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Uccisa dal fratello perché innamorata di un uomo transgender

Incredibili ed esecrabili polemiche tra Don Patriciello e Arcigay

NAPOLI – «Volevo darle una lezione, non ucciderla. Ma era stata infettata». Lo ha confessato ai carabinieri Michele Antonio Gaglione, fermato per la morte della sorella Maria Paola a Napoli nella notte tra sabato 12 e domenica 13 settembre. Inizialmente era stato incriminato, morte come conseguenza di un altro delitto e violenza privata, ma la sua posizione si è aggravata con il passare delle ore e il trentenne è finito in cella per omicidio preterintenzionale e violenza privata aggravata dall’omofobia.

Il giovane ha inseguito la sorella e il/la compagna/o per parecchi minuti, cercando con i calci di farle cadere dallo scooter in corsa, poi in una curva, il mezzo con a bordo le due ragazze, colpito dalla furia del giovane, ha perso aderenza finendo fuori strada. Maria Paola è finita su un tubo per l’irrigazione, che le ha tranciato la gola mentre l’amica/o transgender, che da qualche tempo si fa chiamare Ciro, è stata/o più fortunata perché è finita/o sul selciato senza però sbattere contro alcun ostacolo. Sono questi, secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, gli ultimi attimi di vita della ventenne morta nella notte tra venerdì e sabato. Il fratello, disoccupato, residente al Parco Verde di Caivano, che dopo aver speronato le ragazze e averle fatte uscire fuori strada, si è anche fiondato su Ciro pestandola, mentre la sorella era ormai morta, è stato arrestato poco dopo.

E nonostante la tragicità dell’accaduto è scontro tra l’associazione Antinoo Arcigay Napoli e don Maurizio Patriciello. «E’ incredibile che un punto di riferimento importante per la comunità del territorio come Don Maurizio Patriciello – scrive l’associazione – abbia utilizzato le colonne della testata L’Avvenire per accusare l’Arcigay di Napoli di voler strumentalizzare la drammatica vicenda di Caivano. E non capiamo che strumentalizzazione ci possa essere nell’aver denunciato un gravissimo fatto di sangue».

L’Arcigay era intervenuta già quando don Patriciello a Rai News, poco dopo l’omicidio, aveva sminuito quanto accaduto dicendo: «Non credo volesse davvero uccidere la sorella, forse voleva darle una lezione, saranno le indagini a stabilirlo; di certo non era preparato culturalmente a vivere la relazione della sorella con un’altra donna».
«In questo modo – scrivono dall’Arcigay – don Patriciello occulta l’identità transessuale di Ciro, reiterando quella cultura della negazione che è alla base dello stigma che colpisce tante persone transessuali. Inoltre tenta di giustificare il gesto di Michele Gaglione ridotto a una “lezione” finita male. Padre Patriciello, invece di utilizzare le colonne dell’Avvenire per gettare discredito sul lavoro dei militanti LGBT, stigmatizzi con fermezza e decisione qualsiasi forma d’odio e di violenza nei confronti delle persone LGBT+».

Evidentemente l’omotransfobia della Chiesa cattolica romana non si ferma nemmeno davanti ad un episodio del genere, arrivando a giustificare un fratello omicida.

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