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RIBELLARSI ALLA VITA VECCHIA. IL SUCCESSO DI “UNORTHODOX”

Dalla fine del mese di marzo 2020 la piattaforma Netflix ha reso disponibile la miniserie intitolata Unorthodox, che è diventata subito molto popolare, attirando grandissima attenzione sul mondo della comunità ebraica chassidica, cui appartiene la protagonista. Ha suscitato moltissime reazioni anche all’interno del mondo ebraico in generale. E nelle varie testate ebraiche online, in un modo o nell’altro, tanti commentatori vi hanno fatto riferimento, non necessariamente per una recensione. Hanno contribuito probabilmente non poco a questo successo alcune scene particolarmente forti del film e molto pubblicizzate: un fotogramma delle nozze in cui la vicinanza dei corpi stride con l’estraneità e la austerità dei volti, la rasatura della capigliatura della donna, e soprattutto la sua immersione simbolica in acqua completamente vestita.

La trama cinematografica trae ispirazione da una storia vera e raccolta dell’autobiografia scritta da Deborah Feldman, intitolata Unorthodox. The scandalous rejection of my hasidic roots (New York 2012), tradotta in italiano dalla casa editrice svizzera Abendstern nel 2019 con il titolo Ex ortodossa. Il rifiuto scandaloso delle mie radici chassidiche.

Una ribelle che attrae

Il libro è corposo, ma facilmente leggibile. Circa il periodo dal matrimonio in poi segue un andamento che non si ritrova nella miniserie, sia negli ambienti, sia in ciò che accade dentro e fuori dalla testa della protagonista. Per la verità leggendo il libro, si avverte una sproporzione abbastanza vistosa fra lo spazio dedicato all’infanzia e all’adolescenza e quello riservato alla vita adulta, dal matrimonio in poi, che prelude alle scelte radicali che compie con soddisfazione la protagonista, chiamata Etsy nel film, Devoireh, Debora nel libro. E questo un po’ delude, perché sottrae all’inedito per indugiare nel cliché abbastanza indagato in letteratura, da Cenerentola in poi, della bambina o del bambino, se non formalmente, almeno di fatto orfano, come in questo caso, cresciuto da figure parentali sostitutive tendenti più al rigore e alla correzione che al calore e all’apprezzamento. La rigida separazione dei ruoli maschili da quelli femminili, il controllo della sessualità, la diffidenza verso gli altri non facenti parte di quella società nella società, non rappresentano una novità negli ambienti religiosi molto conservatori.

I ritmi, i suoni, i richiami alla tradizione ebraica sono piacevolmente familiari per chi ama queste atmosfere, ma non sufficienti, né esposti allo scopo di consentire al lettore di conoscere la vita della comunità chassidica Satmar di Brooklyn nel suo insieme. La narrazione appare più che altro come le confidenze a voce alta di una voce del coro divisa fra il desiderio di integrarsene e l’esigenza di staccarsene. Non a caso Debora accetta senza problemi tutta la ritualità legata alla scelta dell’uomo da sposare e al matrimonio, anzi lo vede come un traguardo verso l’indipendenza, esattamente come le donne della sua famiglia e della sua cerchia di amicizie. Lo spazio di libertà che coltiva in segreto è abitato dalle letture profane scritte non yiddish, ma in inglese, che la giovane leggeva di nascosto. E l’abilità linguistica ed espressiva conquistata grazie a questo esercizio le consentirà anche di lavorare come insegnante d’inglese subito dopo il diploma. Nella sua inesperienza Debora sfrutta l’arte del temporeggiatore, per cui rimane nel solco della tradizione, senza concederle l’anima. Interiormente rimane fedele alla ragazzina che nascondeva Piccole Donne o che aveva letto fino a consumare le pagine di Anna dai capelli rossi. Questi esempi aprono come delle finestrelle di luce su altre possibili alternative, specialmente del femminile non codificato.

L’opera è gradevole, ma, più che altro, ha ispirato una miniserie che ha riscosso uno straordinario successo e ha richiamato un certo clamore sul mondo ebraico fra i più conservatori. Che cosa attrae? La storia coincide con la protagonista che diventa un exemplum di autonomia e di ribellione, abbastanza in linea con i nostri tempi. Non cavalca grandi ideali, tutto sommato si barcamena fra il modello che ha ricevuto dalla sua educazione e quanto sorge in lei sotto forma di desiderio. Si arrangia e sfrutta a proprio vantaggio le situazioni, non ultima un marito tradizionalista, scelto attraverso una sensale, religioso, ma, relativamente al loro contesto, nemmeno troppo complicato. Egli, suo malgrado, la introduce in una fase più autonoma di vita, non opponendosi agli incontri dal terapista della coppia, alla patente, agli studi. Pur dimostrandosi poco capace di autonomia, mettendo costantemente a parte la sua famiglia della loro relazione di coppia, accetta i consigli della moglie circa il fratello, che si avvantaggia di fatto dalla mente più liberale della cognata. Le fa ottenere un appuntamento personale con un cabalista durante la gravidanza. Attraverso il divorzio la libera e non le impedisce di portare con sé il loro unico figlio.

E comunque Debora, per quanto ammorbidita dalle tendenze opportuniste e cangianti della nostra era, incarna l’emblema della ribelle. Questo nucleo accattivante fa la fortuna dell’opera, perché, in fondo in fondo, in ciascuno è racchiuso un ribelle più o meno dormiente. Debora è una ribelle, che vuole semplicemente riprendersi la sua vita, vestirsi come le piace, leggere e scrivere in libertà e poter tagliare i capelli a suo figlio, insegnargli a parlare l’inglese piuttosto che l’yiddish. Ed è capace di raccontare con levità discontinuità profonde con delle radici, cui non aveva mai sentito di appartenere completamente. Man mano che diventa adulta, impara a dire le bugie, indossa i jeans sotto i gonnelloni lunghi, trascorre in macchina il tempo necessario a far credere a suo marito di essersi purificata con il bagno rituale al mikveh. Aspetta il momento opportuno, quando la situazione, stanca e provata, implode da sé e a lei non resta che uscirne. Certo, però, che quando cambia vita, resta fuori dal suo passato, dalla se stessa che era, dalle persone, che, per quanto imperfette, erano state i suoi punti di riferimento. Ha davanti una pagina bianca con all’improvviso tante pagine che rimangono vuote e trasferiscono i loro caratteri nella sua sola memoria e capacità di rielaborare un’identità. E scopre così più facilmente anche le debolezze del mondo gentile, cioè dei non ebrei, che un tempo le apparivano solo felici e fortunati. Scopre qualcosa di più della sua cultura, quando all’università il suo insegnante le chiede di avvicinarsi alla poesia yiddish e di commentare le sue traduzioni in inglese, emblema anche questo di passaggio e comunicazione fra mondi dotati ciascuno di una cifra distintiva. Mentre impara a interpretare le lingue, si esercita a essere l’interprete di se stessa, nel passare da una versione all’altra. E se ci riesce è anche grazie alla solidarietà, specie femminile, che incontra. Ed è grazie alla scrittura.

Fra nido e volo

Unorthodox, oltre che essere l’esito fortunato del filone autobiografico, presenta lo spaccato di un microcosmo tutto particolare, addensato nella vita di una comunità, che, in nome della tradizione religiosa, definisce un universo dai confini propri. Questo piccolo mondo può essere snobbato, deriso, giudicato con sospetto, etichettato come arretrato o fanatico, eppure esercita un effetto calamita. Ricerche, libri, documentari, film e persino programmi televisivi sono stati dedicati a simili comunità e ottengono anche un discreto successo.

Così molti hanno conosciuto gli Amish, i mormoni più conservatori, il genere di comunità ebraiche di cui parla il libro. Perché? In parte sarà dovuto anche alla curiosità per la originalità che si manifesta attraverso modi tipici di vestire, di gestire le relazioni, il rapporto con il progresso tecnologico. C’è però qualcosa di più.

Nella loro strenua difesa delle radici e degli insegnamenti ricevuti dai padri le comunità particolarmente conservatrici finiscono con il mostrarsi paradossalmente ribelli. Si ribellano all’omologazione con la maggioranza, anche alla facilità dell’integrazione in società, preferiscono l’arduo cammino della separazione dalla maggioranza per non smarrire il senso della propria identità. Il loro stile di vita, così tacciato di offendere l’esigenza di libertà, ne ridefinisce totalmente il concetto attorno all’assolutezza. Assolute, infatti, si percepiscono, nel senso letterale del termine. Si considerano sciolte da vincoli con il resto del pianeta, preferendo la fedeltà alle proprie origini e all’appartenenza al proprio gruppo di nascita. A suo modo questa è una forma di ribellione. Non è raro che nel mondo della maggioranza si rimpiangano i valori di un tempo. Questi sono spesso osservabili nelle religiosità più rigoriste, anche se a prezzo di alte forme di controllo sociale, nelle quali è difficile individuare l’adesione interiore, cui la sensibilità odierna bada particolarmente.

Se volessimo trovare un’immagine per sintetizzare questo genere di microcosmo, potremmo individuarla nel nido, spazio di misura, precario, ma anche composto da intrecci mirabili e straordinari. Sono gli ambienti che puntano a rafforzare il senso di appartenenza, a ricordare all’individuo chi è, che cosa gli altri si aspettano da lui o da lei. Forniscono una semplificazione essenziale del reale che, da certi punti di vista, lo facilita, fornendo modello e tabella di marcia.

In fondo anche la crescita della protagonista nel libro è scandita da esempi chiari di altre donne. Ed ella guarda a loro, ai risultati che riescono a ottenere per prospettare il futuro, negli accessori da indossare, nello spazio da organizzare, persino nei doni che si ricevono. Non si avverte nemmeno nel suo racconto la voglia radicale di separarsi da questo habitat per certi versi confortevole.

Non vanno trascurati i riferimenti autorevoli, la Bibbia, la tradizione talmudica che anima gli intermezzi degli uomini e anche le tavolate delle feste, le storie delle vite dei rabbini rinomati per la loro santità. Nei momenti d’angoscia la giovane Debora ricorre in ebraico al Salmo 13: … Guarda, rispondimi, Signore, mio Dio, conserva la luce ai miei occhi … (v. 4). Sono solide ancore, cui il senso dell’esistenza si collega, e che riflettono il disegno collettivo di un popolo radunato dalla stessa chiamata, cui da un lato la giovane vorrebbe appartenere con maggiore consapevolezza. La sua uscita dalla comunità le richiederà di ridefinire anche il suo personale rapporto con la fede, argomento soltanto accennato, ma non approfondito alla fine. Emerge sotto forma di dubbio: Forse sto diventando atea. Nelle profondità del suo essere continua comunque a rivolgersi agli insegnamenti spirituali del nonno che l’aveva allevata e che le aveva indicato nella pace dell’anima il valore più importante, l’unico che garantisca la felicità.

E nella vita oltre quel nido Debora ricuce il rapporto perso con sua madre, che da quella stessa comunità era stata allontanata perché omosessuale. Spicca il volo, cercando una riconciliazione con quello che la tradizione e i suoi aspetti più asfittici avevano cercato di allontanare. Le norme a ispirazione religiosa scandiscono la quotidianità e ne intravedono nascosto un disegno, convincono che attraverso l’osservanza puntuale tutta la vita mostrerà la bellezza di quel modello. Nella distanza fra aspirazione e realtà prende vita il disagio della giovane, per cui in lei l’intenzione di spiccare il volo si definisce sempre meglio con la possibilità di decidere in autonomia cosa fare della propria vita. Gradualmente il timore di perdere le protezioni tipiche della comunità e dell’appartenenza al gruppo cedono il passo alla consapevolezza di camminare sulle proprie gambe per sé e per il bambino da crescere. Ed è significativo che il riconoscimento di se stessa inizi con un’incipiente riscoperta della madre.

Religioni: memorie dell’antico, laboratori del nuovo

La parabola delle religioni sa essere davvero particolare. Dotate tutte di salde radici nella terra di mezzo, fra storia e metastoria, si relazionano da un lato alla memoria, che non può in alcun modo essere cancellata né messa da parte, dall’altro alla continua generazione che quell’origine continua a partorire, anche combinandosi in modi infiniti con gli ambienti in cui si invera. Al loro interno poi confluiscono molteplici rivoli, che tendono ora all’una ora all’altra sponda.

Ai due estremi possono trovarsi posizioni che prediligono il passato assolutamente o accordano la propria simpatia altrettanto assolutamente alla attualità. In assenza di processi di memoria il gruppo religioso rischia di sciogliersi, smarrendo la propria cifra identitaria originaria e anche la ragione della sua sopravvivenza. Il rifiuto a oltranza di interloquire con la contemporaneità e le sue interpellanze espone, d’altro canto, al rischio dell’asfissia, che può comportare varie forme di fuga o di estraniazione dal contesto vitale.

E’ la storia di un’incessante ricerca di equilibrio, che rimonta alla notte dei tempi e si concluderà solo se e quando la storia sarà ricapitolata e sfocerà in qualcosa di diverso. La continua ricerca di equilibrio, però, conduce alla scoperta della dose di ribellione che in fondo ogni declinazione del sacro reca con sé. Per molti che guardano al fatto religioso dall’esterno, le religioni storiche appaiono come le custodi del passato e dei suoi miti.

E se l’analisi approfondita delle numerose stratificazioni che costituiscono una religione è estremamente complessa e richiede perizia, altrettanto impegnativo è coniugare un’imponente eredità spirituale, con il carico delle sue tradizioni, con temperie culturali che cambiano e che chiedono regolari adattamenti nei modi, nelle strategie, nelle relazioni.

Meglio ribelli o schiavi?

Aiuta a riflettere il noto assioma di Emmeline Pankhurst (1858-1928), leader inglese del movimento suffragista, interpretata da Meryl Streep nel film Suffragette (2015): I’d rather be a rebel than a slave (preferisco essere una ribelle piuttosto che una schiava). Potremmo considerarlo sotto forma interrogativa e poi lasciar rispondere i fatti. Il principio che muoveva la carismatica donna inglese all’inizio del XX secolo all’impegno politico conserva la sua validità anche nell’ambito religioso e in riferimento a qualunque sistema costituito. Arrivare al punto di rottura comporta dei rischi e può essere doloroso. Allontanarsi dalla propria comunità di fede, dopo averla vissuta intensamente, non può essere un passo a cuor leggero. Talvolta, però, rappresenta in coscienza la scelta giusta da compiere, assumendo il carico delle sue conseguenze. Questo è vero a patto che non si voglia assumere la religiosità come una forma di passività, una specie di gabbia in cui, per chissà quale arcano, sia giusto restare o che sia giusto accettare così com’è. Se si opta per l’opportunità del cambiamento il confronto con la propria ribellione può facilmente arrivare.

La parola ribellione contiene in sé la parola latina che traduce guerra, cioè bellum. I ribelli sono coloro che rifiutano un sistema e lo contrastano allo scopo di ribaltare una condizione percepita come ingiusta, opprimente. L’ascesi può essere intesa come l’impegno pacifico, e, per buona parte, personale e interiore, volto a ribaltare una condizione di schiavitù.

La prima forma di schiavitù in cui facilmente si può scivolare è la riduzione al puro soddisfacimento degli istinti. La spiritualità soccorre nel mostrare e nello sperimentare quell’oltre che sorregge l’umanesimo che non si assesta sulla mera sopravvivenza. Un’ulteriore espressione di sottomissione può essere rappresentata da un’organizzazione sbilanciata del gruppo di fede, tanto da assegnare ai ruoli di guida un controllo onnicomprensivo della vita dei fedeli. Questo prima o poi stimola la nascita di fazioni di opposizione che si alimentano anche della stessa matrice spirituale del gruppo stesso. Questo è per gran parte anche il caso della protagonista di Unorthodox. Tante forme di ribellione possono convivere come posizioni diverse a proposito di temi scottanti, attuali, conflitti legati all’elaborazione della memoria, cioè a proposito della fedeltà rispetto al messaggio originario, oppure legati ai processi di trasmissione, di comunicazione dell’annuncio, oppure connessi al modo in cui il gruppo affida e gestisce l’autorità, chi ha responsabilità e che cosa lo legittima.

Probabilmente ogni credente nel suo piccolo fa esperienza nel corso della sua vita di una o più forme di ribellione anche rispetto a se stesso, al suo passato, al modo in cui riesce a ricavare linfa vitale dalla fede. Tutti i fondatori, imponendosi, proponendo un messaggio e le sue novità, hanno scosso la situazione precedente, data per acquisita e intoccabile. E nessuna importante tradizione religiosa persegue il formalismo della pratica fine a se stessa, quindi richiede una continua ribellione a se stessi, al modo abitudinario di articolare la fede.

Nuova vita, cuore nuovo, diventare nuovi, buona novella, vestito nuovo: queste espressioni si ripetono continuamente e danno sostanza al lessico religioso, specialmente biblico, profetico e paolino. Ma a quale nuovo rimandano?

Se la religiosità svolge una funzione in ordine alla vitalità, alla qualità dello stare al mondo, questa novità non può che assimilarsi all’acqua sorgiva, sempre tale e pure sempre diversa, sempre capace di dissetare la sete, perché sempre fresca. Se il ciclo dell’acqua segue un percorso naturale, la novità del sacro non può scavalcare i circuiti culturali. Le esigenze vitali che le singole esistenze propongono di tempo in tempo diventano la circostanza della ri-generazione, la rianimazione non tanto della vecchia vita, cioè del passato con tutto quello che è stato, ma della vita vecchia, cioè infiacchita, spenta, quella che sa più di abito da scena che di ambiente vitale e abitato. Se uno spunto utile e universale possono offrire la giovinezza e il coraggio di Debora è nel ribellarsi alla vita vecchia, realizzando artigianalmente una spiritualità efficace nel respiro, vitale nell’espressione, concreta nell’azione e giusta, non prevaricante né prevaricata, quanto agli equilibri di potere.

Ada Prisco

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