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Ah, Sapienza divina! Luoghi di culto non comuni

Gloria a Dio che mi ha giudicato degno di una simile impresa. Salomone, ho vinto! Secondo la Narratio de aedificatione templi Sanctae Sophiae, così avrebbe esclamato Giustiniano il 27 dicembre 537, quando fu consacrata la chiesa di Santa Sofia progettata da Antemio di Tralle e da Isidoro di Mileto. L’intenzione santa di dedicare un monumento memorabile alla Sapienza di Dio si accompagna dall’inizio a questo desiderio regale di rivalsa, di realizzare qualcosa di più grande, di affermarsi. Ispirato dalla dedica alla Sapienza divina, questo edificio ha accolto in sé diverse anime lungo la sua storia travagliata. E’ stata cattedrale greco-cattolica, poi ortodossa e sede del Patriarcato di Costantinopoli. Nel lasso di tempo compreso fra il 1204 e il 1261 i crociati la resero cattedrale cattolica di rito romano.

Dopo la caduta di Costantinopoli del 1453 ad opera del sultano ottomano Mehmed II la chiesa fu saccheggiata e trasformata in moschea, e, successivamente, a più riprese, furono aggiunti quattro minareti. Negli anni trenta del XX secolo fu trasformata in museo da Mustafa Kemal Atatürk, fondatore e primo presidente della repubblica di Turchia. Il 10 luglio 2020 il provvedimento di Atatürk è stato annullato dal Consiglio di Stato turco e nella stessa data il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha firmato un decreto che ha riconsegnato la basilica al culto islamico. Questa condotta segue un programma d’intenti caldeggiato già in precedenza da alcuni gruppi e dallo stesso presidente che nel 2018 recitò in Haghia Sophia il primo versetto di Al-fatiha, la sura aprente del Corano, dedicandolo a chi aveva contribuito a edificarla, ma in particolare a chi l’aveva conquistata.

Conteso e maltrattato, questo maestoso luogo di culto è da sempre un emblema e un incrocio e sembra non trovare pace, a dispetto del nome che è rimasto a identificarlo. E’ un emblema della grandiosità imperiale, che l’ha concepita nello stesso sito ove ergevano altre due chiese. Nel momento dell’invasione ottomana è stato considerato come uno scrigno di tesori. E’ diventato luogo neutro in un periodo in cui la grandiosità ha voluto separare politica e religione. Ora, chiuso questo periodo, ritorna alla sua destinazione penultima. Evidentemente le sue finalità sono state dirette dalla politica. E politica e religione intrattengono sempre una dialettica, che può essere di reciproco rispetto o di prevalenza di una sull’altra, ma ognuna delle soluzioni possibili reca con sé alcune tensioni. La sua storia insegna qualcosa circa un’opzione fondamentale, con la quale ogni credente nel suo piccolo si confronta. E cioè decide se debba prevalere il peso del sé o se preferisca ritrarre sé dal centro, per restituirlo alla circonferenza e a un equilibrio che tenga insieme il sé con tutti gli altri punti. Ognuno di questi disegni corrisponde a un modello e i modelli fra loro sono abbastanza diversi. Anche decidere quale sia la memoria più importante da conservare risponde a un giudizio fondamentale. Ognuno ricorda ciò che sceglie di ricordare. E così la basilica di Santa Sofia in questa sua fase ricorderà di essere stata una moschea e come tale continuerà a vivere e attesterà agli occhi dell’orbe terracqueo come il potere politico in Turchia voglia comunicarsi al mondo politico e al mondo delle religioni. Il disegno del centro prevale su quello della circonferenza.

E i cristiani non stanno a guardare

Di per sé potrebbe essere un atto neutro decidere semplicemente di ricondurre la basilica al suo utilizzo immediatamente precedente alla svolta laicista di Atatürk. Le reazioni degli altri, però, raccontano qualcosa. Intanto si è trattato evidentemente di una scelta univoca, che non ha previsto nessun tipo di consultazione, anche solo a scopo diplomatico. Certamente la Turchia è un paese a maggioranza islamica, ma esistono da sempre minoranze cristiane. Il cristianesimo ha segnato la storia dell’Anatolia. Come dimenticare che ad Antiochia i cristiani furono riconosciuti come tali per la prima volta (cf. At 11, 26), è la terra natale dell’apostolo Paolo, di San Nicola di Mira. Ancora oggi in Turchia si svolgono degli interessanti corsi di spiritualità ortodossa e si realizzano contestualmente delle icone durante veri e propri esercizi di spiritualità ortodossa. La stessa basilica è piena di mosaici cristiani, poi coperti, poi nuovamente riscoperti. E’ stata visitata da papa Benedetto XVI e poi da Francesco. Sebbene l’identità cristiana del luogo sia più remota rispetto a quella islamica, non è per questo meno importante o meno sentita. E di fatti le reazioni dei patriarchi e del papa in proposito sono state sul filo dei sentimenti e tutte abbastanza negative. Anche queste potrebbero non avere alcuna valenza, considerato che la Turchia è uno stato sovrano e che ciascuno fa quello che vuole in casa propria. Quanto e quando contano le reazioni degli altri e perché?

Il patriarca ecumenico ortodosso di Costantinopoli, Bartolomeo, il 1° luglio 2020 aveva chiesto pubblicamente che Santa Sofia non fosse riconvertita a moschea. E’ interessante che il primo motivo addotto sia stato la delusione che molti cristiani in tutto il mondo avrebbero provato. Intravedeva anche il rischio che in questo modo la basilica diventasse motivo di confronto e di conflitto, in un secolo in cui questo stile di relazione dovrebbe essere stato superato. Il patriarca decantava questo luogo come sacrario dell’incontro fra Oriente e Occidente, tanto più prezioso in un tempo come questo, indebolito e impaurito dalla pandemia.

Alcuni giorni dopo anche il patriarca di Mosca Kirill ha espresso preoccupazione rispetto all’intenzione della riconversione di Hagia Sophia presa dal governo turco. E ha voluto ricordare come il fascino di questa basilica abbia commosso i legati di Vladimir il Grande, principe di Kiev, che volle così diventare cristiano, accompagnando la Rus’ a varcare più decisamente la soglia del cristianesimo, pure già conosciuto in Ucraina, per il tramite della Bulgaria e della Romania, che avevano già ricevuto l’annuncio del vangelo. Questa alta dignità di grembo simbolico, da cui il cristianesimo ortodosso ha potuto negli anni rigenerarsi e diffondere, preserva ad oggi tutta la propria vitalità. Se Bartolomeo aveva parlato di delusione, Kirill non teme di parlare di vero e proprio dolore. Vedersi allontanare da questa radice per i cristiani ortodossi russi è motivo di dolore. Ampliando la prospettiva, il patriarca di Mosca interpreta questa svolta come un passo indietro nel dialogo fra le fedi e un contrasto alla cooperazione fra i popoli. L’appello di Kirill è stato subito raccolto dal metropolita Hilarion, presidente del Dipartimento per le relazioni esterne del Patriarcato di Mosca, che ha definito Santa Sofia uno dei più grandi capolavori della cultura cristiana. Hilarion ha dato risalto al fatto che le autorità turche non hanno tenuto in alcuna considerazione gli appelli provenienti dal mondo cristiano e che questo condurrà a un deterioramento dei rapporti.

Molti esponenti di spicco dell’ortodossia hanno manifestato sostegno alle parole di Bartolomeo, non nascondendo il timore che reazioni eccessive potrebbero compromettere la sua tranquillità, dal momento che risiede in Turchia. E lo ha sottolineato in particolare l’arcivescovo di Cipro Chrysostomos, che pure ha avviato una raccolta online di firme. Il capo della chiesa ortodossa rumena Daniel ha manifestato solidarietà a tutti coloro che soffrono a causa della decisione presa dalla Corte suprema turca rispetto alla basilica, simbolo di fede e civiltà cristiana e di arte universale, che le è valsa l’inserimento nel patrimonio culturale universale dell’Unesco. Il patriarca della chiesa ortodossa georgiana, Elia II, ha chiesto alla Turchia di essere saggia, specie in questo momento in cui il mondo necessita più che mai di buoni rapporti fra cristiani e musulmani.

L’11 luglio è intervenuto nella vicenda anche il Consiglio Ecumenico delle Chiese, rappresentativo di 350 chiese membro, che ha espresso dolore e sgomento per la decisione in una lettera indirizzata al presidente Erdogan. Sono diversi i suoi passaggi significativi, fra cui l’impegno sempre dimostrato a sostegno delle comunità islamiche e dei loro diritti. Il CEC ha espresso anche il timore che questa decisione riacutizzi ambizioni di rivalsa, approfondisca divisioni fra gruppi, comunità religiose.

Più sobria e forse volutamente successiva, lasciando la precedenza alle voci autorevoli della famiglia ortodossa, è stata la reazione di papa Francesco, all’Angelus di domenica 12 luglio, quando si è detto molto addolorato pensando a Santa Sofia.

Se i cristiani piangono, non tutti i musulmani ridono

Le reazioni avverse al decreto di Erdogan non sono confinate al mondo cristiano. E’ particolarmente interessante quanto ha divulgato attraverso twitter Ferdinand Gjana, fondatore e rettore dell’Università privata islamica Bedër, con sede a Tirana, in Albania:The decision to function as the mosque of Hagia Sophia (or in other words Aya Sofya) not only does not excite me as a Muslim believer, but it even contradicts the spirit, essence and values of Islam as well as many principles, freedoms and human rights of the era that we live (La decisione di utilizzare Hagia Sophia (o in altre parole Aya Sofya) come moschea non solo non mi entusiasma come credente musulmano, ma contraddice anche lo spirito, l’essenza e i valori dell’Islam, nonché molti principi, libertà e diritti umani dell’epoca in cui viviamo).

La presidenza val bene una basilica

Si sono registrate molte reazioni provenienti dal mondo politico internazionale, tutte abbastanza negative, ad eccezione dei palestinesi di Hamas, che salutano con orgoglio la riconversione. E ovviamente è vista con favore dalla Repubblica turca di Cipro del Nord, riconosciuta come tale dalla sola Turchia.

E’ opportuno dare risalto al tipo di narrazione con cui la notizia è stata trasmessa in conferenza stampa dal presidente Erdogan. Oltre a rendere noto che dal 24 luglio 2020 i musulmani tornano a pregare in quel luogo, ha assicurato: Come tutte le nostre moschee, le porte di Santa Sofia saranno spalancate agli abitanti del posto e agli stranieri, ai musulmani e ai non-musulmani. A riprova di questa posizione i mosaici cristiani non saranno rimossi, ma, secondo quanto riferito dalla Reuters, saranno coperti soltanto durante i momenti di preghiera. Questo messaggio ha la sua importanza e contribuisce a spiegare la sostanza più politica che religiosa del decreto e la sua necessità strategica di indirizzarsi più ai turchi, con particolare riferimento ai nazionalisti, ai gruppi tradizionalisti, che a tutti gli altri. Per quanto nel complesso appaia come una decisione di indifferenza e di chiusura rispetto ai cristiani e agli stranieri che visitano numerosi e da sempre la Turchia, fondamentalmente guarda all’obiettivo di supportare la politica interna di Erdogan. E se un messaggio estero c’è, è sempre di natura politica e rischia di allarmare molto più lo Stato d’Israele della cristianità. Sul piano delle relazioni diplomatiche sarebbe opportuno, a questo punto, conquistare terreno a vantaggio del rispetto dei diritti, in particolare caldeggiare il riconoscimento giuridico di tutte le denominazioni cristiane (attualmente non ne godono né cattolici né protestanti, ad esempio), incoraggiare con insistenza l’applicazione fattiva della libertà di fede religiosa contemplata dalla costituzione turca e appoggiare possibilità concrete per i cristiani turchi, oppure residenti o di passaggio in Turchia, di praticare serenamente il proprio credo in luoghi regolarmente riconosciuti dallo Stato.

Preghiera è comunione

A ogni azione corrisponde una reazione. Quale? Come conviene reagire? Chi muove un’azione assume una responsabilità. Chi reagisce non è da meno. E non è detto che le due debbano rispecchiarsi nella stessa etica di riferimento. Si possono ricavare degli approfondimenti, si possono trarre degli spunti di riflessione anche dalla riconversione di Santa Sofia.

La politica turca avrebbe potuto prendere in considerazione le sensibilità e le voci degli altri, ma, analizzando presumibilmente alcuni suoi interessi, ha preferito non farlo. Ha dato precedenza a un criterio politico, di marca imperialistica e con ciò ha esercitato una potestà derivante dal fatto che la basilica geograficamente rientra sotto la sua autorità. Avrebbe potuto riservare più attenzione al livello superiore del bene comune, con uno sguardo aperto alla comunità internazionale, alla sensibilità dei cristiani, figli dello stesso patriarca Abramo. Questo bene comune non è stato ritenuto più valido di una visione solipsistica, di cui probabilmente comunque la Turchia pagherà il fio. Queste valutazioni attengono, però, al campo della politica nazionale e internazionale. C’è da sperare che le reazioni delle religioni e delle religiosità non si lascino distrarre da una confusione di campo e che non siano sviate dalla semplificazione del consegnarsi all’insufficienza del criterio di reciprocità e magari all’ansia di restituire quello che s’interpreta come un torto a qualcuno che direttamente non ha alcuna responsabilità, come ad esempio le comunità islamiche ovunque sparse.

Il mondo cristiano ha rivolto delle richieste, che sono state ignorate dalle autorità turche. Questo non è la fine, questo segna una data dalla quale proseguire nel dialogo anche per tutti i cristiani che vivono e operano in Turchia. Insegnaci a contare i nostri giorni e giungeremo alla sapienza del cuore (Sal 90, 12): curioso che questo salmo richiami il tempo e la sapienza insieme. In fondo la basilica è nata con la stessa dedica anche se si rivolge alla Sapienza divina. Se la fase di Santa Sofia come luogo neutro è terminata, ora inizia la sua seconda vita islamica. Che questa sia in relazione con le altre fedi. Questa è la fase in cui si dovrebbe continuare a dialogare per assicurare ai cristiani turchi e a quanti sono di passaggio in Turchia maggiore possibilità di praticare la propria fede, superando insieme la logica propria del conquistatore.

Il riconoscimento dell’autorità e la separazione della sfera politica da quella religiosa appare in continuità con la raccomandazione evangelica … date all’imperatore quel che è dell’imperatore, ma quello che è di Dio datelo a Dio! (Mt 22, 21). Se volessimo abbandonarci a un paragone improprio, ma non privo di consolazione, meglio questa scelta di Erdogan della scelta dei Talebani di distruggere le statue dei Buddha di Bamiyan in Afghanistan nel marzo del 2001. Almeno questa splendida basilica vivrà, seppure come moschea. Nell’era della globalizzazione, che in Occidente celebra la libertà di scelta, anche in campo religioso, immaginiamo che questa basilica, suo malgrado, rappresenti l’esistenza e la garanzia di questa opzione!

Se davvero il mondo cristiano la giudica un emblema della cristianità e un incrocio nevralgico fra Oriente e Occidente, non dovrebbe porre in atto misure che contraddicono questi capisaldi.

I fedeli musulmani che convergeranno in questo luogo pregnante non faranno qualcosa che offenda la fede cristiana. Da un certo punto di vista, il museo è un luogo straordinario, arricchente, accogliente, ma molto freddo rispetto a un luogo di culto. Dove c’è preghiera, c’è la vita in comunione, oltre qualunque barriera fisica, temporale. Non tutte, ma molte denominazioni cristiane sono solite pregare per i morti, oltrepassando con la preghiera la barriera per eccellenza. Perché mai i cristiani dovrebbero sentirsi offesi dalla preghiera, in qualunque lingua avvenga, comunque Dio sia invocato? Non c’è linguaggio più radicato nello Spirito né da lui più ispirato, della preghiera. E questo lo afferma la Bibbia, basti leggere qualche versetto dalla lettera ai romani (8, 26-27): … lo Spirito viene in aiuto della nostra debolezza, perché noi non sappiamo neppure come dobbiamo pregare, mentre lo Spirito stesso prega Dio per noi con sospiri che non si possono spiegare a parole. E Dio che conosce i nostri cuori, conosce anche le intenzioni dello Spirito che prega per i credenti come Dio vuole.

Rispetto ad altri luoghi islamici, i fedeli che entreranno in Santa Sofia accoglieranno comunque la testimonianza della fede cristiana, di quella che gli antichi definivano non a caso la Bibbia dei poveri, quando saper leggere era un lusso e i testi sacri erano a disposizione esclusiva degli addetti ai lavori. Rimanevano affreschi, tele, mosaici per tutti gli altri. Così i musulmani che vorranno pregare in Santa Sofia non potranno dimenticare Maria, l’unica donna chiamata per nome dal Corano, né quale onore lo stesso Corano riserva a Gesù. Certamente la comprensione teologica cristiana è diversa da quella islamica. La preghiera in sé non potrà che favorire la comprensione dei fedeli di diversa denominazione e portarli a incontrarsi in Dio e proprio nella pratica universale della preghiera non potrà che avvicinarli. Nella Turchia povera di chiese cristiane è auspicabile che tutti i turisti cristiani che continueranno a visitarla entrino in Santa Sofia non semplicemente per ammirarla, ma per raccogliersi in preghiera, pur rispettando le norme proprie di ogni moschea e in parte entrate nel costume dei cristiani d’Oriente. Non è raro che la lex orandi, salita come sinfonia sussurrata dal popolo dei credenti, insegni alla lex credendi. Dalla preghiera del popolo si possono schiudere nuove strade per la teologia del dialogo. Cristiani e musulmani, se davvero conquistati non da poteri e autorità mondane, ma dallo Spirito, rafforzati dalla preghiera, dovranno evitare che Santa Sofia, da emblema di incontro, diventi pretesto di discriminazione. Se i politici devono badare al proprio gradimento e pagheranno alla storia il proprio conto, i credenti si rivolgono da sempre a un orizzonte diverso. E in questo ampio prospetto, specie in tempi in cui l’ossigeno sembra drammaticamente calare o mancare all’improvviso, possono imparare a respirare sempre meglio nel soffio dello Spirito e anche pregare gli uni per gli altri. Sarebbe bello che all’ingresso di Santa Sofia, all’esordio di questa sua nuova fase, si chiedesse ai fedeli che entrano di aggiungere un’intenzione per i cristiani di ogni denominazione e, perché no, anche per gli ebrei, radice comune di cristiani e musulmani.

Ada Prisco

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