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NON CI SONO PAROLE. LA CAPACITÀ DELLA CONSOLAZIONE

Non si può proprio lamentare che alle religioni manchino le parole. Anzi, molte si fondano sulla rivelazione che avviene attraverso la parola. E ciò comporta in alcuni casi che anche la lingua, che ne articola il suono, sia considerata sacra. Secondo molte religioni Dio parla o comunque ispira delle persone perché parlino in sua vece. Attraverso le parole giunge la comunicazione e questo spalanca un mondo. Una certa dose di informazioni e la loro condivisione è necessaria alla sopravvivenza. Il parlare umano non è una mera trasmissione di dati, al contrario è rivestito abbondantemente di tante sfumatura, è ricco di molte finalità, più o meno vistose. La messaggistica istantanea, sovrapposta a diversi anni di propaganda pubblicitaria, hanno progressivamente spolpato il linguaggio per concentrarlo nell’immediato e magari orientarlo a una risposta altrettanto rapida. Per quanto poi riguarda le emozioni, i sentimenti, sono spesso affidati a simboli, le famose emoticon. E’ la cifra dei nostri tempi. E’ come se le parole oggi si dividessero fra l’eccesso, la verbosità parossistica, la formalità e il disimpegno.

Se in tanti ambienti comuni, dalla casa, alla scuola, a ogni posto di lavoro, le parole tornassero ad assumere il peso di un tempo, trasmetterebbero più facilmente consolazione e impegno. Una concezione profondamente individualistica estrania da ogni senso di appartenenza, di dimensione collettiva dell’identità, e, sintomo ancor più grave, mutila di finalità e lascia solo strascichi di arida competitività. Stranamente smarrendo una finalità comune, le parole rimangono come formine per biscotti povere di pasta. Si odono, ma sono prive di contenuto. E il contenuto più assente non è riconducibile agli approfondimenti intellettuali, nelle nostre società tanto votate alla specializzazione. La mancanza più grave si avverte sul piano dei sentimenti. Facilmente si è disponibili a consolare un bambino, ma, quando si tratta di adulti, si dà spesso per scontato che abbiano maturato gli strumenti interiori per cavarsela da sé. E così le lingue diventano sempre più inesperte di consolazione, forse perché non sanno più portarne il peso. Eppure la consolazione esprime un bisogno che accompagna la fragile natura umana, che prova inevitabilmente smarrimento nella precarietà. Allora ogni azione dovrebbe essere protesa a con-solare, cioè a raggiungere chiunque lo permetta come fa il sole, con il calore dei suoi raggi.

Nell’Italia meridionale il cònsolo indica le pratiche che manifestano vicinanza a una famiglia colpita da un lutto. Mentre celebra la perdita di una persona, rafforza i legami di continuità con i familiari superstiti, specie portando da mangiare, come a voler carburare l’energia che la perdita estingue. Questa ritualità palesa il coinvolgimento della comunità non soltanto di fronte alla morte, ma anche nell’atto del consolare. Alcune testimonianze riferiscono che tale era l’abbondanza dei consoli, che la famiglia destinataria poteva anche stabilire di offrirli in parte a persone bisognose, con l’impegno di pregare per il defunto. La pratica ha radici antiche e si riscontra con alcune varianti in diverse culture, dall’antica Roma all’Etruria. La tradizione ebraica, denominando kaddish la preghiera funebre, sgancia il discorso dalla morte in senso stretto e lo slancia verso la santità. Per recitare queste parole è previsto che si riunisca il minyan, cioè un consiglio di dieci ebrei adulti. Dire kaddish significa essere in lutto e rispondere alla costernazione, proclamando la grandezza di Dio. E’ un po’ come ammettere che la prima, necessaria consolazione nel tempo della perdita più grave è non smarrire il senso di Dio. Questi pochi elementi riconducono alla consolazione il soddisfacimento di bisogni fisici e spirituali. Va tenuto in debita considerazione il fatto che in un tempo forte di integrazione, rafforzamento dell’identità e dei legami di appartenenza, un ruolo molto importante sia svolto da riti, che possiamo definire di consolazione. Al di là di un contesto così specificamente caratterizzato, come il lutto, il collegamento permane: la consolazione, con le sue diverse espressioni, stringe un legame nevralgico con il senso di appartenenza, con l’identità, con la percezione del sé. Annienta la solitudine, è infatti il contrario di de-solazione, cioè dell’allontanarsi dal “solo”, cioè dal singolo membro della famiglia. Riguarda la comunità e contribuisce a prepararne il futuro. Se va in crisi, è inevitabile chiedersi cosa resti sia della comunità sia del futuro. Non sapersi più consolare gli uni gli altri può tradire una speranza insufficiente o solipsistica e non pone premesse affidabili nell’edificazione del mondo a venire.

Il grande pensatore latino Lucio Anneo Seneca dedicava un’opera tripartita alle consolazioni, rivolgendosi a tre destinatari. Particolarmente forti sono le parole rivolte alla madre Elvia. Dall’inizio evidenziano la complessità del tema:

Noi siamo nati con la disposizione alla felicità, sempre che non ce ne allontaniamo. La natura ha fatto in modo che non ci fosse bisogno di gran che per vivere bene: ciascuno è in grado di essere felice da sé. Le circostanze esterne hanno poca importanza e non hanno molta influenza né in un senso né in un altro: le cose favorevoli non esaltano il saggio, né quelle sfavorevoli lo abbattono. Egli, infatti, si è sempre sforzato di fare affidamento solo su se stesso e di cercare in se stesso ogni gioia. … [La sorte] è dura soltanto per quelli cui giunge improvvisa, mentre la sopporta facilmente chi l’ha sempre aspettata. Cosi l’assalto dei nemici travolge quelli che si lasciano sorprendere, ma quelli che con anticipo si sono preparati alla guerra, ben equipaggiati e ordinati, facilmente ne sostengono il primo urto che è sempre il più impetuoso. … Quelli che hanno amato i doni della fortuna come beni personali ed eterni, quelli che per quei doni vogliono farsi ammirare, si abbattono e si disperano quando il loro animo vuoto e puerile, ignaro di ogni gioia duratura, si sente privato di quei falsi ed effimeri diletti. Invece chi non insuperbisce nelle liete circostanze, non si deprime nelle avverse. Mantiene l’animo saldo nell’uno e nell’altro caso con la sua già provata fermezza, in quanto nella sua stessa felicità ha già sperimentato ciò che occorre per opporsi alla cattiva sorte (Consolazione alla madre Elvia, 5, 1.3.5).

Il poeta non ricorre a parole di circostanza, cerca di esprimere vicinanza alla madre e di alleviarle la sofferenza per l’esilio imposto a suo figlio. E dà voce a una vera a propria filosofia di resistenza al male, in cui espone diverse strategie, dal tempo lasciato soltanto al silenzio, alla lettura dei saggi. A un certo punto ripercorre teneramente i dolori che avevano già afflitto la donna e ne racconta praticamente la storia. Ai lutti collega quello peggiore che riguarda il presente, piangere i vivi (cf. Consolazione alla madre Elvia, 2). Non c’è mai la svalutazione della sofferenza. Ed essenzialmente fa leva sulla forza interiore, che interpreta come predisposizione alla felicità: bisogna evitare di crogiolarsi nel dolore. La sua lettura pare a tratti orientale, propone di coltivare il distacco, nella consapevolezza che nulla si possiede, nulla dura per sempre. E, infine, da figlio, le racconta il momento che vive nella terra dell’esilio, rendendola partecipe dei luoghi, della storia, della cultura. E poi ritorna alla comprensione affettiva. Non ignora i sentimenti della madre. Sa bene che può trovare una ragione, ma che comunque le manca l’abbraccio del carissimo figlio (cf. Consolazione alla madre Elvia, 15). E la invita al coraggio, a considerare la presenza di altri affetti, a non consumarsi nel dolore sterile, a immaginarlo mentre sereno volge il pensiero alla natura e la contempla. E’ proprio questa nota profondamente empatica a chiudere il discorso, come se la tranquillità si trasmettesse per la teoria dei vasi comunicanti, per contagio. E la consolazione è una via diretta alla calma, per ritrovare la pace interiore.

Seneca parla dei classici, della lettura che eleva il livello intellettivo e lo esercita ad affinare strumenti di riscatto. Quante risorse di liberazione percorrono i testi delle religioni!

Consolate, consolate il mio popolo

Un’intera sezione del profeta Isaia (capitoli 40-55) è chiamata libro della consolazione e si apre proprio con l’invito a consolare Israele. L’annuncio apre la speranza a un tempo nuovo, i cui presupposti si fondano sulla misericordia di Dio. In fondo questo collegamento ricorre anche in Seneca e porta a dedurre che consolazione e indifferenza si escludono, mentre ingrediente necessario è la commozione profonda, paragonabile a una nuova gestazione. Dio rigenera il suo popolo nella potenza del suo amore che cambia le sorti, non rimane legato alle infedeltà del passato, e non può trattenersi dal manifestare il suo amore con forza e dal darne prova sotto forma di cura. Dio consola con tenerezza. E la consolazione si rinsalda nell’irrobustimento del patto che unisce Dio al suo popolo. Il male viene presentato come un evento passeggero, che pure ha svolto una funzione all’interno di un quadro più ampio di una storia finalizzata, che non viene mai meno rispetto al suo compimento, l’unità in Dio. La consolazione nel periodo storico di questa profezia si accompagna a una delle tappe di emancipazione di Israele, il ritorno dall’esilio. Coincide con il collante dell’aggregazione ritrovata, rinsalda l’appartenenza. E la consolazione parla una sua propria lingua, che scarta i rimproveri per cedere spazio a parole di stima, a esternazioni di tipo affettivo. Non esiste una consolazione fredda, asettica. Consolare è partecipare. La lingua che ha fatto pace con se stessa ed è in grado di affrancarsi da pensieri violenti, da insulti, da bassezze è di per sé uno strumento agile che prepara la calma e sorregge. A suo modo è una medicina, di cui si sente abbastanza la mancanza oggigiorno. La consolazione di Dio non conosce confini, si trasforma in annuncio che giunge ovunque: Cielo, grida di gioia! Terra, rallegrati! Montagne, giubilate! Il Signore consola il suo popolo e ha misericordia per quelli che hanno sofferto (Is 49, 13). Il conforto di Dio gode di una proprietà pervasiva, facendone vibrare l’eco fino a coinvolgere il cosmo. E parla di comprensione verso chi ha sofferto. Sotto traccia indica un’antropologia attenta al vissuto, consapevole degli strascichi che il dolore lascia dietro di sé. Un simile principio può applicarsi a ogni ambito, anche quello della politica internazionale. Dovrebbe tradursi in programma di speranza pensato specialmente per i popoli che soffrono di più, anche perché il libro di Isaia parla di un effetto cosmico dovuto alla vicinanza di Dio, consolare l’altro è consolare tutti, se stessi compresi. A un certo punto della sezione denominata Deuteroisaia, oltre alla funzione svolta da Dio, compare nel dettaglio ciò che spetta al popolo. Questi non accoglie degnamente l’azione divina, se non attinge alle risorse, da sempre a sua disposizione, la Torah, … avete la mia legge impressa nel vostro cuore … (Is 51, 7). La parola rivelata, concretizzata in una serie di insegnamenti, rimane la memoria fondamentale che può fare la differenza. La consolazione deve rimanere nel popolo sotto forma di speranza che non si lascia distrarre dagli insulti che feriscono, dal sarcasmo che sminuisce (cf. Is 51, 7-8). Conferma l’affermazione di partenza: molte ragioni di speranza emergono dai testi sacri e sono tanto più efficaci, quanto più rimangono radicati attraverso l’ascolto, la lettura, il confronto con i segni dei tempi. Seneca non ignora il dolore, la Bibbia non conduce discorsi ingenui. Molte circostanze hanno il potere di abbattere e di compromettere la visione in avanti. Nel tempo si esercita la pazienza. Non si concede nulla a parole false, a discorsi artificiali. Il ritorno da Babilonia mostra le sue difficoltà e rappresenta un grande cambiamento, in cui molte possono essere le battute d’arresto. La consolazione s’intreccia a una lettura onesta della situazione e a un riconoscimento di valore. La fiducia in Dio è già condizione di sollievo.

Kalama Sutta

C’è un discorso di Budda, Kalama Sutta, molto citato in tradizioni diverse. Spiega come entrare nel Dharma e come il percorso spirituale non si nutra di effetti speciali. Lo spirito che anima la consolazione che traspare si condensa nella ricerca libera, nel rifiuto di ogni dogmatismo, nell’affrancamento dal fanatismo e dall’intolleranza. La mente ben coltivata si libera dall’avidità, dall’odio, dall’attaccamento. E così si predispone alla consolazione possibile qui e ora. In tal caso la consolazione si configura come una forma di speranza operosa. Parla specificamente di quattro forme di consolazione:

Kalamas, dice il Budda, il seguace dei Saggi ha una mente che è libera da odio , priva di malizia, è innocente e pura. Per questa mente, ci sono quattro consolazioni che sono immediatamente e sempre disponibili. 

Supponiamo che c’è vita dopo la morte e che le azioni, dannose o benefiche, hanno conseguenze . Dopo la vita, avendo fatto del bene,  salirai al cielo, in uno stato di beatitudine .

Supponiamo che non c’è vita dopo la morte e le azioni, dannose o benefiche, non lasciano nessuna traccia. Se vivi libero da odio e cattiveria, con generosità e gentilezza amorevole, almeno in questo mondo e in questa vita , sarai felice .

Supponiamo che conseguenze negative effettivamente seguono azioni negative, ma ho scelto di agire sempre con bontà – quindi le conseguenze negative non possono insorgere per me .

E supponiamo che conseguenze negative non seguono azioni negative, potrò comunque essere purificato. (Kalama Sutta 17).

La consolazione accoglie il metodo fenomenologico della sospensione del giudizio e prepara la mente libera, capace di accogliere, sensibile alla forma, al vuoto, a ciò che è e che viene. Il superamento dell’illusione e l’emancipazione dalla carica negativa prodotta da ogni barriera del male segnalano il benessere che ravviva lo stato di conforto. Non appare come una condizione statica, bensì come un dinamismo, una relazione. Nella fonte buddista la consolazione spirituale passa attraverso la coltivazione del pensiero logico e non soccombe ai pregiudizi. Queste indicazioni contengono un insegnamento attuale per chiunque. Il modo in cui la mente si dispone al ragionamento è in grado di generare o di compromettere la consolazione che si sperimenta e si può trasmettere attraverso l’esperienza. L’intelligenza può essere strumento di pace, può contribuire a diffondere un conforto duraturo che si traduce in pensieri, in libertà interiore. Una migliore abitudine alla concentrazione aiuta la capacità di sollevarsi e di confortare. Una vicinanza alimentata dalla condivisione di pensieri negativi, di giudizi affrettati, di espressioni di avidità è, dunque, una falsa amicizia, non reca alcun conforto, rischia di diffondere aggressività, anziché sollievo. Inoltre, il brano citato dalle Scritture buddiste raccoglie dei consigli chiesti al Budda storico al suo passaggio in un villaggio. Nell’arte del consiglio, in cui tanto conta l’onestà intellettuale e morale, c’è sempre da scoprire e riscoprire la consolazione, che può essere reciproca fra due o più persone.

Il Consolatore

Il riferimento più esplicito e personale alla consolazione inglobata nell’essere stesso di Dio è nel vangelo giovanneo, che presenta lo Spirito Santo, terza persona della Trinità, come il Consolatore:Gesù disse: Il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, egli v’insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto (Gv 14, 26). Il termine nell’originale greco è Paraclito, ovvero avvocato difensore. La consolazione nel vangelo si fa persona divina e diventa difesa, sta accanto e parla a favore. E’ frutto della promessa ed è dono del Risorto. Svolge un’importante funzione relativa alla testimonianza della fede, anima la missione, infonde la forza, il calore, opera la trasformazione che si vede all’opera il giorno di Pentecoste (cf. At 2, 1-13), quando di fatto nasce la chiesa. Gesù aveva incontrato le persone e parlato direttamente con loro, lo Spirito Santo parla come guida interiore, rende capaci di pregare, richiama alla memoria quanto già detto da Gesù, infonde la serenità che scaccia la paura, realizza l’unità, invia. Da ogni evento si può attingere la forza della consolazione, perché il Consolatore è ovunque ed elargisce i suoi doni. Non è lontano dall’approfondimento sulle parole che sanno pronunciare la consolazione, perché fa affiorare alle labbra quelle stesse di Gesù, della Bibbia.

La capacità della consolazione si muove con la vita e si propone anche come capacità di Dio, è sia un dare che un ricevere. Ovunque c’è bisogno di consolazione e di parole che sappiano narrarla.

Ada Prisco

2 thoughts on “NON CI SONO PAROLE. LA CAPACITÀ DELLA CONSOLAZIONE

  • 2 Giugno 2020 in 05:54
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    Molto interessante… E istruttivo

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  • 2 Giugno 2020 in 11:46
    Permalink

    Le parole sono essenziali ma devono essere accompagnate da una sincera empatia. Trovo che alcune frasi vuote, intrise di formalismo e prive di trasporto, siano anche più dannose del silenzio.

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