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SETTE SETTIMANE

Conterete sette settimane complete, a partire dal giorno dopo il sabato in cui avrete offerto solennemente il primo covone (Lv 23, 15; cf. Nm 28, 26-31).

Quando venne il giorno della Pentecoste … tutti furono riempiti di Spirito Santo … (At 2, 1. 4).

Sette settimane, cinquanta giorni, da cui la parola pentecoste, trascorrono per ebrei e cristiani dalla Pasqua a un evento fondativo, dai significati diversi per le due religioni, ingiustamente molto meno conosciuto dai più rispetto ad altre feste. In entrambi i casi, però, questo evento segna un cambiamento di passo, una nuova stagione. Non a caso la circostanza è collegata in origine alla mietitura: alla maturazione del grano si accompagna una più approfondita maturità umana. Nelle case ebraiche a Shavuot, nome ebraico della festa, che letteralmente significa settimane, entrano i colori sgargianti della bella stagione, primo fra tutti il verde. Nelle chiese cristiane il colore dello Spirito è il rosso, richiamo al fuoco che purifica, riscalda, trasforma.

Chi frequenta giornali e siti ebraici può apprezzare come la cucina sappia raccontare bene la fede! Dei piccoli dolci a forma di monte dalla punta arrotondata, con sulla cima un omino e la sagoma delle due tavole in pietra, oppure ricoperti di smarties colorati, che lo fanno apparire come un prato all’inglese pieno di fiorellini, portano in casa il Monte Sinai! Ecco svelato il luogo natio di Shavuot! Ai piedi del Monte Sinai gli israeliti, a cinquanta giorni dall’uscita dall’Egitto, il luogo della schiavitù, ricevono attraverso Mosè la Torah. Nutrendosi di essa, come del latte spirituale che irrobustisce i neonati e permette loro di crescere, tanti individui scoprono la base su cui fondarsi come popolo. Il latte è l’ingrediente prevalente sulla tavola di questa festa.

La trepidazione

E’ difficile prendere sonno, quando si è molto eccitati. Una cara amica mi raccontava che dopo aver partorito suo figlio non era riuscita a chiudere occhio per un’intera settimana, tale era la sua contentezza. E’ forse da meno il dono della Torah? Ogni anno la solennità ritorna rinnovando il dono e, sapendo che il giorno dopo, riceverà la Parola di Dio, la gente non può che vegliare nella trepidante attesa e prepararsi. La vita sembra così intonarsi alle parole del salmo (57, 9): Svegliati, anima mia, svegliatevi, arpa e cetra; voglio svegliare l’aurora. Così la notte fra il primo e il secondo giorno di Shavuot gli ebrei restano svegli a leggere e a studiare brani della Torah e della tradizione. Una delle benedizioni ricorrenti nella preghiera ebraica ringrazia Dio per il dono della Torah che dà vita. E il giorno in cui si attua la circostanza per cui tutto il resto dell’anno si loda Dio avviene proprio nel giorno di Pentecoste. Non è una parola tra le altre, è l’unica in grado di accompagnare a vivere pienamente, per gli ebrei l’unica che introduce alla vita che sa assaporare autenticamente le varie situazioni. Riceverla è un’elevazione. Il Monte, oltre a essere il luogo fisico intorno a cui è narrato il dono delle tavole della legge, è trasposto come simbolo, incita al superamento di sé, dei condizionamenti puramente materiali in nome della fede. Nella veglia di Shavuot che richiama tutti intorno alla Torah è racchiuso un significato anche per chi non è ebreo. Il sonno è il tempo del riposo e del ristoro. Nella Bibbia è spesso anche il tempo in cui Dio fa sapere all’uomo qualcosa di importante. Il riposo e il ristoro nella notte di Shavuot si trovano nella Bibbia. E la comunicazione avviene nello stato di veglia attraverso letture, commenti, condivisioni. La notte che precede un evento importante vorrebbe affrettare il giorno. Può essere opportuno esaminare quando e come sperimentiamo la trepidazione. Questo sentimento è nell’esperienza comune dei bambini, che aspettano con desta curiosità anche le piccole scoperte. Gli esempi di notte trascorsa in trepidazione emergono spontaneamente dal mondo dell’infanzia. Nei primi anni di vita raccontano come un evento, anche circostanze molto ordinarie, come ad esempio il papà in attesa all’uscita di scuola, la nonna che prepara le loro pietanze preferite o l’arrivo di un gioco desiderato. Col passare degli anni si attende con tensione positiva quello che più tocca da vicino, specialmente le prime volte che se ne fa esperienza. L’abitudine e forse la facile tendenza a relegare la religiosità alla routine e al novero degli oggetti scontati ci impediscono di percepire che cosa davvero ha da insegnare questa modalità di celebrare la festa. Il tempo religioso è per sua natura trascorso dalla trepidazione, così come nel libro biblico del Cantico si ode la donna sempre all’erta rispetto ai segnali della presenza dell’amato: Il mio amore cerca di aprire la porta: che tuffo al cuore! Salto in piedi per aprire al mio amore (Ct 5, 4-5). Anche nei vangeli è raccomandata la vigilanza. Pensiamo alle ragazze che vanno incontro allo Sposo: Subito le dieci ragazze si svegliarono e si misero a preparare le lampade (Mt 25, 7). Si rimane veramente vigili quando si attende qualcuno o qualcosa a cui si vuole dedicare tutta l’attenzione possibile. La trepidazione parla di desiderio e l’etimologia suggerisce che questo lemma derivi da de sidera, cioè dalle stelle, dice la lontananza dalle stelle, la loro mancanza. Le stelle sono come occhi nella notte, illuminano, affascinano, orientano. Spesso riconosciamo luce e bussola negli affetti più cari, ma, in fondo in fondo, anche per vivere questi abbiamo bisogno di qualcosa di più originario, più stabile. E così Shavuot porta nelle case il Monte Sinai, a perenne memoria che un luogo originario esiste e regge tutti insieme i desideri che fanno sentire vivi. Rinnovare la veglia attualizza la circostanza, perché la legge non è stata data una volta per sempre per finire nell’album dei ricordi. Come ogni giorno che inizia è nuovo, altrettanto nuovi trova la Torah offerta da Dio. Anche se quelle parole non vengono meno e non cambiano, le persone invece sì e, quindi, necessitano di riscoprirsi ancora grazie a quel dono, sempre lo stesso eppure sempre nuovo. Chi non è curioso di sapere come andrà la vita, che cosa accadrà? La festa ebraica di Pentecoste affida alla Parola ispirata la chiave degli eventi e del futuro, il senso della vita, il nutrimento per rinfrancare dalla fatica. La trepidazione sa soprattutto d’amore. Chi si aspetta con maggiore ansia è la persona che si ama. E questa solennità è proprio simile all’anniversario delle nozze fra Dio e il suo popolo. Certamente si tratta di una metafora, ma affonda i presupposti nella realtà di un rapporto d’amore che coinvolge tutto o non è proprio amore. La religiosità presenta queste caratteristiche, non è mai accessoria e conserva sempre una dose di mistero, di ineffabile che continua ad attirare, a incuriosire, a sedurre, e che, di anno in anno, deve riscoprirsi capace della trepidazione dei primi tempi, quelli della conquista, quelli che temevano il rifiuto, quelli in cui si fa di tutto per prepararsi meglio all’incontro.

Non dispersi, ma collegati

A cinquanta giorni dall’uscita dall’Egitto gli israeliti attendono ancora di imparare chi sono e perché si trovano lì. Ognuno serba in sé una motivazione, ma i piani parziali di ciascuno non possono cogliere l’altezza della chiamata di Dio, cioè il motivo per cui Dio è lì, con loro. E questo motivo emerge soltanto con la Pentecoste. In quel momento insieme con la legge si ricevono gli uni gli altri come famiglia. Non c’è stata preferenza di gruppo, né di genere, tutti hanno ricevuto la Torah allo stesso modo. Forse anche per questo, dall’inizio, l’ebraismo si è dimostrato versato al dibattito, al confronto, alla convivenza nella diversità. Quella diversità che spesso lo ha fatto patire, è stata inglobata con intelligenza, fino a diventare una caratteristica irrinunciabile. E’ un antidoto alle élites di potere, ai dogmatismi. Ed è curioso come a sette settimane dall’uscita dalla terra della schiavitù Israele s’imbatta in un legame ancora più forte, l’appartenenza in Dio ai membri del popolo. E’ come se Dio nella sua sapiente pedagogia abbia concesso la possibilità di riscoprire il legame non più nel suo aspetto di sottomissione, ma in quello di dono e di libertà. Nel dono della legge è racchiuso, come in una scatola cinese inserita nella precedente, il dono del popolo. E’ allora un po’ come una rinascita. Non è soltanto l’anniversario di nozze con Dio, è pure il compleanno del popolo, esattamente come la Pentecoste cristiana è il compleanno della Chiesa. Rinascere insieme significa morire all’individualismo, al solipsismo, all’abbandono. Ed è interessante che questo avvenga dopo che questa gente aveva camminato insieme già per cinquanta giorni. Tanti non ce l’avrebbero fatta, per tanto tempo, se si fossero trovati da soli a camminare nel deserto.

Dio chiama un popolo. Il popolo, accogliendo Dio, si riconosce come popolo. Questo aspetto, però, non esaurisce la relazione, perché ciascuno, prima di essere membro di un insieme, è se stesso. Quando Dio chiama Mosè e lo invia, si presenta come il Dio di Abramo, il Dio di Isacco e il Dio di Giacobbe (Es 3, 15). I nomi dei singoli entrano nel nome di Dio, che viene addirittura detto come un possesso. Questi nomi in sequenza si riferiscono a una storia precisa. Possiamo anche immaginare che la carrellata di nomi continui per tutti gli esseri che in ogni tempo sono venuti al mondo. Ciascuno ha avuto e ha una relazione personale e unica con Dio. E ciascuno di loro esprime una propria visione di Dio altrettanto personale e irripetibile. Quando Dio si rivela attraverso il dono della Torah non si concede a qualcuno sì, a qualcun altro no, tutti erano presso il Monte Sinai, a tutti gli israeliti si è svelato, a tutti ha mostrato la via per incontrarlo, per conoscere, per conoscersi fra di loro e vivere la propria vita alla luce di quella parola.

Pur non essendo ebrei, questo aspetto della solennità delle Settimane può far riflettere tutti i credenti. L’aspetto comunitario e quello personale sono entrambi importanti, l’uno non dovrebbe soffocare l’altro. La chiesa dei primi tempi ha conosciuto presto le prime tensioni. Non c’era accordo sui destinatari dell’annuncio evangelico: visioni diverse compongono i conflitti, ma anime diverse continuano a convivere nello stesso insieme.

I frutti

Fertilità, fecondità, fiori, frutti abitano da sempre il linguaggio sacro. Le feste stagionali tornano a rammentarlo. I colori della natura dominano Shavuot, come a contrastare la terra arida del deserto in cui l’evento originario è avvenuto. Il deserto si trasforma in giardino. La terra genera ancora i suoi frutti, i fiori rallegrano il paesaggio, esprimono il suo risveglio. Questa continuità di vita non scontata parla ai credenti di Dio, infonde in loro la fiducia che non tutto è perso, che c’è ancora speranza, che le sorti cambiano e possono evolvere in meglio, e che tutto ciò ha una radice, Dio. Da qui scaturisce l’offerta delle primizie: quanto è dono suo e recato nuovamente a lui come lode, gratitudine, riconoscimento. Un modello preciso di scambio trova in queste linee una fisionomia ripetibile in ogni situazione, cambiato tutto ciò che è da cambiare.

La stagione dei frutti quest’anno giunge dopo diverse settimane di cammino nel deserto, proprio come fu per quelle prime Shavuot. Ognuno ha sperimentato il proprio deserto, la desolazione, la distanza, l’ineluttabilità. Molti avrebbero voluto voltarsi indietro, tornare alla vita di prima, ma nessuno ha potuto. Nel deserto è facile smarrirsi, non s’intravede la fine, lo scoraggiamento è sempre in agguato. E ogni passo è in fondo un atto di fede. Questo ambiente fa risaltare più di tutto il senso della festa. Il libro dell’Esodo descrive la presenza di Dio costante e protettiva rispetto al popolo, si faceva colonna di fuoco per rischiarare, nube per riparare, manna per nutrire. Questi espedienti salvano e alleviano, ma sono momentanei, alimentano la dipendenza. Il sostegno più autentico e duraturo che Israele riceve nel deserto, e lo riceve comunitariamente, è l’insegnamento trasmesso attraverso i comandamenti. Queste parole danno senso al cammino difficile, incerto, necessario che tutti stanno portando avanti. La prima vera primizia del rapporto nuovo che lega Dio al suo popolo, non più famiglia di schiavi, ma di uomini e donne liberi, è nel dono e nell’accoglienza della Parola espressa attraverso i comandamenti. Questa diventa il vero cibo, il latte indispensabile alla crescita, per acquisire la statura delle persone mature, dei credenti autonomi, adulti e senza bisogno di mediazioni di sorta. Il rigoglio, la fecondità e la fertilità nascono nel deserto nel momento in cui al popolo è porta la Parola, l’atto di fiducia che riconosce la loro statura di esseri pensanti e capaci di autonomia. Percorrendo l’analogia abbozzata prima fra il popolo d’Israele dall’Egitto e la terra promessa e l’umanità sconvolta dalla pandemia, potremmo abbozzare il prosieguo. Qual è la parola in grado di condensare il frutto maturo che sintetizza l’incontro ben riuscito fra strada e viandante? La parola sacra è ancora lì, è sempre lì. Per i credenti ogni giorno può accogliere l’invito a radunarsi alle pendici del Monte.

La responsabilità

Il cammino era iniziato già da diverse settimane, senza che la gente fosse ancora in grado di portarne davvero il peso. A un certo punto quel percorso di vita chiede di essere assunto. Il cambiamento qualitativo che interviene può essere intuito guardando ai comandamenti non come a semplici norme da osservare, ma come traccia fondamentale da seguire. Il profeta Gioele annuncia il tempo in cui Dio dice: manderò il mio spirito su tutti gli uomini, i vostri figli e le vostre figlie saranno profeti, gli anziani avranno sogni e i giovani avranno visioni (Gl 3, 1). Come il raduno presso il Sinai, anche questa promessa coinvolge tutti, senza distinzioni. Stavolta allude a un cambiamento spirituale in grado di trasformare il popolo. I segni che lo denunciano parlano di visione, di sogno. A rendere adulti anche nella fede è il cambiamento di prospettiva. Non ci sono soggetti passivi, ma persone che assumono su di sé il cammino, perché non si muovono più “condotti” o a caso, ma diventano capaci di una meta. La meta sognata, immaginata, desiderata diventa la grande differenza rispetto a prima. I periodi di prova, di malattia, di perdita, di smarrimento dei riferimenti sconvolgono la spinta interna che proietta al futuro. E’ facile lasciarsi andare, perdere interesse, non curare e non curarsi. Il dono della Torah apre la strada, ma il mutamento profondo avviene attraverso la facoltà della visione, che è fisica, mentale, spirituale, richiede un salto di qualità. E trasmette una sapienza, si diventa adulti man mano che si è capaci di continuare a sognare nella realtà, di prefigurare mete e di trovare modi e mezzi per raggiungerle e poi immaginarne altre. Dio fa la storia, uomini e donne la scrivono insieme con lui. Diventano coautori ai piedi del Monte Sinai e ricevendo il suo Spirito.

Fedeltà e gratitudine

Un libro biblico letto ogni anno nella ricorrenza di Shavuot è quello di Rut. Non è ebrea per nascita, aveva sposato un israelita, che era morto, lasciandola vedova e senza figli. Sua suocera Noemi, anch’ella vedova, aveva sepolto entrambi i suoi figli, e, in un periodo di carestia, aveva deciso di ritornare in terra d’Israele, dove il pane non mancava. E la storia dimostra che il pane non è soltanto un alimento del corpo, ma sostiene la vita nel suo insieme. Decide di congedare le sue nuore, così che ognuno possa ritornare là da dove era partito, nel paese natale, presso la propria famiglia. Una nuora la saluta e torna dai suoi. Rut resta con lei. Mete diverse raccontano sentimenti, scelte e scopi diversi. Rut rimane fedele non soltanto alla famiglia che l’aveva accolta con il matrimonio, ma anche al patrimonio di fede che ne aveva ricevuto. Nella conferma della sua fedeltà tratteggia una meta e, infatti, la conferma alla suocera coniugando tutti i verbi al futuro: Dove andrai tu, verrò anch’io; dove abiterai tu, abiterò anch’io; il tuo popolo sarà il mio popolo e il tuo Dio sarà il mio Dio (Rt 1, 16). Questa unione profonda che niente scalfisce è figura delle nozze fra Dio e il suo popolo. E Shavuot celebra anche questo. Il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe è un Dio geloso, forse per questo disegna nella libertà la relazione con la sua sposa, in modo che questa possa liberamente pronunciare il suoe manifestare fedeltà alla parola che sancisce l’unione, la parola del patto. Come la terra dà frutto a suo tempo, il deserto fiorisce e diventa un giardino, la fede libera è l’unica condizione da cui sgorga la parola grazie. L’incontro provvidenziale di Rut sarà Booz e questi la proteggerà per ammirazione verso la sua fedeltà alla suocera e al popolo. L’elogio e la gratitudine segnano il loro rapporto. E la raccolta del grano, la possibilità del pane gustato non nella schiavitù, ma nella libertà, fa da sfondo. La gratitudine rivolta alla terra che fa spuntare le spighe per il credente è elogio a Dio che continua a sorreggere tutto nella sua forza creativa. Ai piedi del Sinai e oggi nella nottata trascorsa ad ascoltare e a studiare la Bibbia il popolo compie una sosta lungo il cammino, dopo sette settimane. Da questa sosta ripartirà trasformato. E la capacità di sentire gli uni i sentimenti degli altri attraversa il breve ma intenso episodio di Rut, ebrea per scelta. Ricevere la parola della fede può tradursi, per chiunque voglia, nella saggezza di capire se è tempo di camminare o di sostare. E quando si riparte, attende che frutti di compassione giungano a maturazione per volgere i passi verso un modo più completo di essere umani, capaci di offerta e di gratitudine.

Ada Prisco

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