione. L’azione pastorale riflette dei sottintesi, anche quando non è molto organizzata. E riflette, in particolare, il modello di soggetto religioso a cui si pensa e alla finalità di trasmissione del messaggio di fede, il tipo di relazione con il contorno, con l’esterno. Il soggetto può tendere verso l’individuo oppure verso la comunità. La finalità della trasmissione del messaggio può essere rivolta prevalentemente all’interno, per rafforzare la coesione di chi è già parte dell’insieme, oppure può guardare all’universalità. Nel mezzo possono trovarsi tante ulteriori gradazioni.

Per la verità la pastorale spesso condivide lo stesso magro destino della comunità, così importante, altrettanto trascurata. Negletta o meno la comunità credente è centrale nelle religioni e spesso contribuisce anche a modificare il modo di credere, lo stile di lettura dei testi sacri. Dalla gestione di una parrocchia, dall’organizzazione di una comunità di qualunque denominazione, alla cura spirituale, alla cosiddetta cappellania, in qualunque ambito di vita, dalle università agli ospedali, e così via, tutto rientra genericamente nella pastorale. Abbraccia la vita nella sua globalità. E ogni messaggio religioso, che passi attraverso un sermone, una catechesi, una forma di accompagnamento spirituale, veicola in un modo particolare l’annuncio religioso e si riferisce, più o meno esplicitamente, ai soggetti di più immediato riferimento.

Visioni di comunità

Le fonti delle religioni si riferiscono continuamente alla comunità, che, in parte, chiede di essere sognata, immaginata in prospettiva, dall’altra pretende di essere analizzata, scandagliata nella sua nudità e nelle giunture che la uniscono e le permettono di interagire con la storia, le culture, le società. Ad esempio, nella Bibbia molte volte la distruzione e la dispersione del tempo presente contrastano con l’invito a concepire la visione della comunità da ricostruire. 20Io, il Signore, vi dico che gli abitanti di molte città straniere verranno a Gerusalemme. 21Gli abitanti di una città diranno a quelli di un’altra: ‘Andiamo a implorare la benedizione del Signore dell’universo, a cercare la sua presenza’. Essi risponderanno: ‘Sì, veniamo anche noi’. 22Molti popoli e nazioni potenti verranno a Gerusalemme per implorare la mia benedizione, per cercare la mia presenza. 23In quei giorni ogni abitante di Giuda sarà preso per il lembo del mantello da dieci stranieri, di lingue diverse, che gli diranno: ‘Vogliamo venire insieme a voi, perché abbiamo compreso che Dio è con voi” (Zac 8, 20-23).

5Alzati, Gerusalemme, e sali sulla cima diun montee voltati verso oriente.Guarda: i tuoi figli si sono radunatidall’oriente all’occidente.Il Dio santo li ha chiamati.Essi sono felici, perché Dio si è ricordatodi loro.6Erano andati via a piedi, trascinati dainemici;ora Dio li fa tornare a teportati in trionfo come re (Bar 5, 5-6).

4Guardati attorno e osserva:il tuo popolo si è riunito, viene da te.I tuoi figli arrivano da lontano,le tue figlie sono portate in braccio.5Quando vedrai questo sarai raggiante,sarai commossa, il tuo cuore scoppieràdi gioia.I tesori delle nazioni affluiranno a te,ti saranno portati da oltre il mare (Is 60, 4-5).

Anche nel Corano troviamo diversi riferimenti alla comunità. Leggiamo in Corano 2, 213: Gli uomini formavano un’unica comunità. Allah poi inviò loro i profeti in qualità di nunzi e ammonitori; fece scendere su di loro la Scrittura con la verità, affinché si ponesse come criterio tra le genti a proposito di ciò su cui divergevano. In 3, 104.113: Sorga tra voi una comunità che inviti al bene, raccomandi le buone consuetudini e proibisca ciò che è riprovevole. … Tra la gente della Scrittura c’è una comunità che recita i segni di Allah durante la notte e si prosterna. In 5, 48: Ad ognuno di voi abbiamo assegnato una via e un percorso. Se Allah avesse voluto, avrebbe fatto di voi una sola comunità.

I destinatari della comunicazione definiscono il carattere e lo stile della stessa in un’azione coordinata di pastorale. Il come, le modalità dell’annuncio e dei gesti ad esso correlati, esprimono un disegno e questo rimanda a un’immagine, a un modello. Possiamo definirlo anche visione o sogno. La pastorale rappresenta questa prospettiva e la organizza anche con mezzi concreti. Organizza cioè tra loro delle azioni coordinate, in modo da avvicinare la realtà a quel modello. Dà corpo alla speranza, prepara il futuro. E’, quindi, quantomai urgente che le religioni dedichino la dovuta attenzione all’azione che muovono, in modo più o meno organizzato e consapevole, in tale direzione.

A richiamare l’attenzione su questi argomenti ha contribuito l’istruzione della congregazione per il clero cattolico intitolata La conversione pastorale della comunità parrocchiale al servizio della missione evangelizzatrice della chiesa, datata 20 luglio 2020. Il documento ribadisce i presupposti dell’ecclesiologia del Concilio Ecumenico Vaticano II. Conferma tutte le impostazioni della pastorale scaturite da quella ecclesiologia di comunione. Segue a un periodo in cui il Vaticano II è stato fortemente controverso, a seguito delle dichiarazioni di alcuni personaggi di rilievo della chiesa cattolica e dei relativi strascichi. Contiene anche suggerimenti che sembrano balzare in avanti rispetto alla pratica almeno italiana e ai ruoli attribuiti ai laici. In questo l’istruzione sembra richiamare le intenzioni retrostanti al sinodo per l’Amazzonia (2019) e al documento che ne è scaturito, l’esortazione apostolica Querida Amazonia (2020). Alcuni passaggi dell’istruzione possono risultare di una qualche utilità per approfondire il tema della comunità come soggetto di pastorale, come sua motivazione e stimolo a concepirla come lavoro creativo indispensabile alla fede.

La pastorale come arte

Niente di nuovo sotto il cielo di questa istruzione della congregazione per il clero, niente di nuovo quanto alle parole, quasi sempre già dette, già scritte. Ci sarebbe molto di nuovo se la tensione di fondo di queste pagine diventasse e rimanesse sempre di stimolo fattivo.

L’azione pastorale, come tutte le azioni che diventano regolari e che in parte sono anche rituali, rischia di ripetersi. Potrebbe accontentarsi di essere sempre uguale a se stessa e di centrarsi semplicemente sull’emittente, su chi, cioè, è preposto all’annuncio, specialmente nelle confessioni che prevedono un clero. Questa istruzione, se un merito ha, è quello di guardare piuttosto all’insieme, in cui tutti evangelizzano tutti e realizzano in questo modo la missione permanente, che guarda in più direzioni, all’interno, come all’esterno.

La pastorale, come in fondo tutte le azioni rivolte e al tempo stesso realizzare dalle persone, ha molto a che fare con l’arte. Si sperimenta come tale nella misura in cui sa inverarsi come laboratorio continuo, che, ben lungi dal considerare emittenti e destinatari separati nettamente, non vede nei secondi un sacco da riempire. Al contrario proprio su di loro, sulla loro storia specifica, sulla cultura e sulle tradizioni staglia una fisionomia irripetibile sostanziata di un annuncio capace di coniugarsi alla vita qui e ora. Significa portare un ritmo, inventare iniziative che si propongano regolarmente come incontro, congegnare esperienze e parole semplici, ma tali da gettare luce sulla realtà. Di fatti la pastorale risulta tanto più artistica quanto più si lascia sperimentare come missionaria.

Suggestioni dal documento

L’istruzione contiene molte citazioni provenienti da altri documenti del magistero. Viene da pensare che questi spunti siano cuciti e riproposti insieme per rianimare la particolare fase che la chiesa cattolica, e non solo, è chiamata ad affrontare dopo la lunga chiusura dovuta al confinamento per ragioni sanitarie. Da più parti si avverte la sensazione che le settimane di chiusura abbiano mancato un’occasione, riproponendo perlopiù celebrazioni eucaristiche in solitario, con la comunità/ pubblico spettatore, attraverso la televisione o la rete.

L’attacco è affascinante, perché si centra sulla vitalità della pastorale dovuta allo Spirito, che soffia dove vuole e continua a elargire di tempo in tempo i suoi doni, riuscendo talvolta a vederli riconosciuti dalle comunità di fede sotto forma di ministeri. Successivamente, però, si assesta sull’apparato esterno dell’istituzione, ribadisce la qualità del governo e le prerogative tipiche del clero cattolico e già abbondantemente note e rispettate. Se il prologo ricorda l’auspicio a trovare strade nuove sembra che il tono generale e conclusivo si rifugi più comodamente nel noto adagio, chi lascia la strada vecchia per la nuova sa quello che lascia, non sa quello che trova.

Alcune espressioni chiave del documento possono suggerire tuttavia degli approfondimenti interessanti.

Sintesi armonica di carismi e vocazioni (n. 1)

L’estro e lo spirito della pastorale dovrebbero poter accompagnare proprio a questo, alla comunione che respira nella sintesi di carismi e vocazioni. Se accettiamo l’immagine paolina del corpo (cf. 1Cor 12, 12-31), addiveniamo alla conclusione che il corpo sano è in grado di provvedere alle sue necessità e comunica vita, chiama alla vita. Tuttavia, se in un corpo sano il coordinamento delle funzioni avviene naturalmente, in una comunità non è affatto così scontato. Perché carismi e ministeri vivano e comunichino la forza dello Spirito che conduce sempre alla comunione, è indispensabile una struttura che li ponga in comunione. Delineare e mettere in atto una struttura simile è proprio compito regolare della pastorale. Ma può respirare a pieni polmoni la sintesi di carismi e di ministeri in una struttura verticistica? Non richiede piuttosto degli organismi di comunione? Non è possibile saltare a piè pari una fase previa in cui sia possibile osservare i carismi e integrarli a beneficio della crescita comunitaria. Anche le vocazioni sono tanto più invogliate quanto migliore sia la capacità comunitaria di saperle individuare e orientare a vantaggio dell’unico corpo, a servizio dei livelli di volta in volta più opportuni. Bei propositi non bastano a garantire la sintesi armonica di carismi e ministeri. Sono in atto effettivamente simili strutture nelle comunità di fede? Si vive come un’abitudine regolare la convocazione e l’invio alla missione?

Conversione pastorale (n. 3)

La conversione pastorale è intesa dalla nota soprattutto nei termini di un andare in missione sul territorio, incontrare l’umanità, a cominciare da quella più dispersa, e testimoniare accoglienza. Anche questo movimento, che dovrebbe essere connaturato alle religioni a carattere universale, quelle che si propongono potenzialmente a tutti, non è scontato, specialmente in ambienti secolarizzati, in cui i credenti, i praticanti e anche i militanti, tengono ad assumere posizioni di comodità, di pratica puramente rituale. La conversione pastorale, invece, comporta l’incontro personale e l’annuncio a parole, con la vita, nei modi possibili e più consoni alla situazione. Implicitamente si realizza nei contesti in cui la coscienza missionaria è partecipata e coltivata, sollecitata, interpellata. E’ frutto di un’azione pastorale continua e mirata. Diversamente parole molto utilizzate come ad esempio conversione rischiano di appiattirsi semplicemente sul pentimento personale e sull’esame di coscienza.

Istanze del tempo (n. 11)

Parlare di istanze del tempo comporta la conoscenza della storia del territorio, delle sue tradizioni, della sua cultura, l’analisi continua della società. La comunità disponibile ad assumere questo impegno, molto in sintonia ad esempio con il tema teologico dell’incarnazione, si riferisce a un modello aperto, disponibile al confronto, non precluso a niente e a nessuno in linea di principio. L’azione pastorale che accoglie una simile suggestione non potrebbe mai prescindere dall’analisi della situazione e dal suo regolare aggiornamento. Esiste davvero un simile impegno nelle comunità di fede? Vi sono i presupposti, le conoscenze necessarie da parte dei ministri e non solo? Cedere la precedenza alle istanze del tempo significa che non è il prete o il pastore o il rabbino, ecc., a decidere che volto ha la comunità e quale percorso, quali iniziative debba seguire. Il tempo e lo spazio in cui la comunità vive sono degni di rispetto, richiedono ascolto, disponibilità, umiltà.

Sacerdoti … insieme ai fedeli laici (n. 13)

Dispiace che in questo come in altri documenti cattolici si utilizzi un linguaggio impreciso e improprio, che non rende ragione né del significato teologico del sacramento dell’ordine sacro né di quello del battesimo. E’ evidente che nel luogo citato nel n. 13 dell’istruzione il termine sacerdoti si riferisca ai presbiteri, che sono certamente anche sacerdoti in virtù dell’iniziazione cristiana. Così facendo, si dimentica che tutti i battezzati sono incorporati a Cristo e partecipano del suo triplice ufficio profetico, regale e sacerdotale. Il sacerdozio comune dei fedeli è un principio condiviso da tutti i cristiani, cattolici compresi (cf.Lumen Gentium 10). E la parola insieme, tratto che unisce i due soggetti, dipende molto da come lo si intende, in base a quale modello di chiesa di riferimento.

Dinamismo spirituale (n. 17)

L’espressione dinamismo spirituale raccoglie l’essenza dell’autentica esperienza di comunità, quella entusiasmante, rispetto alla quale la maggior parte delle altre circostanze, pure di umana condivisione, impallidiscono. Il dinamismo spirituale, che si respira e si alimenta nella comunità di fede, di qualunque denominazione, garantisce che esista ancora un senso, da millenni, da che la storia umana ha avuto inizio. E’ la parte bella dell’esperienza religiosa, la dimensione vitale, quella in cui palpita lo scambio, dare e ricevere. Se è solo dare, diventa vanità e superbia. Se è solo ricevere, si è ancora bambini, passivi nella fede. La comunità accompagna nella dimensione dello Spirito. Anche questa non è scontata, ha bisogno di un’azione pastorale che ne sottolinei il valore e i passaggi, che approfondisca la storia che il popolo vive, radicandola e anche confrontandola con le fonti della fede. Non si improvvisa una pastorale del genere e si offre a tutti, perché mostra in sé le qualità del dinamismo spirituale che accoglie e che propone.

Prospettive (n. 20)

Prospettive è una bella parola, sa di speranza. Il discorso religioso, di qualunque denominazione, contempla prospettive grandiose, che sfociano oltre la storia, non soffrono barriere, nemmeno quella della morte. Perché queste, però, si trasformino da parola bella e poetica in esperienza occorre un’azione pastorale continua, che educhi a camminare ponendosi delle mete come comunità. Ciò richiede una pastorale organizzata, che sappia tradursi in un itinerario verificabile, mostri inventiva, aderenza alla realtà, senso e trasmissione di speranza, una speranza che parli la lingua della fede, della carità e la lingua locale.

Parola di Dio (n. 21)

La Parola di Dio non poteva mancare nell’istruzione. Quale migliore alimento, dove trovare guida e luce se non nella Parola? Dispiace, però, che non vi siano accenni all’ecumenismo. I cristiani condividono la stessa Bibbia e possono benissimo condividerla con tante reciproche forme di arricchimento, perché non metterlo in risalto? Bisogna accontentarsi dei documenti e delle note che sono espressamente dedicati all’ecumenismo per parlarne?

Celebrazione del mistero eucaristico (n. 22)

Il mistero eucaristico è reso nella sua valenza fondativa della comunità. Anche in questo caso potremmo sottolineare che la sua estrema complessità può essere spezzata e condivisa, proprio come il pane, grazie a una azione pastorale sapiente e pianificata. Dispiace notare, però, anche in questo caso, come non si accenni all’intercomunione, cioè alla reciproca ospitalità eucaristica fra cristiani, alla condivisione della mensa, del pane e del vino. E’ un’istruzione cattolica e rivolta ai cattolici, ma quando un aspetto della questione è importante e sentito, inevitabilmente emerge, se ne parla, si tiene a ricordarlo.

Relazioni umane (nn. 24-25)

Ogni comunità di fede può fare molto sul piano delle relazioni umane. Più che mai oggi, però, non si possono dare per scontate. Tanti piccoli gesti un tempo naturali, specialmente nei piccoli centri, oggi tendono a scomparire. Pensiamo al semplice saluto, all’informarsi sul benessere altrui, al farsi visita fra vicini, ecc. La pastorale, tenendo conto della mentalità e delle circostanze, può adoperarsi. Molto possono fare ad esempio le attività decentrate nelle zone pastorali, nelle case, che coinvolgano le famiglie. Molto può venire dalla formazione di gruppi territoriali aperti e delle comunità ecclesiali di base. Diversamente le relazioni umane dentro e fuori le chiese rischiano di avere poco di cristiano e anche di disumanizzarsi progressivamente. L’attenzione agli altri chiede di essere annunciata, insegnata e testimoniata di pari passo con il vangelo.

Il soggetto è il popolo di Dio (n. 27)

Questa frase programmatica non è nuova, rispecchia l’ecclesiologia del Vaticano II, ma, a guardare genericamente la situazione delle comunità, è completamente disattesa e tale rimarrà finché la pastorale sarà latitante e non la tradurrà in pratica, educando alla mentalità e alla circolarità di ruoli e di responsabilità che la frase comporta. Se non si vuole assumere un modello simile, sarebbe il caso di smetterla di continuare a raccontare che è soggetto un popolo che, un po’ per comodità, molto per separazione di ruoli e d’importanza, non continua a far altro che subire, nel bene e nel male.

… far rinascere al fonte battesimale nuovi figli (n. 29) …

Dal fonte battesimale continuano a nascere cristiani, membri della chiesa, di cui la chiesa è madre. Una madre, però, che spesso abbandona alla nascita, che madre è? Quale cura continua a esprimere nei confronti di tanti figli che a volte non sanno di essere tali, altre si sentono lontani, abbandonati, non hanno idea di come ritrovarsi, in quanto chiesa?

Tracce di paura?

L’istruzione è percorsa da una serie di indicazioni, che raccomandano di evitare, ad esempio, denominazioni come, “team guida”, “équipe guida”, o altre simili, che sembrino esprimere un governo collegiale della parrocchia (n. 66). Queste precisazioni sembrano quanto meno tradire dei timori non giustificati e contraddire le belle frasi programmatiche che tanto amano sottolineare la comunità come soggetto, la chiesa come popolo, ecc., valori particolarmente enfatizzati al n. 109 del documento. Se da più parti l’istruzione raccomanda che l’evangelizzazione sia compito di tutti, rafforza, quando non se ne sente affatto il bisogno, il principio che il governo è nelle mani di uno solo. E’ la solita, acrobatica altalena fra modello piramidale e chiesa comunione che ricompare nell’ecclesiologia cattolica almeno dal Vaticano II in avanti. Come hanno lamentato i vescovi cattolici tedeschi, non compare nulla che abbia a che fare con la sinodalità e la partecipazione. In effetti, niente di nuovo sotto il sole, una volta di più.

Fra le idee da non dare per scontate compare l’affermazione, apparentemente quasi superflua, secondo cui il parroco è al servizio della parrocchia (n. 69). La teologia medievale abituava alla cosiddetta explicatio terminorum, cioè alla spiegazione dei termini, onde evitare l’equivoco di attribuire alla stessa parola significati diversi. Non guasterebbe una esplicitazione del significato di parole, che potremmo rischiare di considerare pienamente assimilate, quali, ad esempio, “servizio”. In una comunità, che ha il popolo come soggetto, vive un dinamismo di comunione, gode della sintesi di carismi e vocazioni, il servizio dovrebbe essere un circolo a ritmo continuo fatto di insegnamento e di apprendimento, ma sarebbe bene esplicitare in quali azioni concrete dovrebbe manifestarsi e quali atteggiamenti dovrebbe aborrire, onde evitare di ricadere nel noto schema padroni/schiavi, che, per i credenti ebrei e cristiani almeno, dovrebbe essere stato superato dai tempi dell’esodo in avanti.

Ada Prisco

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