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Hate speech. Il discorso dell’odio e le religioni

La parola e il suo valore sono centrali nelle religioni. Nelle fedi rivelate Dio stesso la presceglie come strumento per lasciarsi contenere, conoscere e trasmettere. Le lingue talvolta si accompagnano indissolubilmente alla manifestazione del divino e ne assorbono la sacralità. Ed è il caso dell’arabo, del sanscrito, ad esempio. L’opera costante di recitazione, memorizzazione, studio dei testi sacri, mette in circolo una parola qualificata, riconoscibile e riconducibile alla religione che l’ha generata. Il rapporto fra religione e linguaggio appare così molto stretto. La presenza in tutto il pianeta di gruppi religiosi e l’estrema diffusività del sacro tipica dei tempi attuali non hanno impedito al linguaggio di imboccare crinali pericolosi e discendenti verso la volgarità, la rabbia, l’attacco. Anzi, il tema religioso talvolta diventa sostanza dell’attacco e occasione di spessi muri identitari. Il linguaggio, oltre a prestarsi a essere esaminato in sé, è una spia luminosa del modo di pensare, del modo di sentire più radicato. L’osservazione e l’ascolto dei luoghi comuni, ma anche gli osservatori preposti, rilevano un progressivo peggioramento della qualità dell’eloquio, rilevano la crescita della sua carica aggressiva. E questa forma la sagoma del nemico, spesso connotato attraverso l’appartenenza a un gruppo religioso, a una minoranza. Questo fenomeno disegna un vero e proprio filone di quello che è stato definito hate speech, il discorso dell’odio. Per intercettare e disinnescare le sue molteplici derive il 14 luglio 2020 nasce una rete nazionale per il contrasto ai discorsi e ai fenomeni di odio. Nel 2019 è stato il tema di una Summer School cui ha partecipato anche la KEK (Conferenza delle Chiese Europee) a Lisbona. Se volessimo immaginare l’intero consorzio umano come un corpo, il linguaggio volgare e aggressivo sarebbe paragonabile a un sintomo preoccupante, che avverte circa un profondo stato di malessere. Il morbo della derisione, dell’attacco, dell’affermazione generalizzata colpisce al cuore l’umanesimo e anche il senso religioso nelle sue profondità. Il 18 giugno 2019 Le Nazioni Unite hanno messo a punto una strategia atta a contrastare la virulenza e la pericolosità del discorso dell’odio. E la motivazione fondamentale del piano è questa constatazione: l’analisi della storia evidenza come il discorso dell’odio ha preceduto i genocidi. La parola ha un corpo, e chi può saperlo meglio delle religioni? Loro malgrado, però, le religioni possono adagiarsi sull’indifferenza, o, peggio, contribuire più o meno consapevolmente a nutrire il discorso dell’odio, quando favoriscono l’intolleranza, l’esclusione e la discriminazione. Come non si può correttamente annunciare un credo religioso, senza conoscere i destinatari dell’annuncio, intercettarne le istanze, le problematiche? Altrettanto non si corrisponde opportunamente ad alcun mandato missionario, ignorando le ombre che avvolgono un gruppo umano qualunque. Se il discorso dell’odio riesce a ramificarsi non è soltanto dovuto ai suoi promotori, ma anche al terreno fertile in cui s’imbatte e che gli consente di proliferare. Le religioni, quindi, sono implicate a pieno titolo nella questione, possono trovarsi a svolgere più ruoli. Possono trovarsi a vivere da vittima designata, se rappresentano una minoranza in un certo contesto o intralciano degli interessi. Possono anche marciare a favore del discorso di attacco, se perseguono ad esempio un ideale di assoluta separazione dal contesto, se impongono degli standard particolari ai propri membri. E se pure non si trovano ad alcuno dei due estremi in veste di protagonista, le religioni si trovano a essere implicate e ad assumere comunque una responsabilità. Gran parte dell’attività delle religioni si svolge attraverso la predicazione: sia il messaggio in sé che le sue modalità in questo clima fragile, desideroso di parole forti, concorrono ad affilare le armi, che siano per la guerra oppure per la pace.

Quando la parola è vettore d’odio

L’analisi del morbo deve definire la sua conoscenza e provare a identificare le sue radici. Circa la definizione bisogna riconoscere che, nonostante la produzione che si va accumulando a riguardo, non è univoca. Le manifestazioni del discorso dell’odio sono molte e complesse, quindi riflettono un quadro variegato. Hate speech può contenere un attacco vero e proprio, fatto di insulti, oppure può mettere in ridicolo magari attraverso la caricatura di un soggetto, di un gruppo o di alcune sue caratteristiche. Può anche non sembrare formalmente un attacco, perché può non contenere un vero e proprio insulto, ma può suscitare dei sentimenti ostili diretti al soggetto o al gruppo che si è preso di mira. Fin dall’antichità è noto l’ampio ventaglio di possibilità offerte dalla retorica. Lo stesso contenuto può passare in mille modi, come affermazione perentoria, nella veste del racconto, attraverso uno schema, cantando o ricorrendo ad altre forme di arte. La veste formale spesso è funzionale a che il contenuto sia accolto, compreso e forse trasmesso. Talvolta serve a ingannare, a vincere preventivamente le resistenze, ad apparire allettante, a disturbare il meno possibile. In tal senso le parole possono diventare davvero come le più affilate delle armi. Come non pensare al capolavoro di David Grossman del 1998, Che tu sia per me il coltello, in cui tutta la sostanza della relazione fra il protagonista e la destinataria, quasi casuale, delle sue lettere è affidata alle parole, che puntualmente si dimostrano all’altezza. Non restano vuoti, le parole si rivelano anche più efficaci degli incontri di persona, quando sanno essere opportune, quando conoscono se stesse e il carico che portano. Ogni tua parola è caduta esattamente dove era attesa da anni, scrive a un certo punto Yair a Myriam. Le parole cadono, come scrive Grossman, anche quando non ce ne accorgiamo. Capita tanto più spesso e con tanta più importanza, quanto più la nostra attività è affidata alle parole. Predicatori, insegnanti, politici, educatori in senso ampio, oggi anche bloggers, influencers, titolari di profili pubblici sui social, tutti sono coinvolti dal problema. Il discorso dell’odio è una mira contro. Questa intenzionalità lo qualifica e, osservando un andamento, lo può far rilevare nel tempo. Il linguaggio dell’odio racconta esclusione ed emarginazione, un metodo sottotraccia per immettere distinzioni e gerarchie nel sistema sociale e far capire chi conta e chi no sulla base di criteri isolati e arbitrari. Più o meno gradualmente i suoi attacchi realizzano un ambiente confortevole all’intolleranza, facendola passare come una normale reazione a una situazione diversamente insostenibile. Religiosità, appartenenza etnica, colore della pelle, tendenza sessuale, genere, si trasformano in appigli per chi pone in atto una comunicazione intenzionalmente aggressiva contro una determinata categoria. L’ambiguità, la versatilità della forma che la lingua garantisce di per sé possono favorire gli emissari di odio, custodendoli nella libertà di espressione. Inoltre bisogna considerare che destinatari di queste pillole mirate non sono soltanto le vittime. Hate speech, nel mentre si rivolge contro qualcuno, pretende di fungere da coagulante verso tutti gli altri o almeno all’interno del gruppi di cui l’odiatore in questione si propugna membro e portavoce. Queste parole disgregano da un lato, aggregano dall’altro. E per ammantarsi possono ricorrere a una serie di strumenti ulteriori, più accreditati e raffinati, quali le ideologie, le fedi, la loro difesa.

Paura e disperazione

La domanda sorge a questo punto spontanea: qual è il motivo per cui delle persone si sentono spinte a promuovere un linguaggio dai potenziali effetti così nocivi? E che cosa spinge tanti altri a riconoscersi in quelle parole, a considerarle nel loro contenuto immediato, magari, senza verificarne né fondatezza, né visione d’insieme? Il linguaggio dell’odio si presenta fondamentalmente come un discorso sentimentale e fa leva sui sentimenti. In particolare prolifera nelle epoche di crisi, segnate da profondi cambiamenti, da scenari inediti. Intervengono in un vuoto, da un lato di senso e di orientamento, dall’altro di risorse per gestire l’ignoto che si affaccia nella situazione. E il linguaggio dell’odio può attirare perché è semplice. Fornisce una spiegazione chiara del problema. Si muove con destrezza e sicurezza, che sembrano aver fagocitato tutta l’angoscia dei tempi difficili e incerti. Non avvista nemmeno un’ombra all’orizzonte, non si lascia sfiorare dalla preoccupazione di una lettura ridotta e vergognosamente esemplificata del reale. Quando cresce il livello di aggressività del linguaggio e si propone nelle fattezze specifiche di hate speech, significa che crescono di pari passo paura e disperazione. Indirettamente queste storture riflettono tutto il malessere dei nostri giorni, il senso di smarrimento, l’incapacità di proiettarsi in avanti, la tendenza alla chiusura, la percezione della minaccia, l’incapacità di elaborare alternative. Quest’ultimo è forse l’aspetto speculativo più problematico, e, al tempo stesso, più connesso con le fedi e con le parole delle religioni. Naturalmente anche le religioni, dal canto loro, sono immerse nello stesso clima e possono incorrere tragicamente negli stessi errori. Accade, ad esempio, quando si rivolgono le une contro le altre, quando ricorrono a un linguaggio blasfemo, irridendo la fede o la teologia altrui, quando ridicolizzano pratiche di fede degli altri. E ciò avviene spesso in assenza di una conoscenza autentica delle religiosità altrui. Ridurre il diversamente religioso a una sola caratteristica e coprirla di ridicolo, ad esempio, oppure etichettarla in modo inopportuno, come asservita a elementi esterni rispetto al discorso religioso, ciò può dare sostanza a un hate speech fondato sulla storpiatura di una fede.

Il coinvolgimento delle religioni

Le religioni sono coinvolte direttamente nei processi di elaborazione della speranza. Cambiano le visioni specifiche dell’oltre, ma tutte contengono in sé la finalità e vi tendono attraverso l’ascesi. I contenuti teologici qualificano le modalità, le motivazioni. L’annuncio religioso prospetta sempre l’esistenza della possibilità. Il meglio ha sempre una possibilità. Religione dice collegamento, ma i modi di intendere chi vi è compreso e chi no cambiano non soltanto in base alle teologie, ma anche alle influenze culturali che gli ambienti, con cui le religioni interagiscono, esercitano. Alcuni valori connessi alla persona , quali la dignità, il benessere, la salvaguardia, dovrebbero essere onnicomprensivi e appartenere alle religioni, semplicemente perché queste si occupano di persone. Non sempre è così. Non sempre una religione si pone l’obiettivo di proporsi come rifugio, garanzia di umanità, paladina dell’umanesimo, dell’essere umano in quanto tale. Oppure, non sempre gli esponenti delle religioni prediligono questa angolatura per entrare in contatto. Possono eleggere a criterio fondamentale aspetti più specifici ed escludenti. Questa opzione può essere foriera di violenza. In tal senso l’incontro fra le religioni, il dialogo anche circa le derive oppositive del linguaggio può agevolare una migliore presa di coscienza dei messaggi volontari e involontari, espliciti ed impliciti che vengono inviati. L’apparente superficialità del discorso diretto contro qualcuno nei fatti programma la violenza e la legittima. L’antidoto richiede una pianificazione altrettanto puntuale nella difesa di tutti a vantaggio di tutti, specialmente di tutte le minoranze e dei gruppi e delle categorie più facilmente presi di mira. Il discorso dell’odio infarcisce un vuoto, la cavità scavata dall’incertezza, accompagnata dal clima generale di dubbio, di paura e di disperazione. Agendo su sentimenti e problemi reali, innesca reazioni altrettanto concrete, a loro volta accomunate da un sentimento condiviso, la rabbia. Le religioni portano su di sé una responsabilità rispetto a questo stesso vuoto, e, se non contrastano l’odio, offrendo delle alternative qualificate, finiscono con l’essere sue complici.

Il peso delle parole nelle comunità religiose

Quando comunemente si parla di religioni al plurale, non è infrequente che mentalmente ci si schieri in blocchi. Immediatamente si delineano due eserciti come schierati su fronti opposti, noi versusloro. Tutto ciò che riguarda la religione di appartenenza diventa nostro, tutto il resto è generalizzato in un loro. Questo modo di parlare riflette un modo di pensare non proprio del dialogo, della condivisione e nemmeno della conoscenza, infatti lo stile generalista non può né vuole essere preciso, puntuale, si accontenta di sommare tutto in un anonimo mucchio, qualificato dalla appartenenza e familiarità, contrapposte alla non appartenenza ed estraneità. Il primo passo necessario a sradicare l’erba maligna dell’odio consiste in una presa di coscienza delle tracce inconsapevoli di aggressività, di cui è disseminato spesso il nostro modo di concepire i pensieri. Il modo di parlare rivela anche il modo di pensare che … non penseremmo mai di avere! Successivamente la conoscenza approfondita e regolare dei fenomeni religiosi è opportuna. E insegna lo studio dei nomi. Imparare a chiamare religioni, religiosi e religiosità con i loro nomi specifici evita di ricorrere agli odiosi e pericolosi possessivi. Solo dopo entrano in campo i contenuti più propriamente teologici.

Il discorso dell’odio paradossalmente conduce alla riscoperta delle parole e del loro enorme potenziale. Le parole hanno un corpo e muovono l’azione e all’azione. Agiscono direttamente e indirettamente, al momento o anche successivamente, si dilatano nel tempo e nello spazio, perché si prestano a essere facilmente trasmesse.

Per questo sono un patrimonio straordinario da condividere con semplicità. Le parole delle religioni servono il messaggio religioso che volontariamente s’indirizza agli esseri umani. Devono quindi ammantarsi non di odio, ma di filantropia. Le parole delle religioni dovrebbero essere protettive, dovrebbero mantenere sempre alta la guardia non soltanto sui propri fedeli, ma proprio perché hanno a cuore il benessere reale dei propri fedeli, dovrebbero curare l’interesse dei più deboli, delle minoranze, dei gruppi facilmente discriminati. Anche perché, facilmente, a un’altra latitudine, i termini della questione possono capovolgersi e chiunque può trovarsi nella posizione del bersaglio umano.

Esistono delle aree di confine, in cui la garanzia della libertà di parola può confondersi con il discorso dell’odio. Alcune frasi aggressive possono presentarsi sotto forma affermativa, attribuendo azioni negative a un certo gruppo, facendo leva sui sentimenti di paura e di frustrazione generalizzata. Questi casi potrebbero non essere additabili come hate speech, ma come pura libertà di esprimere un’opinione. E richiamano alla necessità di favorire la formazione di una coscienza critica, che non si accontenta di risolvere il male, addossandolo al capro espiatorio di turno. Leggere in profondità la storia, portare alla luce i meccanismi più nascosti della vita sociale sono compiti che si accompagnano al desiderio delle religioni di recare un annuncio qualificato. E hanno a che fare con il compito di educare. L’etimologia della parola educazione rievoca il cammino. Letteralmente significa condurre da. Non è forse ben collegato all’esodo, al pellegrinaggio, alla via? Tutte immagini cui le grandi famiglie religiose del mondo sono imparentate e affezionate. Educazione, anche in questo caso, esercita a una continua emancipazione, che aiuta a passare da un modo infantile di concepire la fede a una lettura più adulta e matura di interpretare gli eventi, a un’assunzione di responsabilità che smaschera impietosamente l’esemplificazione del colpevole facile e per giunta più debole. E’ un modo per superare la tentazione del branco, della maggioranza che si fa forte contro la minoranza, della supponenza dell’indifferente di turno.

Hate speech può paradossalmente aiutare le religioni a marcare il significato delle loro espressioni di valore, quali ad esempio la regola d’oro, condivisa da diverse spiritualità, fa’ agli altri ciò che vorresti fosse fatto a te. Diventa l’occasione per sottolineare contestualizzando il senso della giustizia, della rettitudine. L’esercizio di ascesi che segnala un livello superiore, quando occorre reagire al male, quando c’è da apprezzare il bene deve sapersi concretizzare in opere. La carità è negli ideali delle religioni. Assume dei confini, delle fattezze particolari? Un approfondimento sui confini del soccorso può chiarire il livello di inclusione accettato e le sue motivazioni.

Un approccio inclusivo, capace di riconoscere la precedenza alla dignità della persona, agevola l’incontro delle religioni intorno all’umanesimo, e forse anche intorno a un nuovo umanesimo, quello che coglie le interpellanze tipiche di questo momento storico, così ricco di ricerca del sacro e talvolta così sfuggente, così complesso per via delle sue ansie.

Un capitolo a parte meriterebbe la blasfemia e anche la semplice bestemmia. Il rischio maggiore è che queste parole aggressive finiscano con il passare per parole comuni perché comunemente accettate. Le parole non solo rivelano il modo di pensare, contribuiscono anche a forgiarlo. La trasmissione dell’annuncio religioso di generazione in generazione rientra nell’identità tipica di ogni fede. Come può riuscire a pensare e a comunicare il fenomeno religioso una generazione cresciuta, ad esempio, in un ambiente in cui la bestemmia è un parlare comune? Il discorso dell’odio compone un numero di emergenza che chiama direttamente in causa un affinamento dell’etica e un’analisi dei conflitti e delle loro radici. La gestione del conflitto comporta anche un approfondimento in seno alla stessa fede dei blocchi esistenti e dei suoi equilibri. E questa forse è la parte più impegnativa nell’elaborazione del linguaggio. Hate speech richiede un confronto serrato, interno a ciascuna fede, relativo ai suoi modi di comunicare e di pensare. Prevede una elaborazione dei conflitti e una motivazione continua dei processi di riconciliazione e di promozione della pace.

Quest’epoca cangiante e difficoltosa, che permette a tante parole d’odio di farsi raccontare, forse pretende una resa dei conti capace di guardare in faccia a tanti blocchi contrapposti che fanno comodo a molti. Si vuole davvero parlare la lingua dello Spirito che non parla per erigersi fino al cielo, ma sa accogliere nell’ascolto e nella diversità?

Ada Prisco

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