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Il pane o la fede. Cristiani sotto ricatto nell’era del Covid

Costretti a scegliere che cosa conta di più per la sopravvivenza, se gli aiuti alimentari oppure la fedeltà al credo religioso abbracciato come scelta, questo è il dilemma che costringe spalle al muro molti cristiani nel mondo in questo momento. L’allarme giunge dall’India, dal Bangladesh, dal Sudan, dalla Malesia per il tramite dell’agenzia missionaria Open Doors International. La chiusura delle attività dovuta al confinamento, unita spesso all’impossibilità di raggiungere centri vicini, ha drasticamente ridotto le possibilità di lavoro e messo a rischio la sopravvivenza delle famiglie. Molte sono diventate dipendenti dagli aiuti alimentari. Le voci di molti cristiani, che vivono in remoti centri rurali, specialmente della regione sudorientale del continente asiatico, raccontano pesanti storie di discriminazione sulla base dell’appartenenza religiosa. Raccontano di trovarsi di fronte alla scelta fra la fede cristiana abbracciata per scelta, oppure il ritorno alla fede di origine, maggioritaria sul territorio, ricevendo il vantaggio della protezione della comunità. Nella distribuzione degli aiuti i cristiani sono spesso saltati adducendo il motivo che riceverebbero aiuto dall’estero. Alcuni ritornano all’islam o alla pratica hindu. Altri dicono di sentirsi spinti al suicidio. Nel caso delle conversioni per scelta, capita spesso di non essere più accettati nel gruppo familiare d’origine. Si tratta di meccanismi di espulsione radicati nella cultura. Il momento del bisogno, che coglie le persone in uno stato di particolare vulnerabilità, diventa propizio per l’esercizio di questa dittatura della maggioranza anche sul piano religioso e profila una vera e propria persecuzione, in cui l’arma utilizzata è il cibo. Per ottenerlo è necessario rinnegare la propria fede e ritornare alle origini. Alcune organizzazioni umanitarie si fanno carico di queste situazioni e fanno il possibile per raggiungere i cristiani perseguitati, ma il problema persiste. Esistono anche forme di aiuto che collegano i cristiani fra di loro, ma i collegamenti sono più difficili durante l’emergenza sanitaria e gli eventuali limiti imposti agli spostamenti. A ragione della fede ci sono persone rifiutate dalla loro famiglia, dal loro villaggio. Sono abbandonate a se stesse per l’approvvigionamento dei beni alimentari di prima necessità e anche per il pagamento dell’affitto. Se persistono nella loro scelta, sono esposti agli stenti, rischiano di trovarsi anche senza casa. A un gruppo di studenti cristiani la moschea locale di un centro della Malesia orientale ha fatto sapere che per essere inseriti nella rete di aiuto allestita durante il lockdown dovevano recitare la shahada, la professione di fede, e ritornare alla fede islamica.

In India la situazione non è molto diversa. Spesso anche qui la sopravvivenza dei cristiani è completamente demandata all’aiuto esterno di organizzazioni umanitarie che li raggiungono con i beni di prima necessità. Nella rete di aiuti previsti i cristiani sono saltati deliberatamente, in una forma spietata di boicottaggio. Non di rado queste vittime, al pari degli altri cittadini, sono fornite di documenti simili a buoni pasto per ricevere gli aiuti necessari. Ciò non toglie che i rivenditori, i canali addetti alla distribuzione, glieli neghino. Tali prese di posizione da parte dei comitati preposti e dei distributori in genere delle razioni di cibo formalmente violano le leggi. Sono, però, protette di fatto da una cultura imbevuta di discriminazione, incline a intruppare e a ostracizzare il diverso. Questa mentalità si afferma con una forza maggiore della legge, specie nei territori più periferici e nelle situazioni estreme, come quella dell’emergenza sanitaria. Ricorrere alla polizia può significare nel migliore dei casi rimediare qualche consiglio ammiccante al compromesso, all’adattamento a un luogo in cui fanno tutti così e conviene agire come gli altri. La maggioranza fa sentire un peso maggiore della legge e dell’osservanza dei diritti. Questi racconti sono diffusi in forma anonima o con nomi alterati per timore di ritorsioni. Le organizzazioni ponte sanno di vicende anche particolarmente tristi, come quelle in cui ai disagi ricordati e alla necessità del momento, si aggiunge la diversa abilità. Nemmeno questa vale un riguardo in più, se la persona e la famiglia in questione sono cristiani. E’ richiesto che si conformino alla maggioranza, ai costumi locali, tradizionali. In queste famiglie spesso patiscono anche dei bambini. E le conseguenze peggiorano se nel nucleo vi sono ministri di culto, persone impegnate attivamente nell’annuncio del vangelo. In molti casi le celebrazioni domenicali e le attività di evangelizzazione sono affidate a pastori indipendenti, che non possono contare su di una robusta rete ecclesiale di sostegno. E con la sospensione dei culti domenicali dovuta alle misure di distanziamento si sono trovati in una condizione critica di isolamento e d’impoverimento, totalmente privi delle offerte che garantivano il sostentamento.

Molti di questi cristiani appartengono alla casta dei Dalit o Paria, letteralmente oppressi, detti un tempo intoccabili. Il Mahatma Gandhi aveva sostituito questa definizione di intoccabili con la denominazione creature di Dio. La loro condizione sociale è infima, sono pochissimi i lavori concessi e sono considerati impuri. Anche in questo caso è noto come la Costituzione indiana abbia abolito il sistema castale. Il provvedimento formale, però, non è bastato finora a eradicare questa concezione dalla mentalità corrente. Mantenere intatta la segregazione che il sistema castale comporta garantisce i privilegi delle caste superiori, acquisiti senza alcun merito, ma naturalmente, per nascita. Il meccanismo di espulsione del diverso ostacola anche l’aggregazione di forza, che potrebbe riscattare la condizione svantaggiata dei più deboli. Alienare il diverso, isolarlo, significa impedire che possa diventare una forza e minacciare lo stato attuale della situazione. La resistenza e l’opposizione scatenano violenza. Non è difficile capire che l’istruzione rappresenta la grande possibilità di svolta interna di questi gruppi sociali. L’incoraggiamento più potente verso la conquista di un’autocoscienza equilibrata fondata sulla dignità della persona giunge proprio dalla spiritualità. L’attrazione di un messaggio di speranza come quello cristiano può conquistare e riscattare, ma anche rendere questi individui bersaglio umano da ostacolare.

Malesseri irrisolti

Molti discorsi degli ultimi mesi sono focalizzati sul virus del momento e allungano le proprie antenne a carpire i segnali dal mondo della scienza che si attende consegni un vaccino efficace e con esso garantisca l’immunità da questa devastante famiglia d’infezioni, cosicché si possa tornare a vivere e a spostarsi liberamente. Quanti altri virus, però, questo virus sta facendo venire alla luce? A quanti altri mali ci troviamo esposti, a quali laboratori potremo guardare con speranza per rafforzare le nostre difese?

Identità

Le cronache di persecuzione dei cristiani al tempo del coronavirus provengono da contesti religiosi molto diversi. I casi riferiti sorgono da terre a maggioranza islamica oppure induista. E questi due mondi religiosi sono abbastanza diversi fra loro. Entrambi dimostrano di aver sviluppato delle difese patologiche ai danni di una minoranza, identificandosi con un credo religioso in base al fatto che è praticato dalla maggioranza, non in base a sue precipue qualità o espressioni teologiche. Nel loro rifiuto dei cristiani sono ricorsi a una difesa di tipo culturale più che religioso. Il nervo scoperto che in entrambi i casi tentano di salvaguardare può essere definito intorno alla parola chiave identità. Non è un problema inedito. E la storia evidentemente rimane abbastanza inascoltata o del tutto sconosciuta. La definizione dell’identità intorno al costume della maggioranza è avvertito ancora come salvaguardia del sé, con buona pace dei messaggi religiosi, che, a tutte le latitudini, e, passando per speculazioni particolari, incoraggiano a intraprendere la strada opposta, del perdere il sé, del non coltivare l’attaccamento al sé. Religione e cultura rimangono intrecciate, ma gli svantaggi della prima sono evidenti. In nome dell’identità si uccide, come manifestano anche questi esempi tratti dalle cronache più recenti. E, d’altro canto, in nome di un identità si deve scegliere per chi o per che cosa spendere, o magari perdere, la vita. Sul filo delle identità si tracciano confini nuovi e si approfondiscono quelli antichi. Anzi l’ampliamento delle possibilità di scelta tipiche del XXI secolo hanno coinvolto il tema in un turbinio più veloce e incerto di reazioni, aumentando a dismisura la sua pericolosità. La conversione comporta sicuramente delle conseguenze sul piano identitario. Il fattore più indigesto, però, è nel pluralismo che comunque si accompagna a ogni sua possibile definizione. Nessuna identità, infatti, è onestamente riducibile a un unico fattore che la compone. Si registra comunque il tentativo forzoso di voler guardare ostinatamente all’elezione di un singolo criterio come a quello fondamentale, fino a considerarlo unico, cancellando implicitamente tutti gli altri. Anche la fede può svolgere questo ruolo e porsi o essere prescelta a criterio principale atto a stabilire se la persona in questione rientri o meno nel perimetro definito.

In un mondo globale possiamo affermare la necessità di una qualche forma di identità globale? O pensiamo che quanto accade nelle periferie del Bangladesh o dell’India riguardi solo quelle regioni?

Diversità

La diversità rappresenta la normalità, paradossalmente, l’imprevisto della normalità che si fa finta di non vedere, si mette a tacere, si nasconde in parentesi. La diversità è una cifra che appartiene all’essere in quanto tale, perché unico e irripetibile, e, pertanto diverso. Eppure appare talmente complicata questa qualità da essere considerata come anomalia, cioè il contrario di ciò che realmente è. Sebbene originaria, la diversità fa paura perché spinge in un vuoto, che può coincidere con la possibilità di esprimere se stessa, ma che può anche essere sperimentata come paura, mancanza di appoggi, di confronti, necessità di articolare la relazione con l’ambiente su basi diverse dalla quantità e dalla forza. La rassicurazione a questa condizione di varietà e d’incertezza è spesso reperita nell’imposizione di una sola diversità esportata come modello. Nella dittatura ideologica di qualunque provenienza questa finisce con l’essere considerata come l’unica legittima, e, pertanto è giudicata come la migliore. Riconoscersi diversi aiuta a definirsi rispetto all’altro, a conoscersi.

Violenza

L’affermazione del modello unico, lungi dall’attestare forza, tradisce debolezza. E non potendo affermarsi diversamente, in quanto contraddice alla naturale e molteplice varietà di identità conviventi in ogni vita, s’impone con la violenza. Di pari passo alla crescita della società globale, messa in comunicazione dalla rete, dai social, dall’organizzazione dell’economia, aumentano da un lato l’esaltazione di caratteri identitari particolari, dall’altro la facilità con cui questi stessi possano diventare bersaglio di paure e violenze.

Dolorose lacune

Manca il vaccino rappresentato da un racconto esistenziale convincente, capace di narrare le diverse circonlocuzioni che ogni singola esistenza può sperimentare all’incrocio con gli eventi, con gli altri che la mutano, con i propri progetti che, ampliandosi, hanno richiesto una maggiore e migliore ampiezza di comunicazione. E’ il mancato riconoscimento delle diverse fasi che blocca e compromette la capacità di narrare le identità complesse, non una possibilità strutturale.

Il progresso scientifico, tecnologico e digitale porta sempre di più ad apprezzare l’intelligenza artificiale. E’ una delle frontiere che si stagliano dinanzi e che produrrà effetti, che ancora non si possono prevedere. Non è mai troppo, però, l’investimento volto alla cura dell’intelligenza emotiva. Percepire le proprie esigenze profonde è la prima irrinunciabile necessità. Potrebbe sembrare scontato il saperla soddisfare, ma non lo è. E ciò è comprovato dalla confusione fra bisogni reali e bisogni indotti. Prendere coscienza delle proprie esigenze e carenze resta una delle interpellanze più attuali e difficili da intercettare e realizzare. La domanda identitaria rimane centrale e si farà sempre più pressante, proprio per la velocità di cambiamenti, l’assenza di riferimenti forti condivisi. In mancanza di continuità durature, visto il veloce cambiamento globale a tutti i livelli, occorre attingere a un serbatoio emotivo in grado di nutrire l’equilibrio, di far fronte alla complessità di un mutamento continuo. L’illusione del modello unico imposto perché prevalente mira nella direzione opposta. E anestetizza la compassione sotto il manto facilone del “fan tutti così”. Il conformismo, nel migliore dei casi, è la dittatura della facilità, mentre in questi tempi di crisi semplificare troppo non aiuta affatto. Esempi come quelli che provengono purtroppo dal sud-est asiatico ai danni dei cristiani dovrebbero far aguzzare la vista, la capacità di analisi e la comprensione per affinare gli strumenti che mancano a questo mondo avanzato e in crisi per rispondere meglio alle esigenze che emergono giorno per giorno.

Effetto farfalla

Sembra il titolo di una storiella, ma corrisponde, invece, al modello messo a punto a proposito del clima da uno studioso negli anni cinquanta del XX secolo, poi ripreso da Edward Lorenz all’inizio degli anni settanta e denominato effetto farfalla. Il titolo di una sua conferenza del 1972 era proprio: Può, il batter d’ali di una farfalla in Brasile, provocare un tornado in Texas? Il principio sottostante sostiene che un movimento, anche impercettibile, comporta uno spostamento nelle molecole di aria, che, a loro volta, provocano altri movimenti, che possono contribuire a produrre degli effetti anche a chilometri di distanza e successivamente, potenti persino come degli uragani.

La storia, la dimensione spirituale, l’universo delle culture, non fanno eccezione. Soltanto che in questi casi gli effetti cambiano a seconda della finalità di cui si decide di rivestire gli eventi. In altre parole gli effetti non sono automatici, ma variano in base al significato che assumono. Nel mondo interconnesso ognuno svolge un ruolo comunque, anche non facendo niente di particolare o niente che sia connesso in modo diretto ed evidente con un’azione data.

Purtroppo l’India e il Bangladesh non sono le uniche regioni che fanno registrare discriminazioni ai danni dei cristiani. E non sono soltanto i cristiani a essere afflitti oggigiorno nel mondo da forme più o meno palesi di persecuzione a motivo della fede. I vari osservatori di studio e analisi dei fenomeni sociali fanno registrare anche in Europa una recrudescenza di diverse forme di odio rivolte a gruppi etnici e, o, religiosi minoritari. Purtroppo anche nel male condividiamo la sorte del mondo globale. Altrettanto globale dovrebbe essere la terapia, strumenti finalizzati a rendere più umane le culture, nel rispetto delle loro diversità e specificità.

La scelta fra il pane o la fede è crudele e si commenta da sé. Sul posto e nell’immediato non si possono che appoggiare tutte le forme di aiuti in grado di raggiungere quelle zone in difficoltà, sperando che la pandemia non provochi recrudescenze nei contagi, che costringano a nuove limitazioni negli spostamenti, rendendo tutto più difficile.

Negare il pane nei casi riportati di cronaca è un modo per ostracizzare la diversità, farla fuori dai giochi, rafforzare il gruppo dominante, disinnescare quella che forse s’intravede come una mina che potrebbe scoppiare in futuro. Negare il pane simbolicamente rimanda anche non volutamente a molte letture della storia. Sbarra la possibilità della condivisione, di una comprensione plurale e pluralistica della vita, che, come intorno a una mensa, raccoglie nelle diversità. Il pane non dovrebbe avere padroni, dovrebbe essere gratuito per tutti. Sostiene nella vita fisica, ma anche in quella spirituale. Se in una parte del mondo questo diritto è negato o compromesso, neanche a molti chilometri di distanza il godimento di quel pane può essere soddisfacente, perché non esprime una piena comunione.

Nel corso della storia sono molte le fedi, che, al momento propizio, hanno svolto il ruolo del dominatore e hanno imposto se stessi come norma sugli altri. Queste azioni leggono un senso nella complessità del reale, lo riconducono sui binari dei padroni e degli schiavi. Nel XXI secolo ci troviamo ancora a fare i conti con questi schemi stantii e presumibilmente ci troveremo sempre più nella necessità di definire chi siamo e dove andiamo. Attualmente, però, si dispone di più strumenti per toccare con mano quanto questo mondo sia una casa comune, in cui ogni elemento è connesso all’altro, non importa quanto appaiano distanti. Per edificare questa casa in continua costruzione e possibilmente fare in modo che sappia di eternità, laddove i costruttori siano animati di religiosità, si potrebbe anche fare in modo da offrire più pane per ogni pane negato, progettare strade che amplino i livelli di comprensione della vita, si rendano interpreti delle culture e le sappiano mettere in comunicazione a servizio della comune dignità umana.

Ada Prisco

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