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I VOSTRI FIGLI SARANNO PROFETI

I mesi di vita strana e complessa che ha riservato il 2020 hanno offerto molte opportunità di riflessione e di approfondimento. Le proposte in tal senso si sono moltiplicate attraverso tutti i canali disponibili, televisione, social network, piattaforme, siti internet. Molte letture sono state a carattere religioso e sono diventate indirettamente un utile strumento di verifica circa lo stato di salute delle comunità di fede. Alcuni teologi hanno analizzato i contenuti dei vari messaggi, lo stile, i punti di forza e di debolezza emersi da questi modi di comunicare, l’immagine più diffusamente esportata circa gli equilibri di forza e il modello di comunità più praticato. Luci si alternano a ombre nell’esame di tutte queste prospettive. La voglia di sacro risulta spesso mescolata a modalità stantie, non capaci di tenere il passo con esigenze nuove, più inclini a ripiegare su luoghi comuni del passato. Non sono mancate forme interessanti di condivisione, oltre le distanze geografiche, linguistiche, persino confessionali. Da aprile in poi non è passata inosservata l’idea di una giovane brasiliana che ha iniziato a pubblicare su TikTok i video realizzati con il suo smartphone. Si chiama Brenda Matos, è una splendida ragazza di ventuno anni e a un certo punto ha iniziato a riempire il vuoto creato dal lockdown proponendo le sue riflessioni riguardanti la Bibbia e la spiritualità avventista. Oltre all’iniziativa in sé, è particolare il modo in cui la giovane ne riferisce l’esordio. Dopo essere rimbalzata su testate digitali d’informazione un po’ in tutto il mondo, ha risposto a qualche intervista (a partire da noticias.adventistas.org). E ha raccontato il momento preciso in cui ha concepito l’idea in modo tale da farlo sembrare molto simile ai racconti di vocazione. L’occasione immediata era giunta dal sermone del pastore Victor Bejota attraverso il canale web avventista Novo Tempo, Quelle riflessioni su come e quanto la comunicazione dei giovani sappia essere efficace sui mezzi di comunicazione di massa echeggiavano dentro di lei, che intanto sperava di svegliarsi in tempo per partecipare alla funzione festiva del sabato, non riuscendo a prendere affatto sonno. Durante quella veglia Brenda riferisce di aver individuato una ragione derivante da una determinata volontà di Dio. Così decide di alzarsi e di pregare. Riceve da un’applicazione il versetto biblico giornaliero: Io sono il buon pastore. Il buon pastore è pronto a dare la vita per le sue pecore (Gv 10,11). Così decide di registrare il suo primo video. E va avanti giorno dopo giorno a consigliare come avvicinarsi alla Bibbia o quali testi leggere di Ellen Gould White o come approcciarsi al profilo dei padri della Riforma. A volte stringe la Bibbia tra le mani, altre volte mostra altri libri, oppure inquadra schemi e appunti nel momento stesso in cui li scrive e parla di Gesù, adorazione, testimonianza, incontro, gratitudine. Pillole di cristianità arrivano nello stile veloce, nella familiarità con il digitale connaturata ai nativi di questi tempi, con l’estetica accattivante che non fatica a farsi accettare, anche solo per curiosità, e che comunque trasmette un annuncio di fede. Circa in 45.000 la seguono, mostrando anche apprezzamento nella stragrande maggioranza dei casi. L’idea di Brenda può apparire semplice, quasi scontata, eppure l’abilità con cui la porta avanti e il successo che riscuote attirano l’attenzione su alcuni punti nevralgici che superano anche i contorni della sua vicenda e puntano alla comunicazione del messaggio religioso. Un fenomeno del genere può rientrare in quello che le religioni conoscono come profetismo?

Tempo di pandemia, tempo di profezia?

Nel linguaggio comune siamo portati a pensare che profeta sia chi anticipa il futuro. Chi ha parlato a nome di Dio e ha lasciato un segno nei testi e nelle storie delle religioni è intervenuto più che altro come interpretazione del tempo presente e come stimolo a cambiare vita. Il profeta media la sapienza e la sua vita è il primo segno a manifestare coinvolgimento nel cambiamento richiesto. I profeti nell’ebraismo, nell’islam sono persone comuni, con i loro limiti e difetti. Qualcuno di loro lamenta espressamente di essere giovane, come Geremia: Signore mio Dio, come farò? Vedi che sono ancora troppo giovane per presentarmi a parlare (Ger 1, 6). Altri affermano chiaramente che non sono profeti né di mestiere né per loro volontà (cf. Am 7, 14.16). Anzi l’apparente limite della figura del profeta è anch’esso funzionale a rivelare nella sua opera la presenza, l’azione e la volontà di Dio. Mentre le teologie si scoprono faccia a faccia con alcune problematiche della comunicazione formale, spesso indugiano e cercano rifugio appellandosi a concetti validi, ma probabilmente poco capaci di comunicare alla sensibilità odierna: pensiamo ai tentativi di riproporre la pratica settimanale richiamandosi all’obbligo del precetto o ai tentativi per rafforzare l’autorità costituita. Mentre avviene tutto ciò e si osserva un vistoso calo nella pratica, si registra un’offerta molto in solitario nelle trasmissioni dei vari culti, come si può interpretare un fenomeno del tipo dei video TikTok della Matos con migliaia di seguaci fin da subito? Questo dato dimostra che comunque questa giovane intercetta un’attenzione che ha almeno qualcosa a che fare con il sacro. A suo modo è una forma di profetismo non privo di una certa autoconsapevolezza, considerato come viene narrato dalla stessa protagonista fin dalla ispirazione iniziale. Le settimane di distanziamento sociale non hanno fatto altro che accentuare una condizione di isolamento abbastanza radicata nell’uomo e nella donna contemporanei. Nelle religioni che trovano nel profetismo una corposa linfa di nutrimento il divino si lascia conoscere attraverso una rivelazione e nell’atto stesso del comunicarsi si qualifica come colui che cerca l’essere umano, altrimenti perché rivolgergli la parola? Questo nucleo considerato nella sua essenzialità come azzeramento di qualunque isolamento nella religione si presenta più che mai opportuno e utile nel periodo di isolamento forzato dovuto a motivi sanitari. Questa fase perciò, per quanto lasci registrare i suoi cali di pratica e le sue criticità si mostra per certi aspetti particolarmente propizia al religioso. Può darsi che la profezia nel senso pieno del termine sia conclusa: Dio ha già parlato completamente ora si attraversa il passaggio dell’ascolto e della graduale attuazione. Se, però, prendiamo in seria considerazione alcune affermazioni della Bibbia giudaico-cristiana, apprendiamo che lo Spirito può continuare a suscitare profeti e profezie. Gioele (Gl 3, 1) afferma tra l’altro: … i vostri figli e le vostre figlie saranno profeti … guarda al futuro come stagione capace di generare profezia. Nella lettera ai romani (12, 6) così esorta l’Apostolo: … Se abbiamo ricevuto il dono di essere profeti, annunziamo la parola di Dio secondo la fede ricevuta. La parola è ricevuta totalmente, ma nella sua trasmissione interviene un dono specifico dello Spirito che rende capaci di continuare a proporla. Per la teologia cristiana, ogni battezzato è anche profeta, abilitato ad ascoltare e ad annunciare la lieta novella.

La voce profetica

Permane un problema di fondo, distinguere la voce profetica da una voce qualunque. Un elemento dirimente importante può insediarsi nel collegamento fra parola ed esperienza. L’esperienza del profeta parla prima e più di quello che dice. E ciò è comprovato dal fatto che non è lui o lei a possedere il messaggio, ma il contrario: si trova completamente coinvolto dalla parola che annuncia, tanto da sentirne una consapevolezza tale da non poterne fare a meno. La profezia assume così un volto più oggettivo che soggettivo. Il profeta è diverso dal poeta o dal pittore, non agisce grazie al suo estro, a una sua abilità artistica che ispira di volta in volta delle forme attraverso cui concretizzarsi. Inoltre il profeta riesce a mantenere l’umiltà necessaria a sapere sempre e bene che quanto fa non è farina del suo sacco. Non si sostituisce a Dio, mantiene un sano equilibrio, che lo fa sentire molto simile all’ambasciatore. La voce profetica non è, però, fredda e distaccata, non può rimanere disinteressata. Partecipa di quello che dice e anche delle reazioni che provoca. La parola profetica è emotiva: sorge ricevendo emozione da Dio, che gliela trasmette, e mantiene la consonanza con lui. Il messaggio proclamato contiene una direzione chiara, non è un parlare fine a se stesso, nemmeno un chiacchierare di buona compagnia, è orientato a una svolta. In tal senso è imperativo, impone una scelta che chiarisca da che parte stare. Per riuscire in questo compito non c’è area dell’umano che possa essere sottovalutata, emarginata, censurata. La profezia per come si lascia interpretare nella Bibbia, nel Corano, assume una visione olistica, guarda l’insieme, intende i particolari come parti di un tutto armonico frutto a sua volta della creatività e della regia divina. Tante volte oggi si avverte la carenza di letture sapienziali della storia, dei segni dei tempi, sia collegate più da vicino alle esistenze singole degli individui, sia alla macrostoria nel suo insieme. Si parla molto, da decenni ormai, di globalizzazione, mondo globale, villaggio globale, ma dove trovare una ermeneutica che aiuti i credenti a intercettare una sapienza che nella diversità delle lingue di fede continua a cercarli? Se la profezia indica in Dio il significante, l’umano e ogni sua espressione rappresentano altrettanti significati. La percezione di una certa distanza, se non di separazione, fra significato e significante indica forse un vuoto di profezia, l’assenza del suo sguardo rivolto all’insieme. La profezia si risolve nella promozione di una presenza piena nella storia, di una consapevolezza matura dello stare al mondo. Nei periodi di maggiore smarrimento si registra un bisogno più che mai accentuato di una presenza piena agli eventi. In tal senso oggigiorno avvertiamo una grande esigenza di profezia, cioè di collegamento fra il messaggio religioso e il senso della storia. E’ bene anche domandarsi fino a che punto questo senso sia trasferibile nelle categorie della razionalità. I testi sacri e quelli elaborati dalle varie tradizioni in verità con contengono formule di controllo della realtà, non forniscono risposte secche sul tipo dei quiz a risposta chiusa delle selezioni. La ragione penetra lo spettro della profezia non più dell’assurdo e del margine. Per percepire e rendere una presenza viva e continua una sola facoltà non basta, che sia la ragione, che sia l’emozione o altro. In una cultura molto abituata a dar credito ai sensi, è più che mai necessario coltivare la dimensione mistica, per entrare nell’universo profetico e sperimentarlo.

Il corpo della profezia

ANelle teologie ebraica, cristiana e islamica la profezia coinvolge la persona in anima e corpo, si può dire in questo senso che prende un corpo. Ci guida così a riscoprire un aspetto della comunicazione, il suo potere trasformativo. Intanto esiste la profezia, perché determina un evento, un incontro talvolta anche difficoltoso da accogliere e da gestire. Nella misura in cui questa esperienza è partecipata, si manifesta nella vita di ogni credente. Ogni personale modo di credere inala l’afflato profetico, perché almeno in qualche momento deve aver percepito l’evento del divino che si rivela, che si fa incontro e induce a scegliere, ad agire di conseguenza. Nella fisionomia irripetibile della pratica personale parte del corredo genetico è ereditato da un particolare incontro con l’alterità, con la parola proferita. Oggi secondo quale temperie culturale riaffiora più spesso alla superficie quella parola? Nel nostro emisfero, forse avviene spesso attraverso il mondo del sé, nell’esercizio della scelta personale, nel delineare e compiere un modello di realizzazione personale. Non esiste solo la parola sacra per le religioni, raccolta nei testi che le tradizioni codificano come ispirati da Dio. Tante sacre parole riecheggiano ogni giorno nell’intimo di ogni essere umano, dirigono i suoi pensieri, orientano le sue scelte, animano delle azioni. Attestano che all’origine un incontro c’è stato con la parola non autogenerata. Questa profezia richiama la fede come adesione personale e profonda, anche al di là di ogni formulazione dottrinale, oltre concetti fissamente intesi, quali precetto, obbligo, che nemmeno sono negati in via di principio. Quando sono accolti, non è per il loro abito formale, ma in quanto contenuti familiari a quella parola che nell’evento fede ha consacrato quella interiorità in maniera singolare, ha tenuto per sé, come stretta in una relazione d’amore. Questa profezia, proprio per il suo carattere personale e unico, è la più difficile da sondare, ma è anche la più concreta, perché parla alla vita, nella vita e con la vita di quell’essere umano unico e irripetibile. Le religioni possono trovare un terreno d’incontro fecondo in questo colloquio, che è simile al linguaggio mistico e tutti possono allenare l’orecchio e riuscire ad ascoltarlo. Le teologie di riferimento possono essere diverse, ma l’esperienza dell’ascolto e della parola è analoga. Gli avvenimenti esterni, come ad esempio seguire un video veloce e attraente sulla Bibbia, possono fungere da richiamo per risvegliare questo colloquio, talvolta ammutolito da tanti e troppi suoni caotici della quotidianità. Risvegliare questo colloquio originario, che riporta l’essere umano all’esperienza del sacro, porta a compiere il percorso corrispondente alla rivelazione divina: Dio si rivela attraverso la parola e va incontro all’essere umano; l’essere umano entra in contatto con la parola sacra che dimora in lui e che lo spinge verso Dio. La profezia ha sempre un corpo, sebbene parli dell’ineffabile che è in ogni spazio e in ogni luogo. Il suo corpo si estende alla storia, alle relazioni con gli altri, all’ambiente, alla cura della salute personale e pubblica. Potremmo concludere che il nostro tempo difficile si presenta come recupero della profezia, della parola che vince radicalmente l’isolamento e la solitudine e che prende corpo come attenzione agli equilibri dell’ecosistema, del pianeta, delle comunità, dei singoli. La profezia si approfondisce così come pluridimensionale e costituisce nel suo essere plurale la sconfessione di ogni fondamentalismo. Ogni parola sacra permette a una quantità di rivoli di trasmetterla, non si lascia contenere in un’unica direzione. E non perché sia relativa e ambigua, ma perché è sostanzialmente incontenibile. Occorre una moltiplicazione di significati e di applicazioni per accoglierla e tradurla di volta in volta. L’evocazione della preghiera la racconta meglio della prosa fatta di descrizioni, affermazioni, lezioni. L’atteggiamento del profeta è orante.

Il dramma della profezia

Colpisce il fatto che il profeta Gioele (cf. Gl 3), dopo aver parlato dell’azione dello Spirito su tutti gli uomini, nomini espressamente giovani e anziani come soggetto di profezia, sogni e visioni. Molti commenti sono stati scritti in proposito, molti se ne possono ancora scrivere. Comunque queste due condizioni rappresentano gli estremi, e, quindi, i margini del tessuto sociale. Sono pertanto più esposti alle variazioni, hanno meno posizioni da difendere. Possono così manifestare più disponibilità rispetto a un messaggio innovativo e trasformativo. Diventandone segno, incrinano anche alcuni modi consolidati di pensare che concedono meno credito a chi è meno inserito nelle strutture sociali. Spesso giovani e anziani sono i più sensibili al messaggio religioso, con tutte le loro prerogative e le esigenze tipiche delle loro rispettive stagioni. Puntare l’attenzione su giovani e anziani fa riflettere su alcune condizioni, magari quella dell’esigenza di concepire una progettualità e la sensazione di averne perso del tutto la capacità. Il giovane percepisce dinanzi a sé tante strade aperte, ma non sempre dispone di una visione d’insieme che lo aiuti nel maneggiare la vertigine che provoca il campo aperto. L’anziano è più spesso consegnato alla rassegnazione. Anche da loro secondo il testo proviene la parola, che, in ultima analisi, proviene da Dio, e, quindi, contiene il germe della vita. Ogni germoglio che si rispetti è coperto dalla terra, rimane nascosto. E’ così che la profezia va incontro ai suoi problemi e produce i suoi traumi.

Affidata alla fragilità e alla quantità dispersiva delle parole, la profezia rischia innanzitutto di passare inosservata, di essere sottovalutata, ignorata. E questo suo dramma più comune può essere definito indifferenza. Anche il periodo attuale, così critico a livello mondiale, così coinvolto dal cambiamento, certamente funge da grembo di voci profetiche. Rischiano, però, di cadere nel vuoto, di rimanere inascoltate, di passare come parole comuni. Oltre 45.000 followers di una ragazzina con in mano una Bibbia dicono qualcosa. Molte altre esigenze di sacro emerse in queste settimane parlano. Il vuoto forzato nella pratica abituale ha indotto nei fatti una domanda e una risposta religiosa. Il tempo della profezia richiede un salto di qualità, non si accontenta delle posizioni acquisite, mentre molte delle risposte fornite in questo tempo si assestano sulle postazioni abituali, rafforzano parola già dette e già sentite troppe volte.

L’altro rischio della profezia è che non si riesca a integrare con il tutto, trasformandolo, e che crei sì il nuovo, ma attraverso la rottura, la separazione. E’ il caso delle voci profetiche che hanno dato vita a soggetti nuovi, separati da una storia precedente. E non sempre la separazione va a vantaggio della forza della profezia, a volte la restringe in un recinto per pochi. Sarebbe fruttuoso, invece, favorire la libera circolazione delle profezie del sacro, perché tutte sono in grado di comunicare un’esperienza e di favorire la rigenerazione della vita alla fonte del sacro. Non tutte le parole profetiche hanno grandi conseguenze, ma in quanto parole significative possono rivestire lo stare-al-mondo-insieme di valore e oggi più che mai del valore della condivisione. La profezia può anche essere una non-parola, una breccia, uno squarcio che apre e disturba al tempo stesso.

Ada Prisco

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