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Etiopia: conflitto interno e problemi internazionali

ADDIS ABEBA (ETIOPIA) – Fra i Paesi africani in perenne conflittualità interna ed estera l’Etiopia, il secondo paese più popoloso dell’Africa, stato federale su base etnica, è uno dei più importanti e difficili. La sua storia coinvolge religione e politica, colonialismo e aspirazione alla libertà, dittature e ricerca della democrazia.

Dopo l’ultimo imperatore, Hailé Selassie, che non ha certo favorito né democrazia né libertà, dopo due tentativi falliti di colonizzazione italiana, il primo alla fine dell’Ottocento, il secondo negli anni del fascismo, la fine dell’impero etiopico ha portato al potere un gruppo politico legato all’ex Unione Sovietica, il regime del Derg che, pur alleviando le sofferenze del popolo, ha imposto una dittatura che è stata eliminata solo nel 1991, dopo ben 18 anni di guerra civile. Il risultato però è stato ancora una volta una democrazia menomata e più apparente che reale, dal momento che il Tigray Liberation Front, che ha condotto la lotta contro il Derg e il suo leader Mengistu, ha imposto il dominio di una etnia, la Tigrina, che rappresenta solo il 6% dei 100 milioni di abitanti del Paese, su tutte le altre.

La conseguenza è stata una lotta politica, e non di rado anche armata, che ha visto le ottanta etnie etiopiche schierate contro i tigrini, e che ha comportato una perenne situazione di incertezza e certo non ha aiutato lo sviluppo democratico del Paese.

L’unico aspetto che avesse una certa stabilità era rappresentato dai rapporti fra i cristiani ortodossi copti e la componente islamica della società, che hanno coabitato per secoli in un sostanziale stato di pace, anche grazie ad una politica particolarmente accorta condotta da tutti gli attori principali. Girando per il Paese non è raro infatti trovare chiese cristiane e moschee a poca distanza le une dalle altre.

Nei rapporti internazionali poi l’Etiopia si è tenuta in relativamente buon equilibrio fra Unione Sovietica, Stati Uniti e Cina. La Cina in particolare è attualmente il più grosso investitore economico in Etiopia, e il maggior beneficiario di appalti per le grandi opere pubbliche che l’Etiopia sta progressivamente realizzando.

Sembrava perciò che ci si fosse avviati sulla giusta strada, con la fine della supremazia dell’etnia tigrina, e l’ascesa al potere nel 2018 di Abiy Ahmed come primo ministro, il primo di etnia Oromo, una delle più numerose, che è riuscito a portare il Paese ad un accordo di pace con l’Eritrea, mettendo fine ad un conflitto armato ultradecennale, e cerca di tenere unite le oltre ottanta etnie che compongono la federazione etiopica. Un nuovo elemento di conflittualità interna è stato invece determinato dalla decisione di rinviare le elezioni regionali e nazionali, che avrebbero dovuto tenersi in agosto, alla scadenza del mandato del Primo Ministro, che è stato così prorogato.

La giustificazione del rinvio, la pandemia di Covid-19 che ha mietuto numerose vittime fra la popolazione, in particolare fra i bambini – una organizzazione umanitaria italiana ha parlato di “strage degli innocenti” – nel Paese privo di un sistema sanitario minimamente in grado di fronteggiare l’emergenza, non ha placato gli animi, soprattutto in Tigray, desideroso di recuperare il potere perduto, un desiderio che le vendette politiche e l’emarginazione a cui i tigrini sono stati costretti negli ultimi anni non hanno certo contribuito a sedare.

Il 9 settembre scorso la regione del Tigray settentrionale dell’Etiopia ha infatti tenuto le elezioni regionali, sfidando il governo federale. I funzionari del Tigray, che sorvegliano le elezioni e i sondaggi per il parlamento regionale composto da 152 seggi, hanno avvertito che qualsiasi intervento del governo federale equivarrebbe a una “dichiarazione di guerra”, un avvertimento che non ha certo contribuito alla serenità politica.

Secondo le dichiarazioni di Getachew Reda, portavoce del Tigray People’s Liberation Front (TPLF), che per molti anni è stato l’unico partito nella regione, il voto sarebbe andato molto bene, e avrebbe votato l’85 per cento degli elettori registrati. Il partito tigrino, sfidato da Abiy Prosperity Party e dal nuovo Tigray Independence Party, ha ottenuto una maggioranza “bulgara” del 98%. Si ritiene che circa 2,7 milioni di persone nella regione del Tigray abbiano espresso i loro voti in più di 2.600 seggi elettorali. Il portavoce del governo regionale ha comunicato i risultati il 12 settembre.

La camera alta del parlamento etiope, che media le controversie costituzionali, ha però stabilito che le urne per i parlamenti regionali sono incostituzionali, e ciò potrebbe legittimare un intervento militare del governo federale, che però il Primo Ministro Abiy pare abbia escluso. Si teme tuttavia che eventuali misure punitive da parte del governo federale possano peggiorare seriamente la situazione.

L’importanza della politica in Tigray è facilmente comprensibile. L’etnia tigrina ha guidato la lotta armate contro il Derg, ed ha poi continuato a dominare la politica etiope per oltre trent’anni. Abiy è andato al potere dopo le ennesime proteste antigovernative che nel corso degli anni sono state spesso represse con incarceramenti di massa degli oppositori, non di rado con spargimento di sangue e pugno di ferro, mascherato dal guanto di velluto di periodiche elezioni che venivano riconosciute corrette dagli osservatori internazionali, ma non erano ritenute tali dalla popolazione.

Anche queste elezioni comunque sono accompagnate da perplessità e dubbi. Osservatori hanno riferito che nel capoluogo regionale, Mekelle, e nelle aree circostanti vi era una stretta sicurezza, con motociclette e risciò auto banditi dalla città a partire dal martedì sera.
Inoltre lunedì i funzionari della sicurezza etiope hanno impedito a una dozzina di persone, tra cui quattro giornalisti e un analista esperto di think tank, di volare nel Tigray per coprire il voto.
Un’organizzazione non governativa ha anche detto all’Associated Press che era stato loro impedito di osservare le elezioni “senza motivo sufficiente”, affermando che il TPLF era dietro il divieto.

La gravità di questa situazione può essere meglio compresa in primo luogo se si guarda la carta geografica. Il Tigray confina direttamente con l’Eritrea, di cui condivide cultura e lingua, e con il Sudan, due Paesi pericolosamente destabilizzati e in cui in conflitti armati non si contano.

Inoltre l’Etiopia è il Paese di gran lunga più grande del Corno d’Africa, su cui si concentrano le attenzioni di Russia e Stati Uniti per ovvi motivi di posizione geografica. L’Etiopia infatti è un ottimo punto di appoggio per il controllo dell’intera area. Per anni gli Stati Uniti hanno sfruttato il fatto che l’Etiopia sia stato il primo paese cristiano dell’Africa subsahariana (dal 300 dopo Cristo) e che sia l’unico a maggioranza cristiana, per le proprie attività in funzione anti-islamica e asseritamente anti-terroristica. La Russia pare attualmente meno coinvolta, ma per tutto il periodo del governo del DERG l’Unione Sovietica non risparmiava finanziamenti e interferenze. La Cina è poi intervenuta con i suoi investimenti economici ed ha evidentemente voce in capitolo.

Il rischio è che la scelta tigrina di tenere le elezioni nonostante il divieto del governo federale costituisca una spinta secessionista che disgregherebbe la federazione. Va tenuto presente che scelte di questo genere che fossero fatte dai vari stati federati non potrebbero neppure essere ritenute, né politicamente né costituzionalmente, illegittime. Infatti la Costituzione etiope è forse l’unica al mondo che prevede il diritto di secessione degli stati federati.

Una evoluzione della situazione in una tale direzione, che non può allo stato attuale delle cose essere esclusa, avrebbe conseguenze assolutamente imprevedibili, con una destabilizzazione di tutta l’area e un inevitabile accentuarsi dei conflitti.

L’Italia, che ormai da molti anni trascura l’Etiopia sotto il profilo diplomatico (basti pensare a quante poche notizie riportano i nostri giornali nazionali su quel che accade in una nostra ex colonia) farebbe bene a guardare con più attenzione un Paese a cui è legata da una lunga Storia, in cui non sempre abbiamo fatto bella figura.

Marta Torcini

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