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L’identificazione con Gesù Cristo nel discorso politico dell’Africa subsahariana

Il discorso politico nell’Africa subsahariana è spesso infarcito di riferimenti al cristianesimo, nelle sue varie sfaccettature: infatti, tranne la Somalia, Gibuti, le regioni ad est dell’Etiopia e la costa che va dal Kenya al nord-est del Mozambico, il resto dell’Africa subsahariana è prevalentemente cristiano e/o animista, poiché il cristianesimo, introdotto dai colonizzatori, ben si è fuso con l’ancestrale animismo. Essendo i colonizzatori occidentali aderenti a differenti confessioni del cristianesimo, sul territorio dell’Africa subsahariana non è rappresentato solo il cattolicesimo: si prenda l’esempio dell’Uganda, dove circa il 40% della popolazione è cattolica, il 36% anglicana, l’11% pentecostale o evangelica e il resto della popolazione cristiana avventista, aderente ad altre branche del protestantesimo od ortodossa. I musulmani sono, infine, circa il 14%, concentrati soprattutto nel nord del paese, confinante col Sud Sudan e dimora di etnie come Lugbara e Kakwa che diedero i natali al noto Idi Amin Dada.

La convivenza con l’Islam, in quelle zone di confine fra l’Africa subsahariana con un numero superiore di cristiani e l’Africa del nord a maggioranza musulmana, non è mai stata delle più semplici, come testimonia il caso della Nigeria, i cui stati settentrionali sono caratterizzati da una popolazione prevalentemente musulmana mentre quelli più a sud, sui quali spicca lo Stato di Lagos, che ingloba la precedente capitale del paese, sono a maggioranza cristiana. Quindi, alle tensioni etniche, nel corso dell’ultimo ventennio, si sono aggiunte quelle di matrice religiosa e per il controllo della terra. Negli ultimi dieci anni, questi scontri, che interessano in prevalenza gli stati di Katsina, Kano, Kaduna e Plateau, tutti a nord e ad est della capitale Abuja, sono stati messi mediaticamente un po’ in disparte dalla più pressante e costante azione terroristica di Boko Haram, organizzazione terroristica jihadista che opera nella regione di Borno e nelle zone di confine con Ciad, Niger e Camerun.

In un contesto del genere il discorso politico, quando tratta di religione, non può che infiammarsi, non solo in Nigeria. In alcune occasioni, tuttavia, si è andati oltre e più di un leader politico si è spinto fino a creare un’identificazione fra sé stesso o un altro leader e la figura di Gesù Cristo. Negli ultimi anni ci sono stati due episodi lampanti in questo senso: il primo riguarda Raila Odinga, figlio del celebre Jaramogi Oginga Odinga, e il secondo Évariste Ndayishimiye, neopresidente del Burundi.

Odinga, in particolare, si è autoproclamato presidente del Kenya il 30 gennaio 2018 mentre in carica c’era un presidente legittimo, Uhuru Kenyatta. La cerimonia si tenne all’interno del Nairobi Uhuru Park, senza la presenza di polizia sebbene quest’ultima, precedentemente, avesse minacciato di arrestare chiunque avesse tentato di entrare nel parco. Dinanzi ad una folla festante e rumorosa, in parte presente fin dalla mezzanotte, Odinga giurò come presidente del popolo con la Bibbia nella mano destra e il microfono in quella sinistra, dopo aver impugnato, sempre nella mano destra, un fazzoletto bianco e averlo alzato. Ciò che Odinga disapprovava erano le due elezioni presidenziali svoltesi l’anno prima che lo avevano visto entrambe perdere a favore di Kenyatta. Tuttavia, il 16 agosto 2017, pochi giorno dopo lo svolgimento delle prime elezioni, Odinga organizzò una conferenza stampa in cui descrisse come sicura la possibilità di ricorrere alla Corte Suprema per denunciare i presunti brogli elettorali avvenuti durante le elezioni e si spinse fino ad un parallelismo con Gesù Cristo. Le sue parole furono molto laconiche: “La commissione elettorale ha compiuto i brogli più grandi che in ogni altra elezione democratica, ovunque nel mondo. Per la terza volta in una decade, il candidato che ha perso le elezioni ha giurato come presidente (riferendosi alle votazioni del 2007 e 2013, entrambe vinte da Kenyatta). I miei sostenitori non accetteranno i risultati finché non risponderanno (i membri della commissione elettorale) alle domande che sono state poste loro. Chi accetta questi risultati sia pronto a vivere in un’autocrazia”. Egli fece un appello anche in favore di proteste pacifiche di massa, disobbedienza civile e veglie notturne, nel caso la Corte Suprema non avesse fornito una giusta sentenza. La conferenza stampa ebbe una discreta risonanza mediatica a livello internazionale e fu ampiamente diffusa in Kenya. L’intervento di Odinga fu anticipato dall’introduzione di un dirigente della NASA (National Super Alliance, il partito di Odinga) e dalla lettura, da parte di un secondo soggetto, del passaggio 8.31-42 del Vangelo secondo Giovanni che recita: “Gesù allora disse a quei Giudei che avevano creduto in lui: «Se rimarrete fedeli alla mia parola, sarete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi». Se si volesse fare un parallelismo, in questo caso Odinga sarebbe Gesù e i suoi sostenitori rappresenterebbero i Giudei, i quali dovrebbero rimanere fedeli alla sua parola, ossia alla sua battaglia contro i brogli elettorali. Dopodiché, dinanzi allo scranno, prese posizione un reverendo con alle spalle Odinga già presente, il quale affermò che “l’amore, la calma e la giustizia prevarranno e comanderanno nei nostri cuori; questa è la nostra preghiera, nel nome di Gesù Cristo”. L’intervento di Odinga fu infine anticipato dalla breve introduzione di un quarto uomo. L’oppositore parlò per meno di venti minuti e, appunto, confermò la volontà di ricorrere alla Corte Suprema. L’elemento più interessante di questa conferenza stampa è il suo profondo velo di messianicità, giacché sembra che Odinga sia la guida spirituale dei suoi sostenitori in generale e dell’etnia Luo in particolare; al di sotto, dinanzi allo scranno, ci sono i suoi fedeli.

Il secondo caso riguarda Évariste Ndayishimiye, delfino e fratello d’armi durante la guerra civile del defunto Pierre Nkurunziza e vincitore delle recenti elezioni. Ndayishimiye sarebbe dovuto ascendere alla presidenza a fine agosto ma proprio la morte di Nkurunziza, ufficialmente spirato per un attacco di cuore, lo ha costretto a prendere pieni poteri nel mese di giugno di quest’anno, dopo un brevissimo interregno di Pascal Nyabenda. Il funerale di Nkurunziza, nel mese di febbraio eletto dall’Assemblea nazionale “Guida Suprema del Patriottismo”, è stato svolto dinanzi alle più alte cariche militari e civili del Burundi e in un contesto solenne, nella regione di Karusi, 60 chilometri a nord della capitale Gitega. Quello di Ndayishimiye è stato fra i discorsi più sofferti e, dopo aver definito l’ex presidente il “Mosè del Burundi”, il neopresidente si è spinto fino a toccare la figura di Gesù Cristo: “Quando Gesù ha lasciato la Terra, ha innanzitutto scelto una guida per i suoi discepoli, Pietro, al quale ha comandato di essere il pastore delle sue pecore. Anche Gesù parlava ai suoi discepoli utilizzando delle parabole quando loro hanno iniziato a chiedergli: <<Cosa vuoi dirci con ciò?>> Essi non capivano i suoi messaggi… A noi è accaduta la stessa cosa. Pierre Nkurunziza ci ha donato un messaggio che noi non abbiamo compreso. È per questo che vi dico che la prova che noi attraversiamo è dovuta alla volontà di Dio”.

Si tratta di due fra i più significativi e diretti riferimenti a Gesù Cristo contenuti in discorsi politici pronunciati recentemente nell’Africa subsahariana. La grande differenza è che nel primo caso il parallelismo avviene con un leader politico ancora in vita, Raila Odinga, mentre nel secondo il soggetto protagonista è ormai spirato, Pierre Nkurunziza.

Gabriele Sbrana

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