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STATUE, ICONE, BIBLIOTECHE. QUANDO RELIGIONE FA RIMA CON DISTRUZIONE

Gettare nel porto di Bristol la statua di Edward Colston ha esibito una violenta indifferenza alla cura dell’ambiente, come il ripescarla ha comportato una spesa collettiva evitabile per la città. La protesta si ricollegava al terribile fatto di sangue avvenuto in Minnesota con la morte di George Floyd finito soffocato mentre era bloccato da un agente di polizia. Il fatto è stato interpretato nella cornice della discriminazione razziale e ha evocato tutto il filone della storia schiavista, che ha caratterizzato ampie pagine di storia non soltanto degli Stati Uniti, ma del mondo intero. L’iniziativa di Bristol ha prodotto anche diversi epigoni nel mondo. E così una serie di monumenti si sono trovati improvvisamente a rischio di abbattimento. Questi gesti hanno determinato comunque il paradossale merito di far parlare dei vari personaggi, non sempre così noti ai più. Tra l’altro sono state prese di mira anche testimonianze non legate direttamente alla contrapposizione schiavi-padroni, ma riferibili alla politica coloniale di alcuni governi. Molti si sono espressi in proposito, perché, al di là dell’impeto dell’azione, del suo carattere d’ingiunzione, la circostanza richiama l’attenzione su moltissimi episodi simili avvenuti in qualunque epoca, e getta luce su quel desiderio profondo, che, nei momenti di esasperazione, vorrebbe imprimere una svolta agli eventi. E, come molti desideri, che anelano impazientemente al lieto fine, spesso evolvono in un misero nulla di fatto. Resta l’opportunità di riflettere sulla lettura del passato, sulle memorie, sull’imposizione di una volontà non progettuale, ma retroattiva, che rivela tutta la propria inefficacia. E le religioni non sono affatto estranee a sommosse di questo tipo. Anzi, varcando il campo teologico, a proposito di statue, quadri e simili, ci si trova ad affrontare l’estrema complessità collegata al tema dell’immagine, del farsi immagine di Dio, del rendere culto all’immagine. Iconodulia e iconoclastia rappresentano gli estremi del discorso e contengono al loro interno numerose sfumature e una trama di fili che, partendo da questo fuso, raggiungono nodi cruciali, quali la rivelazione, la conversione, il culto autentico, l’identità del divino, l’identità del credente, il modo corretto ci rendere culto in quanto comunità.

Iconoclastia e iconodulia

Il tuo volto io cerco, non nascondermi il tuo volto, recita un salmo biblico (27, 8-9). I testi sacri sono percorsi dalla ricerca di Dio, che, a tratti, è riferita proprio come espressione di un desiderio, paragonabile a quello dell’amata verso l’amato e viceversa. Il linguaggio, con le sue ambiguità e inadeguatezze, predica la realtà divina, che non può essere completamente pronunciata, e che per questo spesso è definita ineffabile. Analogamente il divino non può essere racchiuso in un’immagine sola. Al tempo stesso si può tranquillamente affermare che portare il discorso alle estreme conseguenze vorrebbe dire negare la possibilità della relazione con il divino stesso. Come sarebbe possibile rapportarsi con qualcuno di cui non si può assolutamente parlare e che non si può assolutamente immaginare? Quindi, ogni esito della tematica risente di un certo adattamento, più tendente alla possibilità o più intransigente a consentirla.

Ma qual è il rischio teologico dell’immagine? Sinteticamente è riassumibile nel pericolo che, invece di favorire la fede, diventi strumento di idolatria, pretendendo di possedere e di racchiudere Dio, di confonderlo, e infine di sostituirlo con un idolo. Questo pericolo, però, non è soltanto insito nelle immagini materiali, tipo le icone, le statue, gli affreschi, ma è quanto più subdolo con riferimento alle immagini mentali, cioè ai modi di concepire Dio, di ingabbiarlo con granitica certezza, come se lo si conservasse stretto e al sicuro nella propria tasca. Quindi, le immagini, se da un lato sono inevitabili, dall’altro dovrebbero conservare coscienza del proprio limite, della propria relatività e dovrebbero sopravvivere a patto di aggiornarsi continuamente e sapendo, anche in quel caso, di non coincidere con il deposito assicurato della verità. Non cadere nell’errore di fare un Dio a propria immagine è una delle sapienze contenute nell’avvertimento a non farsi immagine, che, ad esempio, l’ambiente biblico frequenta molto (cf. Es 20, 4; Dt 5,8).

Sta di fatto che l’esperienza umana è filtrata dal corpo, gli stessi sentimenti sono comunicati in gran parte attraverso il corpo. L’estetica, oltre a essere il campo della cura della bellezza, è una branca della filosofia, connessa non a caso con l’arte. Ogni epoca storica ha assunto una sua propria modalità nel rapportarsi al corpo, talvolta, anche sulla scorta delle interpretazioni, concepito in contrapposizione allo spirito. Il Medioevo cristiano, ad esempio, ha esaltato il mondo in vista dell’oltre, nel visibile ha individuato e tracciato sentieri di superamento della fisica per slanciarsi nella metafisica il più possibile. E questo ha determinato anche la fortuna della filosofia e, ancor di più, della teologia. Erano i saperi circondati di maggiore considerazione. Si può dire lo stesso oggi? La nostra epoca esalta particolarmente l’aspetto fisico e il suo prolungamento simbolico su tutti i supporti tecnologici dell’immagine, video, foto, la tipica forma del selfie. Sono esempi estremi, ma entrambi raccontano un modo di affrontare la dimensione fisica. Quanto si attesta nella cultura influenza le religioni, che non sono sistemi chiusi e impenetrabili.

Il rapporto con la dimensione fisica non è circoscritto all’esperienza del bello e del sentimento. Si estende anche verso l’alterità per omaggiarne la statura o anche per controllarla. I ritratti e le statue di personaggi influenti, che arredano gli ambienti privati come pure le città, danno voce al tentativo di attualizzare una funzione svolta da un singolo individuo, eretto, però, a simbolo per via del ruolo ricoperto nella sfera civile o in quella religiosa. Pensiamo alle foto dei capi di Stato, dei Papi, degli Ayatollah, ecc. Quando un ritratto si trasforma in simbolo, mostra non soltanto quell’immagine riflessa, ma anche il suo significato, e, in qualche modo, lo impone, perché non sia trascurato il valore che è funzionale all’identità di tutta la comunità. Perché questo processo si compia per intero, però, è necessario che quel personaggio e il suo significato siano debitamente conosciuti. Man mano che il tempo passa, facilmente quel simbolo con il suo significato sono trasferiti su altre immagini, mentre quella foto o quel ritratto tornano a riflettere il volto di una singola persona. Diverso è il discorso delle immagini religiose che ritraggono il divino, che, per definizione, non è soggetto al tempo e non può essere sostituito.

La qualità del farsi immagine segue dei canoni riconosciuti e riconoscibili dalla comunità. Possono fluttuare dall’astrattismo della grafia, come avviene più spesso nel mondo islamico, al totale rifiuto, come è per il mondo ebraico e per la gran parte del mondo protestante, all’afflato religioso, vissuto come vera e propria pratica di devozione e di esperienza teologica, com’è tipico del cristianesimo ortodosso. E può anche avvenire che la eccessiva quantità di immagini, non soltanto del divino, ma anche dei Santi, come è frequente nel cattolicesimo ad esempio, o nella devozione hindu, confonda molto lo sguardo dell’osservatore esterno, fino a fargli smarrire il focus dell’attenzione, che da Dio sembra vagare verso altre immagini, numerose e moltiplicabili all’infinito. La diversità di approccio al tema conduce a una sostanziale differenza teologica anche fra le denominazioni della stessa fede. E questo è il caso lampante del cristianesimo. Iconoclastia (avversione al culto delle immagini) e iconodulia (culto alle immagini) si presentano perciò come esiti opposti della religiosità, che a volte pure scaturisce dalla stessa fonte e rispondono alla stessa esigenza, bene espressa dal salmo citato, di cercare il volto di Dio ed avere a cuore la sua immagine.

Distruzione e scelta religiosa

Il tema già scottante dell’iconoclastia e dell’iconodulia è legato all’immagine, ma è diverso da un altro atteggiamento, che, a ben vedere, lascia accostare i dimostranti di Bristol a diversi gruppi religiosi, che nella storia non hanno resistito alla tentazione della distruzione di immagini o di altre testimonianze.

Il bisogno assoluto e ingenuo di un Dio tangibile è esposto molto bene nella Bibbia ebraica, specialmente nel libro dell’Esodo (cap. 32), quando gli israeliti, impazienti di attendere Mosè a colloquio con Dio sul Monte Sinai, implorano ed ottengono da Aronne di fabbricare l’immagine di Dio. Fu così che dai loro gioielli d’oro fusi venne fuori il famoso vitello d’oro. Sa di impazienza la loro iniziativa, ma anche di arbitrarietà. Quell’immagine, voluta per costringere Dio a una vicinanza anche fisica, manifesta, invece, la loro lontananza dal modo in cui Dio chiedeva di essere raccontato e dal modo in cui egli stesso si era rivelato. E’ particolare il fatto che, quando scende dal monte, Mosè distrugge le tavole su cui erano impressi i comandamenti ricevuti da Dio (Es 32, 19). Successivamente decreta anche la particolare distruzione dell’animale idolo e la purificazione simbolica degli israeliti con l’acqua. Infine svela più apertamente il senso di tutti questi passaggi e li racchiude nell’opzione fondamentale: stare con Dio oppure no. In Esodo 32, 26 si legge: Chi sta con il Signore venga da me! Lo stesso avvenimento, con alcune varianti, è esposto nel Corano (7, 148-153), che lo condanna come atto di idolatria.

Nella stessa porzione di testo avvengono due notevoli distruzioni, quella del vitello d’oro e quella delle tavole dei comandamenti. E quest’ultimo episodio è annoverato dagli ebrei fra le disgrazie di Israele e considerato come un’iniziativa che Mosè assunse da sé. La Torah è uno dei fondamenti del popolo, distruggerne una sua parte appare persino sacrilego. Si consideri come per gli ebrei, tuttora, il nome di Dio non è mai riportato per esteso, bensì con un trattino e il riciclo di questi materiali segue una apposita procedura. Il gesto di Mosè è con buona ragione non imputabile alla pura e semplice ira, bensì a una precisa indicazione religiosa. Le tavole potevano a loro volta diventare un oggetto di culto esterno, uno strumento di idolatria, rischiavano di essere messe sullo stesso piano del vitello d’oro, in assenza di una ponderata presa di coscienza da parte del popolo. Così egli stabilì una sorta di rituale di pentimento perché il popolo avesse l’occasione di convertirsi e di esprimere una scelta di fede. La distruzione delle tavole rappresenta così una sorta di tabula rasa, un ripartire da zero per distinguere chiaramente fra idolatria e fede. Se una lezione contiene, è quella dello sganciare anche dall’oggetto materiale la serietà dell’idolatria, per ricondurla alla radice della mente, del cuore, della coscienza. Il gesto della distruzione è così pedagogico, non pone sulle spalle del popolo un peso che non potrebbe portare, e, allo stesso tempo, non svende uno dei doni più preziosi di Dio. E’ un gesto dirompente, di accusa. E’ come dire: non siete all’altezza, non meritate questo regalo, siete ancora troppo infantili.

L’islam non è molto lontano da quest’atmosfera. Uno dei primi evidenti segni della nuova era inaugurata dalla rivelazione di Allah al profeta Mohammad è la purificazione del santuario della Ka’ba. Se esternamente l’edificio sembra soltanto un cubo scuro, per la tradizione è luogo santo e di pellegrinaggio, la cui erezione rimonta assai lontano nel tempo, è attribuita addirittura al patriarca Abramo e a suo figlio. E’ da sempre luogo di pellegrinaggio. Nell’epoca precedente all’islam i mercanti si recavano per lavoro alla Mecca e aggiungevano lungo il cammino la tappa del santuario. Questo luogo allora raccontava l’universo religioso delle tante divinità, ne accoglieva i simulacri. Questi oggetti di venerazione, oltre a popolare l’immaginario religioso, costituivano un’attrattiva anche estetica, quasi affettiva, verso quel sito. E ciò incrementava le presenze, sosteneva adeguatamente e le ragioni dello spirito e le ragioni del commercio. L’annuncio rivolto al Profeta, però, non ammetteva ambiguità, competitori, richiedeva una chiara adesione alla novità del Dio unico, totalmente altro. E così il Profeta entrò in conflitto con gli interessi dei potenti mercanti, proprio quando sganciò dalle loro pretese quel luogo di culto, promosse la totale distruzione delle immagini di quelle divinità ed espresse un giudizio completamente negativo sull’era pre-islamica. Dall’islam la novità è simboleggiata anche dal computo degli anni, che ripartono da zero. E rispetto all’era islamica quella precedente è definita jāhiliyya, ovvero ignoranza. Anche in questo caso la distruzione di quelle immagini sacre, risalenti al periodo in cui Dio non si era ancora fatto pienamente conoscere, è legata a una presa di posizione, a una scelta religiosa. Anche in questo caso il gesto giudica comportamenti passati, li condanna ed esige una conversione inequivocabile. Così facendo, però, afferma indirettamente l’importanza di quei simulacri, come se avessero una vita propria, capace di pregiudicare il futuro. Alcune similitudini sono negli Atti degli Apostoli, quando si accenna al rogo di libri magici su iniziativa degli stessi possessori (At 19, 19) e quando gli orafi di Efeso organizzano una sommossa contro Paolo, che minaccia i loro interessi (At 19, 23-29). Sia nell’ebraismo, sia nel cristianesimo, sia nell’islam simili atteggiamenti si fondano teologicamente sull’esclusivismo connaturato al rigido monoteismo. Il rapporto fra Dio e il popolo è paragonabile al matrimonio inteso come unione esclusiva e indissolubile. Pertanto la scelta è vissuta come condizione necessaria. E reca con sé l’ombra della condanna di un’epoca, che è passata sì, ma che non si può cancellare del tutto e che è destinata a ripresentarsi sotto altre forme.

Damnatio memoriae

Nella foga di istituire una nuova era, sia pure in nome di una nuova religione, prende corpo un certo zelo, a tratti furioso, cieco e pericoloso. Il proposito di assicurare a Dio il primato corre il rischio di confondersi con la pretesa assolutistica dell’individuo, che reclama non soltanto di ripartire come da zero, ma talvolta anche di rappresentare questo zero simbolico. E se il vissuto è decisamente difficile da annientare del tutto, a più riprese alcune iniziative ispirate dallo scrupolo religioso hanno tentato di cancellare il ricordo di quanto già accaduto. E a farne le spese non sono state soltanto le statue, le icone, le varie effigi, ma anche altre opere d’ingegno, come ad esempio i libri o addirittura intere biblioteche. Questa pretesa sa un po’ d’ingenuità: chi mai può negare che esistano, in un passato sconosciuto e con le sue inesperienze, già segni di quel Dio che successivamente ha continuato a rivelarsi in altri modi?

La cancellazione del ricordo è spesso associata al potere politico, che si afferma con violenza durante le guerre, attraverso invasioni, propagandando con furore che nessun altra lettura della realtà, non soltanto religiosa, ma umana, sia possibile ad eccezione di quella dominante.

La condanna della memoria avviene talvolta anche nella cerchia ristretta di una famiglia, che ci separa in fazioni al suo interno per interessi economici o in seguito a divorzi e a lutti. Può avvenire anche nelle comunità di fede, nel momento dell’avvicendamento delle guide pastorali.

Hanno in comune un dato: un progetto assolutistico, che di per sé pone sullo scivoloso crinale dell’idolatria, e la totale indifferenza al vissuto religioso e al vissuto umano della comunità su cui intervengono.

Il dibattuto esempio della distruzione dell’antica biblioteca di Alessandria (attribuita da alcuni a Giulio Cesare, da altri ai cristiani, da altri ancora ai musulmani) è paragonabile a uno sterminio, lo è altrettanto il pressoché totale incenerimento della biblioteca di Sarajevo nel 1992, gli incendi e i numerosi saccheggi alla biblioteca di Baghdad, l’incendio voluto dal fanatismo della biblioteca di Timbuctu nel 2012. Non si possono dimenticare nemmeno i roghi nazisti del 1933: il fuoco appiccato in pubblico, cosicché tutti potessero constatare che fine facesse qualunque cosa giudicata contraria al puro spirito tedesco, appare come una forma aggressiva di censura oltre che di cancellazione della memoria.

In Afghanistan, fin dal IV sec. a.C., il buddismo aveva trovato una patria molto accogliente. La città di Bamiyan era diventata sede di un importante monastero, che ospitava al suo interno una ricca biblioteca. Caratteri buddisti hanno lasciato traccia nell’arte e sul territorio afghano. Proprio a Bamiyan si trovavano le statue di Budda distrutte dai Talebani nel 2001 con una motivazione religiosa di tipo iconoclasta, del tutto fuori contesto visto che la popolazione afghana dei nostri giorni è quasi totalmente islamica e che le immagini buddiste niente hanno a che fare e neanche rischiano di confondersi con il Dio del Corano. Anche in questo caso la distruzione ha coinciso con il desiderio totalizzante di ripartire dal proprio zero, facendo finta che prima niente sia esistito.

Le religioni contro la schiavitù

L’assolutismo psicotico pretende di ruminare religione, ideologia, politica, ma in fondo è facile da smascherare per quello che è, un profondo disagio, la spia di una disarmonia infantile, che rifiuta qualunque elaborazione e respira attraverso l’anomalia del singhiozzo. Per guarire sarebbe preferibile riconciliarsi con le pagine più ostiche della storia, intanto con la conoscenza e poi con l’onestà di collocare ogni elemento al contesto da cui è sorto e ciò comporta inevitabilmente segnare delle date di inizio e di fine. Tutto è restituito alla sua relatività, ma, aguzzando lo sguardo, è anche possibile individuare nella relatività di esseri umani piccoli, fragili, ignoranti e infedeli, delle tracce di infinito, che non disdegnano di informare di sé le espressioni dello spirito, quali le statue, i quadri, i libri, la musica, la danza, ecc.

Il campo specifico delle religioni, prima fra tutte l’ebraismo, riceve il mandato a ricordare (cf, Es 20, 8). Di sabato in sabato è ripetuto intensamente questo imperativo, insieme all’altro, osserva (cf. Dt 5,12). Nella storia, infatti, Dio agisce per il bene della creazione. La dimenticanza allontana questa coscienza, ma anche indebolisce la propria presenza mentale, il contatto con il carattere vivo della storia.

Speriamo che il dialogo fra le religioni si faccia carico anche di questa valorizzazione dell’umano e converga verso conversioni che non sentono il bisogno di prendersela con niente e con nessuno, ma che riservino un po’ di pietà per se stessi, per gli altri e per oggetti inanimati che non ha senso attaccare, anche perché non possono contraccambiare.

Nel 2014 la Walk free foundation pubblicò l’Indice globale sulla schiavitù, dove individuava in circa 36 milioni di persone le vittime di varie forme di schiavitù. Fu così che in occasione della Giornata internazionale per l’abolizione della schiavitù, il 2 dicembre 2014, le guide delle religioni mondiali firmarono un impegno congiunto per l’abolizione della schiavitù entro il 2020. Siamo ormai giunti a quella tappa, ma il traguardo è ancora davanti a noi. Più che occuparsi di statue, icone, libri, per debellare la schiavitù è piuttosto il caso di rispondere all’appello del 2014, di contribuire fattivamente all’impegno assunto con la propria buona volontà, e, eventualmente, con la propria fede. Sarebbe più credibile e aiuterebbe a guardare più serenamente anche al futuro.

Ada Prisco

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