web analytics

PREPOTENZA E FEDE. L’INDIGESTA CIFRA DELLA DIFFERENZA

Heal the world, Guarisci il mondo, rendilo un posto migliore per te e per me e per l’intera razza umana, cantava Michael Jackson nel 1991. Il grande sogno settecentesco di godere di un mondo consolidato da legami di fratellanza, respirando pace, appare spesso più simile a un’utopia. Nel suo Per la pace perpetua del 1795 il filosofo Immanuel Kant teorizza il diritto cosmopolitico dell’ospitalità in funzione proprio della pace perpetua. Tutti i cittadini godono degli stessi diritti rispetto alla terra: è una possibile lettura politica del principio di uguaglianza, una sua possibile definizione giuridica, internazionale. E’ una immagine suggestiva, raccoglie delle istanze presenti nell’umanità, ma non ha dimostrato nei fatti di essere più incisiva di tendenze contrarie, indirizzate più a circoscrivere identità e barriere che a unificare tutto il genere umano. Quel mito di comunione armonica accolta come principio superiore rispetto alle aspirazioni particolari soccorreva il genere umano e si proponeva come antidoto alle guerre. Questo morbo, accompagnato dalle sue numerose varianti, è sempre in agguato, torna a manifestarsi, dimostrando di sapersi adattare ai costumi, alle epoche, alle culture. Una sua forma letale è il razzismo, analogo a ogni forma di discriminazione. Nel nostro bagaglio culturale collettivo disponiamo di forti idee di riferimento, capaci di orientare valutazioni, scelte, comportamenti. Potremmo definirli miti, alcuni sono portatori di vita e di senso, altri accondiscendono a pulsioni contrapposte, di morte e di distruzione. Scorrendo le cronache, anche degli ultimi giorni, c’è ancora un mondo da guarire, ma come e a favore di chi? Le teologie così dedicate alla cura possono verosimilmente contribuire molto alla terapia.

La discriminazione come paradigma

Il povero George Floyd, cittadino americano di colore, rimasto tramortito senza respiro sotto il peso di un agente di polizia bianco ha riportato alla ribalta un problema scottante mai sopito, né negli Stati Uniti, né altrove. Anche l’indignazione delle folle, le loro proteste, le degenerazioni di alcune reazioni, il pericolo affrontato negli assembramenti per manifestare in piena pandemia, indicano quanto scoperto sia il nervo sollecitato da questo grave delitto.

Non sono molto lontane da questo genere di razzismo tutte le espressioni di antisemitismo. Malgrado giornate memoriali organizzate di anno in anno in tutto il mondo, corsi di specializzazione sulla Shoah erogati dalle università, visite guidate nei campi di concentramento nazisti, gli istituti di rilevamento sociale non fanno che registrare recrudescenze dell’odio antiebraico.

Dall’attentato alle Torri Gemelle del 2001 in avanti si è più volte invocato lo scontro di civiltà, Oriente e Occidente, con annessi e connessi tirati in ballo come fossero prerogative stabili e riconducibili in modo inequivocabile all’uno o all’altro emisfero, sono visti spesso in contrapposizione, sembrando a tratti incomunicabili. Frontiere e periferie attraggono gran parte dei dibattiti politici, rimanendo più spesso luoghi figurati e reali pieni delle loro criticità, spia di un’ansia di demarcazione abbastanza amorfa e carica di tensione.

Le minoranze in genere, anche le minoranze religiose, continuano a subire discriminazioni per ragioni diverse, che finiscono per imporre la precedenza rispetto alla libertà di culto. Talvolta l’appartenenza etnica si sovrappone a quella religiosa e cavalca il motivo della disparità di trattamento rispetto a gruppi più ampi e affermati sul territorio. Altre volte è la relazione portata avanti dagli adepti nei confronti delle istituzioni e delle leggi dello Stato a decidere la messa al bando.

La modernità scaturita dal sogno cosmopolitico dell’illuminismo, che ha partorito la filosofia che ha fatto della ragione umana il proprio vessillo, in gran parte si è ripiegata su un paradigma di segno opposto, che nella differenza come fondamento di discriminazione ha individuato un rifugio e vi ha tessuto molteplici trame evidentemente presenti e robuste nelle fibre della cultura contemporanea. Il razzismo fa parte di questo modello.

Studiando i miti, se ne indagano le funzioni. In genere hanno a che fare con le origini, rispondono alla fatidica domanda: “Da dove veniamo?”. Snocciolano un senso e forniscono indicazioni fondamentali, come ad esempio a chi conviene accordare fiducia, oppure come conviene comportarsi, quali sono le tappe fondamentali dell’esistenza. Nei testi sacri molto spesso trovano posto i miti delle origini, i racconti che espongono come è iniziato tutto ciò che esiste. Qualcuno lo ha voluto? Che cosa è accaduto? Le stesse culture impregnate dei miti creazionisti giudaico-cristiani hanno accolto nella discriminazione un mito antitetico. Se nel primo caso si esalta e rincorre l’armonia nella diversità, nel secondo che cosa si persegue? Viene da rispondere, l’uniformità, la facile lezione delle somiglianze e dell’appiattimento. Questa cornice predispone una lettura molto chiara della differenza: la insegna come espressione di ostilità rispetto alla quale è opportuno affermarsi per non esserne contaminati. La sostanziale impurità della discriminazione è nientedimeno che a servizio della purezza , dell’assolutezza anelata come prerogativa di un gruppo, di una cultura, di una ideologia, ecc.

Nel processo di costruzione del mito in alcuni casi il punto di appoggio del discorso è stato rinvenuto nei testi delle religioni. Così il sacrificio del Purușa, uomo primordiale secondo il Rg-Veda, è servito a giustificare la separazione in caste. Il sistema delle caste oggigiorno è fuori legge in India, ma non fuori dalla mentalità comune, che necessita di tempi molto più lunghi per elaborare cambiamenti. L’odio antisemitico è stato alimentato da secoli di stigmi, diffuso negli ambienti cristiani a tutti i livelli. E persino l’origine dei tipi umani in un’epoca lontana era stato fatto risalire alla Bibbia ebraica, ai figli di Noè, Sem, Cam e Iafet. Il mito è un’idea qualificata che prolifica, generando appigli e articolazioni. Questi, però, pur essendo successivi, trovano una collocazione funzionale al senso complessivo del racconto mitico. Così avviene che, ad esempio, i testi delle religioni, siano presentati come presupposti del discorso mitico, sebbene siano stati tirati in ballo soltanto a posteriori, come autorevoli pezze a colore. Nell’incisività del mito a contare è la quantità, cioè da quante persone è trasmesso, da quante è accolto, a quante vite trasmette un significato di fondo tale da orientare valutazioni e condotte. Se il gruppo è dotato di forza sufficiente, il mito acquisisce autorità e può persino ambire al novero degli archetipi che più nessuno nei fatti osa contrastare, che serpeggia negli animi e nelle menti, pronto a riapparire, quando le condizioni ambientali lo consentono più agevolmente.

La lingua della discriminazione

La discriminazione come modello, comprensiva di tutti i suoi fanatismi, necessita di un linguaggio, a sua volta, alfiere della percezione di sé. La Bibbia offre due esempi contrari e straordinari, la torre di Babele (Gen 11, 1-9) e il racconto della Pentecoste (At 2, 1-13). In entrambi i casi sono protagoniste la diversità e la lingua con esiti divergenti, la confusione e la comprensione. Il suono veicola il pensiero e il sentimento. Il linguaggio che definisce l’altro in base a sé, come negazione o assenza di sé, esporta un modello unico, propone come esemplare una condizione aprioristica. Ogni determinazione dell’altro ridotto alla sua caratteristica etnica, religiosa, di provenienza geografica concentra l’attenzione su quell’unico particolare, gettando in ombra l’insieme. Non si ricorda mai a sufficienza il potere intrinseco delle parole, capaci di creare dal nulla! Basta trovare un nome per affermare l’esistenza di qualcosa o di qualcuno. La definizione arriva a sostituire l’essenza. Così avviene che ancora oggi si continui a parlare di razzismo, nonostante la parola razza, da cui l’altra deriva, sia destituita di qualunque fondamento. Evidentemente è un concetto troppo comodo e utile per congedarlo dal vocabolario.

Brama di superiorità

Il desiderio di affermarsi sull’altro è una funzione chiaramente svolta dal mito della discriminazione e dalle sue tante gemmazioni. Il complesso del primato occupa la scena. Il vero mito sottostante alle successive coperture è quello dell’uniformità. Essere tutti uguali paradossalmente caverebbe dall’impaccio di affrontare l’ignoto, l’originalità, la discontinuità rispetto a quanto è più prevedibile. La soluzione successiva più facile è talvolta quella più rozza, la manifestazione di una pretesa superiorità propria, del proprio gruppo, della propria origine. La discriminazione come paradigma serve la finalità della semplificazione del reale attraverso il suo appiattimento e la riduzione dell’altro a propria immagine. Lo scotto da pagare nel caso in cui la differenza sia evidente è la sottomissione. Viviamo in società stratificate e complesse, ma non abbiamo ancora adeguatamente appreso a farci carico dei nostri squilibri e facilmente ci appoggiamo al noto e brutale meccanismo del capro espiatorio. Ancora una volta a rimetterci è l’elemento più debole perché non dominante in base alla quantità, al potere esercitato, alla diffusione, l’elemento più raro è prescelto automaticamente come il più debole, il più facile da attaccare e da caricare del male, così da allontanarlo, da schiacciarlo, da eliminarlo. La discriminazione come paradigma assolve alla funzione di gestire in proprio ogni frustrazione, la rabbia repressa. E’ gemella della violenza e la copre argomentando parole simili a quelle di un mito.

Imporre se stessi con aggressività è un istinto che sa di autoconservazione, di dominio, di potere. E’ un atteggiamento confuso con la forza, ma in realtà ne rappresenta una caricatura. Anche in questo caso è l’espressione più semplice e più diretta. Verrebbe da dire che è la manifestazione primordiale della forza, se non fosse che ciò è smentito dai fatti. La storia insegna che la produzione di cultura, di adattamento all’ambiente umano, non ha affatto scoraggiato l’esercizio della supremazia, anzi lo ha equipaggiato di mezzi, risorse, giustificazioni ideologiche, talvolta con la complicità delle religioni o con la loro strumentalizzazione da parte di uomini potenti.

L’indigesta cifra della differenza

Sacro e violenza appaiono spesso combinati. Bisogna forse dedurre che sono entrambi elementi connaturati all’essere umano, tanto da non potersi nemmeno eliminare a vicenda e che, quindi, sono giocoforza costretti a convivere? Le fonti religiose presentano tutte pagine di difficile lettura, piene di un linguaggio violento, materia per gli esegeti intenti spesso a collocare ogni espressione nel contesto di provenienza, a inserirla nel senso complessivo del messaggio, a ricondurla alle categorie più immediatamente comprensibili al tempo della redazione. Operazioni simili non avvengono, ad esempio, in ambienti religiosi che rifiutano di storicizzare il messaggio e che prediligono la lettura letteralista dei testi sacri, giudicati intoccabili anche da parte dell’interpretazione umana, passaggio che comunque interviene a ogni lettura e rilettura. Questo approccio non è troppo estraneo al desiderio di conformismo e uniformità che emerge a monte della costruzione della discriminazione come mito. La differenza nella logica della quantità è energia sottratta alla compattezza del gruppo dominante. Nel suo distacco, talvolta fiero, dichiara un’autosufficienza figlia di una libertà, che, se da un lato attrae, dall’altro è avvertita come una minaccia. La cifra della differenza è di per sé tipica della vita, che non ripete, non si copia, non produce in serie. Eppure un dato verosimilmente evidente diventa uno scarto a vantaggio della semplificazione sulle note del già noto. L’autonomia accompagnata al suo disvelamento è tenuta sempre a pagare il conto. Il conformismo prevale vantando un credito e riscuote attraverso la costruzione del capro espiatorio e confezionando stereotipi, efficaci gabbie punitive. Basta ripercorrere a memoria le vicende legate alle minoranze in genere per ritrovarle racchiuse da una serie di stereotipi, caratteristiche associate con sicumera alle vittime via via prescelte. Lo stereotipo rappresenta l’esultanza della superficialità, imparentata con la voglia di semplificazione. La differenza ricorda la variante bisognosa di attenzione e di comprensione. La cifra meno comprensibile, perché diversa rispetto ai più, viene facilmente tradotta in uno stigma, ad esempio in patologia, oppure più specificamente in follia, cioè in qualcosa di diverso dall’ordinario, di sbagliato, di anomalo. La violenza interviene come rimedio coatto, o la differenza si annulla, o va corretta o è da espellere.

Il come della forza di Dio

Le teologie dispongono di una loro lettura della forza e del suo esercizio, da un lato, della differenza dall’altro. La visione del mondo creazionista, quella contenuta nella Bibbia giudaico-cristiana, nel Corano, intercetta nell’esistente la volontà e l’azione divina, come bene che scaturisce da altro bene, dalla sua energia generativa. Un secondo elemento importante che s’integra al primo subentra con la particolare creazione dell’essere umano e con il suo ruolo specifico rispetto alla rivelazione, al patto. La creazione nasce all’insegna della ricerca di una corrispondenza e questa richiama straordinariamente la diversità. Altrimenti sarebbe inattuabile lo spazio di libertà che concede alla risposta di fede di esistere, di concretizzarsi anche come negazione di Dio, suo rifiuto. La differenza caratterizza l’opera di Dio che permette al flusso di variare lungo il suo corso, di assumere forme sempre diverse.

Nella cabala, in particolare, Dio permette alla creazione di esistere, imponendosi un limite, indicando in ciò la qualità e la finalità della sua forza. Questa forza si realizza come l’antitesi esatta della prepotenza. Diventa più simile a un autocontrollo finalizzato a lasciare spazio vitale ad altre forme di vita. In ciò vediamo l’emblema del come della forza, che la storia umana fatica tanto ad assimilare. Dimostra che un’altra strada è possibile e che non va nella linea dell’uniformità, del conformismo, dell’appiattimento, della esemplificazione che mortifica. Rispetta semplicemente l’alterità, l’accoglie per come si manifesta, è disponibile a lasciarla esprimere, contraendosi ed esercitando così una forza di concentrazione.

Questa racchiude la possibilità della non violenza, lo smascheramento delle parole vuote, come razza, il superamento del desiderio mimetico, che, secondo il filosofo René Girard, innesca il meccanismo del capro espiatorio. Probabilmente anche nel campo religioso tendiamo ad accontentarci degli aspetti esteriori, più superficiali. Le lezioni più profonde richiedono più tempo e pazienza, esercizio e pratica, ma consentono di trasformare il mondo in un posto migliore, di guarirlo, come impetrava la canzone di Michael Jackson. Indifferenza e allontanamento, da un lato, possessività e soffocamento dall’altro, sono atteggiamenti che abitano le relazioni più spesso dell’accoglienza senza imposizione e senza imposizione di sé, proprio l’attitudine che si configura come qualità della forza creatrice di Dio.

Coltivare questo tipo di sentimento disinnesca alla radice il bisogno di sopraffare, la costruzione di ideologie suprematiste. La discriminante è, invece, ricevibile come componente finalizzata, che contiene in sé il potente germe della curiosità, del perfezionamento della conoscenza, la variante che incanta nella differenza e risveglia alla meraviglia del creato rivestito di Dio, della sua potenza che non s’impone, ma si contrae per lasciare spazio, possibilità, opportunità a ciascuno di essere serenamente quello che è.

Ada Prisco

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *