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Visione di un ginepraio: la situazione del Mali è lo specchio del Sahel occidentale

La data del 18 agosto 2020 sarà ricordata nel Mali come quella in cui, nottetempo, un colpo di stato ben architettato ha estromesso dal potere il presidente Ibrahim Boubacar Keïta (IBK, come confidenzialmente chiamato in patria) e il primo ministro Boubou Cissé, entrambi posti agli arresti dai golpisti insieme ad altri nomi importanti del governo come Abdoulaye Daffe, ministro delle finanze, Moussa Timbiné, speaker dell’Assemblea Nazionale e a numerosi alti ufficiali dell’esercito. Il vuoto di potere lasciato da Keïta è stato ben presto colmato dai golpisti stessi che si sono organizzati sotto l’ombrello del neocostituito Comité national pour le salut du peuple, con a capo il Colonnello Assimi Goïta, sostanzialmente il nuovo uomo forte del Mali, e il Colonnello-Maggiore Ismaël Wagué, dallo scorso anno vicecapo di gabinetto dell’Aeronautica, adesso anche portavoce del Comitato.

Se si analizza con attenzione il colpo di stato, si è trattato di un golpe “quasi bianco”, con quattro civili morti negli scontri; inoltre, i soldati golpisti hanno preso le mosse dalla base militare di Kati, ad appena quindici chilometri di distanza dalla capitale Bamako. Si tratta quindi di un colpo di stato che non ha avuto origine dalla periferia del paese, peraltro infestata da continue incursioni armate di matrice jihadista, ma da un luogo limitrofo alla capitale, disattendendo la tendenza degli ultimi tre decenni. Gli anni a cavallo fra i decenni ’80 e ’90 segnarono infatti un cambio di modalità e di esecuzione dei colpi di stato, il cui focus d’azione si è spostato sempre più verso le periferie per colpire poi il centro, la capitale. Fu un periodo di trasformazione anche per trentadue paesi dell’Africa subsahariana che, dal 1991 fino al 2000, furono traghettati verso una transizione democratica, complici le manifestazioni di piazza che avevano delle similitudini con le più recenti Primavere Arabe. Se prima il golpe nell’Africa subsahariana era perpetrato da un relativamente piccolo gruppo di militari appoggiati dall’esercito, che colpivano solo la capitale con l’obiettivo di rovesciare il governo, con poco spargimento di sangue e in uno spazio temporale di alcuni giorni al massimo, diversi colpi di stato intrapresi dalla fine degli anni ’80 in poi, al contrario, raggiungevano la capitale dalla periferia ed erano spesso impostati da gruppi ribelli composti e appoggiati da civili, appartenenti all’etnia o alle etnie non presenti al potere. Le regioni più periferiche sono spesso in mano a signori della guerra, gruppi armati o capi etnici e possono rivelarsi un ottimo trampolino di lancio per raggiungere lo Stato centrale, a cui viene posta una forte concorrenza all’interno dei confini.

Il colpo di stato consumatosi a Bamako è stato effettuato all’apice di oltre due mesi di veementi proteste contro il governo di Keïta, dovute alla persistente crisi economica, acutizzata dalla pandemia Covid-19, all’instabilità politica nelle regioni situate ad est e a nord, come quelle di Gao e Kidal, e ai continui scontri etnici nella regione di Mopti fra Fulani e Dogon. Nello specifico, il pomo della discordia riguarda il controllo del territorio e delle risorse fra i Fulani, popolazione nomade la cui attività principale è la pastorizia, e i Dogon, in gran parte contadini stanziali. Vista l’incapacità del governo centrale di mettere fine ai massacri, entrambe le etnie si sono organizzate in milizie di autodifesa; la Dan Na Ambassagou, una milizia formata su iniziativa dei Dogon, è stata infatti accusata di aver compiuto nel marzo dello scorso anno l’infausto massacro di Ogossagou in cui 160 Fulani persero la vita.

La disgregata e poliedrica piazza di protesta si è presto organizzata nel Movimento 5 Giugno, il cui nome riporta il giorno in cui sono scoppiate le rimostranze contro il governo di Bamako e che ha visto nell’imam salafista Mahmoud Dicko la sua guida principale. Compiuto il colpo di stato, il Movimento 5 Giugno ha fin da subito applaudito i golpisti per poi progressivamente allontanarvisi nei primi giorni di settembre, poiché i militari al potere hanno continuato a indugiare su come e quando lasceranno spazio ad un governo di transizione capeggiato almeno da un presidente e da un primo ministro civili. La Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (Ecowas), che ha posto il Mali sotto sanzioni ed ha ermeticamente chiuso i suoi confini, sta facendo pressioni affinché il Comitato si faccia da parte il prima possibile, addirittura entro il 15 settembre, come affermato al termine del summit di Niamey svolto lunedì scorso. Goïta, invece, al principio ha proposto un periodo di transizione di tre anni, poi ridotto ad uno. Il grattacapo principale che affligge il Comitato è proprio questo: la mancanza di alleati a livello internazionale. L’Unione Africana, dal canto suo, ha sospeso il Mali già il 19 agosto mentre il paese europeo più vicino dal punto di vista politico al precedente governo di Keïta, la Francia, ha condannato il golpe con fermezza, pur senza sospendere le operazioni contro i gruppi terroristici che infestano il nord del Mali. A queste importanti organizzazioni, si è aggiunta la Organisation internationale de la Francophonie che ha anch’essa sospeso la partecipazione del Mali alle iniziative future. Per quanto riguarda l’ex presidente, nei giorni scorsi Keïta, apparso stanco quando il 19 agosto ha rassegnato le proprie dimissioni in un breve discorso televisivo, è stato trasferito negli Emirati Arabi Uniti per cure mediche: sembra che abbia avuto un piccolo ictus. Keïta è momentaneamente fuori dai giochi…

La prontezza con cui la comunità internazionale ha isolato il Mali concerne il timore che eventuali disordini possano contagiare i paesi limitrofi più instabili del Sahel occidentale, come il Burkina Faso, anch’esso martoriato da continui attacchi di matrice jihadista. Non a caso, lo scorso mese è stato ucciso, di ritorno dalla capitale Ouagadougou, il grande imam di Djibo, Souaibou Cissé, da sempre dichiaratosi contro i terroristi. Djibo dista pochi chilometri dal confine col Mali e l’uccisione di Cissé potrebbe esser stata perpetrata da miliziani affiliati ad Al-Qaida nel Maghreb islamico. Sempre in agosto, nella regione di Tillabéri, un’area finora ritenuta relativamente sicura, situata a sudovest del Niger e confinante sia col Mali sia col Burkina Faso, sono stati uccisi sei turisti francesi insieme a due guide nigerine da un commando di jihadisti, forse affiliato allo Stato Islamico del Gran Sahara, che ha attaccato il gruppo di turisti a bordo di motociclette. Soprattutto in seguito a questo episodio, il Ministero degli Esteri francese ha divulgato una nuova mappa dell’Africa Occidentale in cui le zone interdette sono state aggiornate; Mauritania, Mali, Burkina Faso e Niger sono tinti di rosso quasi nella loro totalità. La minaccia jihadista si sta estendendo anche in paesi finora abbastanza immuni ad essa, come la Costa d’Avorio, il cui confine a nord col Burkina Faso è divenuto rifugio di un gruppo jihadista che da maggio viene fronteggiato dagli eserciti di entrambi i paesi.

Gabriele Sbrana

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